SE IL TUO OCCHIO TI È MOTIVO DI SCANDALO, CAVALO E GETTALO VIA

“Se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Marco 9,47-48).

Gesù fa uso di un iperbole con l’intenzione di darci un insegnamento morale: evitare le occasioni di peccato, sapendo che la sorte dei peccatori è il fuoco eterno. La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, viene utilizzata come immagine dell’inferno a motivo del fuoco che vi brucia in continuazione. L’occhio che dà scandalo è anche metafora di quel membro della Chiesa che si macchia di uno o più peccati meritevoli di scomunica, simboleggiata dal gesto del cavare e gettare via. Nelle sue lettere Paolo è più esplicito nell’associare, simbolicamente, i cristiani a delle « membra di un solo corpo che è la Chiesa » (1Corinzi 12,20.27; Efesini 5,30; Colossesi 1,18).

LA GEENNA

“Chi dice al fratello: « pazzo », sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Matteo 5,22).

La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, è una valle maledetta (Levitico 20,1-5; Geremia 7,31-32) che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, nella quale, in tempi antichi, si offrivano a Moloch sacrifici umani attraverso il fuoco (Levitico 18,21; 2 Re 23,10). Anche dopo la fine del culto a Moloch, il fuoco di questa valle continuava a bruciare, divorando i rifiuti di Gerusalemme. In senso allegorico la valle di Hinnom viene utilizzata da Gesù come immagine della condizione di sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio. Questa condizione è presentata con l’immagine del fuoco che non smette di divorare, a voler intendere che la sofferenza dei dannati non è mitigata. Secondo il senso morale Gesù ci esorta a non peccare contro la carità, poiché tali peccati rendono chi li commette meritevole del fuoco eterno (Matteo 18,8; Apocalisse 21,8). La parola « pazzo » indica qui una grave ingiuria che ha come scopo quello di recare danno al prossimo. Il senso anagogico considera le parole di Gesù come occasione per ribadire che il peccato sarà giudicato da Dio secondo una giustizia eterna (Giuda 7).

L’INFERNO – LA CONDIZIONE DI COLORO CHE SONO DEFINITIVAMENTE SEPARATI DA DIO

La parola « inferno » è la traduzione del latino « infernus », e letteralmente significa « che si trova in basso ». Il latino « infernus » corrisponde al greco « ades », il quale indica il soggiorno dei morti, e cioè la fossa comune in cui vengono sepolti i cadaveri (Salmo 6,6; Ecclesiaste 9,10). L’equivalente ebraico di « ades » è « sheol ». La parola « inferno » ha pure un senso spirituale, e tale è l’uso che ne fa Gesù quando parla della sorte del ricco epulone: « Un giorno il ricco morì e fu gettato nell’inferno tra i tormenti » (Luca 16,22-23). Nella Bibbia abbiamo due categorie di « morti », quelli secondo la carne, e quelli secondo lo spirito, cioè i tiepidi, e quest’ultimi sono coloro che sono separati dalla comunione con Dio (Apocalisse 3,16). Un esempio di distinzione tra queste due categorie di morti lo troviamo nelle parole di Gesù: « Lascia che i morti seppelliscano i loro morti » (Matteo 8,22), dove la prima occorrenza di « morti » è un riferimento ai tiepidi. Si può essere separati dalla comunione con Dio già in questo mondo, a causa dell’incredulità e del peccato mortale, e nell’altro mondo questa separazione diventa definitiva. In questo senso Gesù parla dell’inferno, e cioè del soggiorno di coloro che sono definitivamente separati da Dio. San Giovanni Paolo II insegnava che l’inferno « sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia » (Catechesi del 28 Luglio 1999). Nella loro predicazione Gesù e i suoi discepoli hanno utilizzato spesso le immagini della geenna (Matteo 10,28; Marco 9,43), del fuoco eterno (Matteo 18,8; 25,41; Giuda 1,7), delle tenebre (Matteo 22,13; 25,30), della fornace ardente (Matteo 13,49-50) e dello stagno di fuoco e zolfo (Apocalisse 21,8) in riferimento alla sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio. L’immagine del fuoco eterno allude ad una sofferenza non mitigata.

DOMANDE E RISPOSTE – L’USO DELLE IMMAGINI SACRE NELLA BIBBIA, L’ONORE DOVUTO AI SANTI, E LA LORO INTERCESSIONE

Nella Bibbia Dio ha mai comandato l’uso di immagini sacre?

