FONDAZIONE DELLA CHIESA DI ROMA

La Chiesa Cattolica Romana esiste dal I secolo, non dal IV secolo, né fu fondata dall’imperatore Costantino come falsamente affermano i detrattori della Romana Chiesa. La Chiesa Cattolica Romana è apostolica. Primo vescovo Romano, nel I secolo, fu l’apostolo Pietro al quale succedette Lino, al quale succedette Cleto (diminuitivo di Anacleto), al quale succedette Clemente, al quale succedette Evaristo, e così via fino a oggi. Si tratta della trasmissione del primato di Pietro mediante la successione dei vescovi Romani. Pietro fu per la prima volta a Roma intorno al 42, al principio del regno di Claudio (Storia Ecclesiastica II, 14,6) – probabilmente subito dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17) – e fu vescovo della Chiesa di Roma per 25 anni, secondo quanto riporta Girolamo (Gli uomini illustri 1,1). Da Roma scrisse la sua prima lettera, nella quale indica la città imperiale chiamandola in senso figurato Babilonia (1Pietro 5,13; Storia Ecclesiastica II, 15,2). Infatti nell’ambiente Giudaico-Cristiano, il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare Roma, divenuta simbolo del male a causa delle persecuzioni contro i Cristiani (Apocalisse 17,5.6.9). Fu la predicazione di Pietro a Roma la causa della composizione del vangelo secondo Marco (Storia Ecclesiastica II, 15,1; VI, 14, 6). L’apostolo però non si stabilì a Roma senza mai muoversi di là. Roma è la sede apostolica, non la dimora. Infatti nel 48 Pietro lasciò Roma e partì per Antiochia, dove si scontrò con Paolo (Galati 2,11-14) a causa di certe questioni che portarono alla convocazione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15,1-35) e nel quale furono risolte. Alcuni anni dopo fece ritorno a Roma, rimanendovi fino al martirio avvenuto nel 67: Fu crocifisso a testa in giù (Storia Ecclesiastica III, 1,2). Il termine « Cattolica », attribuito alla Chiesa, significa « Universale » e appare per la prima volta nella lettera che Ignazio vescovo di Antiochia scrisse per l’amico Policarpo, vescovo di Smirne e discepolo dell’apostolo Giovanni: « Dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa Cattolica » (Smirnesi VIII, 2). La Chiesa è Cattolica poiché è chiamata da Cristo alla diffusione universale del suo messaggio. Purtroppo già nei primi secoli vi furono delle separazioni in seno alla Chiesa Cattolica e, successivamente, col grande scisma di Oriente nel X secolo, e col grande scisma di Occidente nel XVI, il termine « Cattolica » ha assunto un significato confessionale, e indica la parte della Chiesa in comunione col vescovo di Roma. Ci sono tuttavia anche Cristiani di altre confessioni che attribuiscono a sé stessi il termine Cattolici o Veterocattolici, e perciò i Cristiani in comunione col vescovo di Roma sono chiamati Cattolici Romani. Verso la fine del I secolo, Clemente Romano – che fu un collaboratore degli apostoli (Filippesi 4,3) e terzo successore dell’apostolo Pietro sulla cattedra di Roma – scrisse una lettera indirizzata alla Chiesa di Corinto. Il motivo della composizione di questa lettera furono i disordini sorti in questa comunità, nella quale alcuni giovani membri si erano ribellati contro i presbiteri, che essi avevano destituito arbitrariamente. Perciò nella sua lettera Clemente richiama i Corinzi al ravvedimento e all’obbedienza ai presbiteri (Corinzi LVII, 1-2), minacciandoli di gravi sanzioni se non obbedito (Corinzi LIX, 1). Questa lettera di Clemente è una testimonianza di come già nel I secolo il vescovo di Roma avesse l’autorità di prendere disposizioni nei confronti di un altra Chiesa