LA DEVOZIONE PER LE SACRE IMMAGINI

La devozione per le sacre immagini è legata alla devozione per i Santi. Nella Bibbia il Signore proibisce l’uso di certe immagini, ma solo se queste sono mezzo per l’idolatria (Esodo 20,3-5; Deuteronomio 32,21; Salmi 115,4; 135,15; Isaia 40,19; 41,29; 44,9-17; 46,6; Geremia 10,5 ecc). L’uomo non deve prostrarsi davanti agli idoli né deve servirli (Esodo 20,5). Un esempio di questa idolatria, severamente proibita dal Signore, l’abbiamo nell’episodio in cui il popolo eletto fabbricò nel deserto un vitello d’oro, durante l’assenza di Mosè, accendendo l’ira del Signore. Il popolo, infatti, peccò contro il Signore idolatrando quel vitello come loro dio, attribuendogli la loro liberazione dalla schiavitù in terra d’Egitto (Esodo 32,4). Ma il Signore è l’unico vero Dio, e fu il Signore a liberare dalla schiavitù il popolo eletto e a condurlo fuori dalla terra d’Egitto. Egli e nessun altro. La proibizione di figure e immagini scolpite riguarda soltanto gli idoli, non pure ciò che favorisce il culto dell’unico vero Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo che il Signore stesso comanda l’uso di immagini sacre, come quelle di cherubini scolpite sull’Arca dell’Alleanza che egli stesso comandò di costruire (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35; 37,7-9). Oppure il serpente di rame attraverso il quale il Signore salvava gli israeliti morsi dai serpenti (Numeri 21,4-9). Il Signore non tenta nessuno al male (Giacomo 1,13), perciò nessuno può dire che il Signore condanna l’uso delle immagini sacre, quand’egli stesso ha voluto l’uso di queste, come si è detto, condannando invece l’idolatria che, contrariamente alle immagini sacre, non favorisce il culto dell’unico vero Dio. Infatti lo stesso serpente che fu fatto per ordine del Signore, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò ad adorarlo (2Re 18,4). Anche Salomone, il sapiente per eccellenza (2Cronache 1,11-12), fece porre all’interno del tempio immagini sacre che rappresentavano cherubini, buoi e leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4). Ciò fu chiaramente approvato dal Signore (1Re 9,3). Ci è lecito adornare le nostre case e le nostre parrocchie con le sacre immagini. Infatti mentre contempliamo quelle figure, siamo chiamati ad imitare ciò che rappresentano: il Signore Gesù Cristo e la Santa Vergine Maria, i Santi apostoli, i Santi angeli, i martiri e i beati. Inoltre le sacre immagini sono anche utili a migliorare la conoscenza di molti episodi biblici e a farci entrare con la mente in quelle situazioni come se noi stessi le vivessimo. Quindi sono davvero utili a noi credenti.

Anche il bacio alle sacre immagini, l’inchino e la preghiera davanti a queste ci sono lecite. E infatti, come si è detto sopra, le sacre immagini esortano noi credenti ad imitare ciò che queste rappresentano. Quindi le nostre preghiere non sono rivolte ad’un crocifisso di legno o ad’una scultura di marmo o ad’una tela, ma sono rivolte alla persona che questi rappresentano, affinché intercedano per noi presso il Signore nostro Dio. È lui la fonte di ogni grazia. Nella Sacra Scrittura vi sono tanti esempi di prostrazioni davanti alla creatura, e colui che si prostrava, almeno che non lo facesse in atteggiamento di adorazione, non era mai accusato di qualcosa di illecito. Vediamo qualche passo biblico: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra » (Genesi 33,3). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). In Rivelazione, invece, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché l’apostolo, credendo di vedere la maestà del Signore Dio, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione, e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi l’inchino e la preghiera davanti alle sacre immagini non è un atto di idolatria, così come non è idolatria il baciare una figura per devozione verso ciò che rappresenta. Infatti, talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, i figli, i genitori, i defunti. Certamente non rechiamo alcuna offesa al Signore Dio né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo le sacre immagini. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

