Commento al Vangelo secondo Matteo (26,26-29)

A cura di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-29

26 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». 27 Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

vv. 26-28 Istituzione dell’Eucaristia

Il brano costituisce uno dei testi fondamentali per la teologia e la liturgia cattolica, poiché riferisce l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione. In queste parole solenni, la Chiesa riconosce l’origine del Sacramento dell’Altare, che è al tempo stesso memoriale, sacrificio e presenza reale del Signore risorto.

Con le parole «questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati», Gesù non utilizza un linguaggio figurato, ma compie ciò che dice. In quel momento avviene un’autentica conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo. La Chiesa cattolica esprime questa realtà con il termine Transustanziazione, che indica il cambiamento della sostanza degli elementi eucaristici, pur restando invariati gli accidenti sensibili (aspetto, gusto, ecc.).

L’Eucaristia non è solo un banchetto sacro, ma è, in modo essenziale, il Sacrificio di Cristo reso presente in modo sacramentale. Gesù, infatti, anticipa nel segno sacramentale ciò che compirà il giorno seguente sul Calvario: offre sé stesso al Padre per la salvezza dell’umanità. Il riferimento al “sangue dell’alleanza” evoca l’alleanza del Sinai (Esodo 24), ma la supera, poiché questa è “la nuova ed eterna alleanza”, sigillata non con sangue di animali, ma con il sangue del Figlio di Dio.

Con l’Eucaristia, Cristo rende attuale e accessibile a ogni generazione il mistero della Redenzione. La celebrazione della Santa Messa è, pertanto, la ripresentazione sacramentale del sacrificio della Croce, nella quale il sacerdote agisce in persona Christi, e il popolo partecipa in modo attivo e consapevole all’azione salvifica di Cristo.

Ricevere il Corpo e il Sangue del Signore significa entrare in comunione profonda con Lui, essere uniti a Lui in un vincolo d’amore che trasforma interiormente, rafforza l’unione ecclesiale e anticipa la comunione perfetta nel Regno di Dio.

L’invito di Gesù – «Prendete e mangiate… Bevetene tutti» – è un appello personale alla fede e alla partecipazione: ogni fedele è chiamato ad accogliere Cristo nella propria vita, a nutrirsi della sua presenza reale, e a lasciarsi conformare sempre più a Lui.

v. 29 Una solenne promessa

Questo passaggio evangelico possiede una forte connotazione teologica e un chiaro tono escatologico. È molto più di un semplice saluto: si tratta di una promessa. Gesù, consapevole dell’imminenza della sua passione e morte, dichiara che non berrà più il frutto della vite – simbolo biblico della gioia, della benedizione e della comunione – fino alla sua piena realizzazione nel Regno del Padre.

Il «non berrò più» rappresenta un addio terreno, carico di solennità e consapevolezza: il tempo della presenza visibile di Cristo nel mondo sta per giungere al suo culmine salvifico. Tuttavia, questo addio è immediatamente seguito da una promessa: «fino a quando lo berrò nuovo con voi». Il vino “nuovo” rimanda al banchetto escatologico, figura del compimento definitivo del Regno, quando Cristo, risorto e glorificato, sarà di nuovo in comunione con i suoi discepoli nella gioia piena ed eterna.

In questa prospettiva, il gesto eucaristico di Gesù assume un significato profondo: l’Eucaristia che la Chiesa celebra nel tempo è memoria viva del sacrificio di Cristo, ma anche anticipazione sacramentale del banchetto celeste. Ogni celebrazione eucaristica è un’anticipazione reale – anche se ancora velata – della piena comunione che sarà vissuta nel Regno, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Corinzi 15,28).

Il fatto che Gesù dica «con voi», sottolinea che questa comunione non sarà solo sua, ma condivisa: egli promette di bere di nuovo con i suoi discepoli, cioè con la Chiesa. Non si tratta di una separazione definitiva, ma dell’inizio di un’attesa gravida di speranza. L’annuncio, dunque, è profondamente cristologico ed ecclesiale: Cristo non si allontana per sempre, ma apre una nuova modalità di presenza, quella sacramentale, che conduce alla pienezza della comunione eterna.

In sintesi, questo versetto racchiude in sé il mistero pasquale nella sua interezza: passione, morte, risurrezione e glorificazione. Ed è nello stesso tempo una dichiarazione di amore e una solenne promessa: Gesù si congeda, ma con la certezza del ritorno glorioso e della comunione eterna con coloro che avranno partecipato alla sua vita e alla sua croce. È questa la sorgente della speranza cristiana: l’attesa del Regno, la certezza della comunione con Cristo, la promessa del vino nuovo che sarà gustato insieme a Lui nella gioia eterna.

PERPETUA VERGINITÀ DI MARIA: LA VERGINITÀ DOPO IL PARTO

A cura di Giuseppe Monno

Introduzione

La dottrina della perpetua verginità di Maria – cioè che la Madre di Gesù rimase vergine prima, durante e dopo il parto – costituisce una delle verità fondamentali della fede cristiana, testimoniata fin dai primi secoli dalla Tradizione della Chiesa e solennemente professata dal Magistero cattolico. Tuttavia, essa è stata oggetto di incomprensioni, contestazioni e interpretazioni riduttive, specialmente in tempi recenti, spesso a causa di una lettura superficiale o anacronistica dei testi biblici.

Scopo del presente scritto è offrire una difesa apologetica, fondata sulle Sacre Scritture, sulla linguistica biblica (ebraica e greca), sulla Tradizione patristica e su una lettura teologica coerente, della verità secondo cui Maria non ebbe altri figli oltre Gesù e che la sua maternità fu interamente verginale. In particolare, si risponde alla questione ricorrente relativa ai cosiddetti “fratelli di Gesù”, spesso citati nei Vangeli, e si dimostra che costoro non erano figli della Vergine, bensì parenti prossimi, verosimilmente figli di Maria di Clèopa, cognata della Madre di Gesù.

