Giuseppe Monno, autore del blog Cristiani Cattolici Romani su WordPress, e dell’omonima pagina Facebook
Simon Pietro, figlio di Giona o di Giovanni?
Nel primo Vangelo, Simon Pietro viene chiamato “figlio di Giona” (Matteo 16,17), mentre nel quarto Vangelo è indicato come “figlio di Giovanni” (Giovanni 1,42). Il termine greco Ioannes (Giovanni) può essere considerato una variante dell’ebraico Yonah (Giona). Di conseguenza, è possibile che “Giona” e “Giovanni” si riferiscano alla stessa persona.
Non sarebbe un caso isolato: nella Bibbia è comune trovare personaggi ai quali vengono attribuiti più nomi o varianti del medesimo. Si pensi, ad esempio, all’apostolo Matteo, chiamato anche Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14).
Gesù Cristo, pur essendo Figlio di Dio, sceglie di chiamare se stesso “Figlio dell’uomo” per rivelare pienamente il mistero della sua identità e della sua missione.
Con questo titolo egli sottolinea di aver assunto in tutto la nostra condizione umana. È realmente uno di noi: ha carne e sangue, sentimenti, fatica, dolore e sofferenza. Condivide la nostra vita fino in fondo, con l’unica eccezione del peccato.
Il titolo “Figlio dell’uomo” manifesta l’umiltà del Verbo incarnato. Gesù non è venuto a dominare come i potenti della terra, ma a servire e a donare la sua vita. Chiamarsi così significa non porsi al di sopra degli uomini, ma vivere in mezzo a loro.
Nella visione del profeta Daniele (7,13-14) appare «uno simile a un figlio d’uomo» al quale Dio consegna potere, gloria e regno eterno. Quando Gesù usa questo titolo, richiama quella profezia: egli è il Figlio dell’uomo che, dopo la passione e la morte, sarà innalzato e giudicherà i popoli. In lui si compie la profezia: umiliazione e gloria, croce e risurrezione, abbassamento e innalzamento.
Gesù, dunque, chiama se stesso “Figlio dell’uomo” perché questo è un titolo messianico che unisce due aspetti inseparabili: la sua solidarietà con noi nella debolezza e nella sofferenza, e la sua esaltazione nella gloria di Dio. Così possiamo riconoscere che Dio si è fatto veramente uomo, e che Gesù è l’unico Salvatore, colui che unisce in sé il cielo e la terra.
Quando si affronta il tema dell’esistenza di Dio, non è soltanto la fede a sostenere la riflessione: anche la ragione, se ben esercitata, può offrire argomenti validi e convincenti. La mente umana, infatti, è naturalmente orientata alla ricerca di un fondamento ultimo, di un principio primo da cui tutto deriva e che renda conto della realtà nel suo insieme.
In questa prospettiva, la ragione riconosce la necessità di un “primo motore immobile”, come lo definiva Aristotele: un essere che non è mosso da nulla, ma che muove tutto, causa prima e incausata di ogni cosa. Se ogni effetto ha una causa, non è possibile procedere all’infinito in una catena di cause e effetti: occorre giungere, per forza di logica, a una causa prima che esista di per sé, senza dipendere da altro. Questa realtà originaria e necessaria è ciò che chiamiamo Dio, l’Essere assoluto, eterno, immutabile, atto puro, totalmente compiuto in sé.
Un ulteriore argomento a favore dell’esistenza di Dio viene dall’osservazione dell’universo. L’ordine, la complessità e la finalità che caratterizzano il cosmo difficilmente possono essere frutto del puro caso o di una forza cieca. È più ragionevole pensare che alla base dell’universo vi sia un’intelligenza ordinatrice, un progetto, una mente creatrice. La presenza di leggi fisiche, di armonie matematiche, di sistemi viventi interconnessi suggerisce una causa intelligente, e non un principio impersonale o astratto.
In conclusione, la ragione, se seguita fino in fondo, conduce alla plausibilità dell’esistenza di Dio. Non si tratta, naturalmente, di una dimostrazione matematica, ma di una argomentazione razionale solida, capace di aprire la mente e il cuore alla possibilità – e per molti alla certezza – di un Essere superiore, origine e senso di tutto ciò che esiste.
“Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli.”
Il termine greco utilizzato da Paolo e tradotto con “venerazione” è threskeia, derivato da threskos, che significa “timoroso di Dio” o “religioso”. In greco, threskeia indica il culto o l’adorazione dovuta a una divinità. Così, nella sua lettera ai Colossesi, Paolo condanna l’adorazione degli angeli che alcuni cristiani di Colosse avevano iniziato a praticare, come se fossero divinità autonome.
