PELAGIANESIMO

PELAGIANESIMO
di Giuseppe Monno

Il pelagianesimo è una dottrina eretica che prende il nome dal monaco britannico Pelagio, attivo tra la fine del IV e l’inizio del V secolo. Egli negava la trasmissione del peccato originale da Adamo ed Eva a tutta l’umanità, sostenendo che ogni uomo nasce moralmente neutro e che conserva, fin dalla nascita, la piena capacità di compiere il bene senza la necessità della grazia divina.

Secondo Pelagio, l’uomo può osservare i comandamenti di Dio e giungere alla salvezza con le proprie sole forze, attraverso la libera volontà e l’impegno morale personale. In questa prospettiva, la grazia non è ritenuta indispensabile per la salvezza, ma considerata soltanto un aiuto esterno che facilita l’agire virtuoso. Il ruolo di Gesù Cristo, pertanto, non è quello di Redentore che libera l’umanità dal peccato attraverso il suo sacrificio, ma quello di maestro morale, che con l’esempio della sua vita mostra all’uomo la retta via da seguire.

Contro il pelagianesimo si schierò con forza Sant’Agostino d’Ippona, uno dei maggiori teologi della tradizione cristiana, che sviluppò una profonda dottrina della grazia. Egli sosteneva che, a causa del peccato originale, l’umanità è profondamente ferita e incapace di conseguire la salvezza con le sole proprie forze: solo la grazia gratuita e preveniente di Dio può risanare l’uomo e renderlo capace di compiere il bene.

In questa prospettiva, la redenzione operata da Gesù Cristo è essenziale e insostituibile, poiché è attraverso di essa che la grazia divina viene donata all’umanità. Pur non negando il libero arbitrio, Sant’Agostino afferma che esso è indebolito dal peccato e ha bisogno della grazia per orientarsi stabilmente al bene.

Questa posizione emerge chiaramente nelle opere agostiniane scritte contro i pelagiani, tra cui De natura et gratia, De spiritu et littera, De gratia Christi et de peccato originali e Contra duas epistolas Pelagianorum.

Le tesi di Pelagio furono condannate come eretiche in diverse occasioni nel corso del V secolo. I sinodi africani di Concilio di Cartagine e di Milevi (416) condannarono formalmente il pelagianesimo, sottoponendo le loro decisioni all’approvazione di Innocenzo I, che le confermò.

Successivamente, nel 418, un nuovo concilio di Cartagine, sotto il pontificato di Zosimo, ribadì e articolò in modo più sistematico la condanna delle dottrine pelagiane. In questo contesto venne affermata con chiarezza l’indispensabilità della grazia divina per la salvezza e la trasmissione del peccato originale.

Inizialmente, Papa Zosimo aveva mostrato una certa esitazione nei confronti delle accuse rivolte ai pelagiani, ma finì per approvare definitivamente la loro condanna, anche sotto la pressione dell’episcopato africano e dell’autorità imperiale.

Il Concilio di Efeso (431), pur non essendo dedicato specificamente alla controversia pelagiana, confermò indirettamente la sua condanna approvando precedenti decisioni dottrinali e rafforzando l’insegnamento sulla necessità della grazia e della salvezza in Gesù Cristo.

Il pelagianesimo fu così progressivamente rigettato dalla Chiesa come incompatibile con la fede cristiana, mentre la dottrina della grazia, sviluppata in particolare da Agostino d’Ippona, si impose come riferimento fondamentale nella teologia occidentale.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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