Questa riflessione non vuole essere né polemica né esclusivamente esegetica: essa nasce dal desiderio di contemplare più profondamente il mistero dell’Incarnazione, nella quale Maria ha un ruolo assolutamente unico. Custodire la sua verginità è, in ultima istanza, custodire la fede nella divinità di Cristo, Figlio unigenito del Padre e della Vergine. In questo spirito, il presente lavoro intende offrire un contributo chiaro, documentato e fedele all’insegnamento costante della Chiesa, in un tempo in cui è urgente ricomprendere le radici bibliche e dogmatiche della nostra fede.

I “fratelli” di Gesù nel Nuovo Testamento

Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, cercavano di parlargli.

Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.

La presenza di “fratelli” di Gesù nei Vangeli ha dato origine a varie interpretazioni. Il termine greco utilizzato è adelphós, che, come l’ebraico ʼah, ha un significato semantico ampio. Può infatti indicare non solo i fratelli germani, figli dello stesso padre e madre, ma anche parenti prossimi, membri della stessa tribù o popolo, correligionari, e perfino amici intimi o discepoli.

Nel contesto biblico e linguistico della Septuaginta (versione greca della Tanakh ebraica, tradotta in koinè, lo stesso greco usato nel Nuovo Testamento), adelphós non indica necessariamente un fratello carnale. Così in Genesi 13,8, Abramo chiama “fratello” il nipote Lot. In 1Cronache 23,21-22, adelphós è usato per cugini. Questo uso è confermato anche nel Nuovo Testamento, come in Atti 3,17, dove “fratelli” indica i connazionali ebrei.

La parentela dei “fratelli” di Gesù

Dai testi evangelici emerge chiaramente che Giacomo, Ioses (Giuseppe), Giuda e Simone non sono figli della Vergine Maria.

Matteo 27,55-56
Tra le donne che stavano a osservare da lontano c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40
Vi erano anche alcune donne che osservavano da lontano: tra queste Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses (forma greca di Giuseppe), e Salome.

Questa Maria è indicata in Giovanni 19,25 come “Maria di Clèopa”, sorella della madre di Gesù. Il termine “sorella” (adelphē) è probabilmente da intendersi in senso ampio, come cognata. Secondo Egesippo, scrittore giudeo-cristiano del II secolo citato da Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, III, 11.32), Clèopa era fratello di Giuseppe, sposo della Vergine Maria. Pertanto, Maria di Clèopa sarebbe la cognata della Vergine Maria e madre dei cosiddetti “fratelli” di Gesù.

Questo dato spiega l’identificazione di Giacomo, detto il Minore, come “figlio di Alfeo” (Luca 6,15) o “figlio di Maria di Clèopa”. Inoltre, l’apostolo Giuda (Taddeo) è chiamato “fratello di Giacomo” (Giuda 1), e Simone, secondo Egesippo, fu successore di Giacomo sulla sede di Gerusalemme ed era anch’egli figlio di Clèopa.

Il Nuovo Testamento non chiama mai i fratelli di Gesù “figli di Maria madre di Gesù”, né li definisce “figli di Giuseppe”, come accade invece con “Giacomo di Zebedeo” o “Levi di Alfeo”. Questo silenzio è teologicamente e culturalmente rilevante: se la madre di Gesù avesse avuto altri figli, sarebbero stati indicati come tali, secondo l’uso ebraico.

Le “sorelle” di Gesù

Marco 6,3
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui tra noi?

Anche queste “sorelle” non sono mai chiamate “figlie di Maria” e possono essere intese come parenti prossime, appartenenti allo stesso clan familiare.

L’uso del termine “fratello” nella Scrittura

La Scrittura distingue chiaramente i fratelli uterini con formule come:

“Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29);

“Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17);

“Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19);

“Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello” (Matteo 4,21).

Gesù è chiama “fratelli” anche i suoi discepoli (Giovanni 20,17) e i bisognosi (Matteo 25,40), secondo un uso figurato del termine che supera la genealogia carnale.

Salmo 69,8: chi sono i “fratelli” e i “figli di mia madre”?

Salmo 69,8
Sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero ai figli di mia madre.

Questo passo è stato talvolta erroneamente interpretato come prova dell’esistenza di fratelli carnali di Gesù. Tuttavia, alla luce di Marco 6,1-6, è chiaro che il termine “fratelli” e “figli di mia madre” va inteso come riferito ai compatrioti, non a fratelli biologici.

Il significato di “primogenito” e “finché”

Matteo 1,25
Giuseppe non la conobbe finché ella non partorì il suo figlio primogenito.

Luca 2,7
Diede alla luce il suo figlio primogenito.

Alcuni deducono che l’uso di “primogenito” implichi l’esistenza di altri figli, e che l’espressione “non la conobbe finché…” indichi rapporti coniugali dopo il parto. Tuttavia, ciò non è fondato né linguisticamente né teologicamente.

Il termine “primogenito” (prototokos) indica colui che apre il grembo (Esodo 13,2) ed è soggetto a riscatto secondo la Legge mosaica (Numeri 18,15-16), indipendentemente dall’esistenza di fratelli minori. Anche l’unico figlio può essere “primogenito” (Ebrei 1,6 riferito a Cristo, unico Figlio di Dio).

Quanto a “finché” (heōs), esso non implica necessariamente un cambiamento di condizione. Esempi:

Salmo 110,1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”: Cristo continua a regnare anche dopo.

2Samuele 6,23: “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte”: ciò non implica che ne ebbe dopo.

