
ATTI 7,60: IL SIGNORE INVOCATO DA STEFANO È GESÙ, NON GEOVA
di Giuseppe Monno
Atti 7,59-60
59 E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito».
60 Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.
Il racconto del martirio di Stefano in Atti 7 rappresenta uno dei testi più luminosi e teologicamente densi del Nuovo Testamento. Proprio per questo, esso è anche uno dei passi più frequentemente oggetto di manipolazioni dottrinali. Tra queste, spicca la resa della Traduzione del Nuovo Mondo, che introduce nel versetto 60 il nome “Geova”, alterando gravemente il senso del testo sacro.
Il testo greco è inequivocabile:
Atti 7,59: «Kyrie Iesou» — Signore Gesù
Atti 7,60: «Kyrie» — Signore
Non esiste alcun manoscritto greco a nostra disposizione che contenga il nome “Geova” (o il tetragramma) in Atti 7,60. La Traduzione del Nuovo Mondo, dunque, non traduce: inserisce arbitrariamente un nome che il testo non contiene.
Questa non è traduzione, ma interpolazione ideologica.
Nel greco del Nuovo Testamento, come in ogni lingua naturale, quando un soggetto è già chiaramente identificato, esso non viene ripetuto inutilmente.
Nel nostro caso:
Stefano inizia la sua preghiera rivolgendosi esplicitamente a Gesù: «Signore Gesù, accogli il mio spirito».
Subito dopo, senza alcuna interruzione narrativa o cambio di interlocutore, prosegue: «Signore, non imputare loro questo peccato».
Non compare né “Dio” né “Padre” né alcun segnale di cambio di destinatario. La conclusione è che il “Signore” del versetto 60 è lo stesso “Signore Gesù” del versetto 59. Negarlo significa violare le più elementari regole di grammatica e coerenza testuale.
Il contesto immediato rafforza ulteriormente questa evidenza.
In Atti 7,55-56, Stefano contempla la gloria di Dio, ma vede Gesù alla destra di Dio e si rivolge direttamente a Lui. La scena non cambia. Stefano non distoglie lo sguardo, non interrompe la preghiera, non introduce un nuovo interlocutore.
Egli muore guardando Gesù e parlando a Gesù.
Inserire “Geova” in questo punto significa spezzare artificialmente una scena che nel testo è perfettamente unitaria.
Le parole di Stefano: «Signore, non imputare loro questo peccato», richiamano chiaramente quelle di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro» (Luca 23,34). Questo parallelo è teologicamente potentissimo: Stefano imita Cristo, muore come Cristo e si affida a Cristo.
E soprattutto, Stefano attribuisce a Gesù un ruolo divino, quello di giudicare e perdonare i peccati.
Ora, nella mentalità ebraica, solo Dio può accogliere lo spirito e non imputare il peccato. E Stefano attribuisce entrambe queste prerogative a Gesù.
La scelta della Traduzione del Nuovo Mondo di tradurre “Signore” con “Geova” nel versetto 60 non è neutra: introduce un nome assente nel testo, crea un cambio di interlocutore inesistente ed evita deliberatamente una conclusione teologica scomoda, ovvero che Stefano prega Gesù come Dio.
Questa operazione non ha alcun fondamento filologico. È una scelta dettata esclusivamente da presupposti dottrinali.
La tradizione cristiana, fin dalle origini, ha sempre letto questo passo in modo coerente: Stefano si rivolge a Cristo; Cristo è il Signore della vita e della morte; Cristo riceve lo spirito dei fedeli.
Questo passo è stato uno dei più forti argomenti nella fede della Chiesa primitiva per affermare la divinità di Cristo.
Atti 7,60 non lascia spazio a dubbi per chi legge il testo con onestà: il “Signore” invocato da Stefano è Gesù; non vi è alcuna base testuale per introdurre “Geova”; la Traduzione del Nuovo Mondo altera il testo per adattarlo a una teologia predefinita.
Stefano, primo martire della Chiesa, muore così come ha vissuto: guardando, invocando e affidandosi totalmente a Gesù Cristo, suo Signore e suo Dio.