La Trinità è la dottrina centrale della fede cristiana secondo cui esiste un unico Dio in tre Persone: Padre e Figlio e Spirito Santo. Queste Persone sono uguali nella natura e sostanza, ma distinte nelle loro relazioni d’origine.
Gesù ha rivelato che Dio è Padre (Principium sine principio), Figlio (Verbum mentis) e Spirito Santo (Amor). La Chiesa, nei secoli, ha definito questa verità mediante i Concili, utilizzando anche concetti di origine filosofica: “ipostasi” o “persona” per indicare la distinzione tra Padre, Figlio e Spirito, e “sostanza” per affermare l’unità divina.
Segue una selezione di Scritture che dimostrano il fondamento biblico della dottrina trinitaria.
DIO È UNO
Deuteronomio 32,39: “Ora vedete che io solo sono Dio e che non vi è altro dio accanto a me.”
Romani 3,30: “Poiché non c’è che un solo Dio.”
Giacomo 2,19: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!”
DIO È IL PADRE
Giovanni 1,18: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.”
Giovanni 5,18: “[…] chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.”
Giovanni 6,27: “[…] su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo.”
Romani 15,6: “Perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.”
DIO È IL FIGLIO
Le Scritture attestano chiaramente la divinità del Figlio:
Giovanni 1,1: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”
Giovanni 20,28: “Rispose Tommaso: Signore mio e Dio mio!”
Tito 2,13: “Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.”
2Pietro 1,1: “Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo.”
DIO È LO SPIRITO SANTO
Le caratteristiche personali e divine dello Spirito Santo sono evidenti nelle Scritture:
Atti 5,3-4: Mentire allo Spirito Santo è mentire a Dio.
1Corinzi 3,16: “Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi.”
Lo Spirito crea (Giobbe 33,4), ama (Romani 15,30), consola (Giovanni 14,16), intercede (Romani 8,26), conosce tutto (1Corinzi 2,9-11), insegna (Giovanni 14,26), rivela (Luca 2,26), guida (Giovanni 16,13), e agisce con volontà propria (Atti 15,28).
IL FIGLIO E IL PADRE SONO UN SOLO DIO
Giovanni 10,30: “Io e il Padre siamo Uno.”
Giovanni 14,9-11: “Chi ha visto me ha visto il Padre. […] Io sono nel Padre e il Padre è in me.”
LO SPIRITO SANTO È, AL CONTEMPO, SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO
Matteo 10,20: “[…] è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”
Romani 8,9: Spirito di Dio e Spirito di Cristo equivalenti.
Galati 4,6: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”
1Pietro 1,10-11: Spirito di Cristo che agiva nei profeti.
L’INCARNAZIONE: IL VERBO ASSUME LA NATURA UMANA
Alla pienezza del tempo, il Figlio si è fatto uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4), unendo a sé ipostaticamente una natura umana completa: un corpo e un’anima razionale. Gesù ha quindi due nature, divina e umana, non confuse, non separate, non divisibili.
Nella sua natura umana, egli è sottoposto al Padre (Giovanni 14,28; 1Corinzi 11,3), ma nella sua natura divina è consubstantialis Patri, “della stessa sostanza del Padre”.
DISTINZIONE TRA LE PERSONE DIVINE
Il Figlio non è il Padre (Giovanni 17,18; 2Corinzi 1,3).
Lo Spirito Santo non è il Padre né il Figlio (Giovanni 14,16-17; Salmi 103,30).
FONDAMENTO STORICO E TEOLOGICO DELLA DOTTRINA
La dottrina trinitaria non è un’invenzione del IV secolo, ma affonda le radici nella Rivelazione biblica. I Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) definirono formalmente la divinità del Figlio e dello Spirito Santo contro gli errori dell’arianesimo e del macedonianismo (o pneumatomachismo).
Il termine “Trinità” (dal latino Trinitas) fu coniato nel III secolo da Tertulliano (De pudicitia, XXI, 16), ma circa un secolo prima, Teofilo di Antiochia già faceva uso di Trias (Ad Autolicum, II, 15). Questo termine ha acquisito progressivamente un significato dogmatico per esprimere l’unità di Dio nella distinzione reale delle tre Persone.
RELAZIONI D’ORIGINE
Le tre Persone sono distinte solo per le loro relazioni eterne d’origine:
Il Padre non è generato da nessuno.
Il Figlio è eternamente generato dal Padre.
Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un solo principio e per una sola spirazione (Concilio di Firenze, Sessione VI).
Queste relazioni sono dette dalla teologia “processioni immanenti”, cioè eterne e interne alla stessa vita divina. Esse non dividono Dio, ma fondano la distinzione personale nel suo essere unico.
UN SOLO DIO, TRE PERSONE
Nella Trinità non vi è superiorità o subordinazione: ogni Persona è pienamente Dio. La loro distinzione non comporta divisione nella divinità:
Tre sono le Persone, ma una sola è la Divinità, una sola la volontà, una sola la potenza, una sola l’essenza.
Perciò, i cristiani adorano un solo Dio in tre Persone, coeterne, coeguali, consustanziali.
Il termine greco baptízô, tradotto con “battesimo”, significa letteralmente “immergere”. Tuttavia, il significato spirituale di questo termine rimanda all’immersione nella morte di Cristo, per poi risorgere con Lui e vivere una vita nuova (cf. Romani 6,3-7; Colossesi 2,12). Baptízô può anche essere inteso come “lavacro”, non solo in senso fisico, ma soprattutto spirituale: così come l’acqua purifica il corpo, la grazia conferita dal Battesimo purifica l’anima (cf. Atti 2,38; 22,16).
