I FRATELLI DI GESÙ

Secondo i protestanti e i testimoni di Geova, Gesù aveva fratelli e sorelle (Matteo 12,46; Marco 3,31). Tra questi c’erano Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, e non meno di due sorelle (Matteo 13,54-56; Marco 6,3). Ciascuno di loro era figlio naturale di Maria, madre di Gesù, e di Giuseppe suo sposo (Matteo 1,25). Gesù è il primogenito di Maria (Luca 2,7), e di conseguenza ci sono secondogenito e terzogenito di Maria, e così via. Fin qui protestanti e testimoni di Geova.

Chiediamoci: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda sono figli di Maria, la madre di Gesù, e di Giuseppe suo sposo?

Nella Bibbia in riferimento a un fratello si fa uso del termine greco adelphós (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21). Ciò nonostante, adelphós è utilizzato in senso ben più ampio e, oltre ai fratelli germani, fa riferimento ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). L’equivalente ebraico del maschile adelphós è ach, del femminile adelphé è achot. Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli, vengono utilizzate queste formule: « Suo fratello, figlio di sua madre » (Genesi 43,29 Septuaginta). « Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre » (Levitico 20,17 Septuaginta). « Miei fratelli, figli di mia madre » (Giudici 8,19 Septuaginta). « Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre » (Matteo 4,21).

Quanto al Salmo 69,8: « Sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre », va riferito a fratelli couterini di Gesù, figli di Maria e di Giuseppe?

Assolutamente no. Quel Salmo non è un riferimento a presunti fratelli couterini di Gesù, figli di Maria e di Giuseppe. Quel Salmo va riferito ai compatrioti di Gesù: Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: « Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? ». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: « Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua ». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Marco 6,1-6). Perciò con « mia madre » va intesa la patria di Gesù, mentre con « miei fratelli » e « figli di mia madre » vanno intesi i compatrioti di Gesù.

Nel Nuovo Testamento, Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Marco 1,19) – è menzionato come figlio di Alfeo (Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15; Atti 1,13) e di Maria di Clèopa (confronta Matteo 27,55-56 e Marco 15,40-41 con Giovanni 19,25), a volte chiamata « l’altra Maria » (confronta Matteo 27,61 e 28,1 con Marco 16,1) per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Alfeo di Giacomo non va confuso col padre di Levi (Marco 2,14).

Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) è anch’egli menzionato come figlio di Maria di Clèopa (Marco 15,40.47).

Giuda (chiamato anche Taddeo – Matteo 10,3) – apostolo e autore della omonima lettera – è menzionato come fratello di Giacomo (Luca 6,16; Atti 1,13; Giuda 1,1).

Simone – secondo la testimonianza dello scrittore giudeo cristiano Egesippo (110-180), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32) – è un cugino di Gesù, perché suo padre Clèopa è il fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù.

Clèopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo).

Quindi Giacomo, Ioses, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui, e così quelle sorelle (Marco 6,3). I fratelli di Gesù non sono mai detti « figli di sua madre », né sono detti « figli di Giuseppe » come è in uso nella Bibbia (ved ad esempio Giacomo di Zebedèo, Giacomo di Alfeo, Levi di Alfeo ecc).

Oltre ad adelphoi (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), il greco fa uso di anepsiòs per indicare i cugini (Numeri 36,11; Tobia 9,6 Septuaginta + Colossesi 4,10), ma quasi sempre con riferimento a una distanza geografica. Infatti Tobi abitava a Ninive, in Mesopotamia (Tobia 11,16), mentre suo cugino Gabael abitava a Rage, nella Media (Tobia 1,14). Barnaba era di Cipro (Atti 4,36), mentre suo cugino Marco abitava a Gerusalemme (Atti 12,12). Solo in Numeri 36,11-12 non c’è riferimento a una distanza geografica riguardo le figlie di Zelofcad e i loro cugini. Spesso il greco adelphós – come pure il suo equivalente ebraico ach – può indicare una stretta relazione tra due o più persone: così Abramo e suo nipote Lot (Genesi 13,8 Septuaginta), Tobia e la sua sposa Sara (Tobia 7,12 Septuaginta), Gesù e i suoi discepoli (Giovanni 20,17 Septuaginta). Per questo la Bibbia, in riferimento ai cugini, fa anche uso di adelphós. Per « parenti » invece il greco ha syngenes, ma senza specificare il grado di parentela (Luca 1,36; Giovanni 18,26). Il termine syngenes può essere utilizzato in senso più ampio, ad esempio in riferimento a un connazionale (Romani 9,3).

Dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe suo sposo ebbero rapporti coniugali?

Spesso nella Bibbia si fa uso della congiunzione temporale heôs – che significa « finché, fino a » (Matteo 1,25) – per negare un’azione per il tempo passato, ma non per riferire un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero rapporti coniugali (nella Scrittura il verbo « conoscere » è spesso riferito all’atto sessuale – Genesi 1,1.17.25), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo, ma per la potenza divina. Nella Bibbia abbiamo alcuni esempi riguardo l’uso di heôs: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Salmi 109,1 Septuaginta). Ora quel finché, non significa che dopo, Gesù Cristo, non siederà più alla destra del Padre. « Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte » (2Samuele 6,23 Septuaginta). Certamente Mikal non ebbe figli dopo la sua morte. Perciò heôs non implica che Maria e Giuseppe abbiano avuto rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Anzi, Giuseppe – scrive Tommaso d’Aquino – si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse tentato di violare una donna che, come egli aveva conosciuto per rivelazione angelica, aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Somma Teologica III, q 28, a 3). Così Maria – scrive ancora Tommaso d’Aquino – si sarebbe dimostrata ingrata a non accontentarsi di un Figlio così grande e a perdere spontaneamente con rapporti coniugali la verginità, che un miracolo le aveva conservato (Somma Teologica III, q 28, a 3).

Poiché Gesù è il primogenito di Maria, significa che dopo di lui ci sono stati un secondogenito, un terzogenito e così via?

Per gl’Israeliti il primogenito era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Non necessariamente un primogenito è il maggiore di altri fratelli, poiché il termine indica semplicemente che nessuno è nato prima di lui. Per esempio un articolo del BuongiornoAlghero.it del 5 Gennaio 2015, riguardo una tragedia avvenuta nell’ospedale Sirai di Carbonia, ha come titolo « Muore in sala parto dopo aver partorito il suo primogenito ». Certamente la povera donna non ha potuto partorire un secondogenito e un terzogenito. Oppure, facendo riferimento alla Scrittura, l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto « il suo primogenito » (Ebrei 1,6). Quindi il fatto che Gesù sia chiamato primogenito di Maria (Luca 2,7), non implica che vi siano stati altri figli dopo di lui.

Il Nuovo Testamento non fa mai riferimento ad altri figli naturali di Maria, madre di Gesù, e ai figli naturali di Giuseppe suo sposo. Questi infatti non sono menzionati quando Gesù aveva dodici anni, né quando fu crocifisso. Anzi Gesù, prima di spirare, affida sua madre al discepolo amato (Giovanni 19,27), che secondo il senso letterale fa probabilmente riferimento all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedèo (Matteo 4,21; 10,2) e di Salomè (confronta Matteo 27,56 con Marco 15,40-41). Evidentemente Maria, oltre Gesù, non aveva figli naturali che si potessero prendere cura di lei come conviene a un figlio verso il proprio genitore (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16; Siracide 7,27; Luca 18,20; Efesini 6,2), e perciò viene – secondo il senso letterale – accolta in casa del discepolo amato da Gesù (secondo il senso spirituale il discepolo amato è figura della Chiesa, alla quale Maria è affidata e accolta quale madre). Probabilmente Giuseppe, lo sposo di Maria madre di Gesù, doveva essere già deceduto quando Gesù diede inizio al suo ministero (Luca 3,23). Infatti non viene menzionato nell’episodio delle nozze a Cana di Galilea (Giovanni 2,1-12) né quando Maria andò a cercare Gesù assieme ai suoi parenti (Marco 3,32) né durante la crocifissione (Giovanni 19,25) né dopo (Atti 1,12-14).