Quanto all’incensare le immagini sacre, non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

Pure le processioni della Chiesa sono lecite e non servono per adorare creature né oggetti inanimati. Partecipare alle processioni vuol dire riconoscere e omaggiare pubblicamente Cristo, Maria e i Santi. Durante le processioni la fede di noi cattolici viene pubblicamente manifestata. Ciò è cosa buona è giusta. La Chiesa è una comunione di santi, poiché tutti i fedeli sono battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, il quale è formato da molte membra (1Corinzi 12,13-14). Il membro più importante è Cristo, che è il capo. È giusto quindi che tutta la Chiesa gioisca quando un Santo è onorato, secondo le parole dell’apostolo che afferma che se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui (1Corinzi 12,26). Nel vangelo Cristo afferma: « Se uno serve me, il Padre lo onorerà » (Giovanni 12,26). I Santi che sono nella gloria del cielo hanno servito il Signore Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se il Signore Dio onora i Santi nel cielo, perché non dovremmo onorarli anche noi? Noi cattolici li onoriamo e proclamiamo così la bontà del Padre che ha fatto risplendere nei Santi l’opera della redenzione.

Infine, anche la devozione per le reliquie è legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo col mantello di Elia, separando le acque dopo averle percosse con quel mantello e potendo così passare dall’altra parte (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Nel suo vangelo Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce.

PRIMOGENITO

Secondo il senso letterale, primogenito – dal greco prototòkos (equivalente dell’ebraico bekòr) che significa « primo nato » – è utilizzato per indicare il primo figlio, a prescindere se sia l’unico oppure il maggiore di altri fratelli, poiché nessun’altro fu generato prima di lui. Infatti l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto « il suo primogenito » (Ebrei 1,6). Per gl’Israeliti primogenito era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Il primogenito inoltre era privilegiato rispetto ai suoi fratelli (Deuteronomio 21,17), e perciò nella Bibbia viene fatto uso di questo termine anche in senso figurato, in riferimento a chi viene elevato al di sopra degli altri: « Io inoltre lo costituirò mio primogenito, il più eccelso dei re della terra » (Salmi 89,27). Così il Figlio di Dio è detto « primogenito della creazione » (Colossesi 1,15) in senso figurato, in riferimento alla sua superiorità sulla creazione, e non in ordine cronologico, come se fosse la prima creatura, egli che è la causa prima di tutte le cose (Giovanni 1,3; Colossesi 1,16-17; Ebrei 1,2; 1Corinzi 8,6). Per « primo creato » il greco ha protoktistos, non prototòkos. Anche il popolo eletto è detto in senso figurato « figlio primogenito » (Esodo 4,22).

SANGUE E ACQUA

Dal fianco trafitto di Gesù sulla croce, fuoriuscirono sangue e acqua (Giovanni 19,34), che secondo il senso spirituale della parola di Dio significano i sacramenti della Chiesa: Eucaristia (Matteo 26,27-28; Giovanni 6,54-56) e Battesimo (Giovanni 4,13-14; 1Pietro 3,20-21).

I DONI DEI MAGI

I doni che i maghi d’oriente portarono a Gesù (Matteo 2,11), hanno un certo significato cristologico: simboleggiano la regalità, divinità e umanità di Gesù. L’oro, dono riservato ai re (1Re 10,2.10), simboleggia la regalità di Gesù Re dei re (Apocalisse 17,14). L’incenso, bruciato sull’altare come offerta a Dio (Esodo 30; Levitico 2; Luca 1,8-10), simboleggia la divinità di Gesù, nostro grande Dio e Signore (Giovanni 20,28; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; Giuda 1,4). La mirra, usata per conservare i cadaveri (Giovanni 19,39), simboleggia la morte di Gesù, quindi la sua umanità (Giovanni 1,14; Galati 4,4). Quanto ai maghi (chiamati magi dalla tradizione cattolica) – non stregoni né ciarlatani, ma astrologi e interpretatori di sogni – che vennero ad adorare il bambino, rappresentano la primizia dei credenti provenienti dai non circoncisi.