Va però precisato che nel vocabolario italiano moderno il termine “venerazione” ha un significato più ampio e non equivale necessariamente all’adorazione: può indicare anche stima, rispetto, onore, ammirazione. La Chiesa cattolica utilizza consapevolmente questa distinzione linguistica: si adora (latria) solo Dio, mentre si venera (dulia) gli angeli e i santi, riconoscendone il valore e l’esempio virtuoso. In modo particolare, l’alta venerazione (iperdulia) è riservata alla Vergine Maria, per l’alto grado di onore che le compete come Madre di Dio.
La venerazione cattolica degli angeli e dei santi non contraddice quindi l’insegnamento di Paolo: si tratta di onorare coloro che hanno servito Dio fedelmente, partecipando alla gloria del Cristo risorto, e che sono già onorati da Dio stesso (cfr. Giovanni 12,26). Come insegna la Scrittura, chi serve Cristo sarà riconosciuto e onorato dal Padre. Di conseguenza, anche noi possiamo esprimere il nostro rispetto e la nostra stima verso gli angeli e i santi, rendendo grazie a Dio per le opere compiute attraverso di loro.
Questa pratica ha radici profonde nella tradizione biblica: il popolo ebraico onorava i propri eroi con canti, danze e grida di gioia (1 Samuele 18,6-7; Giuditta 15,12). Paolo stesso paragona i cristiani a membra di un unico corpo, la Chiesa, affermando che “se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono” (1 Corinzi 12,26). La venerazione dei santi e degli angeli nella liturgia e nella devozione personale non è dunque adorazione: essa riconosce la santità di chi ha servito Dio e ci aiuta a crescere nella virtù, mirando sempre a Dio come fine ultimo.
In definitiva, la Chiesa cattolica distingue chiaramente tra:
Latria: adorazione dovuta solo a Dio;
Dulia: onore riservato agli angeli e ai santi;
Iperdulia: onore speciale riservato a Maria, Madre di Dio.
Questa distinzione evita equivoci teologici e conferma la fedeltà alla Scrittura, riconoscendo nello stesso tempo il valore della comunione dei santi, che testimoniano la gloria di Dio nella storia della salvezza.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo. _Marco 1,14-15
Nel rito romano il mercoledì delle ceneri da’ inizio alla quaresima, un periodo di quaranta giorni che precede la pasqua e in cui siamo particolarmente invitati alla conversione mediante la penitenza, la riflessione e la preparazione interiore. Come per il venerdì santo, il mercoledì delle ceneri è considerato giorno di digiuno e astinenza dalle carni. Durante il rito delle ceneri, il sacerdote cosparge il capo dei fedeli con le ceneri ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la domenica delle palme dell’anno precendente. Inizialmente questa antica prassi era riservata a quelli che facevano un cammino di penitenza per essere assolti dai loro peccati nella celebrazione del giovedì santo. Nelle prime comunità cristiane il sacramento della penitenza o riconciliazione era pubblico. Luca, per esempio, afferma che “molti di quelli che avevano abbracciato la fede confessavano in pubblico le loro pratiche magiche” (Atti 19,18). Mentre Giacomo esorta a “confessare i peccati gli uni agli altri e pregare gli uni per gli altri per essere guariti” (Giacomo 5,16). La presenza della comunità non serviva quindi a umiliare il penitente, ma a sostenerlo. In seguito il rito delle ceneri venne esteso a tutti i fedeli e collocato all’interno della santa messa. Le ceneri con cui ci si cosparge il capo hanno un duplice significato:
a) Segno della fragilità umana. Nella Bibbia l’uomo viene più volte paragonato a cenere e polvere: “Il Signore disse all’uomo: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (Genesi 3,19). “Riprese Abramo e disse: Ecco che ricomincio a parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” (Genesi 18,27). “Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere” (Ecclesiaste 3,20). “Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera” (Sapienza 2,2-3). “Mi getta nel fango, e mi confondo con la polvere e con la cenere” (Giobbe 30,19). “Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere?” (Siracide 10,9). “Esso sorveglia le schiere dell’alto cielo, ma gli uomini sono tutti terra e cenere” (Siracide 17,27).
b) Segno di penitenza e di conversione. Nella Bibbia vediamo qualche esempio: “Per mezzo del profeta Giona, il Signore aveva minacciato di distruggere la città di Ninive. Allora i cittadini credettero e bandirono un digiuno, e tutti, dal più grande al più piccolo, vestirono di sacco. Anche il re, avendo saputo ciò, si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere, decretando anche un digiuno da cibo e acqua per uomini e animali, che questi vestissero di sacco e che invocassero Dio con tutte le forze, affinché ognuno si converta dalla propria condotta malvagia. Con ciò il re sperava che Dio avrebbe risparmiato lui e il suo popolo. Così fu. Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (Giona 3,1-10). “Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore. Ricoprirono di sacco anche l’altare e alzarono il loro grido al Dio di Israele tutt’insieme senza interruzione, supplicando che i loro figli non venissero abbandonati allo sterminio, le loro mogli alla schiavitù, le città di loro eredità alla distruzione, il santuario alla profanazione e al ludibrio in mano alle genti. Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente” (Giuditta 4,11-13).