Si. Dio ha comandato di scolpire figure di cherubini sull’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35) e, per salvare dalla morte il popolo eletto durante il cammino nel deserto, ordinò di fare un serpente di rame, affinché chiunque lo guardava veniva guarito dal veleno inflittogli dal morso dei serpenti (Numeri 21,4-9).

Che significato hanno queste raffigurazioni?

I cherubini rappresentano la divina presenza (Esodo 25,10-22; Salmi 99,1), mentre il serpente di rame è prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).

Nel Tempio di Gerusalemme vi furono mai delle raffigurazioni?

Si. Vi furono raffigurazioni di cherubini, di buoi e di leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4).

Dio condannò quelle cose?

No. Dio non le condannò, ma le santificò assieme al tempio (1Re 9,1-3).

Ma allora perché Dio col Decalogo condanna la raffigurazione di tutto ciò che si trova in cielo, in terra e nelle acque, se poi egli stesso ne comanda l’uso?

Dio col Decalogo condanna l’idolatria, cioè l’adorazione di falsi dèi, e il culto reso a loro mediante raffigurazioni che li rappresentano. Infatti il serpente di rame che Dio stesso ordinò di lavorare, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò a idolatrarlo (2Re 18,4). Dio non condanna le raffigurazioni di per sé – soprattutto se utilizzate per il culto dell’unico vero Dio – ma condanna l’idolatria.

Quindi i cattolici e gli ortodossi commettono peccato di idolatria quando onorano le loro sculture e icone sacre?

No. Cattolici e ortodossi non commettono peccato di idolatria perché non onorano quelle raffigurazioni di per sé, ma onorano ciò che vi è rappresentato con quella figura. A Dio e ai Santi del cielo viene dato onore, non alla raffigurazione che li rappresenta.

Onorare la creatura è un atto di idolatria?

No. Onorare la creatura non è un atto di idolatria. La parola di Dio insegna a onorare anche la creatura: genitori (Esodo 20,12), medici (Siracide 38,1-3), presbiteri (1Timoteo 5,17), e tutti i membri della Chiesa (1Corinzi 12,26). Ad esempio, nel vangelo Gesù afferma che se uno lo serve, costui verrà onorato dal Padre (Giovanni 12,26). I Santi che stanno nella gloria del cielo, hanno servito Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se Dio onora i Santi che stanno nella gloria del cielo, giustamente possiamo e dobbiamo onorarli anche noi. Giustamente la Chiesa celebra la memoria dei Santi e ne proclama le lodi.

I Santi separati dalla carne possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra?

Si, i Santi separati dalla carne intercedono per noi ancora viatori sulla Terra. Parlando delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, l’apostolo Paolo afferma che « maggiore di tutte è la carità » (1Corinzi 13,13). Infatti è soprattutto sulla carità che saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Nel regno dei cieli i Santi esercitano la loro carità, regnando con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla Terra, offrendo i meriti acquistati in Terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei Santi separati dalla carne, per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i Santi nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo sono perfetti nella carità, tanto più perfette delle nostre sono le preghiere che i Santi rivolgono a Dio per noi.

I Santi separati dalla carne possono compiere miracoli? Cosa dice la Bibbia?

Si, i Santi del cielo possono intercedere per noi presso Dio, affinché Dio compia per noi ancora viatori sulla Terra un miracolo. Dio è l’autore di ogni grazia e di ogni miracolo. Il Santo è un intercessore. Nella Bibbia abbiamo degli esempi, e perciò voglio citare il Siracide 48,14: « Nella sua vita [Eliseo] compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere », confermato da 2Re 13,21: « Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi ». Siracide 48,14 è confermato da 2Re 13,21. Entrambe queste scritture sostengono la dottrina cattolica e ortodossa dell’interessione dei Santi del cielo, e dei miracoli che Dio compie per loro intercessione.

Cosa dice la Bibbia riguardo l’uso cattolico e ortodosso di conservare delle reliquie appartenute a un Santo?

La devozione per le reliquie è strettamente legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura, anzi, quest’ultima la favorisce. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo per mezzo del mantello appartenuto a Elia (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce. Infatti, come si è già detto, il Signore è l’autore di ogni miracolo, mentre il Santo è un intercessore. Si deve anche spiegare che il venerare è qui sinonimo di onorare, mostrare gran rispetto, essere devoti, e non va assolutamente confusa con l’adorare. Si venerano, ossia si onorano, i Santi nel cielo. Ma solo Dio si deve adorare, e noi cattolici e ortodossi adoriamo solo Dio, mentre Maria e i Santi li onoriamo con rispetto grande.

