DIO MIO, DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?

di Giuseppe Monno

Marco 15,34
Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Le parole dette da Gesù sulla croce sono riprese dal Salmo 21, col quale Gesù, nella sua umanità, esprime ad un tempo la sofferenza della sua passione e il convincimento della sua risurrezione. Si tratta non soltanto di un lamento di angoscia, ma anche di una vera e propria preghiera di speranza nel trionfo finale. Come uomo Cristo ha dovuto provare tutta l’angoscia e la sofferenza della morte, e con queste anche il sentimento di sentirsi abbandonato dal Padre. Ma poiché in lui la natura umana è unita ipostaticamente alla sua persona divina e onnipotente (Giovanni 1,1.14; Colossesi 2,9), sapeva bene di non essere abbandonato dal Padre col quale è un solo Dio (Giovanni 10,30).

GESÙ CRISTO È IL SERVO DI DIO

di Giuseppe Monno

Atti 3,13
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo.

Gesù Cristo è “il servo di Dio” secondo la sua natura umana. Secondo la sua persona divina, invece, Gesù è un solo Dio col Padre e con lo Spirito santo. L’apostolo Pietro riconosce in Gesù Cristo non un servo qualunque, ma il servo di cui profetizza Isaia 52,13-53, il quale prende su di sé i peccati dell’umanità, e per la sua fedeltà viene glorificato da Dio. Immediatamente dopo aver pronunciato quelle parole (Atti 3,13), Pietro aggiunge: “Voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.” (Atti 3,14-15). Ma l’autore della vita è Dio stesso (Genesi 1-2; Geremia 32,17; Isaia 44,24; Ebrei 3,4). E il Dio che ha risuscitato il corpo di Gesù è Gesù stesso (Giovanni 2,19-22). Perciò Pietro riconosce in Gesù non soltanto il servo di cui profetizza Isaia, ma Dio stesso.

IL LOGOS GIOVANNEO È UNA PERSONA DIVINA

di Giuseppe Monno

Giovanni 1,1
In principio era il Logos,
il Logos era presso Dio
e il Logos era Dio.

Giovanni 1,14
E il Logos si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Gli antitrinitari affermano che il Logos giovanneo non è una persona divina distinta da Dio Padre, e che il Logos impersonale si fece carne nel senso che Dio Padre, giunta la pienezza del tempo, creò l’uomo Gesù Cristo come suo portavoce.

Contrariamente a quanto affermano gli antitrinitari, il Logos giovanneo è una persona divina, il Figlio unigenito di Dio Padre. Gli scrittori neotestamentari ci mostrano una similitudine tra il Logos giovanneo e il Figlio di Dio, il Signore Gesù Cristo.

Giovanni 1,3
Tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Colossesi 1,16
Poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.

Giovanni ci sta parlando del Logos di Dio, mentre Paolo ci sta parlando del Figlio di Dio, il Signore Gesù Cristo. Giovanni afferma che tutte le cose sono state create per mezzo del Logos di Dio, mentre Paolo afferma che tutte le cose sono state create per mezzo del Figlio di Dio. Perciò il Logos giovanneo è una persona divina distinta da Dio Padre, e si identifica con suo Figlio, il Signore Gesù Cristo. Paolo infatti non avrebbe potuto dire che tutte le cose sono state fatte dal Signore Gesù se non perché questo si identifica con il Logos giovanneo. Gesù non è una creatura portavoce di Dio, ma è il Logos divino ed eterno che, giunta la pienezza del tempo, si è incarnato da una donna (Giovanni 1,14; Galati 4,4). Infatti l’apostolo scrive di lui: “Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Colossesi 1,17), mentre Michea, profetizzando la venuta di Gesù Cristo, dice che “le sue origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni” (Michea 5,1). Cristo stesso nel Getsemani, pregando il Padre, dice: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.” (Giovanni 17,5) Perciò errano gravemente gli antitrinitari quando affermano che il Logos giovanneo non è una persona divina distinta dal Padre, ma piuttosto la Parola impersonale che si è fatta carne nel senso che Dio Padre creò l’uomo Gesù Cristo come suo portavoce. Il Logos giovanneo si identifica con la Seconda persona della Trinità: l’unigenito Figlio di Dio Padre.