Nel libro del profeta Ezechiele, Dio ordina che siano risparmiati coloro che portano un segno sulla fronte: “Passa per la città, attraverso Gerusalemme, e segna con un tau la fronte di coloro che gemono e piangono per tutti gli abomini che vi si commettono” (Ezechiele 9,4).
Il tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico. Nell’alfabeto paleoebraico — derivato dal fenicio e storicamente connesso al protosinaitico — la lettera tau era generalmente rappresentata con forme che ricordavano una croce, anche se non in modo sempre uniforme. La forma quadrata dell’ebraico attuale, discendente dall’aramaico imperiale, si sviluppò a partire dal III secolo a.C. Il libro di Ezechiele, invece, risale al VI secolo a.C., pertanto è fondato ritenere che il tau usato dal profeta fosse scritto nella forma paleoebraica, che solitamente aveva l’aspetto di un segno cruciforme.
La tradizione cattolica ha interpretato questo segno come una prefigurazione tipologica del segno della croce: non nel senso che Ezechiele pensasse alla croce di Cristo, ma perché i cristiani, leggendo le Scritture alla luce della rivelazione compiuta, hanno visto in quel tau un’anticipazione simbolica del segno di appartenenza al Crocifisso. Il segno della croce è per i cristiani simbolo della redenzione compiuta da Cristo mediante la sua croce, con la quale ha vinto il male e ha ottenuto per noi la grazia. Per questo motivo il segno della croce è diventato una fonte di forza contro le difficoltà e le tentazioni, ed è con questo segno che la Chiesa accompagna le benedizioni.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, i fedeli hanno praticato con devozione questo gesto. Già all’inizio del III secolo, Tertulliano scriveva: “Ad ogni inizio, in ogni movimento, quando si entra e si esce, quando ci si calza, quando ci si lava, quando ci si mette a tavola, quando si accendono le lampade, quando ci si corica, quando ci si siede, facciamo il segno della croce sulla fronte.” (De corona militis, 3, PL, 1, 826).
Origene, nelle sue Omelie sui Numeri, afferma: “I cristiani tracciano il segno della croce sulla fronte, sugli occhi e sul cuore; e ciò non è inutile, ma è un segno di potenza, conosciuto dagli spiriti maligni” (parafrasi, Commentarii in Numeros, XI, PG, 12, 1342). E nei Frammenti su Ezechiele aggiunge: “Coloro che appartengono a Cristo portano il segno della croce sulla fronte” (parafrasi, Selecta in Ezechielem).
Nel IV secolo, san Cirillo di Gerusalemme insegna nelle sue Catechesi: “Con la croce siamo stati segnati, e con questo segno i fedeli sono riconosciuti” (Catechesi Mystagogicae, III, 10, PG, 33, 667). “Fa’ questo segno quando mangi, quando bevi, quando ti siedi, quando ti corichi, quando ti alzi, quando parli, quando cammini; in una parola: in ogni circostanza” (IV, 14, PG, 33, 675). “Tutti i nostri atti siano segnati dalla croce del Salvatore. Nessuna azione venga compiuta senza questo segno” (XIII, 22, PG, 33, 751). “Non vergogniamoci della croce di Cristo; e se anche altri la occultano, tu imprimila coraggiosamente sulla fronte, affinché i demoni, vedendo il segno regale, fuggano lontano tremando” (XIII, 36, PG, 33, 757).
Anche sant’Ambrogio di Milano testimonia l’uso e il profondo significato del segno della croce: “Ogni volta che prendi in mano il calice, ricordati di Colui che ha dato il suo sangue per te. Quando ti segni con la croce, pensa a Cristo che morì per te” (De Mysteriis, 6, 29, PL, 16, 393-394). “Ti venne impresso il segno della croce sulla fronte; ti fu imposto sulle orecchie per ascoltare, sulle narici per ricevere il buon odore della vita, sulla bocca per parlare le parole di Dio” (7, 36, PL, 16, 400). “Portiamo dappertutto il sigillo di Cristo: quando mangiamo, quando beviamo, quando ci sediamo, quando dormiamo, quando ci muoviamo in tutte le nostre opere. Grande infatti è come protezione il segno della croce, forte custodia… Non vergogniamoci della croce di Cristo” (De Fide ad Gratianum, I, 14, PL, 16, 569).
