ATTI 7,60: IL SIGNORE INVOCATO DA STEFANO È GESÙ, NON GEOVA

ATTI 7,60: IL SIGNORE INVOCATO DA STEFANO È GESÙ, NON GEOVA
di Giuseppe Monno

Atti 7,59-60
59 E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito».
60 Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

Il racconto del martirio di Stefano in Atti 7 rappresenta uno dei testi più luminosi e teologicamente densi del Nuovo Testamento. Proprio per questo, esso è anche uno dei passi più frequentemente oggetto di manipolazioni dottrinali. Tra queste, spicca la resa della Traduzione del Nuovo Mondo, che introduce nel versetto 60 il nome “Geova”, alterando gravemente il senso del testo sacro.

Il testo greco è inequivocabile:
Atti 7,59: «Kyrie Iesou» — Signore Gesù
Atti 7,60: «Kyrie» — Signore

Non esiste alcun manoscritto greco a nostra disposizione che contenga il nome “Geova” (o il tetragramma) in Atti 7,60. La Traduzione del Nuovo Mondo, dunque, non traduce: inserisce arbitrariamente un nome che il testo non contiene.
Questa non è traduzione, ma interpolazione ideologica.

Nel greco del Nuovo Testamento, come in ogni lingua naturale, quando un soggetto è già chiaramente identificato, esso non viene ripetuto inutilmente.

Nel nostro caso:
Stefano inizia la sua preghiera rivolgendosi esplicitamente a Gesù: «Signore Gesù, accogli il mio spirito».
Subito dopo, senza alcuna interruzione narrativa o cambio di interlocutore, prosegue: «Signore, non imputare loro questo peccato».

Non compare né “Dio” né “Padre” né alcun segnale di cambio di destinatario. La conclusione è che il “Signore” del versetto 60 è lo stesso “Signore Gesù” del versetto 59. Negarlo significa violare le più elementari regole di grammatica e coerenza testuale.

Il contesto immediato rafforza ulteriormente questa evidenza.

In Atti 7,55-56, Stefano contempla la gloria di Dio, ma vede Gesù alla destra di Dio e si rivolge direttamente a Lui. La scena non cambia. Stefano non distoglie lo sguardo, non interrompe la preghiera, non introduce un nuovo interlocutore.
Egli muore guardando Gesù e parlando a Gesù.

Inserire “Geova” in questo punto significa spezzare artificialmente una scena che nel testo è perfettamente unitaria.

Le parole di Stefano: «Signore, non imputare loro questo peccato», richiamano chiaramente quelle di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro» (Luca 23,34). Questo parallelo è teologicamente potentissimo: Stefano imita Cristo, muore come Cristo e si affida a Cristo.

E soprattutto, Stefano attribuisce a Gesù un ruolo divino, quello di giudicare e perdonare i peccati.
Ora, nella mentalità ebraica, solo Dio può accogliere lo spirito e non imputare il peccato. E Stefano attribuisce entrambe queste prerogative a Gesù.

La scelta della Traduzione del Nuovo Mondo di tradurre “Signore” con “Geova” nel versetto 60 non è neutra: introduce un nome assente nel testo, crea un cambio di interlocutore inesistente ed evita deliberatamente una conclusione teologica scomoda, ovvero che Stefano prega Gesù come Dio.

Questa operazione non ha alcun fondamento filologico. È una scelta dettata esclusivamente da presupposti dottrinali.

La tradizione cristiana, fin dalle origini, ha sempre letto questo passo in modo coerente: Stefano si rivolge a Cristo; Cristo è il Signore della vita e della morte; Cristo riceve lo spirito dei fedeli.
Questo passo è stato uno dei più forti argomenti nella fede della Chiesa primitiva per affermare la divinità di Cristo.

Atti 7,60 non lascia spazio a dubbi per chi legge il testo con onestà: il “Signore” invocato da Stefano è Gesù; non vi è alcuna base testuale per introdurre “Geova”; la Traduzione del Nuovo Mondo altera il testo per adattarlo a una teologia predefinita.

Stefano, primo martire della Chiesa, muore così come ha vissuto: guardando, invocando e affidandosi totalmente a Gesù Cristo, suo Signore e suo Dio.

ROMANI 10,13: “SIGNORE”, NON “GEOVA”

ROMANI 10,13: “SIGNORE”, NON “GEOVA”
di Giuseppe Monno

Romani 10,13
«Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.»

Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo inseriscono arbitrariamente il nome “Geova” al posto del genitivo Kyriou (“del Signore”). Tuttavia, nel testo originale greco del Nuovo Testamento non compare mai il tetragramma YHWH, né alcuna sua traslitterazione. L’introduzione di “Geova” rappresenta quindi una scelta interpretativa estranea al testo.

Inoltre, la forma “Geova” non corrisponde alla pronuncia originaria del tetragramma e deriva da una costruzione medievale (circa XIII secolo).

Ma il punto decisivo è il contesto. L’apostolo Paolo sta parlando chiaramente di Gesù Cristo:

«Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Romani 10,9).

E ancora:

«Non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, poiché lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano» (Romani 10,12).

Il “Signore” di cui Paolo parla è dunque Gesù Cristo. Di conseguenza, anche il versetto 13 — «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» — si riferisce a Lui.

Qui Paolo cita il profeta Gioele, dove il testo originario parla di YHWH. Applicando questo passo a Cristo, l’apostolo compie un’affermazione teologicamente decisiva: il nome del Signore da invocare per la salvezza è quello di Gesù. In tal modo, egli identifica il Signore dell’Antico Testamento con il Signore Gesù Cristo.

Sostituire “Signore” con “Geova” in questo contesto non è una scelta neutrale, ma altera il senso del testo e spezza il legame teologico stabilito dall’apostolo tra l’Antico e il Nuovo Testamento.

La fede cristiana, invece, riconosce in Gesù «il Signore di tutti» (Romani 10,12), colui nel quale si compie la promessa della salvezza universale. Come afferma anche la Lettera ai Filippesi:

«Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi […] e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore» (Filippesi 2,9-11).

Invocare il nome di Gesù significa dunque invocare il Signore stesso, partecipando alla salvezza che Dio ha donato al mondo per mezzo di Lui.

GESÙ CRISTO, YHWH RIVELATO: COMPIMENTO DELLE SCRITTURE E SIGNORE DI TUTTO

GESÙ CRISTO, YHWH RIVELATO: COMPIMENTO DELLE SCRITTURE E SIGNORE DI TUTTO
di Giuseppe Monno

Efesini 4,7-8
«Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: “Salito in alto, egli ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini.”»

Nella lettera alla Chiesa di Efeso, l’apostolo Paolo applica esplicitamente a Gesù Cristo parole che, nel Salmo, sono riferite a Dio stesso. Questo è un punto di grande rilevanza teologica e apologetica: Paolo identifica l’opera e la dignità di Cristo con quelle di Dio.

Salmo 68,18
«Tu sei salito in alto, portando prigionieri; hai ricevuto doni dagli uomini, anche dai ribelli, perché il Signore Dio dimori tra loro.»

Nel testo ebraico compare “YH” (forma abbreviata del tetragramma YHWH), che designa il Dio d’Israele. Tuttavia, Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, applica questo passo a Gesù Cristo, mostrando così che Cristo partecipa pienamente dell’identità e dell’autorità divine.

Infatti, egli afferma che Cristo «è salito al di sopra di tutti i cieli per riempire tutte le cose» (Efesini 4,10). Questa espressione non può essere attribuita a una semplice creatura: solo Dio può riempire ogni cosa. L’ascensione di Cristo, quindi, non è soltanto un evento glorioso, ma una dichiarazione della sua signoria universale.

Inoltre, Cristo «ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini» (Efesini 4,8). I “prigionieri” non sono da intendersi in senso negativo, ma indicano coloro che sono stati liberati dal peccato e ora appartengono a Cristo. Sono “prigionieri” nel senso paolino: persone totalmente conquistate dalla grazia di Dio.