Quindi, Matteo 1,25 non afferma nulla riguardo eventuali rapporti dopo la nascita di Gesù. L’interesse dell’evangelista è sottolineare la concezione miracolosa e verginale di Cristo, non fornire indicazioni sul futuro della vita coniugale di Maria e Giuseppe.

La testimonianza della Tradizione

San Tommaso d’Aquino afferma:

“Giuseppe si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse osato violare colei che aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3)

E ancora:

“Maria si sarebbe dimostrata ingrata se, avendo ricevuto in dono la verginità per un miracolo divino, l’avesse poi persa coniugalmente.”

Padri della Chiesa come Sant’Agostino, San Girolamo, Sant’Efrem il Siro, Origene e San Giovanni Damasceno difendono unanimemente la perpetua verginità di Maria, ovvero prima, durante e dopo il parto.

Maria affidata al discepolo amato

Dalla croce, Gesù affida Maria a Giovanni:

Giovanni 19,26-27
“Donna, ecco tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” E da quel momento il discepolo la prese con sé.

Se Maria avesse avuto altri figli naturali, sarebbe stato loro compito accudirla. Il gesto di Gesù mostra invece che Maria non aveva altri figli secondo la carne.

Conclusione

La Scrittura, la Tradizione e il Magistero concordano nell’affermare che Maria è sempre vergine, in corpo, mente e spirito:

Vergine prima del parto: concepì per opera dello Spirito Santo;

Vergine durante il parto: il Figlio di Dio nacque senza violare il sigillo della verginità;

Vergine dopo il parto: non ebbe mai rapporti coniugali, né altri figli.

Il dogma della perpetua verginità di Maria è professato da tutte le grandi tradizioni cristiane antiche: cattolica, ortodossa e copta. È simbolo della totale consacrazione di Maria a Dio, della sua unicità nella storia della salvezza, e della divina origine del Cristo.

Le manipolazioni bibliche degli autori della Traduzione del Nuovo Mondo in Colossesi 1,16-17: il Caso di “állos” (altre)

di Giuseppe Monno

1. Il Testo Greco (Colossesi 1,16-17):

Hóti en autō ektísthē ta pánta, en tois ouranoîs kai epì tēs gēs, ta horatà kai ta aórata, eíte thrónoi eíte kyriotētes eíte archài eíte exousíai; ta pánta di’ autoû kaì eis autòn éktistai; kaì autòs estin prò pántōn, kaì ta pánta en autō synéstēken.

Traduzione letterale:

“Poiché in lui sono state create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili, troni, signorie, principati o potenze: tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in lui.”

2. La Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova

“Infatti tramite lui sono state create tutte lea altre cose nei cieli e sulla terra, visibili e invisibili, che siano troni, signorie, governi o autorità. Tutte le altre cose sono state create tramite lui e per lui. Lui è prima di ogni altra cosa, e tramite lui tutte le altre cose sono state portate all’esistenza.”

La parola “altre” è aggiunta quattro volte nel testo, pur non comparendo affatto nel greco originale. In greco, “altre” sarebbe állos, ma non appare nel testo.

3. L’aggiunta Illecita di “altre”: Motivazioni dottrinali

L’aggiunta di “altre” non è filologicamente giustificata: è un’alterazione ideologica volta a sostenere la dottrina geovista secondo cui Cristo è la prima creatura fatta da Dio, e non Dio stesso. Questo cambia radicalmente il significato del testo: da “tutte le cose” create da e per mezzo di Cristo (affermazione della sua divinità), a “tutte le altre cose”, implicando che egli stesso sia una cosa creata, quindi non eterno.

Tale interpretazione è in contraddizione con il contesto e con l’intera teologia paolina. Infatti, Colossesi 1,15 definisce Cristo come:

“l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione”

Il termine “primogenito” (protótokos) non indica una creatura, ma il rango, la preminenza e supremazia su tutto ciò che è stato creato, come confermato dal v. 16: “perché in lui sono state create tutte le cose”, e dal Salmo 88: “Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra.” (v. 28)

Se Paolo avesse voluto dire che Gesù Cristo è il primo essere creato da Dio, avrebbe usato il termine “protóktistos”, non “protótokos”.

4. Confronto con Isaia 44,24: Dio ha creato tutto da solo

“Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me.”

Come può, allora, una creatura aver “collaborato” con Dio alla creazione, se Dio stesso dichiara di aver creato da solo, senza alcuno con lui? L’unica spiegazione coerente è che il Logos, Gesù Cristo, non è una creatura, ma è Dio stesso. Egli è consustanziale al Padre (Giovanni 1,1; 10,30), e quindi co-creatore.

5. Testimonianze bibliche della divinità di Cristo

Le Scritture affermano in modo inequivocabile la divinità del Figlio:

Giovanni 1,1: “Il Verbo era Dio.”

Giovanni 20,28: “Mio Signore e mio Dio!” (Tommaso rivolto a Gesù)

Colossesi 2,9: “In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.”

Tito 2,13: “…il nostro grande Dio e Salvatore, Gesù Cristo.”

2 Pietro 1,1: “…il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo.”

Apocalisse 22,13: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo.”

Questi versetti indicano non solo la preesistenza, ma la piena identità divina del Figlio. Egli non è “un dio” tra altri, ma l’unico Dio in unità con il Padre e lo Spirito.

6. Conclusione: Cristo è il Creatore, non una creatura

Il contesto di Colossesi 1,16-17, insieme a tutto il Nuovo Testamento, proclama che Gesù Cristo:

esiste prima di tutte le cose (v. 17);

è il mezzo e il fine della creazione (v. 16);

sostiene tutte le cose in essere (v. 17);

possiede la pienezza della divinità (Colossesi 2,9).

La manipolazione lessicale della Traduzione del Nuovo Mondo, mediante l’aggiunta di “altre”, è una forzatura dottrinale, non testuale. Essa altera profondamente il messaggio cristiano fondamentale: che Gesù Cristo è Dio fatto carne (Giovanni 1,14), coeterno col Padre, non creato, e degno di adorazione.