IL PADRE È MAGGIORE DI ME

di Giuseppe Monno

Giovanni 14,28
Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è maggiore di me.

Per indicare la differente condizione di Dio Padre rispetto a Gesù, l’evangelista fa uso del greco meizôn, che significa “maggiore”, “più grande”, “superiore” (con riferimento a una condizione o posizione). L’evangelista non ha voluto indicare una differenza di qualità tra la persona di Gesù e quella del Padre, altrimenti avrebbe utilizzato kreittôn – che significa “migliore”, “superiore”, “più utile”, “più eccellente” – al posto di meizôn. Gesù fa quell’affermazione in riferimento alla sua natura umana. Giunta la pienezza del tempo, la seconda persona divina della Trinità, l’unigenito Figlio di Dio (Matteo 28,19; Giovanni 1,14.18; 3,16-18), il Verbo divino ed eterno (Giovanni 1,1), unendo a se stesso ipostaticamente un corpo animato da un’anima razionale, si fece uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4; Filippesi 2,7) pur rimanendo Dio (Giovanni 16,15; 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; 1Giovanni 5,20). Quando, dopo la resurrezione, doveva andare al Padre, il Figlio di Dio doveva portare con sé la natura umana che con l’incarnazione è divenuta propria di lui. In quanto persona divina Gesù si trovava già col Padre, essendo con lui un solo Dio (Giovanni 10,30; 16,15), non circoscritto a un luogo, ma onnipresente (1Re 8,27; Salmi 139,5-12; Proverbi 15,3; Geremia 23,24; Marco 10,27; Giovanni 1,48). Allora quel “vado e tornerò” e “vado al Padre” si devono attribuire alla natura umana di Gesù. Ed è rispetto alla natura umana di Gesù che Dio Padre è maggiore (meizôn). Mentre in quanto persona divina Gesù è uguale al Padre, poiché partecipa pienamente e indivisibilmente all’essere stesso del Padre, e perciò può dire: “Tutto quello che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15). Gesù non è Dio Padre, ma è un solo Dio con lui (Giovanni 10,30) e con lo Spirito Santo (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-11). Il Padre dona indivisibilmente tutto il suo essere al Figlio, e attraverso il Figlio allo Spirito Santo, in modo che i tre siano numericamente un solo Dio (Matteo 28,29).

SE GESÙ CRISTO CONOSCA OPPURE IGNORI IL GIORNO E L’ORA DEL GIUDIZIO

di Giuseppe Monno

Marco 13,32
Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

Se in quell’occasione Cristo disse ai suoi discepoli di ignorare il giorno e l’ora del giudizio, in un altra occasione disse che non spettava a loro conoscere quei tempi, poiché riservati all’autorità di Dio Padre (Atti 1,7). Ma Cristo è un solo Dio col Padre (Giovanni 10,30). Egli conosce tutte le cose (Giovanni 21,17), poiché in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Colossesi 2,3), e perciò non può ignorare quel giorno e quell’ora. Tutto ciò che appartiene a Dio Padre appartiene anche a suo unigenito Figlio Gesù Cristo (Giovanni 16,15), e perciò a quest’ultimo appartiene anche la conoscenza del giorno e dell’ora del giudizio. Dio per mezzo di suo Figlio ha fatto anche i tempi (Giovanni 1,3). Ma sarebbe assurdo se colui per mezzo del quale sono stati fatti i tempi ignorasse il giorno e l’ora del giudizio che fanno parte dei tempi. I discepoli di Gesù sapevano bene che colui il quale possiede la perfetta conoscenza di tutte le cose non ignorava quel giorno e quell’ora. Se così non fosse non gli avrebbero chiesto ancora una volta quella rivelazione (Atti 1,6). Pietro non avrebbe potuto dire che in Cristo c’è la conoscenza di tutte le cose se quest’ultimo ignorava qualche cosa. Dio ha riservato alla sua autorità quel giorno, non rivelandolo agli uomini e neppure agli angeli, perché vuole che noi vegliamo, che ci facciamo trovare sempre pronti (Marco 12,33-36). Le parole “e neppure il Figlio” sono omesse in alcuni manoscritti per ragioni teologiche, ma noi rispondiamo a chi ci chiede ragione di quelle parole, presenti in altri manoscritti, e perché non esultino i discepoli di Ario e di Eunomio credendo di poterci zittire.

LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE DEGLI ANONIMI AUTORI DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO IN MATTEO 26,26-28: L’EUCARISTIA

di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-28

Traduzione del Nuovo Mondo
Mentre continuavano a mangiare, Gesù prese un pane e, dopo aver pronunciato una preghiera, lo spezzò e, dandolo ai suoi discepoli, disse: “Prendete, mangiate. Questo RAPPRESENTA il mio corpo.” E, preso un calice, rese grazie a Dio e lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo RAPPRESENTA il mio ‘sangue del patto’, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati.”

Pur di negare la reale presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino, gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo nei versetti 26 e 28 di Matteo 26 hanno tradotto con “rappresenta” il greco ἐστιν (estin) che significa “è”. Ma la traduzione corretta è la seguente:

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo È il mio corpo.” Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo È il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.”

A favore di questa traduzione ci sono molte altre scritture. Ma prima di citarle voglio riportare i nomi di alcune traduzioni internazionali che, diversamente dagli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo, traducono “è” il greco ἐστιν (estin).

Vulgata, Martini, TILC, CEI, Riveduta, Nuova Riveduta, Riveduta 2020, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia della Gioia, English Standard Version, Berean Study Bible, Berean Literal Bible, King James Bible, New King James Version, New American Standard Bible, NASB 1995, NASB 1977, Amplified Bible, Christian Standard Bible, Holman Christian Standard Bible, American Standard Version, Aramaic Bible in Plain English, Contemporary English Version, Douay-Rheims Bible, Good News Translation, International Standard Version, Literal Standard Version, New American Bible, NET Bible, New Revised Standard Version, New Heart English Bible, World English Bible, Young’s Literal Translation, Louis Segond Bible, Martin Bible, Darby Bible, LBLA, JBS, NBLA, Lutherbibel 1912, Lutherbibel 1984, Textbibel 1899, Modernisiert Text.

A favore della traduzione “questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue dell’alleanza”, abbiamo le seguenti scritture:

Giovanni 6,48-58
“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.” Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.”

Cristo promette di dare alla Chiesa la sua carne e il suo sangue come alimento per la vita eterna. Questa promessa verrà adempiuta nell’ultima cena, e da allora Cristo ci fa dono di sé ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice (1Corinzi 11,26).

1Corinzi 11,23-29
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me.” Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me.” Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

L’apostolo ci fa sapere che colui che mangia di questo pane e beve da questo calice negando che si tratta veramente del corpo e del sangue del Signore Gesù Cristo, commette un grave peccato, mangiando e bevendo la propria condanna.

1Corinzi 10,17
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Come possiamo tutti partecipare a quel unico pane se non per il fatto che Cristo è tutto e veramente presente con la sua sostanza sotto ogni pane eucaristico, durante ogni celebrazione? Solo in questo modo, infatti, possiamo partecipare tutti all’unico pane.

Tutte queste scritture sopracitate favoriscono la traduzione “questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue dell’alleanza”. I protestanti non credono nella reale presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino, e tuttavia i loro traduttori hanno tradotto correttamente “è” il greco ἐστιν (estin), contrariamente agli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo.