IL MAGISTERO

Cristo ha affidato le chiavi dell’autentica interpretazione della parola di Dio, scritta e trasmessa, al solo magistero costituito dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui (Matteo 16,19; 18,18), i quali esercitano questa autorità nel nome di Gesù Cristo (Matteo 10,14; Luca 10,16) e sotto l’assistenza del suo Santo Spirito (Giovanni 14,15-17; Matteo 28,20). « Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio » (Dei Verbum 10).

Tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica 85-87

HEÔS (FINCHÉ) E PROTOTÒKOS (PRIMOGENITO)

Matteo 1,24-25: Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé la sua sposa, e non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio primogenito, e gli pose nome Gesù.

L’evangelista fa uso della congiunzione temporale heôs (finché, fino a quando) per negare un’azione per il tempo passato, ma non per riferire un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita del bambin Gesù, Giuseppe e Maria ebbero rapporti coniugali (nella Scrittura il verbo « conoscere » è spesso sinonimo di unione coniugale, Genesi 1,1.17.25), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo. Riguardo l’uso di heôs, la Scrittura ci dà alcuni esempi: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché (heôs) io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Salmi 109,1 Settanta). Ora quel finché, non significa che dopo, Gesù Cristo, non siederà più alla destra del Padre. « Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al (heôs) giorno della sua morte » (2Samuele 6,23 Settanta). Certamente Mikal non ebbe figli dopo la sua morte, e perciò, come già detto sopra, « heôs » (finché, fino a quando) non implica necessariamente un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Quanto al prototòkos (primogenito) era per gl’Israeliti un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Allora un primogenito non necessariamente ha dei fratelli germani, poiché si usava chiamare un figlio primogenito sia che fosse il maggiore di più figli, sia che fosse l’unico, poiché nessuno è nato prima di lui.

LA PREGHIERA DELL’AVE MARIA

La preghiera dell’Ave Maria trova nella Bibbia il suo fondamento:

› Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Le parole sono prese dall’episodio dell’Annunciazione, e sono pronunciate da Gabriele (Luca 1,28). Il latino ave traduce il greco chaire, e cioè rallegrati. Si tratta di un invito alla gioia.

› Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Le parole sono prese dall’episodio dell’incontro tra la vergine Maria e la parente Elisabetta. Fu Elisabetta, sotto l’azione dell’ Spirito Santo, ad esclamare a gran voce queste magnifiche parole (Luca 1,41-42). Il nome « Gesù » è un’aggiunta posteriore.

› Santa Maria, madre di Dio,

Maria è Santa perché santificata dalla grazia. Maria è la kecharitomene (Luca 1,28), la piena di grazia. Invocare Maria come madre di Dio significa riconoscere Gesù come vero Dio e vero uomo, e professare la fede in lui. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo Signore è la traduzione dal greco Kyrios, che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma YHWH, il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza Kyrios (Signore) e Theos (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ».

› prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

In Giovanni 2,1-11 viene raccontato che durante uno sposalizio in cui erano presenti Gesù e sua madre, Maria intercede per gli invitati, i quali non avevano più vino. Gesù allora non poté rifiutare la richiesta di sua madre alla quale non tarda a rispondere. Così, proprio in quell’episodio, e per intercessione di Maria sua madre, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli fece riempire d’acqua sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili, e l’acqua divenne vino buono. Il significato teologico delle nozze di Cana è quello dello sposalizio tra Gesù e l’umanità, e lo sposo che conserva il vino buono (Giovanni 2,9-10) – immagine simbolica dell’amore sponsale tra Dio e il suo popolo – è Gesù medesimo. E Maria è colei che presso suo Figlio intercede per l’umanità. Ella si mette in mezzo esercitando la sua carità. La carità esercitata da Maria sulla terra viene ancora esercitata nel cielo, dove i beati regnano con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla terra, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei beati per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i beati nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Luca 15,7; Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo sono perfetti nella carità, tanto più perfette delle nostre sono le preghiere che i beati rivolgono a Dio per noi. Maria poi si trova in cielo già col suo corpo glorificato (Munificentissimus Deus). La Chiesa, fin dai primi secoli, ha invocato l’aiuto della Santa madre di Dio. Maria può ottenerci da Dio qualsiasi grazia.