Nelle sue omelie, san Giovanni Crisostomo esorta: “Non usciamo mai di casa senza segnare la nostra fronte con la croce; è un’armatura che ci protegge gratuitamente, un dono del Signore” (Homilia ad populum Antiochenum, 54, PL, 16, 389-390). “Fa’ il segno della croce quando inizi il giorno, quando esci di casa, quando mangi, quando ti corichi, quando ti alzi, quando parli, in ogni circostanza. Nessun male potrà toccarti se ti circondi con questo segno” (In Matthaeum, 59, 5). “Questo segno, tanto temuto dai demoni, lo facciamo sulla fronte per mostrare apertamente la nostra fede e per non arrossire del Crocifisso” (Homilia in Epistolam ad Colossenses, 8, PG, 61, 150-152). “La croce è diventata un vessillo più splendente del sole. La si trova ovunque: presso i re, nei soldati, nei mercati, nei deserti, nelle strade, sui monti, sulle isole, sul mare, sulle navi, nei libri, nelle case, nei vestiti, nelle armi, nei muri, nei corpi degli ammalati, perfino sugli indemoniati. Tutti fanno il segno della croce” (Homilia in crucem et latronem, PG, 49, 403).
Sant’Agostino ricorda: “Nel nome di Cristo crocifisso ricevi il segno della croce, sia sulla fronte che nel cuore; portalo sempre. Non vergognarti della croce di Cristo” (Sermo 214, 6, PL, 38, 1130). “Noi portiamo il segno della croce sulla fronte, come soldati segnati per la battaglia spirituale… Il cristiano non deve arrossire del segno della croce, che è posto sulla sua fronte come su un trono” (parafrasi, Sermones 56, 119, 214). “Il segno della croce si fa sulla fronte del credente, ma bisogna che sia impresso nel cuore. Non basta il gesto esteriore, se non è accompagnato dalla fede” (Tractatus in Ioannem, 44, 2, PL 35, 1967).
Il segno della croce viene accompagnato dalla formula trinitaria: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Con queste parole, il cristiano consacra a Dio le proprie azioni e la propria giornata, invocando l’aiuto della grazia per vivere come figlio del Padre, per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo, secondo l’insegnamento della Chiesa.
In origine, il segno era tracciato con un semplice gesto sulla fronte. Il grande segno di croce — cioè quello che tocca fronte, petto e spalle — si è sviluppato progressivamente tra il tardo antico e l’alto Medioevo, fino a stabilizzarsi nelle forme oggi in uso nella Chiesa cattolica e in quella ortodossa. Attualmente ci si segna con una mano o con tre dita unite (nelle tradizioni orientali), iniziando dalla fronte nel nome del Padre, poi sul petto nel nome del Figlio, e infine sulle spalle nel nome dello Spirito Santo.
La croce è l’immagine della vita donata di Cristo, il Figlio di Dio che si è offerto per la salvezza di tutti gli uomini. Il segno della croce è quindi la professione della nostra fede nella sua Pasqua e in tutta la Trinità.
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Il termine latino hostia significa “vittima”. Nella celebrazione eucaristica, sia il pane che il vino diventano hostia dopo la consacrazione da parte del sacerdote. L’hostia è Cristo stesso (hostia salutis, “vittima di salvezza”), realmente e totalmente presente sotto le apparenze del pane e del vino. Pertanto, non è corretto chiamare “ostie” le cialde usate in pasticceria: al di là della forma rotonda e sottile, esse non hanno alcun legame con l’hostia della liturgia eucaristica.
L’anima viene creata da Dio prima o dopo il concepimento di un corpo umano?
Poiché l’anima è il principio vitale di ogni essere animato – che si tratti di piante, animali o esseri umani – e poiché nessuna forma di vita terrestre può esistere senza di essa, si deve ritenere che già nel primo istante del concepimento Dio infonda l’anima nel corpo.
Secondo la concezione classica della filosofia aristotelico-tomista, recepita dalla teologia cristiana, l’anima è ciò che dà forma e vita al corpo. Tuttavia, mentre le anime degli esseri viventi non umani sono mortali e strettamente legate alla materia, l’anima umana è spirituale, razionale e immortale, creata direttamente da Dio.