La modalità del Battesimo non richiede necessariamente l’immersione completa del corpo: può consistere anche nella sola abluzione del capo. Nella Chiesa primitiva si praticavano sia l’immersione che l’infusione. A questo proposito, un’importante testimonianza ci è offerta dalla Didaché, redatta prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme:
«Per quanto riguarda il battesimo, battezzate così: dopo aver detto tutto ciò, battezzate nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, in acqua corrente. Se non disponete di acqua corrente, usate altra acqua; se non potete usare acqua fredda, usate quella calda. Se non ne avete a sufficienza, versate tre volte dell’acqua sul capo.» (Didaché 7,1-3)
Attualmente, nella Chiesa cattolica il Battesimo viene amministrato prevalentemente per infusione. È importante sottolineare che Cristo, istituendo questo sacramento, non ha prescritto una modalità rigida circa la forma dell’abluzione o la quantità d’acqua da utilizzare. L’elemento essenziale è che il Battesimo sia conferito con la formula trinitaria: “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (cf. Matteo 28,19).
I principali oppositori del Battesimo per infusione furono gli anabattisti del XVI secolo. Questo movimento scismatico, nato all’interno della Riforma protestante, sosteneva che il Battesimo dovesse essere amministrato esclusivamente per immersione. Contro questa posizione si espressero diversi riformatori:
Martino Lutero accettava il Battesimo per infusione come forma pratica e legittima, senza attribuire importanza particolare all’immersione.
Giovanni Calvino respingeva l’idea anabattista secondo cui solo l’immersione sarebbe valida, riconoscendo pienamente anche l’infusione.
Ulrico Zwingli, pur mostrando inizialmente una certa preferenza per l’immersione, non considerava la modalità del rito essenziale, ammettendo quindi anche la validità dell’infusione.
La Chiesa ortodossa, pur riconoscendo la validità del Battesimo per infusione, lo considera un’eccezione rispetto alla prassi ordinaria, che prevede l’immersione. Quest’ultima è considerata più ricca di significato simbolico: rappresenta in modo vivido la morte e risurrezione con Cristo, simboleggiando l’abbandono del peccato e la rinascita alla vita nuova nello Spirito. Tuttavia, quando l’immersione non è possibile, anche nella Chiesa ortodossa l’infusione è ritenuta valida.
Nel Nuovo Testamento non si trovano descrizioni dettagliate della modalità del Battesimo. Tuttavia, alcuni testi suggeriscono indirettamente l’uso dell’infusione, soprattutto in contesti dove l’immersione sarebbe stata logisticamente difficile:
Atti 2,41: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.» È plausibile che, per motivi pratici, Pietro e gli altri apostoli abbiano utilizzato un metodo più semplice, come l’infusione, per amministrare il Battesimo a un così grande numero di persone.
Atti 9,18: «E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato.» Paolo fu battezzato da Anania subito dopo aver riacquistato la vista. Poiché si trovavano all’interno di una casa, è plausibile che il Battesimo non sia avvenuto per immersione completa, ma piuttosto tramite infusione. All’epoca degli apostoli, infatti, le abitazioni – soprattutto quelle più povere – non disponevano di vasche o bacini d’acqua, e l’accesso all’acqua corrente era limitato. L’acqua veniva trasportata a mano da pozzi, cisterne o fontane pubbliche, e poi conservata in otri di pelle o in giare di terracotta (Matteo 9,17; Giovanni 2,6).
Atti 10,47-48: «Allora Pietro disse: ‘Forse si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?’ E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo.» Anche in questo caso, essendo avvenuto in una casa, è probabile che il Battesimo sia stato amministrato per infusione.
Infine, la Chiesa cattolica ha definito dogmaticamente la validità del Battesimo per infusione. Il Concilio di Trento afferma:
«Se qualcuno dirà che il vero e naturale rito del Battesimo è solo l’immersione, e che perciò il Battesimo dato per infusione non è valido, sia anatema» (Concilio di Trento, Sessione VII, Canone 2).
Paolo scrive alla Chiesa di Roma, portando il saluto da parte di tutte le altre Chiese:
Romani 1,7 A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
Romani 16,16 Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo.
Esalta la fede e l’obbedienza di questa Chiesa, note in tutto il mondo:
Romani 1,8 Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo.
Romani 16,19 La fama della vostra obbedienza è giunta dovunque; mentre quindi mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male.
Profetizza la vittoria definitiva di Dio, che si compirà anche attraverso l’azione della Chiesa di Roma:
Romani 16,20 Il Dio della pace stritolerà ben presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.
L’immagine di Satana schiacciato sotto i piedi, richiama la promessa di Dio riguardo la discendenza della donna che schiaccerà la testa del serpente (Genesi 3,15). Paolo applica questa promessa alla Chiesa di Roma: Dio agirà attraverso i credenti per completare la sconfitta del male. Le parole di Paolo evidenziano l’autorità e il ruolo della Chiesa di Roma nella lotta contro il male. Gesù ha già sconfitto Satana con la sua morte e risurrezione (Colossesi 2,15; Ebrei 2,14) e continua a vincerlo attraverso la sua Chiesa, soprattutto mediante i sacramenti. In particolare, nel Battesimo e nella Riconciliazione, i credenti vengono liberati dal potere del Maligno. La speranza escatologica della sconfitta definitiva di Satana è una promessa rivolta al futuro, ma trova già oggi una concreta anticipazione nella vita e nella missione della Chiesa.