DOMANDE E RISPOSTE – CLÈOPA E ALFEO

Nella Bibbia Clèopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona?

Clèopa e Alfeo di Giacomo (da non confondere con Alfeo di Levi – Marco 2,14) sono probabilmente la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (confronta Matteo 10,2-4 con Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (confronta Matteo 9,9 con Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (confronta Luca 6,16 con Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,17-18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo). Nei vangeli l’apostolo Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Matteo 4,21) – è un figlio di Alfeo (Matteo 10,3) e di Maria di Clèopa (confronta Matteo 27,55-56 e Marco 15,40-41 con Giovanni 19,25), a volte chiamata « l’altra Maria » (confronta Matteo 27,61 e 28,1 con Marco 16,1) per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Maria di Clèopa (chiamata « l’altra Maria » o « Maria di Giacomo e di Ioses ») è moglie o figlia di Clèopa. Ma Giacomo il minore è figlio di Alfeo, quindi si suppone che Maria di Giacomo e di Giuseppe sia figlia di Clèopa e moglie di Alfeo, o che Clèopa e Alfeo siano la stessa persona. Secondo l’affermazione dello scrittore giudeo-cristiano Egesippo (II secolo) menzionato da Eusebio di Cesarea (265-339 c), l’altra Maria (o Maria di Giacomo e di Giuseppe) è « la moglie di Clèopa » (Storia Ecclesiastica III, 32,4). Quindi è probabile che Clèopa e Alfeo di Giacomo siano proprio la stessa persona.

DOMANDE E RISPOSTE – IL TERMINE « CUGINO » NELLA BIBBIA

Quale termine viene usato nella Bibbia in riferimento ai cugini?

La Bibbia si riferisce ai cugini facendo uso dei termini ebraici ach e ben-dôd, e dei termini greci adelphós e anepsiòs. Il greco adelphós traduce l’ebraico ach:

1Cronache 23,21-22: Figli di Merari: Macli e Musi. Figli di Macli: Eleàzaro e Kis. Eleàzaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli.

Eleàzaro e Kis erano fratelli germani (1Cronache 23,21 Septuaginta), e perciò i figli di Kis e le figlie di Eleàzaro erano cugini di primo grado. Tuttavia la Bibbia si riferisce a questi (v 22) con l’ebraico ach – anziché ben-dod – e con l’equivalente greco adelphoi, cioè fratelli.

Colossesi 4,10: Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino (anepsiòs) di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni – se verrà da voi, fategli buona accoglienza –

Nella Bibbia viene fatto uso del termine anepsiòs solo due volte nella Septuaginta (Numeri 36,11; Tobia 9,6) e una volta nella lettera ai Colossesi, e di mezzo c’è quasi sempre una distanza geografica: Tobi abitava a Ninive, in Mesopotamia (Tobia 11,16), mentre suo cugino Gabael abitava a Rage, nella Media (Tobia 1,14). Barnaba era di Cipro (Atti 4,36), mentre suo cugino Marco abitava a Gerusalemme (Atti 12,12). Solo in Numeri 36,11-12 non c’è riferimento a una distanza geografica riguardo le figlie di Zelofcad e i loro cugini. Spesso il greco adelphoi può indicare una stretta relazione tra due o più persone: così Abramo e suo nipote Lot (Genesi 13,8), Tobia e la sua sposa Sara (Tobia 7,12), Gesù e i suoi discepoli (Giovanni 20,17). Forse per questo la Bibbia fa anche uso di adelphós in riferimento ai cugini. Menzionando una testimonianza di Egesippo (scrittore giudeo-cristiano del II secolo), Eusebio di Cesarea (265-339 c) scrive che Simone – menzionato nei vangeli (Matteo 13,55; Marco 6,3) come fratello di Gesù – era figlio di Clèopa e cugino di Gesù, poiché Clèopa era il fratello di Giuseppe padre putativo di Gesù (Storia Ecclesiastica III, 11.32). Quindi Simone era un cugino di Gesù, ma i vangeli si riferiscono a lui facendo uso del termine adelphós, poiché questo – oltre ad anepsiòs – era il termine usato in riferimento ai cugini. L’ebraico invece, oltre ad ach, ha ben-dôd – cioè « figlio dello zio », da ben (figlio) e dôd (zio) – che indica chiaramente un cugino: « Suo zio o il figlio di suo zio (ben-dôd); lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé » (Levitico 25,49).