particolare, qui quella di Corinto. Eusebio ci fa sapere che l’avvertimento del vescovo di Roma fu accolto dai Corinzi e messo in pratica (Storia Ecclesiastica IV, 23, 11). Sempre Eusebio ci fa sapere che la lettera di Clemente fu molto stimata e letta pubblicamente in molte comunità cristiane (Storia Ecclesiastica III, 16). La lettera di Clemente afferma l’autorità dei vescovi sui fedeli e il primato della Chiesa di Roma sulle altre Chiese particolari. Nel II secolo, Ireneo vescovo di Lione afferma che la Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e che la sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi e che, con la Chiesa di Roma, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa è conservata la tradizione apostolica (Contro le eresie III, 3, 2). E menziona così la successione dei vescovi Romani, da Lino – che fu il primo successore dell’apostolo Pietro – a Eleuterio, il vescovo Romano d’allora, affermando che con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa, unica vivifica fede (Contro le eresie III, 3, 3). Nella metà del III secolo, Dionisio (o Diogini) vescovo di Alessandria, che combatteva l’eresia sabelliana o patripassiana di alcuni presbiteri della Libia, fu accusato presso il suo omonimo e contemporaneo vescovo di Roma da alcuni presbiteri egiziani riguardo alcune imprecisioni dottrinali in materia trinitaria. Il vescovo di Alessandria, infatti, in contrasto con i patripassiani – i quali affermavano che non Gesù Cristo come persona distinta, ma il Padre stesso avesse subìto la passione (per i patrapassiani il Figlio e lo Spirito Santo non sono persone distinte, ma piuttosto modi di manifestarsi dell’unico Dio, il Padre) – accentuava tanto la distinzione tra Padre e Figlio fino a comprometterne l’unità. Perciò il vescovo di Roma fu invitato a giudicare tali imprecisioni, come autorità dottrinale più alta e sicura. Il vescovo di Alessandria si giustificò e riconobbe l’unità di essenza tra Padre e Figlio insegnata dalla Chiesa di Roma (De Sententia Dionysii). Anche questo episodio testimonia come il vescovo di Roma esercitasse già allora una certa autorità sulle altre Chiese particolari, qui riprendendo il vescovo di Alessandria. Vediamo come i presbiteri della Chiesa egiziana si fossero subito rivolti all’autorità del vescovo di Roma. Non manca inoltre l’accettazione da parte del vescovo di Alessandria riguardo la sentenza e la dottrina esposta dal vescovo Romano. L’autorità superiore del vescovo di Roma è dovuta al primato che Cristo ha conferito a Pietro. A Pietro furono affidate le chiavi (Matteo 16,19) e l’autorità di confermare i fratelli (Luca 22,31-32). E sempre a Pietro viene affidato il compito di pascere la Chiesa (Giovanni 21,15-17). L’autorità conferita a Pietro è trasmessa ai suoi legittimi successori, i vescovi Romani. Perciò la Chiesa Cattolica Romana non fu fondata da Costantino il Grande, nel IV secolo. Costantino nel 313 ha solo decretato, insieme a Licinio, « religio licita » il Cristianesimo, permettendo nel Romano impero la libertà di culto a tutti i Cristiani. Dopo l’Editto di Milano del 313, col quale Costantino e Licinio decretarono la libertà di culto ai Cristiani, con l’Editto di Tessalonica del 380, Teodosio, Graziano e Valentiniano II (che all’epoca aveva solo nove anni) decretarono il Cristianesimo – secondo i canoni del Primo Concilio Ecumenico di Nicea del 325 – religione di stato, sopprimendo in tutto il Romano impero l’Arianesimo e i culti pagani. Perciò chi afferma che la Chiesa Cattolica Romana fu fondata nel IV secolo da Costantino, è un falsario della storia della Chiesa.

