Il termine purgatorio – dal latino purgatorius, e cioè « che purifica » – fu coniato nel XII secolo per dare nome a questa realtà di purificazione delle anime. Secondo la dottrina della Chiesa cattolica « coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono non perfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo » (Catechismo 1030). Infatti nel regno dei cieli « non può entrare nulla d’impuro » (Apocalisse 21,27). « La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento » (Catechismo 1031). La dottrina del purgatorio trova come suo fondamento la Sacra Scrittura. Un primo riferimento al purgatorio lo troviamo nel Secondo libro dei Maccabei: Giuda Maccabeo, agendo in modo buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione, fece offrire un sacrificio espiatorio per i compagni caduti in battaglia, affinché fossero assolti dal loro peccato (2Maccabei 12,38-45). « Perciò fin dai primi tempi la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio » (Catechismo 1032). Altri riferimenti al purgatorio li troviamo nel vangelo, in cui Gesù afferma che vi sono peccati che possono essere rimessi in questo mondo, altri che possono essere rimessi anche in quello futuro, e un altro – e cioè la bestemmia contro lo Spirito Santo – che non può essere rimesso né in questo mondo né in quello futuro: « Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata né in questo secolo né in quello futuro » (Matteo 12,31-32). Quindi esiste la possibilità di essere assolti da alcuni peccati – e cioè da quelli veniali – anche dopo questa vita, passando attraverso una purificazione. Un riferimento a questa purificazione lo troviamo in una lettera di Paolo: « Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento, un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa, ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito, tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco » (1Corinzi 3,10-17). Parlando delle cose che riguardano la nostra salvezza eterna, Gesù dice: « Mettiti d’accordo col tuo avversario fin tanto che sei con lui per via, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu sia gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo quadrante » (Matteo 5,25-26). Con « prigione » Gesu fa uso di una immagine allegorica in riferimento ad’una pena temporale. L’immagine della prigione non può essere riferita al paradiso, poiché il paradiso è uno stato di felicità suprema e definitiva, non di pena temporale. Non può essere riferita neppure all’inferno, poiché la pena dei dannati non è temporale, ma eterna. Questa prigione è riferita al purgatorio, e il « debito » (v 26) è riferito alla pena temporale dovuta ai peccati commessi in questo mondo, pena che deve essere rimessa totalmente, attraverso una purificazione, prima di poter entrare nella gioia del cielo. Per il pagamento la scelta di Gesù cade sull’immagine del quadrante, una moneta dal valore irrisorio (perciò alcune traduzioni hanno « spicciolo » o « centesimo ») che chiunque può scontare. Altrove invece la scelta di Gesù cade su diecimila talenti (Matteo 18,23-24), equivalente di sessanta milioni di denari (un denaro era la paga giornaliera per un bracciante), debito che il servo spietato non avrebbe mai potuto scontare. La più grave pena delle anime in purgatorio è costituita dalla ritardata visione beatifica di Dio. Quando parliamo di purgatorio si può dare l’impressione di star parlando di un luogo anziché della sola condizione dell’anima. Il Magistero però non si è mai pronunciato sulla questione. Poiché la Scrittura descrive le cose spirituali per mezzo di immagini sensibili, fa uso dell’elemento del fuoco come immagine della purificazione (Zaccaria 13,9). Ora se il fuoco associato al purgatorio sia soltanto una immagine simbolica non sappiamo. Lasciamo che sia il Magistero ad avere l’ultima parola sulla questione. Per i cattolici l’esistenza del purgatorio è un dogma, non una realtà opinabile. Il Concilio di Trento infatti ha decretato: « Se qualcuno afferma che a qualsiasi peccatore pentito dopo che ha ricevuto la grazia della giustificazione, viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimane alcun debito di pena temporale da scontare o in questa vita o in quella futura in purgatorio, prima che gli siano aperte le porte del regno dei cieli: sia anatema » (Sessione VI, Canone 30). E ancora: « Poiché la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, in conformità alle Sacre Scritture e all’Antica Tradizione, nei Santi Concili, e più di recente in questo Concilio ecumenico, ha insegnato che il purgatorio esiste e che le anime ivi trattenute possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli e soprattutto col Santo sacrificio dell’altare, il Santo Concilio prescrive ai vescovi di vigilare con zelo perché la sana dottrina sul purgatorio, trasmessa dai Santi Padri e dai Sacri Concili, sia creduta, conservata, insegnata e predicata ovunque » (Sessione XXV). Preghiamo dunque per le povere anime sofferenti del purgatorio, rechiamo loro soccorso. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza in favore dei defunti.