DOMANDE E RISPOSTE – PIETRO E ANDREA SONO FRATELLI GERMANI?

Se gli apostoli Pietro e Andrea sono fratelli, cugini o soltanto compagni e compatrioti?

La domanda sorge dal fatto che nella Bibbia la parola fratello – a seconda dei diversi contesti – viene utilizzata anche in riferimento ai cugini di primo grado (1Cronache 23,21-22), ai compatrioti (Genesi 19,6-7; Atti 3,17) e ai discepoli di Gesù (Giovanni 19,17). Pietro e Andrea sono fratelli germani. Nella lista dei dodici apostoli, Pietro e Andrea – come pure i figli di Zebedèo – sono menzionati come fratelli (Matteo 10,2; Luca 16,14), abitano nella stessa casa (Marco 1,29), e Matteo fa uso di una similitudine tra i fratelli pescatori Pietro e Andrea (4,18-20) e gli altri due fratelli pescatori, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo (vv 21-22). E poiché gli ultimi due fratelli sono chiaramente germani, per similitudine lo sono anche i primi due fratelli.

IL TERMINE « FRATELLO » NELLA BIBBIA

Il significato etimologico del greco adelphos (equivalente dell’ebraico ach) è quello di « couterino », cioè « dello stesso utero » – composto dalla parola delphys (utero) e dall’alpha (a) copulativa – e perciò viene sempre tradotto con « fratello ». Questo termine, tuttavia, è utilizzato non solo per i fratelli uterini (secondo il significato etimologico) o germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), ma pure per i cugini di primo grado (1Cronache 23,21-22 Septuaginta + Matteo 13,54-56; Marco 6,3), per zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), per i concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), per i membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), per i connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), per i bisognosi (Matteo 25,40), per i discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e per tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). Quindi adelphós e l’equivalente ach possono essere utilizzati in senso materiale e in senso spirituale a seconda dei diversi contesti.

PROFEZIE MESSIANICHE COMPIUTESI IN GESÙ

› Il Messia Redentore – Genesi 3,15; Galati 4,4-5; 1Giovanni 3,8

› Il Messia nato a Betlemme – Michea 5,1; Matteo 2,1-6

› Il Messia Emmanuele nato dalla Vergine – Isaia 7,14; Matteo 1,18-25

› Il Messia nato dalla tribù di Giuda – Genesi 49,10; Apocalisse 5,5

› Il Messia Potente ed Eterno – Isaia 9,5-6; Luca 1,31-33

› La fuga in Egitto – Osea 11;1; Matteo 2;15

› Strage degli innocenti – Geremia 31,15; Matteo 2,16-18

› Il Messia pieno di Spirito Santo – Isaia 11,2; Matteo 3,16; Luca 4,1-3

› Ministero del Messia in Galilea – Isaia 9,1; Matteo 4,13-16

› Sgombro nel tempio – Salmi 69,9; Giovanni 2,13-17

› Entrata trionfale in Gerusalemme – Zaccaria 9,9; Giovanni 12,12-15

› I trenta sicli d’argento – Zaccaria 11,12-13; Matteo 26,15; 27,3-10

› Il Messia silenzioso difronte ai suoi accusatori – Isaia 53,7; Matteo 26,62-63; 27,12-14