LA TRANSUSTANZIAZIONE

Secondo la dottrina cattolica della transustanziazione, il sacerdote ministro del sacramento, che ha l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa nel celebrare l’eucaristia, e ripete le parole della consacrazione, fa sì che Cristo sia tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità sotto l’apparenza del pane, e ugualmente sotto l’apparenza del vino. Sotto le apparenze del pane e del vino, Cristo è tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo glorioso con cui siede alla destra del Padre, ed è tutto e veramente presente anche in un solo minuscolo frammento. Ugualmente anche solo in una minuscola goccia di quel vino consacrato. Poiché Cristo ha offerto un corpo vivo, non dissanguato. Questo corpo vivo e unito a un anima spirituale, che è principio vitale del corpo. In Cristo, inoltre, la natura umana e la natura divina sussistono nell’unità della seconda persona divina della Trinità. Giustamente allora la fede della Chiesa crede che Cristo è tutto e veramente presente sia nell’una che nell’altra specie (cioè le apparenze del pane e del vino), ugualmente, con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. Cristo si fa tutto e veramente presente sotto ognuna delle due specie mediante le parole di consacrazione e per l’azione dello Spirito Santo, per cui tutta la sostanza del pane e del vino si converte nella sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. A questa conversione di sostanza è stata data il nome di transustanziazione. Il termine è ufficialmente confermato nel 1215, col Concilio Lateranense IV, ma adoperato già in precedenza. Dopo la consacrazione, del pane e del vino rimangono solo le specie, cioè le apparenze del pane e del vino, ma non la sostanza. Le apparenze del pane e del vino vengono mantenute nell’esistenza dalla potenza divina. La reale presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino non dipende dalla fede e dalla santità del ministro, ma dal potere di celebrare l’eucaristia che Cristo stesso ha conferito ai dodici: « Fate questo in memoria di me » (Luca 22,19). A loro volta i dodici l’hanno trasmesso ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, e soltanto questi – se validamente ordinati, e agendo così in persona Christi e come strumento di Cristo – avendo l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa, e ripetendo le parole della consacrazione pronunciate da Gesù nell’ultima cena: « Questo è il mio corpo (…) Questo è il calice del mio sangue », possono far accadere la transustanziazione. L’eucaristia nutre l’anima dei credenti con la grazia sacramentale. Tuttavia le specie consacrate mantengono, miracolosamente, la capacità di nutrire il corpo. La presenza di Cristo nel sacramento perdura finché sussistono le specie, e cioè finché non si corrompono nello stomaco. Perciò nella fogna non finisce la sostanza di Cristo come osano affermare i detrattori della fede cattolica. Noi cattolici adoriamo l’eucaristia perché sotto le apparenze del pane e del vino c’è Cristo, tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. La transustanziazione è simbolicamente prefigurata nell’Antico Testamento. Nel deserto, infatti, il Signore dava da mangiare al suo popolo pane al mattino e carne al tramonto (Esodo 16,12). Il passaggio pane-carne è prefigurazione simbolica della transustanziazione. Con la transustanziazione non si ripete il sacrificio di Cristo come se fosse una copia di quello originale che è unico e irripetibile. Con la transustanziazione viene perpetuato sull’altare, in modo non violento, l’unico e autentico sacrificio avvenuto sulla croce. L’unica ripetizione sta nel rito. Riguardo la transustanziazione, San Francesco d’Assisi diceva: « Gli uomini devono tremare, il mondo deve fremere, il cielo deve commuoversi, quando sull’altare fra le mani del sacerdote appare il Figlio di Dio ».

LA SUCCESSIONE APOSTOLICA

La successione apostolica è la trasmissione della missione e dei poteri degli apostoli ai loro successori. Dopo che gli apostoli vennero scelti (Luca 6,13-16), Cristo trasmise loro la missione che egli aveva ricevuto dal Padre (Giovanni 17,18; 20,21). Li rivestì perciò della sua stessa autorità (Matteo 10,40) e diede loro l’incarico di predicare il vangelo a tutte le genti (Marco 16,15), e di amministrare i sacramenti (Matteo 18,18; 28,19; Luca 22,19; Giovanni 20,23). La missione che Cristo aveva affidato agli apostoli non doveva cessare con la morte di questi, ma deve continuare fino al suo ritorno visibile (Matteo 28,20). Perciò la missione e i poteri divini conferiti da Cristo agli apostoli, vengono trasmessi ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, per mezzo dell’imposizione delle mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5), e cioè mediante il sacramento dell’ordine.

