IL MAGISTERO

Cristo ha affidato le chiavi dell’autentica interpretazione della parola di Dio, scritta e trasmessa, al solo magistero costituito dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui (Matteo 16,19; 18,18), i quali esercitano questa autorità nel nome di Gesù Cristo (Matteo 10,14; Luca 10,16) e sotto l’assistenza del suo Santo Spirito (Giovanni 14,15-17; Matteo 28,20). « Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio » (Dei Verbum 10).

Tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica 85-87

HEÔS (FINCHÉ) E PROTOTÒKOS (PRIMOGENITO)

Matteo 1,24-25: Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé la sua sposa, e non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio primogenito, e gli pose nome Gesù.

L’evangelista fa uso della congiunzione temporale heôs (finché, fino a quando) per negare un’azione per il tempo passato, ma non per riferire un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita del bambin Gesù, Giuseppe e Maria ebbero rapporti coniugali (nella Scrittura il verbo « conoscere » è spesso sinonimo di unione coniugale, Genesi 1,1.17.25), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo. Riguardo l’uso di heôs, la Scrittura ci dà alcuni esempi: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché (heôs) io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Salmi 109,1 Settanta). Ora quel finché, non significa che dopo, Gesù Cristo, non siederà più alla destra del Padre. « Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al (heôs) giorno della sua morte » (2Samuele 6,23 Settanta). Certamente Mikal non ebbe figli dopo la sua morte, e perciò, come già detto sopra, « heôs » (finché, fino a quando) non implica necessariamente un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Quanto al prototòkos (primogenito) era per gl’Israeliti un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Allora un primogenito non necessariamente ha dei fratelli germani, poiché si usava chiamare un figlio primogenito sia che fosse il maggiore di più figli, sia che fosse l’unico, poiché nessuno è nato prima di lui.

LA PREGHIERA DELL’AVE MARIA

La preghiera dell’Ave Maria trova nella Bibbia il suo fondamento:

› Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Le parole sono prese dall’episodio dell’Annunciazione, e sono pronunciate da Gabriele (Luca 1,28). Il latino ave traduce il greco chaire, e cioè rallegrati. Si tratta di un invito alla gioia.

› Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Le parole sono prese dall’episodio dell’incontro tra la vergine Maria e la parente Elisabetta. Fu Elisabetta, sotto l’azione dell’ Spirito Santo, ad esclamare a gran voce queste magnifiche parole (Luca 1,41-42). Il nome « Gesù » è un’aggiunta posteriore.

› Santa Maria, madre di Dio,

Maria è Santa perché santificata dalla grazia. Maria è la kecharitomene (Luca 1,28), la piena di grazia. Invocare Maria come madre di Dio significa riconoscere Gesù come vero Dio e vero uomo, e professare la fede in lui. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo Signore è la traduzione dal greco Kyrios, che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma YHWH, il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza Kyrios (Signore) e Theos (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ».

› prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

In Giovanni 2,1-11 viene raccontato che durante uno sposalizio in cui erano presenti Gesù e sua madre, Maria intercede per gli invitati, i quali non avevano più vino. Gesù allora non poté rifiutare la richiesta di sua madre alla quale non tarda a rispondere. Così, proprio in quell’episodio, e per intercessione di Maria sua madre, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli fece riempire d’acqua sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili, e l’acqua divenne vino buono. Il significato teologico delle nozze di Cana è quello dello sposalizio tra Gesù e l’umanità, e lo sposo che conserva il vino buono (Giovanni 2,9-10) – immagine simbolica dell’amore sponsale tra Dio e il suo popolo – è Gesù medesimo. E Maria è colei che presso suo Figlio intercede per l’umanità. Ella si mette in mezzo esercitando la sua carità. La carità esercitata da Maria sulla terra viene ancora esercitata nel cielo, dove i beati regnano con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla terra, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei beati per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i beati nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Luca 15,7; Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo sono perfetti nella carità, tanto più perfette delle nostre sono le preghiere che i beati rivolgono a Dio per noi. Maria poi si trova in cielo già col suo corpo glorificato (Munificentissimus Deus). La Chiesa, fin dai primi secoli, ha invocato l’aiuto della Santa madre di Dio. Maria può ottenerci da Dio qualsiasi grazia.

› Amen. Verità.