Le Manipolazioni bibliche dei traduttori della Traduzione del Nuovo Mondo in Giovanni 8,58: Il Caso di Egō eimì (“Io Sono”)

di Giuseppe Monno

Introduzione

Giovanni 8,58 rappresenta uno dei versetti più discussi e teologicamente densi del Nuovo Testamento. La sua traduzione e interpretazione hanno generato accese controversie, specialmente tra le diverse confessioni cristiane. Questo scritto analizza in particolare la resa di questo versetto nella Traduzione del Nuovo Mondo, redatta dagli anonimi traduttori dei Testimoni di Geova. Si evidenziano le strategie di manipolazione testuale adottate per adattare il testo a una specifica visione dottrinale, mettendo in discussione l’integrità e l’imparzialità della traduzione.

Giovanni 8,58

Eipen autois Iēsous: “Amēn amēn legō hymin, prin Abraam genesthai egō eimí.”

Traduzione letterale:

Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo fosse, Io Sono.”

Traduzione del Nuovo Mondo (dei Testimoni di Geova):

«Gesù disse loro: “Verissimamente vi dico: Prima che Abraamo venisse all’esistenza, io ero.”»

Questa resa è teologicamente e grammaticalmente problematica.

Analisi linguistica: Cosa significa egō eimí?

La locuzione greca egō eimí significa “Io sono”, ed è una forma di presente indicativo del verbo eimí (essere).
Essa non equivale in alcun modo a “io ero” (egō ên), che sarebbe l’imperfetto, né a “io sono stato”, che richiederebbe un perfetto come gégona. La costruzione usata da Gesù (prin Abraam genesthai egō eimí) è altamente significativa: esprime non solo preesistenza, ma un’esistenza eterna e divina.

Il valore teologico: “Io Sono” come rivelazione del Nome divino

L’espressione “Io Sono” è una chiara allusione a Esodo 3,14, dove Dio rivela il Suo Nome a Mosè:

Ehyeh Asher Ehyeh
“Io Sono Colui che Sono”.

Dio prosegue dicendo:

“Dirai agli Israeliti: Io-Sono (Ehyeh) mi ha mandato a voi.”

Nella Settanta (LXX), versione greca dell’Antico Testamento usata ai tempi di Gesù, questa formula è resa con:

egō eimí ho ōn (“Io sono colui che è”).

Gesù in Giovanni 8,58 adotta intenzionalmente la formula egō eimí, sapendo che gli interlocutori la avrebbero riconosciuta come una dichiarazione divina. Infatti, la reazione dei Giudei è immediata e violenta: “Presero delle pietre per lapidarlo” (Giovanni 8,59). Non perché egli abbia detto di essere “esistito” prima di Abramo, ma perché si è identificato con Yahweh stesso, compiendo quella che, dal punto di vista della legge giudaica, è una bestemmia punibile con la morte (Levitico 24,16).

La distorsione della Traduzione del Nuovo Mondo

La Traduzione del Nuovo Mondo, pubblicata dai Testimoni di Geova, è nota per le sue scelte interpretative tese a negare la divinità di Cristo. In Giovanni 8,58, traduce egō eimí con “io ero”, introducendo un’interpretazione anacronistica e grammaticalmente infondata, al fine di evitare l’identificazione di Gesù con Yahweh.

Tuttavia, nella stessa Traduzione del Nuovo Mondo, lo stesso costrutto egō eimí è tradotto altrove in modo corretto con “Io sono”, come in:

Giovanni 6,48: “Io sono il pane della vita”

Giovanni 8,12: “Io sono la luce del mondo”

Giovanni 10,7.9: “Io sono la porta”

Giovanni 14,6: “Io sono la via, la verità e la vita”

Perché allora l’eccezione proprio in Giovanni 8,58?

La risposta è chiara: evitare le implicazioni cristologiche e teologiche del testo.

Conferma da altre traduzioni bibliche

Quasi tutte le principali traduzioni della Bibbia, sia in italiano che in altre lingue, rendono egō eimí correttamente come “Io sono”. Ecco alcuni esempi:

Traduzioni italiane:

CEI 2008: “Prima che Abramo fosse, Io Sono”

Riveduta 2020

Diodati / Nuova Diodati

Bibbia della Gioia

TILC

Martini / Vulgata: “Ego sum”

Traduzioni inglesi e internazionali:

King James Version

New American Standard Bible (NASB)

English Standard Version (ESV)

Douay-Rheims

World English Bible

Young’s Literal Translation

Lutherbibel (tedesca): “Ich bin”

Louis Segond (francese): “Je suis”

Conferma dal contesto di Giovanni

L’identificazione di Gesù con il “Nome” di Dio ricorre più volte nel Vangelo secondo Giovanni. Alcuni esempi chiave:

Giovanni 8,24: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.”

Giovanni 13,19: “Ve lo dico ora, prima che accada, affinché, quando sarà accaduto, crediate che Io Sono.”

Giovanni 18,5-6: Quando Gesù dice “Io Sono” alle guardie che lo cercano, esse indietreggiano e cadono a terra, segno della potenza divina del Nome.

Conclusione

L’uso di egō eimí da parte di Gesù in Giovanni 8,58 è un’affermazione chiara e potente della Sua divinità e preesistenza eterna. Tradurlo con “io ero” non è solo un errore grammaticale, ma una manipolazione teologica che altera il senso autentico del testo evangelico.