› Il Messia percosso dagli empi – Isaia 50,6; Marco 14,65

› Gli empi crocifiggono il Messia e tirano a sorte per le sue vesti – Salmi 22,16-18; Matteo 27,35

› Il Messia prega per i suoi nemici – Isaia 53,12; Luca 23,34

› Il Messia Redentore soffre e muore per i peccati degli uomini – Isaia 53,4-12; Matteo 8,17; 1Corinzi 15,3; 1Pietro 2,22-24

› Il Messia sepolto nella tomba di un ricco – Isaia 53,9; Matteo 27,57-60

› Il Messia Risorto il terzo giorno – Matteo 16,21; 17,23; 20,19; 1Corinzi 15,3-4

GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

Michele, Gabriele e Raffaele sono angeli superiori. Nella Bibbia sono gli unici angeli ad essere menzionati per nome, gli sono affidati incarichi di grande importanza (ved Michele – Apocalisse 12,7-9; Daniele 10,12-14; 21,1. ved Gabriele – Daniele 8,1-26; 9,20-27; Luca 1,5-20.26-38. ved Raffaele – Tobia 3-12), e sono tra i sette angeli che stanno sempre davanti al trono di Dio (Apocalisse 8,2; Tobia 12,15; Luca 1,19; 1Tessalonicesi 4,16-17). In oriente gli assistenti al trono erano sette (Ester 1,10). Michele, Gabriele e Raffaele sono angeli superiori, cioè arcangeli. Nella Bibbia solo Michele è chiamato arcangelo (Giuda 9), mentre Gabriele è chiamato angelo, e così Raffaele. Il termine angelo – dal greco ànghelos (equivalente dell’ebraico malak) – significa « messaggero » (Matteo 11,10; 2Samuele 11,18) e può essere applicato anche a spiriti superiori come gli arcangeli, poiché questi possono compierne le funzioni. Perciò il fatto che nella Bibbia Gabriele e Raffaele non sono chiamati arcangeli, non esclude che lo siano. Michele è chiamato « uno dei primi prìncipi » (Daniele 10,13). I prìncipi sono gli angeli (Daniele 10,13.20; 12,1), e i primi prìncipi sono gli angeli superiori. Quindi Michele, pur essendo l’unico nella Bibbia ad essere chiamato arcangelo, non è il solo appartenente a questa gerarchia celeste. Ciò nonostante, Michele è preposto a tutte le schiere angeliche (Apocalisse 12,7; Giosuè 5,13-16).

L’EMMANUELE NATO DALLA VERGINE

Matteo 1,22-23: Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi.

Matteo applica a Gesù la profezia di Isaia riguardante l’Emmanuele (Isaia 7,14). Nel riportare la profezia Matteo si rifà alla Septuaginta, la versione greca dell’Antico Testamento – composta dagli ebrei della diaspora e utilizzata dai cristiani già nel I secolo – che traduce con í parthénos (che significa « la vergine, la fanciulla, la giovane ») l’ebraico ha-almâ (che significa « la giovane, la fanciulla »). Il termine ‘almâ pur non implicando necessariamente la verginità nemmeno la esclude. Ad esempio prima di andare in sposa a Isacco, Rebecca è chiamata ‘almâ (Genesi 24,43) e anche betûlâ che significa vergine (Genesi 24,16). L’ebraico ‘almâ è quindi riferito a una giovane donna che ha raggiunto la pubertà, a prescindere se questa sia vergine o no. La scelta della Septuaginta di tradurre ‘almâ con parthénos al posto di neànis (con quest’ultimo termine di solito il greco traduce ‘almâ – Esodo 2,8; Deuteronomio 22,21) ci fa capire che per gli ebrei la profezia riguardante l’Emmanuele doveva significare qualcosa di più di un concepimento naturale da parte di una giovane. Matteo infatti ci fa sapere in modo inequivocabile che Gesù, al quale viene applicata la profezia, è il frutto di un autentico concepimento verginale, opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18-25). Egli è l’Emmanuele (Matteo 1,23) – dall’ebraico « Immanu’el » che alla lettera è « con-noi-Dio », da « Immanu » (con-noi) ed « El » (Dio) – nel senso proprio della parola. Non è solo un segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo: Gesù è veramente Dio-con-noi (Luca 8,37-39; Giovanni 8,58; 16,15; 20,28; Atti 20,28; Romani 8,9; Galati 4,6; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; Apocalisse 1,17-18; 22,6.16).

IL PANE DELLA VITA

Dalle informazioni dei vangeli sappiamo che Gesù nacque in Giudea, a Betlemme (Matteo 2,1; Luca 2,4-7) – dall’ebraico « Beit-lehem » che significa « Casa del pane ». Luca racconta che Maria, dopo aver dato alla luce il suo figlio primogenito, Gesù, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’alloggio. Nella sua narrazione Luca ci sta dicendo una cosa molto importante riguardo il neonato. Egli fa un richiamo al libro della Sapienza attribuita al re Salomone: « Fui allevato in fasce e circondato di cure; nessun re iniziò in modo diverso l’esistenza » (Sapienza 7,4-5). Luca ci sta mostrando di credere che il neonato è veramente un re, e per questo usa l’espressione « lo avvolse in fasce », proprio come fa l’autore della Sapienza in riferimento al re Salomone. La mangiatoia in cui Maria depose il neonato, era una cesta nella quale i pastori tenevano fieno per buoi e asini (Luca 13,15). Luca menziona tre volte la mangiatoia in questo suo racconto (Luca 2,7.12.16), perché questa era un segno (v 12). Non è un caso se Gesù, il pane della vita disceso dal cielo (Giovanni 6,35.48.51) sia nato a Betlemme, nella Casa del pane, e fosse stato posto in una mangiatoia, egli che è vero cibo per la vita eterna (Giovanni 6,51.54.55). Possa Cristo nascere ogni giorno nel cuore degli uomini.