FEDE E IGNORANZA INVINCIBILE

La Chiesa rifacendosi ad alcune Scritture (Matteo 10,22; Marco 16,16; Giovanni 3,18.36; Romani 10,14; Ebrei 11,6) insegna che la fede è assolutamente necessaria per conseguire la salvezza eterna. In un documento del 1964, Paolo VI afferma: « Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare » (Lumen Gentium 14).

Riguardo la salvezza eterna di coloro che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua Chiesa, la Chiesa insegna:

« A noi ed a voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato » (Pio IX, Quanto Conficiamur).

« Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna » (Paolo VI, Lumen Gentium 16).

È detta « ignoranza invincibile » e non colpevole quella di una persona che, ad es, nel ricercare la verità è impossibilitata a trovare le informazioni necessarie per conoscerla. È il caso, ad es, di una persona nata e cresciuta dove non vi è mai arrivato qualche predicatore del vangelo. Ma se l’atto della volontà precede quello dell’intelletto, ed è il caso di chi volontariamente trascura di informarsi intorno alla verità, e perciò preferisce ignorare, l’ignoranza passa da « invincibile » a « vincibile » e perciò colpevole e inescusabile.

MARIA MADRE DI DIO

Il dogma della maternità divina di Maria fu decretato nel Concilio di Efeso del 431. Il Santo Concilio ha confessato che « la Vergine Santa è madre di Dio, essendosi il Logos di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa ». Quindi ha decretato che « se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Logos fatto carne, sia anatema! ». Certamente Maria non comincia ad essere madre di Dio nel 431, ma lo era già prima, e cioè da quando fu incinta del Emmanuele per opera dello Spirito Santo (Luca 1,35; Matteo 1,23). Il dogma della divina maternità di Maria ha innegabili basi bibliche. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo « Signore » è la traduzione dal greco « Kyrios », che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma « YHWH », il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza « Kyrios » (Signore) e « Theos » (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ». Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio, il Logos eterno del Padre, per divina volontà (comune a tutte tre le persone della Trinità) assunse la natura umana (facendosi del tutto simile a noi fuorché nel peccato) nascendo da una donna (Giovanni 1,14, Galati 4,4), cioè dalla vergine Maria. Il Figlio di Dio, prendendo forma umana (Giovanni 1,14; Filippesi 2,5-8; 1Timoteo 3,16; 1Giovanni 4,2) non ha cessato d’essere Dio (Giovanni 8,58; 10,30; 14,9; Colossesi 2,9). Allo stesso modo, dopo la morte sulla croce (secondo la natura umana è veramente morto sulla croce e poi risorto il terzo giorno) il Figlio di Dio non ha abbandonato la natura umana che egli aveva assunta (Luca 24,36-43; Giovanni 20,24-29; Atti 1,3; 2,27.31; Ebrei 13,8). Quindi Gesù Cristo è pienamente Dio e pienamente uomo sempre. Le due nature sussistono nell’unità della persona divina del Logos, senza confusione né mutamento né divisione né separazione. Gesù Cristo, quindi, non è un semidio né un uomo abitato dal Logos né tantomeno Dio si è convertito in carne. Ma il Logos, che è Dio, ha assunto la natura umana, cioè si è unito ad essa sostanzialmente, e perciò Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. Signore di Davide secondo la divinità, figlio di Davide secondo la carne. Ora, la vergine Maria non ha generato la divinità (dalla quale anch’ella è stata creata), ma solo la carne assunta dal Figlio di Dio. Tuttavia, proprio perché « da lei è nato il Santo corpo dotato di anima razionale, al quale il Logos è unito sostanzialmente » (Seconda lettera di Cirillo a Nestorio), si deve credere senz’ombra di dubbio che la vergine Maria è madre di Dio. Infatti una madre genera il corpo del proprio figlio ma non la sua anima, la quale è creata è infusa da Dio al momento del concepimento. Tuttavia corpo e anima sono una sola persona, e perciò una madre è tale non solo in riferimento al corpo di suo figlio, ma lo è di suo figlio tutto intero. Allo stesso modo, Maria è madre di suo figlio Gesù tutto intero, vero Dio e vero uomo. E poiché Gesù è un solo soggetto, quello divino, allora si deve credere che Maria è madre di Dio. Se per fede crediamo che il divin Figlio si è fatto pienamente uomo rimanendo pienamente Dio, allora per fede dobbiamo credere che la vergine Maria è vera madre di Dio. L’incarnazione del Figlio di Dio e la maternità divina di Maria sono due verità della fede intimamente legate fra loro. Non si può credere una sola di queste verità, e negarne l’altra.