GLI ERRORI DELLA DOTTRINA DEI TESTIMONI DI GEOVA: OGGI SARAI CON ME NEL PARADISO

di Giuseppe Monno

Luca 23,43

Traduzione del Nuovo Mondo
E Gesù gli rispose: In verità ti dico oggi, tu sarai con me nel paradiso.

TILC
Gesù gli rispose Ti assicuro che oggi sarai con me in paradiso.

Martini
E Gesù gli disse: In verità ti dico, che oggi sarai meco nel paradiso.

CEI
Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso.

Riveduta
E Gesù gli disse: Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso.

Nuova Riveduta
Ed egli gli disse: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso.

Riveduta 2020
E Gesù gli disse: Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso.

Diodati
Luca 23,43
E Gesù gli disse: Io ti dico in verità, che oggi tu sarai meco in paradiso.

Nuova Diodati
Allora Gesù gli disse: In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso.

Ricciotti
E Gesù gli rispose: Ti dico in verità: oggi sarai meco in paradiso.

Tintori
E Gesù gli rispose: Io ti dico in verità, che oggi sarai meco in paradiso.

La Parola è Vita
E Gesù rispose: Io ti assicuro che oggi tu sarai con me in paradiso.

Delle traduzioni menzionate sopra, la TNM (Traduzione del Nuovo Mondo) è l’unica che ha la virgola davanti a “oggi”. Secondo la dottrina dei TdG (Testimoni di Geova) infatti Cristo non si riferiva a quel giorno stesso. A sostegno di ciò menzionano l’episodio dell’incontro del Risorto con la Maddalena, avvenuto il terzo giorno, e nel quale gli disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.” (Giovanni 20,17) Ma pure gli Atti degli apostoli in cui ci viene detto che passarono altri quaranta giorni prima che Gesù andasse al Padre: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.” (Atti 1,3) “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo.” (Atti 1,9) Perciò, secondo i testimoni di Geova, l’uomo pentito non si trovò con Cristo nel paradiso in quel medesimo giorno, ma vi si ritroverà alla resurrezione dai morti (i TdG infatti negano l’esistenza di un anima immortale distinta dal corpo, che partecipa già oggi al premio o al castigo meritato nella vita eterna, in attesa di riunirsi al proprio corpo alla resurrezione dai morti che avverrà alla fine dei tempi), e quel paradiso da loro inteso non è il regno dei cieli, ma un paradiso terrestre.

Ma la promessa di Cristo, contrariamente a quanto sostengono i TdG, riguardava quel giorno stesso. Ma agli autori della TNM è bastato spostare la virgola davanti a “oggi” per cambiare il significato del testo.

L’oggi al quale Luca fa riferimento nel suo vangelo ha significato teologico più che cronologico. Significa che è giunto il tempo della salvezza portata dal Messia che si sarebbe realizzata quel giorno stesso. Quel giorno anche il ladrone pentito avrebbe partecipato a questa salvezza, in maniera definitiva. Quel giorno mentre col suo corpo il Signore stava nel sepolcro, con l’anima discese negli inferi a liberare le anime dei giusti, come profetizzarono i profeti: “O morte, io sarò la tua morte; o inferno, io sarò la tua distruzione” (Osea 13,14), ed anche: “Per te, a causa del sangue del tuo patto, io ritirerò i tuoi prigionieri dalla fossa senz’acqua” (Zaccaria 9,11). Con la sua resurrezione Gesù aprì ai giusti le porte del regno dei cieli, che noi cristiani chiamiamo paradiso. Egli portò in cielo quelle anime nel giorno in cui salì al Padre, come è scritto: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri” (Efesini 4,8). Tra costoro c’era pure il ladrone pentito al quale fu promessa la salvezza. Perciò la promessa di Gesù: “Oggi sarai con me nel paradiso”, ha questo significato: “Oggi è giunta anche per te la salvezza, anche tu entrerai con me nel mio regno quando ascenderò al Padre.” Ignorando il significato teologico di Luca 23,43 i TdG hanno dovuto spostare la virgola davanti a “oggi”, stravolgendo il senso di quelle parole che secondo la loro dottrina rimandano alla resurrezione dai morti che avverrà alla fine dei tempi, e non alla sopravvivenza delle anime che già adesso partecipano al premio o al castigo meritato nell’attesa di riunirsi ai loro corpi trasformati – da mortali a immortali – alla resurrezione della carne che avverrà alla fine dei tempi.