I TRE ARCANGELI

Nella Bibbia il termine arcangelo – dal greco archànghelos che significa « angelo capo » o « capo degli angeli » – è attribuito solo a Michele (Giuda 1,9). Tuttavia la Chiesa cattolica riconosce, oltre a Michele, i nomi degli arcangeli Gabriele e Raffaele. E così la Chiesa ortodossa. La Bibbia non attribuisce a Gabriele e a Raffaele il termine arcangelo, ma solo quello di angelo – dal greco ànghelos (equivalente dell’ebraico malak) – che significa « messaggero » (Matteo 11,10; 2Samuele 11,18). Questo perché l’ufficio di messaggero può essere applicato anche agli spiriti superiori come gli arcangeli. Nel libro della Rivelazione leggiamo di « sette angeli che stanno in piedi davanti a Dio e ai quali furono date sette trombe » (Apocalisse 8,2). In oriente gli assistenti al trono erano sette (Ester 1,10). Questi sette angeli non possono che essere spiriti superiori, cioè arcangeli. Oltre a Michele, Gabriele e Raffaele sono gli unici angeli ai quali la Scrittura dà un nome. Un nome attribuito a un angelo indica un incarico di grande importanza: Michele – dall’ebraico « Mikha’el » – significa « Chi [è] come Dio [?] », poiché nessuno è come Dio (1Samuele 2,2; Giobbe 40,9; Isaia 42,8; Salmi 35,10; 145,3; Michea 7,18). Michele è quindi incaricato della difesa del dominio dell’Onnipotente (Daniele 12,1). Michele si contrappose a Satana – il quale si volse contro Dio – e lo scacciò dal cielo (Apocalisse 12,7-9; Luca 10,18). Andò in aiuto dell’angelo del Signore quando fu ostacolato per ventun giorni dal principe del regno di Persia (Daniele 10,12-14). E quando dal cielo verrà il Signore nella sua gloria, l’arcangelo Michele verrà con lui e con tutto l’esercito celeste (1Tessalonicesi 4,16-17; Matteo 24,30-31; 25,31-32). Gabriele – dall’ebraico « Gavri’el » – significa « Dio è Forte » o « Forza di Dio ». Gabriele fu mandato a Daniele per istruirlo e fargli comprendere la visione ricevuta da Dio (Daniele 8,1-26; 9,20-27). Fu mandato al sacerdote Zaccaria per annunciargli che sua moglie Elisabetta, nonostante l’avanzata età di ambedue, avrebbe concepito e partorito il precursore del Messia (Luca 1,5-20). Fu mandato dalla Vergine Maria per annunciargli che ella avrebbe concepito e partorito il Messia, il Figlio di Dio e il Salvatore del suo popolo, senza l’intervento di un uomo ma per opera dello Spirito Santo (Luca 1,26-38). Probabilmente l’angelo che apparve in sogno a Giuseppe fu sempre Gabriele (Matteo 1,20-21). Raffaele – dall’ebraico « Rapha’el » – significa « Dio guarisce » o « Medico di Dio ». Raffaele fu mandato al giovane Tobia per accompagnarlo e custodirlo nel suo viaggio (Tobia 4,1.2.20.21; 5,1-22), e per fargli prendere in sposa la giovane Sara (Tobia 6,12.19; 7,9.10.13; 10,10) e liberarla dal demonio Asmodeo (Tobia 3,8.17; 8,1-3), e per guarire suo padre Tobi dalla cecità (Tobia 3,17; 11,1-14). Di Gabriele e di Raffaele la Scrittura dice che sono due dei sette angeli che stanno sempre alla presenza di Dio (Tobia 12,15; Luca 1,19), e quindi sono spiriti superiori, arcangeli. Anche Michele dev’essere uno degli spiriti superiori che stanno sempre alla presenza di Dio, essendo non soltanto un arcangelo, ma addirittura preposto a tutte le schiere angeliche (Apocalisse 12,7; Giosuè 5,13-16). Gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, sono venerati da tutte le Chiese cristiane che ammettono il culto dei santi. Nella liturgia cattolica si celebra il 29 settembre la solennità dei tre Santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Nella liturgia ortodossa si celebra l’8 novembre. Agli arcangeli sono dedicati luoghi di culto come Chiese e Santuari. Nell’arte cristiana l’arcangelo Michele è quasi sempre rappresentato come un giovane con ali d’aquila e con indosso un elmo e una corazza, e una spada (qualche volta sostituita da una lancia o da una croce) nella mano, che sono richiami alla parola di Dio (1Tessalonicesi 5,8; Ebrei 4,12; Apocalisse 1,16), e nell’altra mano una bilancia (secondo alcune interpretazioni indica la pesatura delle anime, quindi è un richiamo al giudizio divino). Spesso nell’atto di scacciare il demonio (a volte sotto forma di un drago). L’arcangelo Gabriele è rappresentato sempre come un giovane con ali d’aquila e con un rametto di giglio bianco nella mano, simbolo di purezza, di castità e di bonta. Lo vediamo spesso con la Vergine Maria nell’atto di annunciargli il concepimento del Messia Figlio di Dio. L’arcangelo Raffaele è sempre rappresentato come un bellissimo giovane con ali d’aquila, spesso assieme al giovane Tobia mentre sono in viaggio. In alcuni dipinti i tre Santi arcangeli sono rappresentati insieme.

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