GIACOMO, GIUSEPPE, SIMONE E GIUDA

Matteo 13,55: Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Marco 6,3: Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Tra i dodici apostoli scelti da Gesù, ci sono Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Matteo 10,2) – e Giuda suo fratello (Luca 6,16; Giuda 1), da non confondere con il Traditore. Questi sono due dei quattro fratelli menzionati nei vangeli (Matteo 13,55; Marco 6,3). Sono anche gli autori delle omonime lettere. Questo Giacomo è figlio di Alfeo (Matteo 10,4; Atti 1,13), da non confondere con Alfeo di Levi (Marco 2,14). Quindi il padre di questi fratelli non è Alfeo. Andiamo avanti con la lettura dei vangeli e scopriamo chi sia invece la loro madre:

Matteo 27,55-56: C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano, esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41: C’erano là alcune donne che osservavano da lontano, tra le altre: Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salomè, le quali lo seguivano e lo servivano.

La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria. Continuiamo ancora con la lettura dei vangeli e scopriamo di quale Maria si tratta:

Matteo 27,61: Erano lì, davanti al sepolcro, Maria Maddalena e l’altra Maria.

Matteo 28,1: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro.

Marco 16,1: Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.

La madre di Giacomo, di Ioses, di Simone e di Giuda viene chiamata da Matteo « l’altra Maria » per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Anche Giovanni menziona questa Maria:

Giovanni 19,25: Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèopa, e Maria Maddalena.

Quindi l’altra Maria, madre di Giacomo e di Ioses – fratelli di Giuda e di Simone – è Maria di Clèopa. Perciò i genitori di questi fratelli sono Alfeo (Clèopa) e Maria di Clèopa. Simone – secondo la testimonianza dello scrittore giudeo cristiano Egesippo (II secolo), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32) – è un cugino di Gesù, perché suo padre Clèopa è il fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù. – Clèopa e Alfeo di Giacomo sono probabilmente la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo). Quindi Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, menzionati nei vangeli come fratelli di Gesù, sono suoi cugini di primo grado, figli di Alfeo e di Maria di Clèopa. Il termine greco adelphós, tradotto con « fratello », è l’equivalente dell’ebraico ach, e viene utilizzato con un senso più ampio rispetto al solo fratello uterino. Adelphós viene utilizzato in riferimento ai fratelli germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta + Marco 6,3), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli, vengono utilizzate queste formule: « Suo fratello, figlio di sua madre » (Genesi 43,29 Septuaginta). « Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre » (Levitico 20,17 Septuaginta). « Miei fratelli, figli di mia madre » (Giudici 8,19 Septuaginta). « Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre » (Matteo 4,21). Quei fratelli che vennero da Gesù, assieme a Maria sua madre (Matteo 12,46), erano alcuni parenti, forse gli stessi che non avevano creduto in lui (Giovanni 7,5). Quella fu occasione per Gesù di insegnare che i suoi veri fratelli sono coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,47-50). Dove chiaramente « fratello, sorella e madre » vuole indicare una stretta relazione secondo lo spirito, non secondo la carne.

ADELPHOI

Il termine greco adelphós deriva dalla parola greca delphys (utero) ed etimologicamente significa « couterino » (cioè « dello stesso utero »), e perciò viene tradotto con « fratello ». L’ebraico ha ach. Nella versione greca dell’Antico Testamento, la Septuaginta, e nel Nuovo Testamento, adelphós viene utilizzato con un senso più ampio rispetto a quello del solo fratello couterino. Vediamo alcuni esempi:

Adelphós viene utilizzato per i fratelli germani:

Genesi 4,1-2: Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: « Ho acquistato un uomo dal Signore ». Poi partorì ancora suo fratello (adelphós) Abele.

Caino e Abele sono entrambi figli di Adamo ed Eva, e perciò sono fratelli germani.

Adelphós viene utilizzato per i cugini di primo grado:

1Cronache 23,21-22: Figli di Merari: Macli e Musi. Figli di Macli: Eleàzaro e Kis. Eleàzaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli (adelphói).

