A cura di Giuseppe Monno

Nel rito cattolico romano, durante l’offertorio, il sacerdote versa nel calice contenente vino alcune gocce d’acqua, pronunciando sottovoce le parole:
“L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana.”
Questo gesto, semplice ma profondamente simbolico, racchiude un ricco significato teologico e spirituale.
Da un lato, l’unione dell’acqua con il vino rappresenta la nostra partecipazione alla vita divina di Cristo: come l’acqua si mescola in modo inseparabile al vino, così il fedele è chiamato a unirsi intimamente a Cristo, partecipando alla sua natura divina attraverso la grazia.
Dall’altro lato, il segno rimanda al mistero dell’Incarnazione: l’acqua simboleggia la natura umana assunta dal Verbo, mentre il vino rappresenta la natura divina del Figlio di Dio. Così come l’acqua non può più essere separata dal vino, anche la natura umana assunta da Cristo non potrà mai essere separata dalla sua persona divina. In questa unione perfetta si riflette la nostra speranza: coloro che rimangono uniti a Cristo in questa vita, non saranno mai separati da Lui nella vita eterna.
L’uso di mescolare una piccola quantità d’acqua al vino nella celebrazione eucaristica risale ai primissimi secoli del cristianesimo, ed era già attestato come consuetudine universale.
Ne parlano autori come San Giustino Martire (II secolo), che nelle sue Apologie descrive la celebrazione eucaristica con il vino “misto ad acqua”, e Sant’Ireneo di Lione, che vi vede un segno dell’unione del popolo con Cristo.
I Vangeli (Matteo 26, Marco 14, Luca 22 e 1Corinzi 11) non menzionano esplicitamente l’aggiunta dell’acqua al vino. Si limitano a riferire che Gesù prese il calice “del frutto della vite”, rese grazie e lo diede ai discepoli. Quindi non abbiamo un dato testuale che confermi il gesto. Tuttavia nel mondo ebraico e greco-romano del I secolo, il vino veniva abitualmente mescolato con acqua prima di essere bevuto.
La Mishnah e altri testi ebraici coevi testimoniano che durante il banchetto pasquale — quello in cui si colloca l’Ultima Cena — si bevevano quattro calici di vino mescolato con acqua (il termine ebraico “yayin mazug” significa vino mescolato). Questa era una pratica comune anche nelle cene solenni: l’acqua veniva aggiunta per rendere il vino più gradevole, ma anche per motivi rituali, come simbolo di purità e moderazione.Perciò, è storicamente plausibile che il vino usato da Gesù e dagli Apostoli fosse già mescolato con acqua secondo la tradizione pasquale ebraica.
Perciò, è storicamente plausibile che il vino usato da Gesù e dagli Apostoli fosse già mescolato con acqua secondo la tradizione pasquale ebraica.
Nel Messale Romano e nei testi patristici, l’acqua è interpretata come figura del popolo cristiano, che si unisce a Cristo (simbolizzato dal vino) per formare con Lui un solo corpo.
Sant’Ambrogio afferma:
“Nel calice vi è il mistero di Cristo: il vino indica il suo sangue, l’acqua il popolo. Quando si mescolano, si uniscono Cristo e il popolo; non si può separare ciò che è stato unito.” (De Sacramentis, V, 1, 7)
Nel corso del Medioevo, il gesto venne fissato nella forma che conosciamo oggi, accompagnato da una formula latina, tuttora presente nel Messale Romano:
“Per huius aquae et vini mysterium eius efficiamur divinitatis consortes, qui humanitatis nostrae fieri dignatus est particeps.”
Tradotto: “Per il mistero di quest’acqua e di questo vino, fa’ che possiamo partecipare alla divinità di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana.”
Il gesto dell’acqua nel vino racchiude dunque tre dimensioni complementari:
Cristologica: esprime l’unione inseparabile della natura umana e divina nel Cristo incarnato.
Soteriologica: rappresenta la nostra partecipazione alla vita divina attraverso la redenzione.
Ecclesiologica: simboleggia l’unione della Chiesa (l’acqua) con Cristo (il vino), nel vincolo dell’amore e della grazia.
In un piccolo gesto liturgico, dunque, si condensano i misteri centrali della fede cristiana: l’Incarnazione, la Redenzione e la comunione eterna con Dio.
