
I TATUAGGI
di Giuseppe Monno
«Non vi farete incisioni per i morti né tatuaggi» (Levitico 19,28)
La Sacra Scrittura, già nell’Antico Testamento, richiama il popolo di Israele a distinguersi dalle pratiche dei popoli pagani: «Non seguirete le usanze delle nazioni» (cfr. Levitico 20,23). Il divieto contenuto nel Levitico non è soltanto una norma rituale legata a un contesto storico, ma esprime un principio più profondo: il corpo umano non è un oggetto da manipolare secondo mode o riti estranei alla volontà di Dio, ma una realtà che appartiene a Lui.
È vero che tale precetto nasce in un contesto culturale specifico, in cui i tatuaggi erano associati a culti idolatrici o a pratiche di lutto pagano. Tuttavia, il suo significato non si esaurisce in quell’epoca. La rivelazione cristiana porta a compimento questa visione, elevando ulteriormente la dignità del corpo umano.
San Paolo insegna con chiarezza: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?» (1 Corinzi 6,19) e aggiunge: «Voi non appartenete a voi stessi… glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Corinzi 6,19-20). Questa affermazione non è simbolica, ma reale: il cristiano, attraverso il Battesimo, diventa dimora di Dio. Se il corpo è tempio, esso merita rispetto, custodia e onore.
Anche altrove l’Apostolo esorta: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Romani 12,1). Il corpo, dunque, non è qualcosa di cui disporre arbitrariamente, ma un dono affidato alla nostra responsabilità.
In questa luce, il tatuaggio pone una questione morale seria. Segnare permanentemente il proprio corpo per motivi estetici, culturali o identitari rischia di ridurre ciò che è sacro a un semplice mezzo di espressione personale. La Scrittura invita alla sobrietà e all’interiorità: «Il vostro ornamento non sia quello esteriore… ma l’uomo nascosto del cuore» (1 Pietro 3,3-4).
Inoltre, la cultura contemporanea tende a esaltare l’individualismo e l’autodeterminazione assoluta, promuovendo l’idea che il corpo sia totalmente “nostro”. La fede cattolica, invece, insegna il contrario: «Del Signore è la terra e quanto contiene» (Salmi 24,1). Noi non siamo padroni, ma custodi; il corpo è parte integrante della persona creata a immagine di Dio (cf. Genesi 1,27).
Non si tratta di giudicare superficialmente chi ha già fatto questa scelta, ma di proporre una riflessione più alta. Il cristiano è chiamato a testimoniare, anche attraverso il proprio corpo, la bellezza della creazione divina. La vera “scritta” che deve apparire nella vita del credente non è incisa sulla pelle, ma nel cuore: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (Geremia 31,33).
Per questo, una coscienza formata alla luce del Vangelo è portata a interrogarsi seriamente prima di ricorrere ai tatuaggi. La libertà cristiana non consiste nel fare tutto ciò che è possibile, ma nel scegliere ciò che è buono: «Tutto è lecito, ma non tutto giova» (1 Corinzi 10,23).
In definitiva, il corpo non ha bisogno di essere modificato per acquistare valore: esso è già prezioso, perché voluto, creato e abitato da Dio. «Voi siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi» (1 Corinzi 3,16).