Eleàzaro e Kis sono fratelli germani, entrambi figli di Macli (v 21). Perciò i figli di Kis e le figlie di Eleàzaro sono cugini di primo grado.

Adelphós viene utilizzato per zio e nipote:

Genesi 13,8: Abram disse a Lot: « Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli (adelphói) ».

Lot è figlio di Aran, il fratello di Abramo (Genesi 11,27), e perciò i due sono zio e nipote.

Adelphós viene utilizzato per i membri di una tribù:

1Cronache 15,4-10: Davide radunò i figli di Aronne e i leviti. Dei figli di Keat: Urièl il capo con i centoventi fratelli (adelphói); dei figli di Merari: Asaia il capo con i duecentoventi fratelli (adelphói); dei figli di Gherson: Gioele il capo con i centotrenta fratelli (adelphói); dei figli di Elisafan: Semaia il capo con i duecento fratelli (adelphói); dei figli di Ebron: Eliel il capo con gli ottanta fratelli (adelphói); dei figli di Uzziel: Amminadàb il capo con i centodieci fratelli (adelphói).

Adelphós viene utilizzato per i concittadini:

Genesi 19,6-7: Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: « No, fratelli (adelphói) miei, non fate del male! ».

Lot cerca di fermare gli abitanti di Sodoma, suoi concittadini, i quali vogliono far violenza su due uomini (in realtà due angeli del Signore, vv 1-7).

Adelphós viene utilizzato per gli uomini bisognosi:

Matteo 25,40: Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli (adelphói) più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25 fa riferimento agli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi, gli infermi e i carcerati.

Adelphós viene utilizzato per gli sposi:

Tobia 7,12: Ma Tobia disse: « Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo». Rispose Raguele: «Lo farò! Essa ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Prendi dunque tua cugina, d’ora in poi tu sei suo fratello (adelphós) e lei tua sorella (adelphé). Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, figlio mio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace ».

Adelphós viene utilizzato per i discepoli di Cristo:

Giovanni 20,17: Gesù le disse: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli (adelphói) e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ».

Gesù manda la Maddalena ai suoi discepoli come testimone oculare della sua risurrezione (v 18).

Adelphós viene utilizzato per i connazionali:

Atti 3,17: Ora, fratelli (adelphói), io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi.

Qui Pietro parla ai suoi connazionali (vv 11-26).

Adelphós viene utilizzato per coloro che fanno la volontà di Dio:

Matteo 12,49-50: Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: « Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli (adelphói); perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello (adelphós), sorella (adelphé) e madre ».

Questi esempi sono più che sufficienti a dimostrare l’ampiezza del senso di adelphós nella Bibbia.

PRIMA DI DIVENTARE SATANA, LUCIFERO ERA UN CHERUBINO

Dalla Sacra Scrittura (Ezechiele 28,13-15) sembra che prima di volgersi contro Dio e diventare Satana, che significa « Avversario », Lucifero fosse un cherubino. Secondo Diogini (V-VI secolo), i cherubini sono l’ordine intermedio appartenente alla prima e più importante gerarchia celeste, sottoposti solo ai serafini (La Gerarchia Celeste VI, II). Tuttavia il primo nome che fu attribuito all’angelo prevaricatore, Lucifero che significa « Portatore di luce », indicava il suo essere preposto a tutte le schiere angeliche. Sono infatti gli angeli superiori che illuminano gli angeli inferiori riguardo i misteri divini. Nei suoi scritti Tommaso d’Aquino spiega che il termine « cherubino » significa « pienezza della scienza », mentre il termine « serafino » significa « ardente ». È chiaro perciò che con « cherubino » si indica la conoscenza, la quale può stare insieme al peccato mortale, mentre con « serafino » si indica l’intenso calore della carità, la quale non è compatibile col peccato mortale. Perciò Lucifero – pur essendo preposto a tutte le schiere angeliche – non fu denominato « serafino » ma « cherubino » (Somma Teologica I, q 63, a 7). Il ministero di principe di tutte le schiere celesti fu poi affidato all’arcangelo Michele – dall’ebraico Micha’el che significa « Chi [è] come Dio [?] » – nome che richiama il suo incarico, cioè quello di difendere il dominio dell’Onnipotente (Daniele 12,1). Quando Satana si volse contro Dio, subito Michele si contrappose a lui e lo scacciò dal cielo (Apocalisse 12,7-9; Luca 10,18). Lucifero viene dal latino Lucifer, che traduce l’ebraico Helel che troviamo nel brano di Isaia 14,12-15, una satira che – secondo alcuni teologi – originariamente aveva di mira un defunto sovrano Assiro, Sargon II. La caduta dal cielo di un astro del mattino (Helel, da cui Lucifero, v 12) viene interpretato dalla tradizione patristica come la caduta dell’angelo prevaricatore.