L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA DELL’UOMO

L’anima è il principio vitale dell’uomo. Nella Bibbia anima e spirito sono utilizzati spesso come sinonimi (Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Giacomo 2,26; Apocalisse 6,9). Si può dire infatti che l’umo è composto di anima e di corpo, oppure di spirito e di materia. Lo spirito umano – comunemente detto anima – non va confuso con lo spirito di cui parla l’apostolo nella sua lettera (1Tessalonicesi 5,23), poiché quello a cui Paolo fa riferimento è il dono dello Spirito Santo, cioè la grazia salvifica, e non un costituitivo della persona. Questa grazia va conservata affinché possiamo sempre camminare nella luce, e il giorno del giudizio non ci sorprenda come un ladro, a nostra rovina (1Tessalonicesi 5,1-9.23). Inoltre questo dono dello Spirito Santo non dimora in tutti gli uomini, ma solo in coloro che vivono secondo la legge di Dio. L’ebraico « נפש » (nèfesh) e il greco « ψυχή » (psychè), spesso tradotti con « anima », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (1Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9) per la quale egli è immagine di Dio, ma pure in riferimento all’intera persona umana (Genesi 2,7; Matteo 26,38; Luca 1,46; Giovanni 12,27; Atti 2,41), alla vita umana (1Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), al sangue (Genesi 9,4; Levitico 17,14; Deuteronomio 12,23), ad ogni essere vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3). Anche l’ebraico « רֽוּחַ » (ruach) e il greco « πνεῦμα » (pneuma), tradotti con « spirito », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (Sapienza 15,11; 16,14; Siracide 34,13; Ebrei 12,23; Giacomo 2,26; 1Pietro 3,19), ma pure in riferimento all’intera persona umana (Luca 1,47), ai sentimenti umani (1Maccabei 13,7), alla vita umana (Giobbe 17,1). Col termine « Spirito », inoltre, viene indicata la Divinità (Giovanni 4,24; Atti 5,3-4) e i suoi doni (Isaia 11,2-3). La Scrittura fa spesso riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Nel Primo libro di Samuele (28,8-19) il re Saul poté consultare il defunto Samuele, mediante una donna che praticava la divinazione. Quello spirito era veramente Samuele (v 14), e l’episodio prova che le anime sopravvivono alla morte del corpo. La pratica della divinazione e dell’evocazione dei morti è condannata da Dio. Evidentemente solo in questo episodio è stata permessa. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo che gli spiriti di due defunti, Geremia e Onia, innalzavano molte preghiere a Dio, intercedendo per il popolo ebraico (2Maccabei 15,6-16). Questo episodio è un’altra testimonianza della vita oltre la morte del corpo, cioè dell’immortalità dell’anima. Nel vangelo secondo Luca leggiamo: « Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle tende eterne » (Luca 16,9). Il senso figurato di tende eterne è quello della condizione dei giusti dopo questa vita. Luca fa quindi riferimento alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo, e alla retribuzione per i giusti, accolti nelle tende eterne da altri fratelli che furono già accolti prima di loro. Nell’episodio della Trasfigurazione, Pietro e Giacomo e Giovanni videro gli antichi profeti Mosè ed Elia che conversavano con Gesù (Matteo 17,3). Questo episodio è un altra testimonianza della vita oltre la morte del corpo, e quindi dell’immortalità dell’anima dell’uomo. Nel vangelo Gesù fa una chiara distinzione tra anima e corpo: « E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna » (Matteo 10,28). Egli afferma che solo Dio è Colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna. L’immagine della Genna è utilizzata in senso figurato per indicare la condizione delle anime dannate (Matteo 18,8; Giuda 7; Apocalisse 21,8). Nell’episodio della crocifissione, Cristo fa questa promessa al malfattore pentito: « In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso » (Luca 23,43). Ciò significa che, anche se il corpo muore, l’anima sopravvive. Ne era convinto anche Stefano, il quale, mentre subiva il martirio, pregava dicendo: « Signore Gesù, accogli il mio spirito » (Atti 7,59). Il giovane diacono era certo di essere subito accolto, dopo il martirio, nel regno di Dio. Chiaro riferimento alla vita dopo la morte del corpo, quindi alla sopravvivenza dell’anima e alla gloria del cielo come retribuzione per i giusti. L’autore della lettera agli Ebrei, scrive: « Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele » (Ebrei 12,22-24). L’autore della lettera menziona gli spiriti dei giusti portati alla perfezione. Altro riferimento alla vita dopo la morte del corpo. Nella sua lettera alla Chiesa di Efeso, Paolo scrive: « Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne » (Efesini 1,23-24). Paolo era combattuto tra il desiderio di essere sciolto dal corpo per stare con Cristo, e il dovere di rimanere nel corpo per predicare il vangelo, il che era conveniente per quelli al quale il vangelo era da lui predicato. Anche questo è un riferimento alla vita dopo la morte del corpo, quindi dell’immortalità dell’anima. Contrariamente Paolo avrebbe detto una cosa insensata, poiché se l’uomo è solo carne e non pure spirito, allora come potrebbe Paolo stare con Cristo se sciolto dal corpo? E ovvio che l’apostolo faceva riferimento all’anima immortale sciolta dalla sua carne mortale. Ancora, nella sua Seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: « Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male » (2Corinzi 5,1-10). Anche questa scrittura è molto chiara riguardo la sopravvivenza dell’anima dell’uomo rispetto a questa carne mortale. Nella sua prima lettera, Pietro scrive: « Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò a predicare anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua » (1Pietro 3,18-20). Cristo predicò agli spiriti dei defunti castigati al tempo di Noè. Un altro chiaro riferimento alla sopravvivenza dell’anima umana dopo la morte del corpo. Nel libro dell’Apocalisse si legge delle anime dei martiri che gridano a gran voce: « Fino a quando, Sovrano, tu che sei Santo e Verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra? » (Apocalisse 6,9-10). L’anima dell’uomo sopravvive oltre la morte del corpo. Questa è immortale. Nel Qoelet si legge che i morti « non sanno nulla, non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce » (Ecclesiaste 9,5). Ciò si deve al fatto che la rivelazione della sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo è stata progressiva. Inizialmente si credeva che la sorte dei giusti e quella dei malvagi fosse la medesima. In seguito si arrivò a credere non solo alla sopravvivenza dopo la morte, ma pure ad una retribuzione per i giusti e per i malvagi (Luca 16,22-23). Cristo nella sua predicazione parlerà di fuoco eterno per i malvagi (Matteo 18,8; 25,41), e di paradiso per i giusti (Giovanni 14,2-3; Luca 23,43). Alla risurrezione dai morti (2Maccabei 7,9; Daniele 12,2; Giovanni 5,28-29; 1Tessalonicesi 4,13-14) l’anima di ognuno verrà riunita al proprio corpo, affinché anche il corpo, nella vita eterna, possa partecipare al premio o al castigo meritato (Matteo 25,31-46), al quale le anime già ora partecipano.

I PECCATI CONTRO IL SESTO COMANDAMENTO

VI. Non commettere atti impuri

Nella Bibbia leggiamo come sesto comandamento: Non commettere adulterio (Esodo 20,14; Deuteronomio 5,18). Tuttavia la Bibbia menziona molti altri peccati della carne (Levitico 20,12-22; Marco 7,20-23; 1 Corinzi 6,9-10.18; Galati 5,19-21; Efesini 5,5; 1 Tessalonicesi 4,3-8). Perciò la Chiesa cattolica come sesto comandamento utilizza: Non commettere atti impuri, che comprende tutti i peccati della carne, incluso quello di adulterio.

Il peccato mortale – quello per cui il colpevole si separa da Dio, rendendosi incapace di conseguire la vita eterna – è tale solo se si soddisfano contemporaneamente le tre seguenti condizioni:
1) Materia grave, precisata dai dieci comandamenti.
2) Piena consapevolezza di ciò che si sta commettendo in quel momento.
3) Deliberato consenso della volontà.
Se non si soddisfano contemporaneamente le tre condizioni menzionate, non si commette peccato mortale.

I peccati contro il sesto comandamento sono tutti gli atti sessuali contrari all’ordine naturale stabilito da Dio: bestialità, omosessualità praticata, sodomia, incesto, pedofilia, necrofilia, adulterio, poligamia, orge, prostituzione, fornicazione, partecipazione o visione di pornografia in genere, autoerotismo o masturbazione, pensieri impuri.