› Amen. Verità.

FEDE E IGNORANZA INVINCIBILE

La Chiesa rifacendosi ad alcune Scritture (Matteo 10,22; Marco 16,16; Giovanni 3,18.36; Romani 10,14; Ebrei 11,6) insegna che la fede è assolutamente necessaria per conseguire la salvezza eterna. In un documento del 1964, Paolo VI afferma: « Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare » (Lumen Gentium 14).

Riguardo la salvezza eterna di coloro che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua Chiesa, la Chiesa insegna:

« A noi ed a voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato » (Pio IX, Quanto Conficiamur).

« Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna » (Paolo VI, Lumen Gentium 16).

È detta « ignoranza invincibile » e non colpevole quella di una persona che, ad es, nel ricercare la verità è impossibilitata a trovare le informazioni necessarie per conoscerla. È il caso, ad es, di una persona nata e cresciuta dove non vi è mai arrivato qualche predicatore del vangelo. Ma se l’atto della volontà precede quello dell’intelletto, ed è il caso di chi volontariamente trascura di informarsi intorno alla verità, e perciò preferisce ignorare, l’ignoranza passa da « invincibile » a « vincibile » e perciò colpevole e inescusabile.

MARIA MADRE DI DIO

Il dogma della maternità divina di Maria fu decretato nel Concilio di Efeso del 431. Il Santo Concilio ha confessato che « la Vergine Santa è madre di Dio, essendosi il Logos di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa ». Quindi ha decretato che « se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Logos fatto carne, sia anatema! ». Certamente Maria non comincia ad essere madre di Dio nel 431, ma lo era già prima, e cioè da quando fu incinta del Emmanuele per opera dello Spirito Santo (Luca 1,35; Matteo 1,23). Il dogma della divina maternità di Maria ha innegabili basi bibliche. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo « Signore » è la traduzione dal greco « Kyrios », che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma « YHWH », il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza « Kyrios » (Signore) e « Theos » (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ». Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio, il Logos eterno del Padre, per divina volontà (comune a tutte tre le persone della Trinità) assunse la natura umana (facendosi del tutto simile a noi fuorché nel peccato) nascendo da una donna (Giovanni 1,14, Galati 4,4), cioè dalla vergine Maria. Il Figlio di Dio, prendendo forma umana (Giovanni 1,14; Filippesi 2,5-8; 1Timoteo 3,16; 1Giovanni 4,2) non ha cessato d’essere Dio (Giovanni 8,58; 10,30; 14,9; Colossesi 2,9). Allo stesso modo, dopo la morte sulla croce (secondo la natura umana è veramente morto sulla croce e poi risorto il terzo giorno) il Figlio di Dio non ha abbandonato la natura umana che egli aveva assunta (Luca 24,36-43; Giovanni 20,24-29; Atti 1,3; 2,27.31; Ebrei 13,8). Quindi Gesù Cristo è pienamente Dio e pienamente uomo sempre. Le due nature sussistono nell’unità della persona divina del Logos, senza confusione né mutamento né divisione né separazione. Gesù Cristo, quindi, non è un semidio né un uomo abitato dal Logos né tantomeno Dio si è convertito in carne. Ma il Logos, che è Dio, ha assunto la natura umana, cioè si è unito ad essa sostanzialmente, e perciò Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. Signore di Davide secondo la divinità, figlio di Davide secondo la carne. Ora, la vergine Maria non ha generato la divinità (dalla quale anch’ella è stata creata), ma solo la carne assunta dal Figlio di Dio. Tuttavia, proprio perché « da lei è nato il Santo corpo dotato di anima razionale, al quale il Logos è unito sostanzialmente » (Seconda lettera di Cirillo a Nestorio), si deve credere senz’ombra di dubbio che la vergine Maria è madre di Dio. Infatti una madre genera il corpo del proprio figlio ma non la sua anima, la quale è creata è infusa da Dio al momento del concepimento. Tuttavia corpo e anima sono una sola persona, e perciò una madre è tale non solo in riferimento al corpo di suo figlio, ma lo è di suo figlio tutto intero. Allo stesso modo, Maria è madre di suo figlio Gesù tutto intero, vero Dio e vero uomo. E poiché Gesù è un solo soggetto, quello divino, allora si deve credere che Maria è madre di Dio. Se per fede crediamo che il divin Figlio si è fatto pienamente uomo rimanendo pienamente Dio, allora per fede dobbiamo credere che la vergine Maria è vera madre di Dio. L’incarnazione del Figlio di Dio e la maternità divina di Maria sono due verità della fede intimamente legate fra loro. Non si può credere una sola di queste verità, e negarne l’altra.