I giudei reagirono con la lapidazione non per una questione temporale, ma perché capirono che Gesù stava rivendicando per sé il Nome stesso di Dio. Come essi stessi diranno più avanti:

“Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio.” (Giovanni 10,33)

“Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.” (Giovanni 8,24)

Le Manipolazioni bibliche nella Traduzione del Nuovo Mondo: Il caso di Giovanni 1,1

A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 1,1:

En archē ēn ho Lógos,
kai ho Lógos ēn pros ton Theón,
kai Theòs ēn ho Lógos.

La traduzione della Traduzione del Nuovo Mondo:

«In principio era la Parola,
e la Parola era con Dio,
e la Parola era un dio.»

Questa traduzione si distingue per la resa finale del versetto: “e la Parola era un dio”. Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo (utilizzata dai Testimoni di Geova) giustificano questa resa con la mancanza dell’articolo determinativo prima del secondo Theos nel testo greco.

Tuttavia, tale spiegazione non regge sul piano grammaticale né teologico. Nel greco del Nuovo Testamento, l’assenza dell’articolo non implica automaticamente l’indefinitezza (cioè “un dio”) e non giustifica una resa politeistica, soprattutto in un contesto monoteistico e giudaico come quello giovanneo.

1. Il greco di Giovanni 1,1 e la funzione del predicato nominale

kai Theòs ēn ho Lógos
(e il Verbo era Dio)

In Giovanni 1,1c, Theos è qualitativo: descrive la natura divina del Logos, non lo presenta come un dio tra tanti. Il Logos è per natura Dio, anche se distinto dal Padre.

Daniel B. Wallace (Greek Grammar Beyond the Basics) afferma:
“L’assenza dell’articolo con un predicato nominale anteposto al verbo non è necessariamente indefinita. Spesso è qualitativa, sottolineando la natura o l’essenza del soggetto.”

2. Esempi di Theos senza articolo riferito a Dio

Il Nuovo Testamento offre numerosi esempi in cui Theos si riferisce al Dio unico, senza articolo:

Giovanni 1,6
Egeneto anthrōpos apestalmenos para Theou
“Venne un uomo mandato da Dio”

Giovanni 1,12-13
tekna Theou genesthai… ek Theou egennēthēsan
“Figli di Dio… nati da Dio”

Giovanni 1,18
Theon oudeis heōraken pōpote; monogenēs Theos…
“Dio nessuno l’ha mai visto; il Figlio unigenito, Dio…”

In tutti questi casi Theos non ha l’articolo, eppure nessun traduttore serio lo rende “un dio”.

3. L’errore teologico della Traduzione del Nuovo Mondo

L’idea che il Logos sia “un dio” minore è incompatibile con la dottrina monoteistica giudaico-cristiana. Giovanni non sta introducendo un secondo dio, ma sta identificando il Logos come consustanziale al Padre.

“Io e il Padre siamo una cosa sola.” – Giovanni 10,30
“Chi ha visto me ha visto il Padre.” – Giovanni 14,9

L’uso dell’imperfetto ên (era) in tutto il prologo mostra che il Logos esisteva da sempre, prima della creazione. Egli non diventa Dio, ma lo è eternamente.

4. Esempi di falsi dèi nella Bibbia

Quando il Nuovo Testamento parla di falsi dèi, lo fa con contesti espliciti, come in:

2Corinzi 4,4: «ho theos tou aiōnos toutou»
(“Il dio di questo mondo”, cioè Satana)

Qui “ho theos” è con articolo, ma indica chiaramente un’entità diversa dal Dio vero, in un contesto di contrapposizione.

5. Supporto delle principali traduzioni mondiali

La quasi totalità delle Bibbie cristiane traduce correttamente Giovanni 1,1 con:

«…e il Verbo era Dio»

Ecco alcune delle traduzioni autorevoli che non traducono Theos con “un dio”:

Italiane: CEI, Nuova Riveduta, Riveduta 2020, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia Interconfessionale, Bibbia della Gioia, Martini

Inglesi: KJV, NKJV, ESV, NASB, NRSV, NET Bible, CSB, ISV, WEB, YLT

Francesi: Louis Segond, Bible de Jérusalem, TOB

Spagnole: Reina Valera, Biblia de las Américas, Nueva Biblia Latinoamericana

Tedesche: Lutherbibel, Elberfelder, Schlachter, Textbibel

Tutte confermano che Theos nel terzo segmento di Giovanni 1,1 va tradotto “Dio”, non “un dio”.

6. Conclusione teologica

Giovanni inizia il suo Vangelo proclamando una verità centrale del cristianesimo:
il Logos è eterno, divino, distinto dal Padre ma della stessa essenza.

“In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio,
e il Verbo era Dio.”

Il tentativo della Traduzione del Nuovo Mondo di rendere il Logos un essere divino secondario distorce la grammatica greca, la tradizione esegetica cristiana e la dottrina trinitaria.

Come afferma 1Giovanni 5,20:

“Egli è il vero Dio e la vita eterna.”

L’INTERCESSIONE DEI SANTI E I MIRACOLI

di Giuseppe Monno

La Parola di Dio ci insegna che i Santi in cielo possono intercedere per noi, ancora pellegrini sulla terra. Vediamo alcuni esempi biblici a sostegno di questa verità.

Eliseo e il potere delle reliquie

Siracide 48,14
Nella sua vita Eliseo compì prodigi e, dopo la morte, meravigliose furono le sue opere.

Quali furono queste opere meravigliose attribuite al profeta defunto? Il Secondo Libro dei Re ci fornisce un esempio straordinario:

2Re 13,21
Mentre seppellivano un uomo, alcuni, vedendo un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere nel sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, appena toccate le ossa di Eliseo, tornò in vita e si alzò in piedi.

Questo episodio biblico mostra chiaramente come anche dopo la morte, Dio abbia operato un miracolo per mezzo del suo servo Eliseo. Le sue reliquie sono diventate il tramite di un’opera divina: un morto è tornato alla vita. Dio, autore di ogni grazia e miracolo, si serve dei suoi santi per compiere prodigi. Il Santo diventa dunque un intercessore attraverso cui Dio agisce.