GESÙ CRISTO POSSIEDE TUTTE LE QUALITÀ E GLI ATTRIBUTI DI DIO PADRE

di Giuseppe Monno

Divinità

Colossesi 2,9
È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.

Tito 2,13
Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo.

Eternità

Colossesi 1,17
Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.

Creatore di tutte le cose

Giovanni 1,3
Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Colossesi 1,16
Poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.

Onnipotenza

Matteo 28,18
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.

Giovanni 16,15
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.

Onniscienza

Giovanni 1,47-48
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità.” Natanaèle gli domandò: “Come mi conosci?” Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico.”

Giovanni 21,17
Pietro gli rispose: “Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene.” Gesù gli disse: “Pasci le mie pecore.”

Onnipresenza

Matteo 18,20
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Giovanni 14,23
Gli rispose Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

YAHVEH DIO, LODATO DAI BAMBINI, È IL SIGNORE GESÙ CRISTO

di Giuseppe Monno

Matteo 21,15-16
Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide”, si sdegnarono e gli dissero: “Non senti quello che dicono?” Gesù rispose loro: “Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode?”

Gesù riferisce a sé stesso le parole del Salmo 8:

Quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra, o YaHVeH, nostro Dio, che hai posto la tua maestà al di sopra dei cieli! Dalla bocca dei bambini e dei lattanti tu hai stabilito la lode a motivo dei tuoi nemici, per far tacere il nemico e il vendicatore.

Gesù stesso è YaHVeH, il Dio-con-noi, altrimenti non avrebbe senso riferire a sé stesso le parole che nel Salmo sono riferite a YaHVeH Dio. Il Signore Gesù Cristo è il nostro grande Dio (Giovanni 8,58; 16,15; 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; 1Giovanni 5,20; Giuda 4; Apocalisse 1,17-18; 22,6.16), ma non un secondo Dio, poiché Gesù è col Padre un solo Dio (Giovanni 10,30). Perciò a Cristo si deve il medesimo onore che si deve a Dio Padre (Giovanni 5,23).

YHWH DIO È IL SIGNORE GESÙ CRISTO

A cura di Giuseppe Monno

Efesini 4,7-8

“A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: Salito in alto, ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto doni agli uomini.”

Nella sua lettera alla Chiesa di Efeso, l’apostolo Paolo applica a Gesù le parole che Davide, nel Salmo 68, riferisce a Yhwh Dio:

Salmi 68,18

“Sei salito in alto, portando prigionieri, hai ricevuto doni dagli uomini, anche dai ribelli, perché là tu, o Yah, Dio, possa abitare.”

In questo passo, Paolo riconosce in Gesù Cristo il compimento di ciò che Davide aveva profeticamente detto di Yhwh: Gesù è Yhwh, il Dio-con-noi. Egli – afferma l’apostolo – è asceso al cielo per riempire tutte le cose (Efesini 4,10); ha condotto con sé dei prigionieri e ha distribuito doni agli uomini (Efesini 4,8). Tra questi doni vi sono i ministeri spirituali: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri, che Cristo stesso ha stabilito per rendere i credenti idonei al servizio e per edificare il Suo corpo, la Chiesa (Efesini 4,11-12).

I “prigionieri” sono i credenti di ogni epoca: coloro che si sono consegnati totalmente a Cristo, diventando suoi per amore. L’apostolo Paolo stesso si definisce un “prigioniero nel Signore” (Efesini 4,1), uno che vive e opera interamente per Lui, come afferma anche ai Colossesi:

Colossesi 3,23-24

“Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore.”

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