GIACOMO, GIUSEPPE, SIMONE E GIUDA

Matteo 13,55: Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Marco 6,3: Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Tra i dodici apostoli scelti da Gesù, ci sono Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Matteo 10,2) – e Giuda suo fratello (Luca 6,16; Giuda 1), da non confondere con il Traditore. Questi sono due dei quattro fratelli menzionati nei vangeli (Matteo 13,55; Marco 6,3). Sono anche gli autori delle omonime lettere. Questo Giacomo è figlio di Alfeo (Matteo 10,4; Atti 1,13), da non confondere con Alfeo di Levi (Marco 2,14). Quindi il padre di questi fratelli non è Alfeo. Andiamo avanti con la lettura dei vangeli e scopriamo chi sia invece la loro madre:

Matteo 27,55-56: C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano, esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41: C’erano là alcune donne che osservavano da lontano, tra le altre: Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salomè, le quali lo seguivano e lo servivano.

La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria. Continuiamo ancora con la lettura dei vangeli e scopriamo di quale Maria si tratta:

Matteo 27,61: Erano lì, davanti al sepolcro, Maria Maddalena e l’altra Maria.

Matteo 28,1: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro.

Marco 16,1: Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.

La madre di Giacomo, di Ioses, di Simone e di Giuda viene chiamata da Matteo « l’altra Maria » per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Anche Giovanni menziona questa Maria:

Giovanni 19,25: Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèopa, e Maria Maddalena.

Quindi l’altra Maria, madre di Giacomo e di Ioses – fratelli di Giuda e di Simone – è Maria di Clèopa. Perciò i genitori di questi fratelli sono Alfeo (Clèopa) e Maria di Clèopa. Simone – secondo la testimonianza dello scrittore giudeo cristiano Egesippo (II secolo), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32) – è un cugino di Gesù, perché suo padre Clèopa è il fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù. – Clèopa e Alfeo di Giacomo sono probabilmente la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo). Quindi Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, menzionati nei vangeli come fratelli di Gesù, sono suoi cugini di primo grado, figli di Alfeo e di Maria di Clèopa. Il termine greco adelphós, tradotto con « fratello », è l’equivalente dell’ebraico ach, e viene utilizzato con un senso più ampio rispetto al solo fratello uterino. Adelphós viene utilizzato in riferimento ai fratelli germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta + Marco 6,3), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli, vengono utilizzate queste formule: « Suo fratello, figlio di sua madre » (Genesi 43,29 Septuaginta). « Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre » (Levitico 20,17 Septuaginta). « Miei fratelli, figli di mia madre » (Giudici 8,19 Septuaginta). « Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre » (Matteo 4,21). Quei fratelli che vennero da Gesù, assieme a Maria sua madre (Matteo 12,46), erano alcuni parenti, forse gli stessi che non avevano creduto in lui (Giovanni 7,5). Quella fu occasione per Gesù di insegnare che i suoi veri fratelli sono coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,47-50). Dove chiaramente « fratello, sorella e madre » vuole indicare una stretta relazione secondo lo spirito, non secondo la carne.

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