A differenza della natura angelica, che è puramente spirituale e incorporea, la natura umana è costituita da una sostanza unica composta di spirito e materia, cioè di anima e corpo. Pertanto, non si può sostenere che l’anima umana preesista al corpo: essa non è eternamente preesistente né derivata dai genitori, ma viene creata ex nihilo da Dio e infusa nell’embrione nel momento stesso del concepimento.
Questa dottrina, che esclude sia la preesistenza platonica dell’anima sia la sua generazione dai genitori (traducianesimo), è stata confermata dalla tradizione cristiana, in particolare da san Tommaso d’Aquino, e successivamente ribadita dal Magistero della Chiesa.
Maria è venerata dai credenti fin dai primissimi tempi della Chiesa. Tra gli evangelisti, è soprattutto Luca a mettere in risalto la figura della Madre di Gesù e la venerazione che ella riceve, non solo dai credenti, ma anche da parte degli angeli inviati da Dio.
All’inizio del suo Vangelo, Luca narra l’Annunciazione, quando l’angelo Gabriele si rivolge a Maria con parole uniche: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te» (Luca 1,28). Questa formula di saluto, totalmente nuova rispetto alla tradizione biblica, manifesta lo sguardo particolare di Dio su Maria e la sua elezione unica.
Sempre Luca sottolinea l’atteggiamento di venerazione di Elisabetta verso Maria. Quando la Vergine si reca da lei, Elisabetta, colma di Spirito Santo, esclama: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Luca 1,42-43). L’espressione «madre del mio Signore» va intesa in chiave cristologica: il titolo «Signore» (Kyrios), nella Bibbia greca dei Settanta, traduce l’’Adonai ebraico (utilizzato al posto del sacro tetragramma YHWH, per un’antica regola ebraica) e indica qui la divinità di Gesù. In tal modo Elisabetta riconosce in Maria non solo la madre del Messia, ma la Madre di Dio stesso (Theotókos), secondo la piena rivelazione della fede cristiana.
Un altro episodio riportato da Luca testimonia la venerazione spontanea verso Maria: mentre Gesù predicava, una donna dalla folla esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» (Luca 11,27). Gesù risponde ponendo l’accento sulla beatitudine ancora più grande dell’ascolto della Parola di Dio (cf. Luca 11,28), ma questo non diminuisce l’onore reso a Maria, che è modello perfetto sia come Madre sia come credente che custodisce la Parola.
Anche le testimonianze extrabibliche confermano che la venerazione di Maria è radicata fin dai primi secoli. In Egitto è stato rinvenuto un frammento di papiro, datato intorno all’anno 250, contenente una delle più antiche preghiere mariane a noi pervenute: la Sub tuum praesidium («Sotto la tua protezione»). Il testo greco utilizza il vocativo Theotóke, “Madre di Dio”, anticipando così la definizione dogmatica che sarà proclamata nel Concilio di Efeso (431).
Ecco il testo in italiano:
«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio; non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci sempre da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.»
Questa preghiera, insieme alla testimonianza evangelica, mostra come la coscienza della Chiesa abbia riconosciuto fin dall’inizio il ruolo unico di Maria nella storia della salvezza: Madre di Dio, benedetta tra le donne, modello di fede e di discepola.
I testimoni di Geova insistono che Dio vada chiamato col nome che aveva rivelato al popolo eletto, il sacro tetragramma. Ciò però non trova alcun riscontro con la parola di Dio. Nel libro di Geremia Dio dice al suo popolo: “Tu mi chiamerai Padre mio, e non smetterai di seguirmi” (Geremia 3,19). Nei Vangeli Gesù Cristo dice ai credenti: “Voi dunque pregate così: Padre nostro” (Matteo 6,9). Egli chiamava Dio con l’aramaico “Abbà”, Padre (Marco 14,36), senza mai fare uso del sacro tetragramma, come lo dimostra il fatto che leggendo il rotolo di Isaia, non pronuncia il sacro tetragramma, ma lo legge Adonai, Signore mio, che Luca traduce col greco Kyrios (Luca 4,18-19). L’apostolo Paolo afferma che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Galati 4,6). E dice ancora che noi credenti non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Romani 8,15). Quindi lo Spirito di Dio ci fa gridare Padre, non Geova o Jawè. Gesù chiama Dio “Padre” e così dobbiamo chiamarlo anche noi, perché siamo figli, e un figlio non chiama per nome il proprio genitore, ma lo chiama papà. Se uno non è in grado di entrare in questa bella e libera intimità con Dio, vuol dire che non ha ancora ricevuto uno spirito da figlio.