Riguardo l’uso dell’incenso sulle immagini in uso nella Chiesa cattolica, ha il significato di adorarle?

Assolutamente no. Nella Chiesa cattolica incensare le immagini sacre non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

I cattolici e gli ortodossi commettono un atto di idolatria nel prostrarsi davanti al crocifisso e a baciarlo?

Assolutamente no. I cattolici – come pure gli ortodossi – si prostano davanti al crocifisso non per questo stesso, ma in segno di rispetto verso ciò che rappresenta: Gesù Cristo e il suo sacrificio salvifico. Parimenti, il bacio lo diamo al crocifisso non per questo stesso, ma per l’affetto che proviamo verso Gesù Cristo, che il crocifisso vuole rappresentare. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti di prostrazione e di bacio, e nei quali non vi era alcuna accusa di idolatria. Vediamo qualche esempio: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò terra, mentre andava avvicinandosi al fratello » (Genesi 33,3). « Esaù corse incontro a Giacobbe, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero » (Genesi 33,4). « Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono, e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono » (Genesi 33,7). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). In queste scritture non compare mai alcun atto di idolatria, ma semplicemente affetto o alto rispetto verso qualcun’altro. Al contrario, in Rivelazione, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché costui, credendo di vedere in quell’angelo la maestà del Signore, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come chiaramente specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione – la Scrittura lo dice chiaramente – e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi prostrarsi in atto di adorazione verso la creatura, o verso una sua raffigurazione, è un grave peccato di idolatria, ma non così se ci si prostra in segno di affetto e di devozione. Talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, vivi o defunti: figli, genitori, fratelli, nonni, amici. Certamente non rechiamo offesa al Signore né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo la croce o immagini che rappresentano Gesù, Maria, gli angeli e i Santi. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

LA REALE PRESENZA

Cristo è tutto e veramente presente sotto entrambe le specie consacrate, cioè le apparenze del pane e del vino. Egli è veramente presente sotto tutte le specie consacrate nel mondo, ma non vi è circoscritto. È presente con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità, ugualmente sotto l’una e l’altra specie. Sotto le specie eucaristiche è presente lo stesso Cristo che si trova in cielo. Si dice poi che tutta la sostanza del pane si converte nella sostanza del suo corpo, mentre tutta la sostanza del vino si converte nella sostanza del suo sangue, e tuttavia Cristo è tutto e veramente presente sotto ognuna delle due specie. Poiché egli ha offerto in sacrificio un corpo vivo, non privo di sangue, né di anima, e al quale la Seconda Persona Divina della Trinità si è unita sostanzialmente. E perciò sotto le specie del pane è presente non solo con la sostanza del suo corpo, ma anche con la sostanza del suo sangue, dell’anima e della divinità. Parimenti è presente sotto le specie del vino. Nel sacramento eucaristico le specie o apparenze del pane e del vino continuano a sussistere poiché mantenute nell’esistenza dalla potenza divina. Quando il sacerdote spezza la specie del pane, il corpo di Cristo non si divide a metà né si trova sotto una sola delle due parti di quella specie divisa a metà. Cristo è tutto e ugualmente presente sotto entrambe le parti della specie divisa a metà. Cristo è tutto e veramente presente anche sotto un frammento di specie del pane e, parimenti, è tutto e veramente presente anche sotto una goccia di specie del vino. La presenza di Cristo nel sacramento eucaristico perdura finché sussistono le specie. Quando le specie si corrompono nello stomaco Cristo non è più presente nel sacramento. San Agostino chiamava l’eucaristia « sacramento della pietà, segno di unità, vincolo di carità ». L’eucaristia nutre l’anima dei credenti con la grazia sacramentale.

IL GRAVISSIMO PECCATO CONTRO NATURA

“Il maledetto peccato contro natura fa schifo anche ai demoni” (Gesù Cristo a Caterina da Siena).