Intercessione di Geremia e Onia

Nel Secondo Libro dei Maccabei, vediamo le anime dei defunti Geremia e Onia intercedere per Giuda Maccabeo e per la nazione giudaica contro l’esercito nemico di Nicànore:

2Maccabei 15,6-16
Giuda narra una visione in cui Onia, l’ex sommo sacerdote, appare in preghiera per tutto il popolo, accompagnato dal profeta Geremia, «l’amico dei suoi fratelli», che consegna a Giuda una spada d’oro come dono da parte di Dio, promettendogli la vittoria. Questo episodio mostra chiaramente che le anime dei giusti possono intercedere per i vivi e che Dio ascolta tale intercessione.

Abramo intercessore nella parabola del ricco epulone

Nel Vangelo secondo Luca, Gesù ci offre una parabola che contiene un forte riferimento all’intercessione dei santi:

Luca 16,19-31
Il ricco, condannato ai tormenti, si rivolge al Patriarca Abramo chiedendo la sua intercessione sia per sé, sia per i suoi cinque fratelli ancora in vita. Sebbene Abramo non possa intervenire direttamente a causa del “grande abisso” tra i salvati e i dannati, la parabola mostra due elementi fondamentali:

1. È possibile rivolgersi ai Santi in cielo, come Abramo, per ottenere aiuto e intercessione.

2. Chi è all’inferno non può più beneficiare di alcuna intercessione, essendo separato definitivamente da Dio e dalla comunione dei santi.

L’intercessione di Maria alle nozze di Cana

L’intercessione più significativa è quella di Maria, la madre di Gesù:

Giovanni 2,1-11
Durante un matrimonio a Cana di Galilea, Maria interviene presso suo Figlio perché gli sposi non hanno più vino. Sebbene Gesù inizialmente sembri esitare, alla fine esaudisce la richiesta di sua madre, compiendo il suo primo miracolo. Questo evento è ricco di significato: Maria, madre della Chiesa, intercede per i bisogni dell’umanità, e il Figlio risponde con prontezza alla sua intercessione. Come afferma Gesù sulla croce (Giovanni 19,26-27), Maria è madre di tutti i discepoli: da allora intercede incessantemente per noi.

Le anime dei martiri gridano a Dio

Nel libro dell’Apocalisse, l’intercessione dei Santi è ancora più esplicita:

Apocalisse 6,9-10
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. Gridavano a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei Santo e Verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”

Le anime dei martiri, purificate e rese perfette, non sono inattive, ma continuano a partecipare al disegno divino, pregando e chiedendo giustizia. I Santi in cielo non sono dunque spettatori passivi, ma vivono una comunione attiva con la Chiesa militante sulla terra.

L’unità del Corpo Mistico

Infine, la Lettera agli Ebrei ci ricorda che i fedeli, uniti in Cristo, sono in comunione con i Santi del cielo:

Ebrei 12,22-24
Voi vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti, i cui nomi sono scritti nei cieli, a Dio giudice di tutti, agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che parla meglio di quello di Abele.

I Santi, «spiriti dei giusti resi perfetti», sono uniti a noi nell’unico Corpo di Cristo (1Corinzi 12,22-24). Essi vivono in Dio, come affermano anche Matteo 22,32 e Marco 12,26-27, e sono in grado di intercedere per noi. Possiamo dunque pregare i nostri fratelli celesti affinché ottengano grazie per noi presso il Signore.

INVOCAZIONE DEI MORTI, SPIRITISMO E NEGROMANZIA

di Giuseppe Monno

Differenze tra spiritismo, negromanzia, invocazione e preghiere per i morti

1. Spiritismo

Lo spiritismo è una pratica che afferma la possibilità di comunicare con gli spiriti dei defunti attraverso l’intervento di medium, in sedute medianiche o altri rituali. Chi vi partecipa cerca messaggi, segni o risposte da parte dei defunti, tentando un contatto diretto con l’aldilà. La Chiesa cattolica condanna fermamente lo spiritismo, considerandolo una pratica ingannevole e spiritualmente pericolosa, in quanto può aprire la porta a influenze demoniache sotto l’apparenza di comunicazioni con i defunti.

2. Negromanzia

La negromanzia è una forma specifica di magia evocativa che mira a far apparire e interagire con i morti o con spiriti che si presume li rappresentino, spesso attraverso rituali occulti. Storicamente, è stata praticata per ottenere rivelazioni, predizioni o influenze sul mondo terreno. Secondo la dottrina cattolica, la negromanzia è una grave forma di superstizione e un peccato mortale, in quanto tenta di violare i confini posti da Dio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

3. Invocazione dei morti

L’invocazione dei morti, nel contesto cristiano, non deve essere confusa con l’evocazione (ossia la negromanzia). Invocare i morti significa rivolgere preghiere o richieste di intercessione a coloro che sono morti in stato di grazia, specialmente i Santi. Questa pratica è fondata sulla comunione dei santi: i fedeli credono che i Santi, pur essendo defunti nella carne, vivano in Dio e possano pregare per noi. Non si tratta dunque di una comunicazione sensibile o magica, ma di una forma di preghiera accettata dalla Chiesa cattolica.

4. Preghiere per i morti

Le preghiere per i defunti sono offerte spirituali rivolte a Dio per il bene delle anime del Purgatorio. In questa forma di pietà cristiana, non si tenta di dialogare con i morti, ma si intercede presso Dio affinché li purifichi e li accolga presto nella gloria del Paradiso.
È una pratica profondamente radicata nella tradizione cattolica e sostenuta dalla Scrittura e dalla liturgia, soprattutto nella commemorazione dei fedeli defunti (2 novembre) e nelle Messe di suffragio.