L’INFERNO
L’inferno è essenzialmente la condizione di chi si è autoescluso dalla comunione con Dio. In teologia questa pena è detta del danno, ed è la prima e più grave per i dannati, i quali hanno la consapevolezza di essere separati da Dio per l’eternità. Spesso la Scrittura descrive le cose spirituali per mezzo di immagini sensibili. Così, per indicare questa condizione di separazione, presenta per mezzo dell’immagine dell’abisso la distanza posta tra la creatura e il suo Creatore (Luca 16,26). Anche l’essere cacciati fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti (Matteo 8,11-12) è un riferimento a questa gravissima pena. A quella del danno segue la pena detta del senso. Questa pena è causata dal fuoco, dal rimorso e dai demoni. Molte volte Gesù ha utilizzato l’immagine allegorica della Geenna in riferimento all’inferno e alla pena del fuoco (Matteo 10,28; 18,9; Marco 9,43), e del verme che non muore in riferimento anche alla pena del continuo rimorso (Marco 9,48). La Geenna è una valle maledetta (Levitico 20,1-5; Geremia 7,31-32) che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, nella quale, in tempi antichi, si offrivano a Moloch sacrifici umani attraverso il fuoco (Levitico 18,21; 2Re 23,10). Anche dopo la fine del culto a Moloch, il fuoco della Geenna continuava a bruciare, divorando i rifiuti di Gerusalemme. Perciò, con questa immagine allegorica, Gesù presenta molto bene la realtà dell’inferno e la pena del senso causata ai dannati. All’inferno l’uomo ci va con la propria volontà. In questa vita, infatti, egli ha posto tra sé e Dio una certa distanza, non amandolo. E non amando Dio fino alla fine di questa vita, l’uomo per sua libera scelta rimane separato da Dio nell’altra vita, per l’eternità. « Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi » (Catechismo 1033). Chi finisce all’inferno non può più ricevere il perdono dei peccati. Ciò non dipende da qualche difetto dell’infinita misericordia divina, ma dalla volontà ostinata dell’anima che rifiuta di volgersi verso Dio. L’assenza di carità nell’anima dannata è la causa di questo rifiuto a volgersi verso Dio e a cercare la sua misericordia. Come si è già detto, una delle pene che costituiscono quella del senso, è causata dalla presenza dei demoni. L’uomo che in questa vita ha servito Satana – dal quale è stato vinto – sotto molteplici forme (ricchezze, lussuria, adulteri ecc), nell’altra gli è sottomesso. Uno infatti è schiavo di ciò che l’ha vinto (2Pietro 2,19). Spesso ci riferiamo all’inferno come a un luogo, ma il Magistero non si è mai pronunciato a favore di questa credenza popolare, anzi, Giovanni Paolo II ha affermato che l’inferno « sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia » (Udienza Generale, 28 Luglio 1999). Ciò non esclude che possa trattarsi anche di un luogo. Infatti alcune rivelazioni private accolte dalla Chiesa cattolica (ad es Lucia di Fatima, Faustina Kowalska, Veronica Giuliani), descrivono l’inferno come un luogo, e riferiscono alcune visioni delle gravissime pene dei dannati, descrivendole come terrificanti. Nel vangelo leggiamo che l’inferno è preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Matteo 25,41), nel senso che da sé stessi si sono preparati a soffrire i tormenti dovuti al loro rifiuto di Dio. Chiunque rifiuta Dio, da sé stesso si prepara l’inferno.