IL MALEDETTISSIMO PECCATO DI ABORTO VOLONTARIAMENTE PROCURATO

V. Non uccidere.

La pratica dell’aborto volontariamente procurato è un gravissimo peccato, una pratica immorale che si contrappone al quinto comandamento, e perciò fa parte del primo dei quattro gravissimi peccati che gridano verso Dio, e cioè l’omicidio volontario: « Il Signore Dio disse a Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! » (Genesi 4,10). La voce del sangue di ogni figlio ammazzato nel ventre della propria madre grida verso Dio. I primi responsabili di questo orribile peccato sono la donna, se volontariamente e consapevolmente si sottopone all’aborto, e il medico che effettua l’aborto. Parte della responsabilità in misura maggiore o minore appartiene ai complici, ossia coloro che volontariamente vi prendono parte. La Chiesa cattolica insegna che « la vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente » (Catechismo 2258). Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae (Diritto Canonico 1398). L’aborto procurato è un abominevole delitto (Gaudium et spese 51). Nell’antico testo della Didachè, leggiamo: « Non uccidere il bimbo con l’aborto e non sopprimerlo dopo la nascita » (Didachè II, 2). L’aborto volontariamente procurato è un gravissimo peccato, ma non vi è peccato che Dio non possa perdonare a chi pentito riconosce la propria colpa e il bisogno del perdono divino.

SE IL TUO OCCHIO TI È MOTIVO DI SCANDALO, CAVALO E GETTALO VIA

“Se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Marco 9,47-48).

Gesù fa uso di un iperbole con l’intenzione di darci un insegnamento morale: evitare le occasioni di peccato, sapendo che la sorte dei peccatori è il fuoco eterno. La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, viene utilizzata come immagine dell’inferno a motivo del fuoco che vi brucia in continuazione. L’occhio che dà scandalo è anche metafora di quel membro della Chiesa che si macchia di uno o più peccati meritevoli di scomunica, simboleggiata dal gesto del cavare e gettare via. Nelle sue lettere Paolo è più esplicito nell’associare, simbolicamente, i cristiani a delle « membra di un solo corpo che è la Chiesa » (1Corinzi 12,20.27; Efesini 5,30; Colossesi 1,18).

LA GEENNA

“Chi dice al fratello: « pazzo », sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Matteo 5,22).

La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, è una valle maledetta (Levitico 20,1-5; Geremia 7,31-32) che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, nella quale, in tempi antichi, si offrivano a Moloch sacrifici umani attraverso il fuoco (Levitico 18,21; 2 Re 23,10). Anche dopo la fine del culto a Moloch, il fuoco di questa valle continuava a bruciare, divorando i rifiuti di Gerusalemme. In senso allegorico la valle di Hinnom viene utilizzata da Gesù come immagine della condizione di sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio. Questa condizione è presentata con l’immagine del fuoco che non smette di divorare, a voler intendere che la sofferenza dei dannati non è mitigata. Secondo il senso morale Gesù ci esorta a non peccare contro la carità, poiché tali peccati rendono chi li commette meritevole del fuoco eterno (Matteo 18,8; Apocalisse 21,8). La parola « pazzo » indica qui una grave ingiuria che ha come scopo quello di recare danno al prossimo. Il senso anagogico considera le parole di Gesù come occasione per ribadire che il peccato sarà giudicato da Dio secondo una giustizia eterna (Giuda 7).