GEOVA NON È IL NOME DI DIO

di Giuseppe Monno

Geova non è il vero nome di Dio, ma una forma italianizzata derivata dalla lettura errata del Tetragramma ebraico Yhwh (יהוה), introdotta nel XIII secolo dal teologo spagnolo Raimondo Martini. Questo nome nacque da un’errata combinazione delle consonanti del Tetragramma con le vocali di un altro termine ebraico, ʼĂdonāy (Signore mio), volutamente usata dagli ebrei come sostituto del nome divino per rispetto e timore reverenziale.

Contesto storico ed ebraico

Nel rispetto del comandamento di non pronunciare invano il nome di Dio (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11), gli ebrei evitarono progressivamente l’uso vocale del Tetragramma Yhwh, preferendo leggerlo come:

HaShem (Il Nome) nella vita quotidiana;

ʼĂdonāy (Signore mio) durante la lettura liturgica delle Sacre Scritture.

Tra il VI e il X secolo d.C., i masoreti, scribi ebrei che conservarono e trascrissero il testo biblico ebraico, introdussero i segni vocalici per guidare la pronuncia. Ma per il Tetragramma non inserirono le vocali originali del nome divino, bensì quelle di ʼĂdonāy, per ricordare al lettore di non pronunciare il nome sacro, ma dire invece “Signore”.

Questo portò alla forma Yehowah, che non rappresenta la vera pronuncia, ma è una combinazione artificiale.

Y (yod)

H (hei)

W (waw)

H (hei)

+

Ă (hataf patah)

O (holam)

Ā (qamatz)

= YEHOWAH

Non Yahowah, ma Yehowah, perché hataf patah è una “ă” brevissima che se posta sotto la Yod (prima lettera del Tetragramma) non si può pronunciare bene, perché la sequenza diventerebbe difficile. Per facilitare la lettura si modula la vocale verso una “ĕ” breve. Perciò al posto di hataf patah (ă) i masoreti hanno aggiunto hataf segol (ĕ) sotto la Yod. Si tratta di una regola fonetica e morfologica.

L’errore di Raimondo Martini

Nel 1270, il teologo cattolico Raimondo Martini, nel suo trattato Pugio Fidei, interpretò la forma masoretica יְהֹוָה (ʼĂdonāy) come un nome completo e la traslitterò come Yehowah, ignorando la prassi ebraica che prevedeva la lettura ʼĂdonāy. L’errore fu poi amplificato da successive traduzioni e utilizzato da alcune comunità cristiane, ma mai adottato ufficialmente dalla Chiesa cattolica nei testi liturgici o catechistici.

Diffusione della forma Jehovah

Nel 1530, William Tyndale, riformatore protestante, tradusse i primi cinque libri della Bibbia in inglese e introdusse la forma Jehovah, che divenne comune nelle Bibbie anglosassoni.

I Testimoni di Geova, nella loro Traduzione del Nuovo Mondo, hanno adottato e diffuso largamente la forma Geova, usandola quasi 7.000 volte nell’Antico Testamento e oltre 200 volte nel Nuovo Testamento, dove il Tetragramma in realtà non compare mai.

Ad esempio, in Esodo 4,10, il testo ebraico presenta una sola volta il Tetragramma (יְהוָה) e una sola volta ʼĂdonāy (אֲדֹנָי). Tuttavia, nella TNM entrambi sono resi con Geova, alterando il senso originario. Lo stesso accade in Esodo 4,13, dove ʼĂdonāy viene sostituito da Geova.

Pronuncia autentica del nome divino

Molti studiosi concordano sul fatto che la pronuncia più probabile del Tetragramma sia Yahwēh. Forme molto vicine a Yahwēh sono attestate in antiche fonti patristiche greche (Clemente, Stromata 5,6) e tradizioni samaritane (Teodoreto di Cirro, commento a Esodo 3) o molto vicine (Epifanio di Salamina, Panarion 40,5)

Sebbene non si possa avere certezza assoluta sulla vocalizzazione originale, la forma Geova è universalmente riconosciuta come errata.

Riferimenti enciclopedici

Numerose enciclopedie e fonti accademiche confermano l’errore:

Enciclopedia Ebraica (1904):
«Geova: errata pronuncia dell’ebraico Yahweh. La pronuncia di Geova è grammaticalmente impossibile.»

Nuova Enciclopedia Ebraica (1962):
«È chiaro che la parola Geova è un composto artificiale.»

Enciclopedia Giudaica (1971, p. 680):
«Il nome era pronunciato Yahweh.»

Enciclopedia Britannica (1993):
«I masoreti sostituirono le vocali del Tetragramma con quelle di ʼĂdonāy o Elohim. Così nacque il nome artificiale Geova.»

Enciclopedia Treccani (voce “Geova”):
«Adattamento fonetico e grafico della forma errata Iehovah. La corretta lettura del Tetragramma dovrebbe essere Yahweh.»

Jw_org (pubblicazioni dei Testimoni di Geova):
«Non si conoscono le giuste vocali da inserire nel Tetragramma… Geova è utilizzato solo per tradizione.»

Il Nuovo Testamento e il Nome Divino

Nel Nuovo Testamento, il Tetragramma non appare mai. Al suo posto si trova il termine greco Kyrios, che significa “Signore”, usato sia per Dio Padre sia per Gesù Cristo.

Questo è coerente con la Settanta (LXX), la versione greca dell’Antico Testamento usata dalla Chiesa primitiva, dove il Tetragramma è sempre reso con Kyrios.

Gesù, pur conoscendo bene il nome divino, ci insegna a rivolgerci a Dio come “Padre” (Matteo 6,9), in linea con Geremia 3,19:

«Tu mi chiamerai ‘Padre mio’, e non smetterai di seguirmi.»