Quando la prima coppia di esseri umani peccò, la natura umana si corruppe, e da allora ogni uomo, fin dal momento del concepimento, eredita il peccato originale dei nostri progenitori. Per questo motivo Cristo ha istituito il sacramento del Battesimo, il quale, tra i suoi effetti, ha la remissione dei peccati: poiché, mentre l’acqua lava il corpo, la grazia conferita da questo sacramento purifica l’anima.
Trasmissione del peccato originale
Romani 5,18 Per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna.
Romani 5,19 Per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori.
Salmi 50,7 (Salmi 51,5) Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre.
Prefigurazione simbolica della purificazione attraverso il lavacro nell’Antico Testamento
2Re 5,10 Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito.
Numeri 31,24 Vi laverete le vesti il settimo giorno e sarete puri; poi potrete entrare nell’accampamento.
Salmi 50,4 (Salmi 51,2) Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.
Salmi 50,9 (Salmi 51,7) Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve.
Ezechiele 36,25 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli.
In particolare, la Chiesa cattolica ha individuato come figure anticipatrici:
L’arca di Noè, nella quale otto persone furono salvate dall’acqua, immagine della salvezza per mezzo del Battesimo (1Pietro 3,20-21).
Il passaggio del Mar Rosso, che liberò Israele dalla schiavitù egiziana, simbolo della redenzione battesimale (1Corinzi 10,1-3).
La traversata del fiume Giordano, attraverso cui il popolo riceve la terra promessa, parallelo della vita nuova nella Nuova Alleanza.
Purificazione dai peccati attraverso il Battesimo nel Nuovo Testamento
Giovanni 3,5 Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.”
Atti 2,38 E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.”
Atti 22,16 E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.
Tito 3,5 Egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo.
1Pietro 3,21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.
In uno degli episodi evangelici narrati da Marco, Gesù rimprovera i suoi discepoli dicendo: «Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite» (Marco 10,13-14). La comunità cristiana primitiva deve aver letto questo brano in chiave battesimale, riconoscendo nel rimprovero di Gesù un implicito invito a permettere anche ai bambini di entrare nella comunione con lui mediante il Battesimo. Infatti, il verbo greco kôlýô, tradotto con “impedire”, era frequentemente impiegato in contesti battesimali (cfr. Matteo 3,14; Atti 8,36; 10,47; 11,17).
Anche i bambini, nella storia della salvezza, sono stati coinvolti nella liberazione e nel passaggio verso la vita nuova: essi furono sotto la nube e attraversarono il mare insieme agli adulti, partecipando così alla prefigurazione battesimale di Mosè (1 Corinzi 10,1-3), che anticipa il Battesimo di Cristo, oggi fonte di salvezza per tutti. San Paolo, inoltre, attesta di aver battezzato interi nuclei familiari (Atti 16,15.33; 1 Corinzi 1,16), usando il termine greco oikos, che include chiaramente anche i bambini.
La prassi del Battesimo dei bambini era quindi in uso nella Chiesa fin dall’età apostolica. Il primo a contestarla fu il cartaginese Tertulliano, alla fine del II secolo (De Baptismo, XVIII). Egli non negava la validità del sacramento, ma sosteneva che fosse preferibile posticiparlo all’età adulta, quando si possa vivere consapevolmente la fede. La sua posizione rimase però isolata: la pratica del Battesimo dei bambini venne consolidata da Origene (Omelia su Levitico 8,3; Commento su Romani 5,9), san Cipriano (Lettera 58,2.6), sant’Ireneo (Adversus haereses II,22,4), e successivamente da san Gregorio Nazianzeno (Orationes 40,7) e sant’Agostino (Lettere 98 e 199; Discorso 74; Sermone 2,94; De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum I,III).
Il rifiuto del Battesimo dei bambini riemerse nel XII secolo con Pietro di Bruys e i suoi seguaci, i petrobrusiani. Pietro sosteneva che solo la fede personale conduca alla devozione verso Dio, e quindi i bambini non potessero ricevere validamente il sacramento. Con la Riforma protestante del XVI secolo, furono gli anabattisti a rigettare il Battesimo dei bambini, tra cui Felix Mantz, Conrad Grebel e Jorg Blaurock. Altri gruppi protestanti che rifiutano questa pratica includono battisti, mennoniti, hutteriti e pentecostali, e movimenti antitrinitari come mormoni e testimoni di Geova.
Al contrario, la maggior parte dei movimenti protestanti tradizionali accettò il Battesimo dei bambini, tra cui luterani, zwinglianisti, calvinisti, presbiteriani, anglicani e metodisti. La Chiesa cattolica ha condannato in modo definitivo la posizione di chi nega la validità del Battesimo dei bambini e ogni tentativo di posticiparlo all’età adulta (Concilio di Trento, Sessione VII, canoni 12-14).
Il Battesimo è efficace anche in assenza di una fede esplicita del battezzando, perché è Dio stesso che agisce attraverso il sacramento. Grazie a questo dono gratuito, il bambino viene incorporato a Cristo e introdotto nella comunità dei credenti, che si impegna a sostenerlo nel cammino di crescita umana e spirituale, affinché possa giungere a una fede matura e consapevole. San Paolo descrive il Battesimo come “la vera circoncisione di Cristo” (Colossesi 2,11-12), un rito non più inciso nella carne, ma nell’anima.