SENSO LETTERALE E SENSO SPIRITUALE DELLA SCRITTURA

I sensi con cui va letta la Scrittura sono quattro:

› lettera
› allegoria
› morale
› anagogia

La lettera è il senso più ovvio, ed è quello che insegna i fatti.
L’allegoria insegna cosa credere.
La morale insegna cosa fare.
L’anagogia insegna dove tendere.

L’allegoria, la morale e l’anagogia costituiscono la parte spirituale della Scrittura. Ecco un esempio dell’uso dei quattro sensi con cui va letta la Scrittura: Chi dice al fratello: « pazzo », sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Matteo 5,22).

Premessa: La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, è una valle maledetta (Levitico 20,1-5; Geremia 7,31-32) che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, nella quale, in tempi antichi, si offrivano a Moloch sacrifici umani attraverso il fuoco (Levitico 18,21; 2 Re 23,10). Anche dopo la fine del culto a Moloch, il fuoco di questa valle continuava a bruciare, divorando i rifiuti di Gerusalemme.

Lettera: Secondo il senso letterale, chi dice « pazzo » al fratello dev’essere sottoposto al fuoco della valle di Hinnom.

Allegoria: Allegoricamente la valle di Hinnom viene utilizzata da Gesù come immagine della condizione di sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio e si trovano all’inferno, tra i tormenti. Questa condizione è presentata con l’immagine del fuoco che non smette di divorare, a voler intendere che la sofferenza dei dannati non è mitigata.

Morale: Secondo il senso morale Gesù ci esorta a non peccare contro la carità, poiché tali peccati rendono, chi li commette, meritevole del fuoco eterno (Matteo 18,8; Apocalisse 21,8). La parola « pazzo » è una grave ingiuria quando usata con lo scopo di recare danno al prossimo.

Anagogia: Il senso anagogico considera le parole di Gesù come occasione per ribadire che il peccato sarà giudicato da Dio secondo una giustizia eterna (Giuda 7).

Nella Scrittura sono presenti molte figure retoriche. Tra queste abbiamo: iperbole, antropomorfismo, personificazione, ironia, metonimia, similitudine, simbolismo, metafora. Qualche esempio:

Iperbole: “Ci sono eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli” (Matteo 19,12). Dove per “eunuchi” s’intendono i celibi. Gli eunuchi sono persone sessualmente impotenti, nati così o resi tali dagli uomini per castrazione. Gesù utilizza un iperbole (e cioè una esagerazione che impressioni la fantasia di chi ascolta) in riferimento a coloro che scelgono la via del celibato per dedicarsi solo al regno di Dio.

Antropomorfismo: “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio, e attorno a lui stavano dei serafini” (Isaia 6,1-2). Oppure: “Ricordati di quello che il Signore tuo Dio fece al faraone e a tutti gli Egiziani (…) della mano potente e del braccio teso con cui il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire” (cf Deuteronomio 7,18-19). Lo scrittore fa uso di antropomorfismo, attribuendo a Dio che è spirito, e cioè incorporeo e invisibile (Colossesi 1,15; 1Timoteo 1,17), delle somiglianze con il corpo umano. Ciò è reso necessario dalla nostra incapacità di cogliere Dio se non per analogia con l’esperienza umana. A Dio vengono attribuite parti corporee e positure a motivo delle loro operazioni che si prestano a certe analogie.

Personificazione: “Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Romani 8,22). Qui Paolo attribuisce all’intera creazione alcuni tratti psicologici e comportamentali degli esseri umani. Un altro esempio: “La morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire” (Romani 5,14). Anche la morte viene personificata mediante alcuni tratti comportamentali dell’uomo, come il regnare.