Lo stesso apostolo si definisce «prigioniero nel Signore» (Efesini 4,1), non per costrizione, ma per appartenenza totale e volontaria. Allo stesso modo, in Colossesi 3,23-24 esorta i credenti a fare ogni cosa come per il Signore e non per gli uomini, riconoscendo Cristo come il vero Signore della vita.

I doni distribuiti da Cristo sono poi specificati: «Egli ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri» (Efesini 4,11). Questi ministeri non sono invenzioni umane, ma doni del Cristo glorificato, finalizzati a «preparare i santi per l’opera del ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4,12).

Da tutto questo emerge con chiarezza un dato fondamentale: Gesù Cristo non è semplicemente un inviato di Dio, ma condivide la sua stessa identità divina. L’applicazione a Cristo di un testo che parla esplicitamente di YHWH costituisce una forte testimonianza biblica della sua divinità.

Pertanto, confessare che “Gesù Cristo è il Signore” non è solo una formula devozionale, ma una dichiarazione teologica profonda: significa riconoscere in Lui il Dio vivente, degno di adorazione, obbedienza e fede.

DIO VALUTATO A TRENTA SICLI D’ARGENTO: IL COMPIMENTO IN CRISTO

DIO VALUTATO A TRENTA SICLI D’ARGENTO: IL COMPIMENTO IN CRISTO
di Giuseppe Monno

Zaccaria 11,12-13
«Poi dissi loro: “Se vi pare giusto, datemi il mio salario; altrimenti, lasciate stare”. Essi allora pesarono il mio salario: trenta sicli d’argento. Ma il Signore mi disse: “Gettalo nel tesoro, questa bella somma con cui sono stato da loro valutato!”. Io presi i trenta sicli d’argento e li gettai nel tesoro della casa del Signore.»

Matteo 26,14-16
«Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.»

Matteo 27,3-10
Giuda, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti; essi, dopo essersi consultati, comprarono con quel denaro il campo del vasaio, «come il Signore mi aveva ordinato».

Il collegamento tra questi testi è evidente. In Zaccaria è il Signore stesso a dichiarare di essere stato valutato trenta sicli d’argento. Nel Vangelo, la medesima somma è il prezzo del tradimento di Cristo.

Non si tratta di una coincidenza, ma di un chiaro compimento profetico: ciò che nell’Antico Testamento è riferito a Dio, nel Nuovo Testamento si realizza nella persona di Gesù.

Nella Traduzione del Nuovo Mondo, il testo di Zaccaria attribuisce esplicitamente queste parole a Geova. Tuttavia, nel Nuovo Testamento, i Testimoni di Geova negano che Gesù Cristo sia Dio.

Si crea così una tensione difficilmente risolvibile:
in Zaccaria è Dio stesso ad essere valutato trenta sicli d’argento; nel Vangelo è Cristo ad essere venduto per quella stessa somma.

Chi è, dunque, colui che viene valutato?

Se si nega che Gesù sia Dio, il parallelismo resta senza spiegazione adeguata. Se invece si accoglie la rivelazione del Nuovo Testamento, tutto diventa coerente: in Cristo si compie ciò che Dio aveva annunciato.

L’evangelista Matteo non presenta un semplice fatto storico, ma un evento che realizza le Scritture. Il prezzo di trenta monete, già indicato in Esodo 21,32 come valore di uno schiavo, diventa il segno del rifiuto e del disprezzo.

In Gesù, Dio stesso entra nella storia e accetta di essere valutato, rifiutato e consegnato.

La fede cattolica non afferma che Gesù sia il Padre, ma che egli è il Figlio eterno, consustanziale al Padre. Distinto come Persona, egli condivide indivisibilmente la stessa natura divina.

Per questo, il Nuovo Testamento può applicare a Cristo ciò che nell’Antico Testamento è detto di Dio, senza contraddizione ma nella continuità della rivelazione.

Gesù è l’Emmanuele, «Dio con noi» (cfr. Matteo 1,23): in lui è Dio stesso che viene tradito e venduto.

La corrispondenza tra Zaccaria 11,12-13 e il racconto della Passione non è casuale, ma rivela una verità profonda: colui che viene valutato trenta monete non è soltanto un uomo, ma è il Figlio eterno di Dio.