La Sacra Scrittura presenta gli atti omosessuali come gravi depravazioni: Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna, è abominio (Levitico 18,22). Nel primo racconto della creazione sta scritto: Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò (Genesi 1,27). Nel secondo racconto della creazione si esplicita: Poi il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (…) Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo (Genesi 2,18.21.22). E continua: Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Genesi 2,24). Quindi Dio ha creato l’uomo e la donna, e la donna l’ha fatta per l’uomo, e l’uomo con lei dovrà unirsi, con sua moglie. Non con un altro uomo, poiché è cosa abominevole agli occhi del Signore, è gravemente immorale. Immagine del grave disordine morale sono le antiche città di Sodoma e di Gomorra, distrutte da Dio per la loro malvagità e depravazione (Genesi 13,13; 19,4-5; Sapienza 19,13-17). Giuda infatti le menziona nella sua lettera ricordando la loro sorte: Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno (Giuda 7). Nel Levitico 11 abbiamo altri divieti, come ad esempio quello di prendere certi cibi. Riguardo quelle proibizioni, si trattava di alcuni sacrifici che Dio richiedeva al popolo eletto in nome dell’obbedienza. Prima di quelle proibizioni nessun cibo era considerato immondo (Genesi 9,3). Differentemente da altri divieti, infrangere quello sulle relazioni omosessuali meritava la condanna a morte: Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro (Levitico 20,30). Le relazioni sessuali contro natura furono uno dei motivi della distruzione delle città di Sodoma e di Gomorra. Un altro motivo fu la loro malvagità contro lo straniero (Sapienza 19,13-17). Giuda però, nella sua lettera, differentemente dall’autore del libro della Sapienza, mette in luce il peccato contro natura come rovina di quelle città, anziché la malvagità verso lo straniero. Egli menziona infatti i vizi contro natura. È proprio la punizione che ricevevano coloro che infrangevano il divieto delle relazioni sessuali contro natura a farci intendere quanto sia gravemente immorale questo peccato agli occhi del Signore, e quali conseguenze porta all’anima. La Nuova Alleanza nel sangue di Gesù Cristo (Matteo 26,27; Marco 14,23; Luca 22,20) ha liberato l’uomo dall’Antica Alleanza e dalle prescrizioni rituali, e perciò le proibizioni riguardo certi cibi sono state annullate (Marco 7,18-23; Atti 10,11-16). Al contrario, invece, le proibizioni sulle relazioni sessuali contro natura non sono state annullate, ma ribadite con forza. Infatti nella sua prima lettera ai Corinzi, Paolo afferma che i sodomiti non ereditano il regno dei cieli (1Corinzi 6,10). E nella lettera ai Romani afferma: Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento (Romani 1,26-27). Tommaso d’Aquino affermava che « nei peccati contro natura viene violato l’ordine naturale, e perciò viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura » (Somma Teologica II-II, q 154, a 12). Dio ama perfettamente e incondizionatamente tutti gli uomini, e gli omosessuali non fanno eccezione. Ma la sua Santità non può sopportare il peccato, e perciò l’ostinazione nella pratica dell’omosessualità rischia la separazione definitiva da Dio e la conseguente condanna del fuoco eterno.

CIRCA LA VALIDITÀ DELLA LITURGIA EUCARISTICA

La validità della celebrazione eucaristica esige:

› MINISTRO: Che il ministro del sacramento sia un sacerdote validamente ordinato, e che abbia l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa quando celebra l’eucaristia. Leone XIII insegna che l’intenzione oggettiva del ministro la si riconosce quando « nell’effettuare e amministrare un sacramento si è servito correttamente della materia e della forma richieste, eseguendo il rito esattamente, e perciò stesso si deve ritenere che ha inteso fare ciò che fa la Chiesa » (Lettera Apostolicae Curae). Il sacerdote agisce in persona Christi e come strumento di Cristo, e anche se si trovasse in peccato mortale o avesse perso la fede, non farebbe accadere niente di meno rispetto a qualsiasi altro sacerdote. Tommaso D’Aquino specifica infatti che « la virtù del sacramento proviene solo da Cristo vero Dio e vero uomo » (Somma Teologica, III, q. 64, a. 2, ad 1).

› MATERIA: Che durante la celebrazione eucaristica la materia utilizzata sia quella del pane e del vino. Il pane deve essere di frumento e azzimo. Il vino deve essere naturale, del frutto della vite, non alterato. Al vino va aggiunta un po’ d’acqua durante la celebrazione eucaristica, prima della consacrazione.

› FORMA: Che la forma sia costituita dalle parole di consacrazione pronunciate da Gesù nell’ultima cena. Sul pane: « Questo è il mio corpo ». Sul vino: « Questo è il calice del mio sangue ». Già con la consacrazione del pane avviene la transustanziazione, e Cristo si fa tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo sotto le apparenze del pane. Quindi il sacerdote fa un gesto di riverenza e adora. Poi prosegue con la consacrazione del vino. Poiché Cristo ha offerto in sacrificio un corpo vivo, non privo di sangue e di anima, e alla quale la Seconda Persona Divina della Trinità è unita sostanzialmente, sotto le apparenze del pane e del vino egli è presente con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità.

NO ALL’ABORTO, SI ALLA VITA!

HANNO FATTO DELLE “CLINICHE ABORTISTE” LE LORO “CATTEDRALI”, E DEL VENTRE DI VOI DONNE “CAMERA DI MORTE”.

Non si tratta di un film di Lamberto Bava, ma della tragica realtà di una umanità in continua decadenza. I nemici della vita, e cioè gli abortisti, hanno fatto delle loro cliniche “cattedrali di culto a Moloch”, e hanno reso il ventre delle donne “camera da macello”. Ma possibile che gli abortisti non riconoscano la “vita” in un cuore che comincia a battere già dal primo mese di gravidanza? Secondo uno studio dell’Università di Oxford, avvenuto nel 2016, il primo battito avverrebbe addirittura nel sedicesimo giorno dal concepimento (prima si credeva avvenisse nel ventunesimo giorno). Tengo poi a precisare che i peggiori abortisti sono coloro che professano la fede cristiana, poiché come tanti Giuda Iscariota tradiscono i tanti piccoli Gesù, gettandoli nella bocca di Moloch, ingordo divoratore di bambini. Costoro anziché comportarsi da figli di Dio, si comportano da figli di Erode, poiché compiono la sua stessa opera.

NO ALL’ABORTO, SI ALLA VITA!

LA COMUNIONE DEI SANTI

La comunione dei santi è l’unione spirituale tra quanti, per mezzo della grazia, sono uniti a Cristo vero Dio e vero uomo. La comunione dei santi è la Chiesa. I santi, chiamati così perché rinvigoriti dalla grazia, costituiscono insieme l’unica Chiesa (Efesini 4,16) di cui Cristo è capo e fondatore (Colossesi 1,18; Matteo 16,18). Una parte di questa unica Chiesa è militante, un’altra parte è sofferente, e un’altra parte ancora è trionfante. È detta militante la parte della Chiesa costituita dai cristiani ancora viatori sulla terra (1Corinzi 12,13), noi che combattiamo la buona battaglia della fede (1Timoteo 1,18; 6,12; 2Timoteo 4,7). È detta sofferente la parte della Chiesa costituita dalle anime che si trovano in purgatorio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che queste anime sebbene siano certe della loro salvezza eterna, vengono però sottoposte a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del paradiso (cf Catechismo 1030), nel quale nulla d’impuro può entrare (Apocalisse 21,27). È detta trionfante la parte della Chiesa costituita dai beati che sono con Cristo nel paradiso, a godere della visione di Dio così come Egli è, e della perfetta comunione con lui. Cristo stesso ha promesso la vita eterna nel paradiso (Giovanni 14,2-3; 17,2; Luca 23,43). Tra i beati nel cielo vi sono anche gli angeli (Ebrei 12,22-24). Anch’essi fanno parte della Chiesa. L’unione tra quanti sono uniti a Cristo per mezzo della grazia, è consolidata da una comunione di beni spirituali, interni ed esterni. Il Catechismo Maggiore spiega che i beni comuni interni nella Chiesa sono la grazia che si riceve attraverso i sacramenti, la fede, la speranza, la carità, i meriti infiniti di Gesù, i meriti sovrabbondanti della Vergine e dei Santi, e il frutto di tutte le opere buone che nella Chiesa si compiono. Mentre i beni esterni comuni nella Chiesa sono i sacramenti, le pubbliche preghiere, le funzioni religiose e tutte le altre pratiche esteriori che uniscono insieme i fedeli (Catechismo Maggiore 216-217). Sono esclusi dalla comunione dei santi e non partecipano dei beni comuni interni della Chiesa coloro i quali, pur essendo cristiani, si trovano tuttavia privi della grazia. Sempre il Catechismo Maggiore spiega che costoro hanno ancora qualche vantaggio dai beni spirituali interni della Chiesa, essendo aiutati dalle preghiere dei fedeli ad ottenere la grazia di convertirsi a Dio (Catechismo Maggiore 220). Possono inoltre partecipare dei beni esterni della Chiesa, e cioè le preghiere, le funzioni religiose e il sacramento della riconciliazione. L’esclusione dalla comunione dei santi termina quando il cristiano torna ad essere in grazia. Sono esclusi inoltre gli infedeli, gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati. L’esclusione dalla comunione dei santi è definitiva per i dannati. Nella comunione dei santi i beati del paradiso intercedono incessantemente per noi cristiani ancora viatori, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). Noi ancora viatori, invece, offriamo suffragi (preghiere, sacrificio eucaristico, indulgenze, elemosine, buone opere in genere) per i nostri fratelli defunti che si trovano in purgatorio, affinché siano assolti dai loro peccati e possano entrare nella gioia del paradiso. Un solo Corpo, un solo Spirito, una sola Chiesa.

IL PARADISO

Il paradiso è lo stato di felicità suprema e definitiva. È perfetta comunione di vita e amore con Dio e tra i beati. È stare per sempre con Cristo, perfettamente incorporati in lui. È in Cristo che troviamo la nostra vera identità, quella di figli di Dio. È per mezzo della morte e risurrezione di Cristo che gli uomini hanno accesso al paradiso (Giovanni 14,2-3; 17,24). Nel paradiso i beati vedono Dio faccia a faccia (1Corinzi 13,12), così come Egli è (1Giovanni 3,2). Poiché la Scrittura parla di cose spirituali facendo uso di immagini, questo stato di perfetta comunione di vita e amore con Dio, viene presentato come giardino di Dio (Apocalisse 2,7), regno dei cieli (Matteo 8,11), casa del Padre (Giovanni 14,2), banchetto nuziale (Matteo 22,8), luce (1Timoteo 6,16), Gerusalemme celeste (Apocalisse 21,2.10). In paradiso l’uomo vi entra attraverso Cristo come per una porta. Cristo stesso, in senso allegorico, afferma di essere la porta (Giovanni 10,9), e solo attraverso lui si trovano la salvezza e la vita eterna. Nel paradiso i beati regnano con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia, e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla terra, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo. Spesso ci riferiamo al paradiso come a un luogo, e il significato stesso di questa parola da l’idea di un luogo. Infatti « paradiso » significa « giardino ». Il Magistero, tuttavia, non ha mai dichiarato che il paradiso è un luogo. Entrare in paradiso significa vivere in Dio, il quale non può essere circoscritto a un luogo. Scrisse Dante nella Divina Commedia: « O Padre nostro, che ne’ cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch’ai » (Purgatorio, Canto XI). L’Infinito, e cioè Dio, è fuori dello spazio e del tempo. Il Catechismo, ad es, non parla di « luogo », ma di « comunione » con Dio e con i beati (Catechismo 1024). San Giovanni Paolo II affermava che il paradiso non è un luogo fisico tra le nubi, ma un rapporto vivo e personale con la Trinità Santa. È l’incontro con il Padre che si realizza in Cristo Risorto grazie alla comunione dello Spirito Santo (Udienza Generale, 21 Luglio 1999). È vero che Gesù e Maria si trovano in cielo coi loro corpi, e che alla risurrezione dai morti anche noi, se in questa vita abbiamo praticato l’amore e la giustizia verso Dio e verso il prossimo, verremo assunti al cielo, e cioè in paradiso, coi nostri stessi corpi. Ma è altrettanto vero che, così come fu per Gesù e per sua madre, i nostri corpi verranno trasformati e glorificati, secondo le parole dell’apostolo: « Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale » (1Corinzi 15,42-44). E ancora: « Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose » (Filippesi 3,21). Questo nostro corpo risorgerà, ma sarà diverso nella gloria, poiché la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio (1Corinzi 15,50). Per carne e sangue s’intende questo corpo corruttibile. Quindi entreremo in paradiso con un corpo spirituale. Raccontando la sua visione del paradiso, Santa Faustina diceva: « Oggi in ispirito sono stata in paradiso e ho visto l’inconcepibile bellezza e felicità che ci attende dopo la morte. Ho visto come tutte le creature rendono incessantemente onore e gloria a Dio. Ho visto quanto è grande la felicità in Dio, che si riversa su tutte le creature, rendendole felici. Poi ogni gloria ed onore che ha reso felici le creature ritorna alla sorgente ed esse entrano nella profondità di Dio, contemplano la vita interiore di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che non riusciranno mai né a capire né a sviscerare. Questa sorgente di felicità è immutabile nella sua essenza, ma sempre nuova e scaturisce per la beatitudine di tutte le creature ».

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