Nel pensiero neotestamentario, la centralità del nome di Gesù è fondamentale:

«Dio gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,9)
«Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi…» (Fil 2,10)

Conclusione

La forma Geova nasce da un errore filologico nel medioevo e non corrisponde al vero nome di Dio.

La pronuncia Yahweh è la più probabile, sebbene non definitiva.

Il Nuovo Testamento non usa il Tetragramma, ma presenta Gesù come il Kyrios, il Signore.

Per i cristiani, il nome che salva è Gesù, il cui nome stesso significa “Il mio Signore è salvezza”.

PREGHIERE PER I DEFUNTI NEL NUOVO TESTAMENTO

A cura di Giuseppe Monno

L’apostolo Paolo prega per un defunto

Un passo significativo si trova nella seconda lettera di san Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:

“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)

Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.

Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?

Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?

Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?

Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.

GESÙ È DIO

A cura di Giuseppe Monno

Parallelismi tra Dio e Gesù Cristo

1. Datore di vita eterna

Dio:
1Giovanni 5,11
E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel suo Figlio.

Gesù:
Giovanni 10,28
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute; nessuno le rapirà dalla mia mano.

2. Conosce ogni cuore

Dio:
2Cronache 6,30
Tu che conosci il cuore di ognuno, poiché solo tu conosci il cuore dei figli dell’uomo.

Gesù:
Apocalisse 2,23
Tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta reni e cuori.

3. Onnisciente (conosce ogni cosa)

Dio:
1Samuele 2,3
… il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette.
Salmi 138,1-4
… la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.

Gesù:
Giovanni 21,17
Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene.

4. Esistente dall’eternità

Dio:
Isaia 43,12-13; Salmi 89,2
Da eternità in eternità, tu sei Dio.

Gesù:
Giovanni 1,1; Colossesi 1,17
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

5. L’Alfa (A) e Omega (Ω), il Primo e l’Ultimo

Dio:
Isaia 44,6; Isaia 48,12
Io sono il primo e io l’ultimo.
Apocalisse 1,8
Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.

Gesù:
Apocalisse 1,17-18; 2,8
Io sono il Primo e l’Ultimo, il vivente.
Apocalisse 22,13
Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.

6. Re dei re e Signore dei signori

Dio:
1Timoteo 6,15
… il Re dei re e Signore dei signori.

Gesù:
Apocalisse 17,14
… l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re.

7. Oggetto di adorazione

Dio:
Matteo 4,10; Apocalisse 22,9
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto.

Gesù:
Matteo 2,11; Apocalisse 5,11-14
Tutte le creature… si prostrarono e adorarono.

8. Manda il suo angelo

Dio:
Apocalisse 22,6
Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo…

Gesù:
Apocalisse 22,16
Io, Gesù, ho mandato il mio angelo…

9. Risuscitatore

Dio:
Atti 10,40
Ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno.

Gesù:
Giovanni 2,19-22
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… parlava del tempio del suo corpo.

10. Pastore

Dio:
Geremia 31,10
… lo custodisce come fa un pastore con il gregge.

Gesù:
Giovanni 10,14
Io sono il buon pastore.

11. Signore

Dio:
Genesi 9,26; 14,22
Benedetto il Signore, Dio di Sem…

Gesù:
Romani 10,9; 1Corinzi 12,3
Gesù è il Signore.

12. L’unico Signore

Dio:
Deuteronomio 6,4; Marco 12,29
Il Signore è uno solo.

Gesù:
Atti 10,36; 1Corinzi 8,6; Giuda 4
Un solo Signore Gesù Cristo.

13. Salvatore

Dio:
Isaia 17,10; 1Timoteo 4,10
Dio Salvatore di tutti gli uomini.

Gesù:
Filippesi 3,20; 2Timoteo 1,10; Tito 1,4
Gesù Cristo, nostro Salvatore.

14. L’unico Salvatore

Dio:
Isaia 43,11; Osea 13,4
Fuori di me non v’è Salvatore.

Gesù:
Atti 4,12
In nessun altro c’è salvezza…

15. Rimette i peccati

Dio:
Marco 2,7
Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?

Gesù:
Marco 2,5.10
Il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati.

16. Creatore di tutte le cose

Dio:
Isaia 44,24
Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose.

Gesù:
Giovanni 1,3; Colossesi 1,16-17; Ebrei 1,2; 1Corinzi 8,6
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui.

Gesù è Dio

Numerosi versetti mostrano esplicitamente che Gesù è identificato come Dio stesso:

Giovanni 8,58: «Prima che Abramo fosse nato, Io Sono».

Giovanni 20,28: «Signore mio e Dio mio».

Atti 20,28: La Chiesa di Dio acquistata con il suo sangue.

Romani 9,5: Cristo, Colui che è sopra tutte le cose, Dio benedetto nei secoli.

Colossesi 2,9: In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.

Tito 2,13; 2Pietro 1,1: Gesù Cristo è definito «nostro grande Dio e Salvatore».

Gesù e il Padre sono uno

Giovanni 10,30
Io e il Padre siamo uno.

Lo Spirito è dello stesso Dio e di Gesù

Matteo 10,20: Lo Spirito del Padre.

Atti 16,6-7: Lo Spirito di Gesù.

Romani 8,9; Galati 4,6; 1Pietro 1,10-11: Lo Spirito è chiamato Spirito di Dio, di Cristo e del Figlio.

Conclusione

I parallelismi tra Dio e Gesù Cristo dimostrano inequivocabilmente che Gesù non è un semplice uomo o profeta, ma è Dio stesso venuto in carne. Egli è:

il Creatore,

il Salvatore,

il Signore,

l’unico degno di adorazione,

e colui nel quale abita tutta la pienezza della divinità.

Dio è Gesù. Gesù è Dio.

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