Ironia: “Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi super-apostoli!” (2Corinzi 11,5). Con « super-apostoli » Paolo si riferisce ai falsi apostoli che predicavano un vangelo diverso da quello di Cristo (2Corinzi 11,3.4.13.14.15). Quindi il senso di « super-apostoli » è qui contrario a quello letterale. Oppure: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male” (Genesi 3,22). Adamo ed Eva vollero essere simili a Dio, ma ribellandosi a Dio sono diventati invece simili agli angeli decaduti, ossia spogliati della grazia santificante. Così Dio commenta l’accaduto in modo ironico. Il significato di quelle parole è chiaramente contrario a quello letterale. Questa è l’ironia.

Metonimia: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?” (1Corinzi 10,16). Dove il nome del contenente (calice) viene utilizzato per quello del contenuto (vino eucaristico).

Similitudine: “Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: « Seguitemi, vi farò pescatori di uomini ». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono” (Matteo 4,18-22). Nel suo racconto Matteo utilizza una similitudine tra la chiamata dei primi due fratelli (vv 18-20) e la chiamata degli altri due fratelli (vv 21-22), e cioè facendo uso di termini che denotano somiglianza.

Simbolismo: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1,29). Dove l’agnello simboleggia Gesù Cristo, il quale si è offerto in sacrificio per liberare gli uomini dal peccato.

Metafora: “Io sono il buon pastore” (Giovanni 10,11). La metafora è una forma di paragone tra due cose. Qui il paragone tra Gesù e il buon pastore viene evidenziato da ciò che segue: “Il buon pastore offre la vita per le pecore (…) Io sono il buon pastore (…) e offro la vita per le pecore” (vv 11-15).

SE IL SACERDOZIO MINISTERIALE PER LE DONNE SIA FONDATO SULLA SCRITTURA

Il ministero sacerdotale per le donne non trova alcun fondamento sulla Scrittura. Gesù infatti scelse dodici uomini (Luca 6,13-16) a cui trasmettere la missione ricevuta dal Padre (Giovanni 17,18; 20,21). Egli chiamò « apostoli » (e cioè « inviati », dal greco « apostolon ») questi uomini, e li rivestì della sua stessa autorità (Matteo 10,40; 18,18), ordinando loro di predicare il vangelo a tutte le genti (Marco 16,15) e di amministrare il battesimo (Matteo 28,19), di celebrare l’eucaristia (Luca 22,19; 1Corinzi 11,24) e di rimettere i peccati (Giovanni 20,23), di scacciare i demoni (Matteo 10,1; Marco 3,15) e di guarire gli infermi (Matteo 10,8). La missione che Cristo ha affidato a questi uomini non doveva cessare con la morte di loro, ma deve continuare fino al suo ritorno visibile (Matteo 28,20), e perciò gli apostoli la trasmisero, assieme ai poteri ricevuti, ad altri uomini, loro successori, mediante il sacramento dell’ordine, ossia per mezzo dell’imposizione delle mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5). La Chiesa chiama « successione apostolica » questa trasmissione della missione e dei poteri degli apostoli. Questi successori degli apostoli sono chiamati « episcopi » o « vescovi », e cioè « sorveglianti » (dal greco « episkeptomai » che significa « sorvegliare »), e « presbiteri » o « preti », e cioè « anziani » (dal greco « presbyteroi »). I vescovi e i presbiteri portano in modo speciale il titolo di « sacerdote », poiché la loro è una partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo. Esistono infatti due tipi di sacerdozio: quello comune a tutti gli uomini e a tutte le donne mediante il sacramento del battesimo, e quello ministeriale riservato ai soli uomini mediante il sacramento dell’ordine. I sacerdoti, in virtù del sacramento dell’ordine, agiscono in « persona Christi capitis », e cioè in persona di Cristo capo, e per questo sono mediatori tra Dio e gli uomini. Ma Cristo è un uomo, non una donna, e mai nella Chiesa primitiva è stata conferita alle donne l’ordinazione sacerdotale. Nel 2 Maggio 1994, Giovanni Paolo II decretò: « Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa » (Ordinatio Sacerdotalis). Le donne, anche se in modo differente da alcuni uomini, e cioè dai sacerdoti, offrono servizio alla Chiesa, come le membra in maniera differente tra loro servono al corpo. L’occhio non ha la stessa funzione della mano, ma entrambe queste membra servono al corpo, chi in un modo e chi in un’altro. Così le donne, pur in modo differente dai sacerdoti, servono la Chiesa. Queste, chi in un modo e chi in un’altro, offrono un buon servizio alla comunità ecclesiale.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora