
TESTIMONI DI GEOVA E TRAPIANTI DI ORGANI
di Giuseppe Monno
La questione dei trapianti di organi nella dottrina dei Testimoni di Geova non è un semplice dettaglio medico, ma tocca un punto cruciale: l’affidabilità di chi pretende di interpretare autenticamente la volontà di Dio.
Nel 1967, La Torre di Guardia affermava senza ambiguità che “il trapianto di organi è in realtà una forma di cannibalismo” e che nessun cristiano fedele avrebbe potuto accettarlo. Non si trattava di un consiglio prudenziale, ma di una posizione morale netta, presentata come conforme alla legge divina.
Eppure, nel 1980, la stessa organizzazione dichiarò che la Bibbia “non contiene alcun comando specifico” sui trapianti, trasformando così una presunta grave violazione morale in una semplice scelta personale.
Qui emerge una contraddizione difficilmente ignorabile: se nel 1967 accettare un trapianto era paragonabile al cannibalismo, come può nel 1980 diventare moralmente neutro? Dio cambia giudizio su ciò che è bene e ciò che è male, oppure è cambiata l’interpretazione umana?
Questa oscillazione mette in discussione la pretesa di possedere una guida sicura e divina. Una dottrina che oggi condanna e domani permette, senza una reale base rivelata nuova, rischia di fondarsi non sulla verità immutabile, ma su interpretazioni mutevoli.
La Chiesa cattolica affronta queste questioni in modo profondamente diverso. Il suo Magistero non si presenta come una voce che corregge sé stessa in modo contraddittorio, ma come un’autorità che approfondisce nel tempo, mantenendo coerenza sui principi fondamentali della morale.
Inoltre, il persistente rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei Testimoni di Geova solleva ulteriori difficoltà. Il comando biblico di “astenersi dal sangue” viene applicato a pratiche mediche moderne che non hanno alcun rapporto con il contesto originario del testo, che riguarda norme alimentari e cultuali.
Ne deriva una conseguenza grave: una norma interpretata in modo rigidamente letterale può portare a rifiutare cure salvavita. La fede cattolica, invece, riconosce che la legge morale è ordinata al bene della persona e alla salvaguardia della vita, che è un dono di Dio e un valore primario.
Per questo la Chiesa considera moralmente leciti sia i trapianti sia le trasfusioni, quando effettuati nel rispetto della dignità umana e con finalità terapeutiche.
In definitiva, il confronto mette in luce due approcci opposti: da una parte, un sistema interpretativo che ha mostrato cambiamenti radicali su questioni di vita o di morte; dall’altra, una tradizione che unisce Scrittura, ragione e continuità, offrendo un fondamento più stabile per il giudizio morale.
Per chi cerca la verità, la domanda diventa inevitabile: è più affidabile un’autorità che modifica nel tempo giudizi morali fondamentali, o una che li custodisce e li approfondisce senza contraddirli?
La risposta a questa domanda non è solo teorica, ma riguarda concretamente la fiducia che si ripone quando sono in gioco la coscienza, la fede e la vita stessa.