Negare questa identificazione significa non rendere conto dell’unità della Scrittura.
Riconoscerla, invece, conduce al cuore della fede cristiana: in Gesù Cristo è Dio stesso che si dona e si lascia consegnare per la salvezza del mondo.

MATTEO 26,26-28: L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA

MATTEO 26,26-28: L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA
di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-28
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati».

Per sostenere la dottrina secondo cui il pane e il vino della Cena del Signore sarebbero soltanto simboli, gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova rendono l’espressione greca touto estin con «questo rappresenta».

È vero che, in alcuni contesti particolari, il verbo estin («è») può assumere un valore figurato, traducibile con «significa» o «rappresenta» (cfr. Matteo 13,39; Apocalisse 13,18). Tuttavia, tale possibilità dipende sempre dal contesto. Nel racconto dell’istituzione eucaristica, nulla giustifica una simile interpretazione simbolica.

Al contrario, il contesto è solenne e diretto: Gesù non spiega una parabola né introduce un’immagine, ma compie un gesto sacramentale accompagnato da parole semplici e inequivocabili:
«Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue».

È significativo, inoltre, che nella loro stessa edizione interlineare (The Kingdom Interlinear Translation of the Greek Scriptures, 1985), gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducano correttamente touto estin to sōma mou con «this is my body» («questo è il mio corpo») e touto gar estin to haima mou con «this is my blood» («questo è il mio sangue»). Solo nelle versioni successive scelgono di rendere estin con «significa» o «rappresenta», introducendo così un’interpretazione che non deriva dal testo, ma da una posizione dottrinale.

Tutte le principali traduzioni bibliche, antiche e moderne, concordano infatti nella resa letterale: «questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue».

Anche la testimonianza apostolica conferma questa interpretazione. San Paolo scrive:
«Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Corinzi 11,29). L’Apostolo non parla di un semplice simbolo, ma di una realtà che esige discernimento e fede.

Questo insegnamento si radica nelle stesse parole di Gesù nel discorso sul pane della vita:
«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (cfr. Giovanni 6,55).
Di fronte a queste parole, molti discepoli si scandalizzano e abbandonano Gesù (cfr. Giovanni 6,60-66), segno che non le avevano comprese in senso puramente simbolico.

Tradurre touto estin con «questo rappresenta» in Matteo 26,26-28 non è una resa neutrale, ma un’interpretazione che indebolisce il senso pieno delle parole di Cristo.

La testimonianza concorde della Scrittura, correttamente interpretata alla luce della Tradizione cristiana, afferma che, nell’Eucaristia, la sostanza del pane e del vino si trasforma realmente e totalmente nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo, pur rimanendo inalterate le apparenze.

Le parole di Gesù restano chiare e decisive:
«Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue».

GENESI 1,2: LO SPIRITO DI DIO

GENESI 1,2: LO SPIRITO DI DIO
di Giuseppe Monno

Genesi 1,2
«La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque.»

Nel testo ebraico di Genesi 1,2 compare l’espressione ruach Elohim, che significa letteralmente «Spirito di Dio». Il termine ebraico ruach può indicare vento, soffio o spirito, ma nel contesto biblico, soprattutto quando è riferito a Dio, assume un significato teologico preciso.

La Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova rende questa espressione con «forza attiva», una scelta che non deriva dal testo, ma da un’interpretazione dottrinale. Tale resa, infatti, non è una traduzione letterale, bensì una parafrasi che tende a ridurre lo Spirito di Dio a una realtà impersonale.

Al contrario, la Sacra Scrittura presenta lo Spirito Santo come Persona divina: non una semplice energia o forza impersonale, ma soggetto dotato di libertà, volontà e intelligenza.

Numerosi passi della Sacra Scrittura lo attestano chiaramente: lo Spirito conosce e scruta ogni cosa (cfr. 1 Corinzi 2,10-11), intercede con volontà e intelligenza (cfr. Romani 8,26-27), insegna e guida alla verità (cfr. Giovanni 14,26; 16,13), rende testimonianza a Cristo (cfr. Giovanni 15,26), può essere rattristato (cfr. Efesini 4,30) ed è oggetto di menzogna (cfr. Atti 5,3-4), tanto che mentire allo Spirito equivale a mentire a Dio stesso.