L’INFERNO – LA CONDIZIONE DI COLORO CHE SONO DEFINITIVAMENTE SEPARATI DA DIO

La parola « inferno » è la traduzione del latino « infernus », e letteralmente significa « che si trova in basso ». Il latino « infernus » corrisponde al greco « ades », il quale indica il soggiorno dei morti, e cioè la fossa comune in cui vengono sepolti i cadaveri (Salmo 6,6; Ecclesiaste 9,10). L’equivalente ebraico di « ades » è « sheol ». La parola « inferno » ha pure un senso spirituale, e tale è l’uso che ne fa Gesù quando parla della sorte del ricco epulone: « Un giorno il ricco morì e fu gettato nell’inferno tra i tormenti » (Luca 16,22-23). Nella Bibbia abbiamo due categorie di « morti », quelli secondo la carne, e quelli secondo lo spirito, cioè i tiepidi, e quest’ultimi sono coloro che sono separati dalla comunione con Dio (Apocalisse 3,16). Un esempio di distinzione tra queste due categorie di morti lo troviamo nelle parole di Gesù: « Lascia che i morti seppelliscano i loro morti » (Matteo 8,22), dove la prima occorrenza di « morti » è un riferimento ai tiepidi. Si può essere separati dalla comunione con Dio già in questo mondo, a causa dell’incredulità e del peccato mortale, e nell’altro mondo questa separazione diventa definitiva. In questo senso Gesù parla dell’inferno, e cioè del soggiorno di coloro che sono definitivamente separati da Dio. San Giovanni Paolo II insegnava che l’inferno « sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia » (Catechesi del 28 Luglio 1999). Nella loro predicazione Gesù e i suoi discepoli hanno utilizzato spesso le immagini della geenna (Matteo 10,28; Marco 9,43), del fuoco eterno (Matteo 18,8; 25,41; Giuda 1,7), delle tenebre (Matteo 22,13; 25,30), della fornace ardente (Matteo 13,49-50) e dello stagno di fuoco e zolfo (Apocalisse 21,8) in riferimento alla sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio. L’immagine del fuoco eterno allude ad una sofferenza non mitigata.

DOMANDE E RISPOSTE – L’USO DELLE IMMAGINI SACRE NELLA BIBBIA, L’ONORE DOVUTO AI SANTI, E LA LORO INTERCESSIONE

Nella Bibbia Dio ha mai comandato l’uso di immagini sacre?

Si. Dio ha comandato di scolpire figure di cherubini sull’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35) e, per salvare dalla morte il popolo eletto durante il cammino nel deserto, ordinò di fare un serpente di rame, affinché chiunque lo guardava veniva guarito dal veleno inflittogli dal morso dei serpenti (Numeri 21,4-9).

Che significato hanno queste raffigurazioni?

I cherubini rappresentano la divina presenza (Esodo 25,10-22; Salmi 99,1), mentre il serpente di rame è prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).

Nel Tempio di Gerusalemme vi furono mai delle raffigurazioni?

Si. Vi furono raffigurazioni di cherubini, di buoi e di leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4).

Dio condannò quelle cose?

No. Dio non le condannò, ma le santificò assieme al tempio (1Re 9,1-3).

Ma allora perché Dio col Decalogo condanna la raffigurazione di tutto ciò che si trova in cielo, in terra e nelle acque, se poi egli stesso ne comanda l’uso?

Dio col Decalogo condanna l’idolatria, cioè l’adorazione di falsi dèi, e il culto reso a loro mediante raffigurazioni che li rappresentano. Infatti il serpente di rame che Dio stesso ordinò di lavorare, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò a idolatrarlo (2Re 18,4). Dio non condanna le raffigurazioni di per sé – soprattutto se utilizzate per il culto dell’unico vero Dio – ma condanna l’idolatria.

Quindi i cattolici e gli ortodossi commettono peccato di idolatria quando onorano le loro sculture e icone sacre?

No. Cattolici e ortodossi non commettono peccato di idolatria perché non onorano quelle raffigurazioni di per sé, ma onorano ciò che vi è rappresentato con quella figura. A Dio e ai Santi del cielo viene dato onore, non alla raffigurazione che li rappresenta.

Onorare la creatura è un atto di idolatria?

No. Onorare la creatura non è un atto di idolatria. La parola di Dio insegna a onorare anche la creatura: genitori (Esodo 20,12), medici (Siracide 38,1-3), presbiteri (1Timoteo 5,17), e tutti i membri della Chiesa (1Corinzi 12,26). Ad esempio, nel vangelo Gesù afferma che se uno lo serve, costui verrà onorato dal Padre (Giovanni 12,26). I Santi che stanno nella gloria del cielo, hanno servito Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se Dio onora i Santi che stanno nella gloria del cielo, giustamente possiamo e dobbiamo onorarli anche noi. Giustamente la Chiesa celebra la memoria dei Santi e ne proclama le lodi.

I Santi separati dalla carne possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra?

Si, i Santi separati dalla carne intercedono per noi ancora viatori sulla Terra. Parlando delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, l’apostolo Paolo afferma che « maggiore di tutte è la carità » (1Corinzi 13,13). Infatti è soprattutto sulla carità che saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Nel regno dei cieli i Santi esercitano la loro carità, regnando con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla Terra, offrendo i meriti acquistati in Terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei Santi separati dalla carne, per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i Santi nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo sono perfetti nella carità, tanto più perfette delle nostre sono le preghiere che i Santi rivolgono a Dio per noi.

I Santi separati dalla carne possono compiere miracoli? Cosa dice la Bibbia?

Si, i Santi del cielo possono intercedere per noi presso Dio, affinché Dio compia per noi ancora viatori sulla Terra un miracolo. Dio è l’autore di ogni grazia e di ogni miracolo. Il Santo è un intercessore. Nella Bibbia abbiamo degli esempi, e perciò voglio citare il Siracide 48,14: « Nella sua vita [Eliseo] compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere », confermato da 2Re 13,21: « Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi ». Siracide 48,14 è confermato da 2Re 13,21. Entrambe queste scritture sostengono la dottrina cattolica e ortodossa dell’interessione dei Santi del cielo, e dei miracoli che Dio compie per loro intercessione.

Cosa dice la Bibbia riguardo l’uso cattolico e ortodosso di conservare delle reliquie appartenute a un Santo?

La devozione per le reliquie è strettamente legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura, anzi, quest’ultima la favorisce. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo per mezzo del mantello appartenuto a Elia (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce. Infatti, come si è già detto, il Signore è l’autore di ogni miracolo, mentre il Santo è un intercessore. Si deve anche spiegare che il venerare è qui sinonimo di onorare, mostrare gran rispetto, essere devoti, e non va assolutamente confusa con l’adorare. Si venerano, ossia si onorano, i Santi nel cielo. Ma solo Dio si deve adorare, e noi cattolici e ortodossi adoriamo solo Dio, mentre Maria e i Santi li onoriamo con rispetto grande.

Riguardo l’uso dell’incenso sulle immagini in uso nella Chiesa cattolica, ha il significato di adorarle?

Assolutamente no. Nella Chiesa cattolica incensare le immagini sacre non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

I cattolici e gli ortodossi commettono un atto di idolatria nel prostrarsi davanti al crocifisso e a baciarlo?

Assolutamente no. I cattolici – come pure gli ortodossi – si prostano davanti al crocifisso non per questo stesso, ma in segno di rispetto verso ciò che rappresenta: Gesù Cristo e il suo sacrificio salvifico. Parimenti, il bacio lo diamo al crocifisso non per questo stesso, ma per l’affetto che proviamo verso Gesù Cristo, che il crocifisso vuole rappresentare. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti di prostrazione e di bacio, e nei quali non vi era alcuna accusa di idolatria. Vediamo qualche esempio: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò terra, mentre andava avvicinandosi al fratello » (Genesi 33,3). « Esaù corse incontro a Giacobbe, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero » (Genesi 33,4). « Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono, e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono » (Genesi 33,7). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). In queste scritture non compare mai alcun atto di idolatria, ma semplicemente affetto o alto rispetto verso qualcun’altro. Al contrario, in Rivelazione, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché costui, credendo di vedere in quell’angelo la maestà del Signore, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come chiaramente specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione – la Scrittura lo dice chiaramente – e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi prostrarsi in atto di adorazione verso la creatura, o verso una sua raffigurazione, è un grave peccato di idolatria, ma non così se ci si prostra in segno di affetto e di devozione. Talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, vivi o defunti: figli, genitori, fratelli, nonni, amici. Certamente non rechiamo offesa al Signore né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo la croce o immagini che rappresentano Gesù, Maria, gli angeli e i Santi. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

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