L’annichilazionismo è una dottrina considerata eretica secondo l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica. Essa nega l’immortalità naturale dell’anima e, conseguentemente, l’eternità delle pene infernali, sostenendo che le anime dei malvagi, dopo il giudizio, vengono annientate da Dio – cioè cessano di esistere – anziché essere eternamente punite nell’inferno.
Origini antiche dell’annichilazionismo
Uno dei primi pensatori a esprimere idee compatibili con l’annichilazionismo fu Arnobio di Sicca, apologeta cristiano attivo all’inizio del IV secolo. Nella sua opera Adversus nationes (II, 14; VII, 32), Arnobio afferma che l’anima non è immortale per natura e che la sopravvivenza dopo la morte è un dono che Dio può negare. Secondo lui, i malvagi non soffriranno pene eterne, ma saranno privati del dono della vita eterna e restituiti al nulla, come se non fossero mai esistiti. Tali idee si distaccano dalla dottrina cristiana già ben delineata nel pensiero patristico del tempo, e hanno influenzato successive interpretazioni eterodosse.
Argomenti scritturistici degli annichilazionisti
Gli annichilazionisti si appoggiano a una lettura letteralista di alcuni versetti biblici. Tra i più citati vi sono:
Matteo 10,28: «Temete colui che può far perire e l’anima e il corpo nella Geenna», interpretato come annientamento anziché pena eterna.
Romani 6,23: «Il salario del peccato è la morte», intesa come cessazione definitiva dell’esistenza, anziché come morte spirituale eterna.
Essi tendono a contrapporre la misericordia divina alla giustizia eterna, sostenendo che una punizione infinita per colpe finite sarebbe incompatibile con l’amore di Dio.
La risposta della Chiesa cattolica
La dottrina cattolica tradizionale, tuttavia, afferma che l’anima è immortale per natura, in quanto sostanza spirituale semplice, e non viene distrutta da Dio. Questo principio fu difeso da Sant’Agostino, soprattutto nel De Civitate Dei (XXI, 23-24), dove afferma che le pene eterne sono giuste perché corrispondono a un’offesa infinita contro Dio.
Anche San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (Supplementum, q. 99, a. 2), ribadisce che l’anima umana, in quanto incorporea e spirituale, è intrinsecamente immortale, e che la pena dell’inferno è eterna perché risulta dalla scelta irrevocabile della creatura che rifiuta Dio.
Un punto di svolta magisteriale si ebbe con la costituzione apostolica Benedictus Deus di Papa Benedetto XII, promulgata il 29 gennaio 1336. In essa, il pontefice definì dogmaticamente che:
«Le anime di coloro che muoiono in peccato mortale […] discendono subito dopo la morte all’inferno, dove sono tormentate da pene diverse.»
Questo documento, che fa parte del Magistero infallibile della Chiesa, esclude qualsiasi forma di annichilazione post mortem e conferma l’esistenza di una retribuzione eterna per i malvagi.
Annichilazionismo moderno
Nel mondo contemporaneo, l’annichilazionismo è sostenuto da gruppi religiosi come i Testimoni di Geova e gli Avventisti del Settimo Giorno. Questi movimenti ritengono che l’inferno non sia un luogo di tormento eterno, ma piuttosto la distruzione definitiva dell’essere.
Essi interpretano testi come:
Matteo 25,46: «E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna», sostenendo che “eterno” riferito alla pena indica irreversibilità, non durata infinita.
Apocalisse 20,10: che parla del «tormento nei secoli dei secoli», visto però come simbolico e non letterale.
Tuttavia, la tradizione patristica, scolastica e magisteriale ha sempre inteso tali passi nel senso di una pena eterna cosciente, affermando che l’inferno è conseguenza del libero arbitrio e della scelta definitiva di rifiutare Dio.
Conclusione
L’annichilazionismo è una dottrina incompatibile con la fede cattolica, perché nega due verità fondamentali: l’immortalità naturale dell’anima e l’eternità dell’inferno. Pur sollevando interrogativi di natura etica e pastorale circa la giustizia divina, esso finisce per alterare radicalmente l’antropologia cristiana e la dottrina escatologica. La Chiesa continua a insegnare che la salvezza e la perdizione eterna sono realtà definitive, e che il mistero del giudizio di Dio si fonda su giustizia e misericordia perfettamente unite.
La psicopannichia (dal greco psyché, “anima”, e pannychis, “veglia notturna”) è una dottrina teologica considerata eretica dalla Chiesa cattolica. Essa sostiene che, dopo la morte del corpo, l’anima entri in uno stato di incoscienza o “sonno dell’anima”, che perdura fino alla risurrezione finale e al giudizio universale. In questa prospettiva, non esisterebbero né beatitudine né dannazione immediata dopo la morte, ma solo un’attesa inconscia del giudizio finale.
Tra i sostenitori di questa visione si annoverano alcuni gruppi anabattisti del XVI secolo, i quali, ispirandosi a una lettura letterale di passi biblici come Ecclesiaste 9,5 (“i morti non sanno nulla”) e Daniele 12,2, rigettavano diverse dottrine tradizionali della Chiesa cattolica, tra cui:
l’immortalità naturale dell’anima,
il culto dei Santi,
il Purgatorio,
e le preghiere per i defunti.
Il principale avversario della psicopannichia fu Giovanni Calvino, che nel 1534 compose l’opera intitolata Psychopannychia, nella quale confutava questa dottrina. Calvino vi afferma che l’anima dell’uomo è cosciente anche dopo la morte del corpo, e che i giusti, subito dopo la morte, sono accolti nella presenza di Cristo in paradiso, come testimoniato, tra l’altro, dalle parole rivolte da Gesù al ladrone pentito: “Oggi sarai con me in paradiso” (Luca 23,43).
Anche gli Avventisti del Settimo Giorno sostengono una visione analoga a quella psicopannichista, parlando di uno stato di “sonno dell’anima” fino alla seconda venuta di Cristo, benché tale posizione venga da loro giustificata con argomenti distinti rispetto a quelli degli anabattisti.
La Chiesa cattolica ha ufficialmente condannato lo psicopannichismo in più sedi dottrinali, tra cui i Concili ecumenici di Lione II (1274), Firenze (1439) e Trento (1545-1563), nonché con la Costituzione apostolica Benedictus Deus emanata da Papa Benedetto XII nel 1336. In tale documento si afferma che:
le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale discendono immediatamente all’inferno, dove subiscono pene eterne; le anime di coloro che muoiono in grazia di Dio sono subito accolte in cielo, oppure, se ancora necessitano di purificazione, passano attraverso il purgatorio, prima di giungere alla visione beatifica.
Secondo la dottrina cattolica, dunque, l’anima riceve già subito dopo la morte una retribuzione particolare, che prefigura il giudizio finale: una beatitudine, una purificazione o una condanna, a seconda dello stato spirituale in cui la persona è morta.
Giuseppe Monno, autore del blog Cristiani Cattolici Romani su WordPress, e sull’omonima pagina Facebook
Nel contesto cattolico, il culto dei santi si riferisce all’onore e alla venerazione che vengono dati ai santi che si trovano nella gloria del cielo. Questo culto mira a onorare coloro che, secondo la fede, sono vicini a Dio e possono intercedere in favore dei credenti ancora viatori sulla terra, e non si sostituisce all’adorazione resa solo a Dio. I credenti venerano anche le reliquie dei santi, come un modo per onorarli e chiedere la loro intercessione presso Dio. Il culto o venerazione delle immagini sacre, si riferisce alla pratica di onorare le immagini di santi, di angeli, e soprattutto del Signore Gesù e della Vergine Maria, come rappresentazioni visive della fede e come mezzi per elevare la mente e il cuore a Dio. Nel contesto cattolico il culto delle immagini non si sostituisce all’adorazione, riservata solo a Dio. La Chiesa cattolica riconosce il valore e la funzione delle immagini come veicoli di devozione e ricordo.
Nella Bibbia Dio ha mai comandato l’uso di immagini sacre?
Si. Dio ha comandato di scolpire figure di cherubini sull’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35) e, per salvare dalla morte il popolo eletto durante il cammino nel deserto, ordinò di fare un serpente di rame, affinché chiunque lo guardava veniva guarito dal veleno inflittogli dal morso dei serpenti (Numeri 21,4-9).
Che significato hanno queste raffigurazioni?
I cherubini simboleggiano la maestà di Dio (Salmi 98,1), mentre il serpente di rame è prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).
Nel Tempio di Gerusalemme vi furono mai delle raffigurazioni?
Si. Vi furono raffigurazioni di cherubini, di buoi e di leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4).
Dio condannò quelle cose?
No. Dio non le condannò, ma le santificò assieme al tempio (1Re 9,1-3).
Ma allora perché Dio col Decalogo condanna l’immagine di tutto ciò che si trova in cielo, in terra e nelle acque, se poi egli stesso ne comanda l’uso?
Dio col Decalogo condanna l’idolatria, cioè l’adorazione di falsi dèi, e il culto reso a loro mediante immagini che li rappresentano. Nell’ebraismo antico l’idea di immagine era un concetto che andava oltre la semplice raffigurazione. L’immagine incarnava la presenza della divinità e i suoi attributi. Perciò le immagini vietate da Dio non erano semplici raffigurazioni, ma veri e propri idoli adorati dal popolo eletto come dio al posto di Dio. Un esempio è l’episodio del vitello d’oro (Esodo 32), oppure quello del serpente di rame che Dio stesso ordinò di lavorare, e che venne poi distrutto da Ezechia perché il popolo cominciò a idolatrarlo (2Re 18,4). Dio non condanna le raffigurazioni di per sé – soprattutto se utilizzate per il culto dell’unico vero Dio – ma condanna l’idolatria. Il Tempio di Gerusalemme con le raffigurazioni di angeli era immagine del Tempio celeste. Ora con la nuova alleanza Cristo ha portato i suoi santi nel regno dei cieli, e giustamente la Chiesa terrena con le raffigurazioni dei santi, degli angeli e dei martiri, è immagine della Chiesa celeste con gli angeli, i santi e i martiri di Gesù Cristo.
Quindi i cattolici commettono peccato di idolatria quando onorano le loro sculture e icone sacre?
No. I cattolici non commettono peccato di idolatria perché non onorano quelle raffigurazioni di per sé, ma onorano ciò che vi è rappresentato con quella figura. A Dio e ai Santi del cielo viene dato onore, non alla raffigurazione che li rappresenta.
Onorare la creatura è un atto di idolatria?
No. Onorare la creatura non è un atto di idolatria. La parola di Dio insegna a onorare anche la creatura: genitori (Esodo 20,12), medici (Siracide 38,1-3), presbiteri (1Timoteo 5,17), e tutti i membri della Chiesa (1Corinzi 12,26). Ad esempio, nel vangelo Gesù afferma che se uno lo serve, costui verrà onorato dal Padre (Giovanni 12,26). I Santi che stanno nella gloria del cielo, hanno servito Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se Dio onora i Santi che stanno nella gloria del cielo, giustamente possiamo e dobbiamo onorarli anche noi. Giustamente la Chiesa celebra la memoria dei Santi e ne proclama le lodi. Già il popolo ebraico onorava i propri eroi con canti, danze e grida di gioia (1Samuele 18,6-7; Giuditta 15,12).
I Santi separati dalla carne possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra?
Si, i Santi separati dalla carne intercedono per noi ancora viatori sulla Terra. Parlando delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, l’apostolo Paolo afferma che « maggiore di tutte è la carità » (1Corinzi 13,13). Infatti è soprattutto sulla carità che saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Nel regno dei cieli i Santi esercitano la loro carità, regnando con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla Terra, offrendo i meriti acquistati in Terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei Santi separati dalla carne, per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i Santi nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo i Santi sono più vicini a Dio, tanto più efficaci delle nostre sono le preghiere che questi nostri fratelli rivolgono al Padre celeste per noi.
I Santi separati dalla carne possono compiere miracoli? Cosa dice la Bibbia?
Si, i Santi del cielo possono intercedere per noi presso Dio, affinché Dio compia per noi ancora viatori sulla Terra un miracolo. Dio è l’autore di ogni grazia e di ogni miracolo. Il Santo è un intercessore. Nella Bibbia abbiamo degli esempi, e perciò voglio citare il Siracide 48,14: « Nella sua vita [Eliseo] compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere », confermato da 2Re 13,21: « Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi ». Siracide 48,14 è confermato da 2Re 13,21. Entrambe queste scritture sostengono la dottrina cattolica e ortodossa dell’interessione dei Santi del cielo, e dei miracoli che Dio compie per loro intercessione.
Cosa dice la Bibbia riguardo l’uso cattolico di conservare delle reliquie appartenute a un Santo?
La devozione per le reliquie è strettamente legata alla devozione per i santi. Con una delle sue costituzioni, la Sacrosanctum Concilium, il Concilio Vaticano II afferma: “La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare.” (n. 111) La devozione per le reliquie e i miracoli attribuiti alla loro presenza trova riscontro fin da tempi antichissimi. Il popolo eletto teneva in grande considerazione il patriarca Giuseppe, e onorarono lui trasportando le sue ossa dall’Egitto a Sichem (Esodo 13,19; Giosuè 24,32). Eliseo compì un miracolo col mantello appartenuto a Elia, dividendo in due le acque del Giordano (2Re 2,14). Un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Una donna affetta da emorragia toccò il mantello di Gesù e subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). A Efeso i credenti imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Nella medesima comunità ecclesiale molti venivano guariti da ogni infermità e liberati dagli spiriti immondi quando l’ombra di Pietro li copriva al suo passaggio (Atti 5,15-16). Onorando le reliquie dei santi, noi cattolici onoriamo quegli stessi che si rendono presenti correndo in nostro soccorso. I santi regnano con Cristo (Apocalisse 22,5) e intercedono continuamente per noi. Ma l’autore di ogni grazia e di ogni miracolo è Dio, mentre il santo è un intercessore per mezzo del quale il Signore stesso agisce efficacemente. Tutto infatti proviene da Dio, il quale opera tutto in tutti (1Corinzi 12,6).
Riguardo l’uso dell’incenso sulle immagini in uso nella Chiesa cattolica, ha il significato di adorarle?
Assolutamente no. Nella Chiesa cattolica incensare le immagini sacre non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.
I cattolici commettono un atto di idolatria nel prostrarsi davanti al crocifisso e/o baciarlo?
Assolutamente no. I cattolici si prostano davanti al crocifisso non per questo stesso, ma in segno di rispetto verso ciò che rappresenta: Gesù Cristo e il suo sacrificio salvifico. Parimenti, il bacio lo diamo al crocifisso non per questo stesso, ma per l’affetto che proviamo verso Gesù Cristo, che il crocifisso vuole rappresentare. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti di prostrazione e di bacio, e nei quali non vi era alcuna accusa di idolatria. Vediamo qualche esempio: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò terra, mentre andava avvicinandosi al fratello » (Genesi 33,3). « Esaù corse incontro a Giacobbe, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero » (Genesi 33,4). « Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono, e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono » (Genesi 33,7). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). « Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all’arca del Signore fino alla sera e con lui gli anziani di Israele e sparsero polvere sul loro capo » (Giosuè 7,6). In queste scritture non compare mai alcun atto di idolatria, ma semplicemente affetto o alto rispetto verso qualcun’altro. Al contrario, in Rivelazione, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché costui, credendo di vedere in quell’angelo la maestà del Signore, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come chiaramente specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione – la Scrittura lo dice chiaramente – e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi prostrarsi in atto di adorazione verso la creatura, o verso una sua raffigurazione, è un grave peccato di idolatria, ma non così se ci si prostra in segno di affetto e di devozione. Talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, vivi o defunti: figli, genitori, fratelli, nonni, amici. Certamente non rechiamo offesa al Signore né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo la croce o immagini che rappresentano Gesù, Maria, gli angeli e i Santi. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.
Nella Bibbia Dio ha mai salvato qualcuno mediante una immagine?
Si, Dio ha salvato il suo popolo durante il cammino nel deserto, mediante un serpente di rame che egli stesso aveva comandato loro di fare, affinché guardandolo fossero guariti da un veleno mortale (Numeri 21,4-9). Quel serpente era prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).
Giuseppe Monno, autore del blog Cristiani Cattolici Romani su WordPress, e sull’omonima pagina Facebook
Lo scrittore e senatore romano Publio Cornelio Tacito, vissuto tra il 55 e il 117 d.C., e considerato tra i più grandi esponenti del genere storiografico nella letteratura latina, in una sua opera parla della persecuzione dei cristiani sotto il regno di Nerone, dopo l’incendio di Roma nel 64 d.C., e menziona anche Gesù: “Nerone fece colpevoli e sottopose a tormenti raffinati coloro che il popolo chiamava cristiani e che erano odiati per le loro nefandezze. L’autore di quel nome, Cristo, era stato giustiziato sotto il regno di Tiberio per ordine del procuratore Ponzio Pilato” (Annali, XV, 44).
Lo scrittore e magistrato romano, Plinio il Giovane, vissuto tra il 61 e il 114 d.C., chiede in una sua lettera indirizzata all’imperatore Traiano come comportarsi con i cristiani, e lo informa riguardo il loro comportamento: “Si riunivano in un determinato giorno prima dell’alba, per cantare tra loro un inno a Cristo come a un dio, e impegnarsi con giuramento, non a compiere qualche crimine, ma a non commettere furti, rapine, adulteri, a non venire meno alla parola data, a non rifiutare la restituzione di un deposito se richiesto. Dopo di ciò, avevano l’abitudine di sciogliersi e poi di riunirsi di nuovo per prendere cibo del tutto ordinario e innocuo” (Epistola 10, 96).
Gaio Svetonio Tranquillo, storico e biografo romano vissuto tra il 69 e il 122 d.C., nella sua opera Vita dei Cesari, alla biografia di Claudio, menziona Chrestus, variante di Christus, probabilmente un errore di trascrizione: “Claudio espulse da Roma i giudei, che per istigazione di Chrestus, provocavano continui disordini” (Vita dei Cesari, V, 25). Sicuramente Svetonio si riferiva ai giudei liberti, quelli convertiti a Gesù e quelli che negavano fosse il Cristo, e attribuisce a lui la causa dei disordini, come se fosse presente a Roma di persona.
Lo scrittore e filosofo siriano di lingua greca, Luciano di Samosata, vissuto nel secondo secolo, parla dei cristiani nella sua opera, Il Pellegrino, e fa riferimento alla crocefissione di Gesù: “Il loro legislatore originale fu crocifisso in Palestina per aver introdotto questo nuovo culto”. Ed anche: “Adorano colui che ancora oggi è il loro crocifisso”.
Lo scrittore ebreo Flavio Giuseppe, vissuto tra il 37 e il 100 d.C., scrisse nella sua opera Antichità Giudaiche: “In quel tempo visse Gesù, un uomo saggio, se pure si può chiamarlo uomo. Era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che ricevono con piacere la verità. Attirò a sé molti Giudei e anche molti Greci. Era il Cristo. E quando Pilato, per denuncia dei capi del nostro popolo, lo condannò alla croce, coloro che lo avevano amato fin dall’inizio non cessarono di amarlo. Egli apparve loro il terzo giorno, nuovamente vivo, come i profeti di Dio avevano predetto queste e mille altre meraviglie su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù dei cristiani che da lui prende il nome” (Antichità Giudaiche, XVIII, 3, 3,63-64). Non essendo un convertito al cristianesimo, sembra strano che Flavio Giuseppe riconoscesse Gesù come il Cristo che ha fatto meraviglie ed è risorto il terzo giorno. Secondo gli studiosi nel testo c’è l’intromissione di qualche copista cristiano. In ogni caso Flavio Giuseppe sosteneva l’esistenza di un uomo di nome Gesù che attirò molti tra giudei e greci, e che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato. Nella medesima opera, Flavio Giuseppe ha scritto della morte di Giacomo, fratello di Gesù e primo vescovo di Gerusalemme: “Anano convocò il sinedrio dei giudici e vi fece comparire Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, e alcuni altri; li accusò di aver violato la legge, e li consegnò perché fossero lapidati” (Antichità Giudaiche, XX, 9,1).
Sono detti deuterocanonici quei libri esclusi dal canone biblico ebraico, ma successivamente inclusi nel canone biblico cattolico e in quello ortodosso. I libri deuterocanonici comprendono Tobia, Giuditta, Sapienza, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Baruc e Siracide.
Con la Riforma protestante del XVI secolo, Martin Lutero e i suoi seguaci accolsero i trentanove libri protocanonici presenti nel canone biblico ebraico e rifiutarono i sette libri deuterocanonici riconosciuti, invece, dal canone cattolico e da quello ortodosso. I riformatori respinsero i deuterocanonici principalmente per motivi dottrinali e perché erano stati rifiutati dai rabbini.
Questi libri, sebbene letti dagli ebrei fino alla prima metà del I secolo, non furono inseriti nel canone ebraico ufficiale, stabilito dai rabbini verso la fine della seconda metà del I secolo o all’inizio del II secolo. In passato si faceva risalire la definizione del canone ebraico al sinodo di Jamnia, ma oggi molti studiosi ne negano l’effettiva esistenza.
I libri deuterocanonici erano scritti in lingua greca, mentre il canone ebraico comprendeva esclusivamente testi redatti in ebraico e aramaico. Alcuni libri deuterocanonici, come Tobia e Maccabei, contengono insegnamenti in contrasto con quelli del protestantesimo — ad esempio il suffragio per i defunti e l’idea che l’elemosina copra molti peccati — e per questo Lutero li collocò in appendice alla sua Bibbia, come libri apocrifi, utili alla lettura ma non portatori di verità rivelate. Col tempo, i suoi seguaci li eliminarono definitivamente dalla Bibbia.
L’ex monaco agostiniano considerava inoltre di dubbia ispirazione il libro dell’Apocalisse, nel quale non riusciva a trovare “nulla di evangelico o apostolico”, e la lettera di Giacomo, che egli definiva “epistola di paglia, priva dell’essenza del Vangelo” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, 1522), poiché contraddiceva la sua dottrina del Sola Fide, sostenendo l’importanza delle opere (Giacomo 2,14-26).
Nel VI secolo a.C. il sovrano babilonese Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme e deportò i Giudei a Babilonia. Quando Ciro il Grande conquistò Babilonia, emanò un decreto che permetteva ai Giudei di ritornare nella loro terra d’origine e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor II. Tuttavia, non tutti i Giudei tornarono nella loro terra: molti preferirono restare a Babilonia, mentre altri si stabilirono a Roma, ad Alessandria e in varie regioni del mondo ellenistico.
A seguito delle conquiste di Alessandro Magno nell’area del Mediterraneo orientale, dal IV secolo a.C. il greco koiné divenne la lingua franca, sia parlata che scritta. Poiché l’ebraico era ormai divenuto incomprensibile per i Giudei della diaspora, abituati al greco koiné come lingua predominante, gli scribi realizzarono una traduzione greca della Tanakh ebraica per consentire a quelle comunità di Giudei ellenofoni di accedere al testo sacro e partecipare alla vita religiosa e culturale del popolo eletto.
Questa traduzione greca, chiamata Septuaginta, deve il suo nome al numero dei traduttori — settantadue, ma arrotondato a settanta — in analogia con il numero degli anziani radunati da Mosè in mezzo al popolo eletto (Numeri 11,16-25). La Septuaginta fu utilizzata nelle sinagoghe e nelle pratiche religiose delle comunità ebraiche di lingua greca.
Nella Chiesa primitiva, la Septuaginta era tenuta in grande considerazione: basti notare che nel Nuovo Testamento si trovano circa trecento citazioni tratte da essa. Ad esempio, in Matteo 1,23 l’evangelista si rifà alla versione di Isaia 7,14 presente nella Septuaginta. Nel Testo Masoretico compare infatti il termine ebraico almâ, che significa “giovane”, mentre nella Septuaginta si trova il greco parthénos, che significa “vergine”. Se Matteo si fosse basato sulla Tanakh ebraica, avrebbe utilizzato neànis (“giovane”) invece di parthénos (“vergine”). La Septuaginta include i sette libri deuterocanonici accolti da cattolici e ortodossi.
A partire dalla seconda metà del I secolo, gli ebrei si allontanarono dalla Septuaginta, soprattutto a causa dei contrasti con la Chiesa primitiva, che ne faceva ampio uso. Alcuni vescovi, prima del IV secolo, consideravano di dubbia ispirazione i libri di Tobia, Giuditta, Sapienza, 1 e 2 Maccabei, Baruc e Siracide. Vi furono inoltre dubbi riguardo alla Lettera agli Ebrei, alla Lettera di Giacomo, alle due Lettere di Pietro, alla seconda e terza Lettera di Giovanni, alla Lettera di Giuda e al libro dell’Apocalisse.
Un frammento scoperto nel 1740 dal presbitero Ludovico Antonio Muratori, datato generalmente alla fine del II secolo, riporta un elenco dei libri del Nuovo Testamento che omette la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo e le due Lettere di Pietro.
Eusebio di Cesarea, vissuto nel IV secolo, testimonia che tra i libri discussi vi erano la Lettera di Giacomo, la seconda Lettera di Pietro, la seconda e la terza Lettera di Giovanni, la Lettera di Giuda e il libro dell’Apocalisse (Storia Ecclesiastica, III, 25, 3-4). Eusebio cita anche Origene, affermando che quest’ultimo riteneva dubbia la seconda Lettera di Pietro e le prime due Lettere di Giovanni (Storia Ecclesiastica, VI, 25, 8.10).
In un sinodo convocato a Roma nell’anno 382, Papa Damaso decretò la lista dei libri da ritenere ispirati. Tale lista fu accolta e confermata dai sinodi di Ippona e di Cartagine, convocati negli anni 393, 397 e 419.
La Chiesa cattolica stabilì definitivamente il proprio canone biblico nel 1546, durante la quarta sessione del Concilio di Trento, con il decreto De Canonicis Scripturis, che riconosce come canonici settantatré libri, suddivisi in quarantasei dell’Antico Testamento e ventisette del Nuovo Testamento.