Inoltre, Cristo stesso lo designa come Paraclito (cfr. Giovanni 14,16), termine personale che significa «Consolatore», «Avvocato» o «Difensore», e che non può essere attribuito a una realtà impersonale. Lo stesso evangelista, riferendosi allo Spirito, impiega il pronome personale maschile (ekeinos, «egli»: cfr. Giovanni 16,13-14), evidenziandone in modo esplicito la soggettività personale.

Lo Spirito Santo è la terza Persona della Trinità: distinto dal Padre e dal Figlio, condivide indivisibilmente la medesima natura divina.

Anche l’Antico Testamento, pur senza una rivelazione ancora piena del mistero trinitario, prepara questa verità: lo Spirito di Dio è presentato come principio di vita e di azione divina. In Genesi 1,2 egli «aleggia» sulle acque, espressione che richiama un’azione vivificante e creatrice, non una semplice forza impersonale.

È significativo che la quasi totalità delle traduzioni bibliche, antiche e moderne, renda ruach Elohim con «Spirito di Dio», nel rispetto del dato linguistico e del contesto teologico del testo.

Tradurre «forza attiva» al posto di «Spirito di Dio» non è una scelta neutrale, ma un’interpretazione che altera il senso originario del testo. La testimonianza complessiva della Sacra Scrittura, invece, attesta con chiarezza che lo Spirito Santo è una Persona divina, operante fin dall’inizio della creazione.

1 PIETRO 1,11: LO SPIRITO DI CRISTO

1 PIETRO 1,11: LO SPIRITO DI CRISTO
di Giuseppe Monno

1 Pietro 1,10-11 (Traduzione del Nuovo Mondo)
«In merito a questa salvezza, i profeti […] cercavano di scoprire quale momento o quali circostanze riguardanti Cristo venissero indicati dallo spirito che era in loro, quando lo spirito faceva conoscere in anticipo le sofferenze che Cristo avrebbe dovuto subire e la gloria che le avrebbe seguite.»

Il testo della Traduzione del Nuovo Mondo omette un’espressione fondamentale presente nell’originale greco. In 1 Pietro 1,11, infatti, il testo greco recita chiaramente: pneuma Christou, cioè «Spirito di Cristo».

Il passo greco dice:
[…] eraunōntes eis tina ē poion kairon edēlou to en autois pneuma Christou promartyromenon ta eis Christon pathēmata kai tas meta tauta doxas.

L’espressione pneuma Christou non può essere resa genericamente con «lo spirito che era in loro», poiché essa identifica in modo preciso lo Spirito come appartenente a Cristo.

Le principali traduzioni bibliche, antiche e moderne, rendono coerentemente questa espressione con «Spirito di Cristo», riconoscendo la specificità del testo e la sua rilevanza teologica.

Il significato è di grande importanza: i profeti dell’Antico Testamento parlavano mossi dallo Spirito di Cristo presente in loro, che preannunciava le sofferenze del Messia e la gloria futura. Ciò implica che Cristo non è una realtà sorta nel tempo, ma è già operante prima dell’Incarnazione.

Questo dato si inserisce armonicamente nell’insegnamento più ampio della Scrittura. Lo Spirito Santo è detto «Spirito di Dio» (cfr. Matteo 10,20) e, allo stesso tempo, «Spirito di Cristo» (cfr. Romani 8,9; Filippesi 1,19). Non si tratta di spiriti diversi, ma dell’unico Spirito che procede da Dio e che è in relazione sia con il Padre sia con il Figlio.

Pertanto, l’espressione «Spirito di Cristo» attesta non solo la preesistenza del Figlio, ma anche la sua comunione con il Padre nello Spirito. Essa è pienamente coerente con la fede cristiana nella Trinità: un solo Dio in tre Persone.

Omettere o attenuare questa espressione significa indebolire un’importante testimonianza biblica circa l’identità di Cristo e la sua presenza operante già nella storia della salvezza prima della sua venuta nella carne.

TITO 2,13: DEL NOSTRO GRANDE DIO E SALVATORE GESÙ CRISTO

TITO 2,13: DEL NOSTRO GRANDE DIO E SALVATORE GESÙ CRISTO
di Giuseppe Monno

Tito 2,13 (CEI 1974)
«Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo.»

Tito 2,13 (Traduzione del Nuovo Mondo 2017)
«Mentre aspettiamo la felice speranza e la gloriosa manifestazione del grande Dio e del nostro Salvatore, Gesù Cristo.»

Per negare la divinità di Gesù Cristo, la Traduzione del Nuovo Mondo (TNM) dei Testimoni di Geova introduce una distinzione tra «il grande Dio» e «il Salvatore». Tuttavia, tale distinzione non corrisponde al testo greco originale.

Il testo greco recita:
Prosdechomenoi tēn makarian elpida kai epiphaneian tēs doxēs tou megalou Theou kai Sōtēros hēmōn Iēsou Christou.

In questa costruzione compare una sola volta l’articolo tou (“del”), riferito a «megalou Theou» (“grande Dio”), mentre «Sōtēros» (“Salvatore”) ne è coordinato senza articolo. Secondo una regola della grammatica greca (nota come “regola di Granville Sharp”), quando due sostantivi singolari personali sono uniti da kai (“e”) e condividono un unico articolo, essi si riferiscono alla stessa persona.

Pertanto, la traduzione più fedele è:
«del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo».

L’apostolo Paolo attribuisce così a Gesù Cristo il titolo pieno di «grande Dio e Salvatore», senza operare alcuna distinzione tra due soggetti.

Il contesto conferma questa interpretazione: nel Nuovo Testamento, la «manifestazione» (epipháneia) è costantemente riferita a Cristo (cfr. 1 Timoteo 6,14; 2 Timoteo 4,1; Tito 2,13). Non si tratta dunque di due manifestazioni distinte, ma di un unico evento riferito al Figlio.

Una costruzione analoga si trova anche in 2 Pietro 1,1, dove il testo greco parla del «nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo», confermando ulteriormente questo uso linguistico.

Quando la Scrittura distingue Gesù da Dio, lo fa a livello personale, distinguendo il Figlio dal Padre, non a livello di natura divina. La medesima Scrittura, infatti, attribuisce a Cristo titoli e prerogative propri di Dio: egli è «Dio» (cfr. Giovanni 20,28), «Signore» (cfr. Filippesi 2,11), e in lui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2,9).

Chiamando Gesù «Signore», il Nuovo Testamento lo identifica con il Kyrios dell’Antico Testamento, cioè il Dio unico d’Israele (cfr. Deuteronomio 6,4; Marco 12,29). Non si tratta di un secondo Dio, ma del Figlio che, distinto dal Padre, partecipa pienamente della stessa natura divina.

Per questo Gesù può dire: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10,30) e «Tutto ciò che il Padre possiede è mio» (Giovanni 16,15). La fede cristiana riconosce così in lui il Figlio unigenito, Dio da Dio, eternamente generato dal Padre.

EGŌ EIMÌ (IO SONO)

EGŌ EIMÌ (IO SONO)
di Giuseppe Monno

Giovanni 8,58
«Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono.”»

Alcune traduzioni rendono il greco egō eimì con l’imperfetto «io ero». Tuttavia, tale resa non riflette adeguatamente il testo originale. L’espressione egō eimì significa infatti «io sono», mentre per indicare il passato il greco dispone di altre forme, come egō ên.

Nel Vangelo di Giovanni, l’espressione egō eimì ricorre più volte ed è normalmente tradotta con «io sono» (cfr. Giovanni 6,48; 8,12; 10,7; 14,6). In Giovanni 8,58, però, essa assume un valore ancora più profondo: non indica semplicemente un’esistenza anteriore ad Abramo, ma una forma di esistenza che trascende il tempo.

Le parole di Gesù richiamano direttamente la rivelazione divina dell’Antico Testamento. In Esodo 3,14, Dio si manifesta a Mosè con il nome: «Io sono colui che sono» (ebraico: ʾehyeh ʾašer ʾehyeh), aggiungendo: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Nella traduzione greca della Septuaginta, questa rivelazione è resa con un’espressione che sottolinea l’essere assoluto di Dio.

In questo contesto, l’uso di egō eimì da parte di Gesù in Giovanni 8,58 appare carico di significato teologico: egli non afferma soltanto di essere esistito prima di Abramo, ma utilizza una forma espressiva che, nel linguaggio biblico, è propria di Dio.

La reazione dei suoi interlocutori lo conferma: «Allora raccolsero pietre per gettarle contro di lui» (Giovanni 8,59). Una tale reazione non si spiegherebbe di fronte a una semplice affermazione di anteriorità temporale. Nella prospettiva giudaica, la lapidazione era prevista per la bestemmia (cfr. Levitico 24,16), cioè per chi usurpava prerogative divine.

Questo è confermato anche in un altro passo: «Tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Giovanni 10,33), detto in risposta all’affermazione di Gesù: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10,30).

Pertanto, la resa «io sono» in Giovanni 8,58 non è soltanto linguisticamente corretta, ma teologicamente necessaria per cogliere il senso pieno delle parole di Cristo. Essa esprime la sua identità profonda e il suo rapporto unico con il Padre.

Numerose traduzioni bibliche, antiche e moderne, rendono coerentemente egō eimì con «io sono», confermando questa interpretazione.

Alla luce di tutto ciò, risuonano con particolare forza le parole di Gesù: «Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Giovanni 8,24).

PRIMOGENITO DI TUTTA LA CREAZIONE

PRIMOGENITO DI TUTTA LA CREAZIONE
di Giuseppe Monno

Colossesi 1,15
«Egli è l’immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione.»

Rifacendosi a questo passo, i Testimoni di Geova sostengono che Cristo, nella sua esistenza preumana, sarebbe il “primogenito di tutta la creazione” nel senso di primo essere creato da Dio. Tale interpretazione, tuttavia, non corrisponde al significato biblico e teologico del testo.

Il termine greco utilizzato è protótokos (“primogenito”), non protóktistos (“primo creato”). Nella Scrittura, “primogenito” non indica necessariamente priorità temporale, ma dignità, preminenza e diritto di eredità. Nell’Antico Testamento, infatti, il primogenito gode di una posizione privilegiata rispetto agli altri (cfr. Deuteronomio 21,17) e può essere designato anche in senso figurato come colui che è elevato sopra tutti.

Così, nel Salmo 89,27 (88,28 LXX), Dio dice del re: «Io lo costituirò mio primogenito, il più alto fra i re della terra». Non si tratta di una generazione nel tempo, ma di una dignità conferita. Allo stesso modo, Efraim, pur essendo il minore rispetto a Manasse (cfr. Genesi 41,51; 48,14), riceve la benedizione del primogenito (Genesi 48,17-20). Anche Israele è chiamato «mio figlio primogenito» (Esodo 4,22), in riferimento alla sua elezione e preminenza tra i popoli (cfr. Deuteronomio 14,2).

In questo contesto biblico, il titolo attribuito a Cristo in Colossesi 1,15 indica la sua supremazia su tutta la creazione, non la sua appartenenza ad essa. Egli non è il primo tra i creati, ma colui che ha autorità su tutto il creato.

Lo stesso contesto lo conferma in modo inequivocabile: «In lui furono create tutte le cose… tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono» (Colossesi 1,16-17). Se tutte le cose sono state create per mezzo di lui, egli non può essere incluso tra le realtà create.

Questa verità è ribadita in tutto il Nuovo Testamento: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui» (Giovanni 1,3); «per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Ebrei 1,2); «per noi c’è un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale esistono tutte le cose» (1 Corinzi 8,6).

Pertanto, il titolo «primogenito di tutta la creazione» non indica che il Figlio sia una creatura, ma afferma la sua signoria universale. Egli è il Figlio unigenito del Padre, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, principio e fine di tutte le cose.

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