PRIMATO DI PIETRO

Gesù ha conferito a Pietro un primato sopra gli altri apostoli: Fu infatti l’apostolo Pietro a ricevere dal Padre una speciale rivelazione (Matteo 16,15-17), e a lui furono consegnate da Gesù le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16,19). Le chiavi date a Pietro sono un affidamento di autorità e di governo temporale della Chiesa. Nella cerchia dei dodici, Pietro è sempre menzionato al primo posto (Matteo 17,1; 26,37; Marco 3,16; 5,37; 9,2; 13,3; 14,33; Luca 6,14; 8,51; 9,28; 22,8; Giovanni 20,2-3; 21,2; Atti 1,13; 3,1-3), addirittura col qualificativo di « primo » (Matteo 10,2), un riferimento al suo primato. A volte la Scrittura menziona per nome solo Pietro, mentre gli altri apostoli vengono menzionati come « suoi compagni » (Marco 16,7; Luca 9,32). Gesù ha dato a Pietro l’autorità di confermare i fratelli nella fede (Luca 22,31-32), e sempre a lui comanda di pascere agnelli e pecore (Giovanni 21,15-17). Gli agnelli sono i popoli, mentre le pecore madri per gli agnelli (Isaia 40,11) sono i vescovi, i quali generano i popoli in Cristo. Tornando al Padre, Gesù affida le sue pecore alla custodia e alle cure di Pietro, senza però rinunciare alla proprietà su di esse (Giovanni 10,11.14.29; 17,6.12). Già nell’Antico Testamento Yahweh, supremo pastore d’Israele (Deuteronomio 27,9; Isaia 40,1.11; Geremia 31,10), affida il suo gregge alle cure di quelli che egli si era scelto (2Samuele 7,7; Salmi 78,70-72; Ezechiele 34,10). Anche Paolo riconosce il primato conferito a Pietro, e infatti quando tornò dal suo ritiro in Arabia, immediatamente si recò a Gerusalemme per consultare Pietro (Galati 1,18), che egli chiama quasi sempre « Cefa » (1Corinzi 1,12; 3,22; 15,5; Galati 1,18; 2,9.11.14). Paolo andò a consultare Pietro poiché quest’ultimo è un punto di riferimento per la Chiesa. Gesù pagò la tassa al tempio per lui e per Pietro soltanto (Matteo 17,24-27). Quando stava presso il lago di Genèsaret, Gesù vide due barche e scelse di salire su quella di Pietro per ammaestrare le folle (Luca 5,1-3). Fu a Pietro per primo che Gesù lavò i piedi (Giovanni 13,16). Quando Pietro e Giovanni corsero al sepolcro, quest’ultimo arrivò prima, ma non entrò, aspettò che entrasse prima Pietro, e poi entrò anche lui (Giovanni 20,4-8). Ciò va compreso in relazione alla funzione che Gesù attribuirà a Pietro (Giovanni 21,15-17). E Pietro che deve verificare all’interno lo stato delle cose. Quando Pietro disse: « Io vado a pescare », gli altri apostoli vollero seguirlo (Giovanni 21,3). Fu Pietro ad assumere nel cenacolo, in mezzo a circa centoventi fratelli, la direzione, proponendo l’elezione di un nuovo apostolo (Atti 1,15-22). Fu Pietro a parlare, nel giorno della pentecoste, a nome di tutti gli altri apostoli (Atti 2,14-36), e fu sempre lui a compiere il primo miracolo a conferma della fede (Atti 3,1-11). Fu Pietro a ricevere da Dio la visione di una grande tovaglia che discese dal cielo, piena di ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo, che di significato ha che non solo i giudei, ma anche i pagani devono essere accolti nella Chiesa (Atti 10-11).

SE L’APOSTOLO PIETRO SIA MAI STATO A ROMA

Pietro fu per la prima volta a Roma intorno al 42, al principio del regno di Claudio (Storia Ecclesiastica II 14, 6) – probabilmente subito dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17) – e fu vescovo della Chiesa di Roma per 25 anni, secondo quanto afferma Girolamo (Gli uomini illustri 1,1). Riportando la testimonianza di Papia vescovo di Ierapoli (70-130), lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-340) dice che l’apostolo Pietro nomina Marco nella sua lettera che compose a Roma, città da lui stesso indicata, chiamandola in senso figurato Babilonia (Storia Ecclesiastica II, 15,2). L’apostolo scrive: « Vi saluta la Chiesa che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio » (1Pietro 5,8). Infatti nell’ambiente giudaico-cristiano, durante le persecuzioni, il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare Roma. Nell’Apocalisse di Giovanni, per esempio, viene fatto uso del nome Babilonia in senso figurato, in riferimento all’antica città imperiale che fu fondata su sette alture, cioè Roma: Babilonia la Grande è seduta su sette colli (Apocalisse 17,5.9). Inoltre Giovanni scrive che questa Babilonia era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6), e ciò a riferimento della Roma imperiale – divenuta simbolo del male – del tempo di Giovanni, la quale perseguitava i cristiani. Eusebio riporta inoltre – sempre secondo la testimonianza di Papia – che il vangelo scritto da Marco è una raccolta della predicazione di Pietro a Roma (Storia Ecclesiastica II, 15,1). Egli riporta anche la testimonianza di Clemente di Alessandria (150-215) il quale, allo stesso modo, afferma che quando Pietro predicò pubblicamente la dottrina a Roma e grazie allo Spirito Santo annunciò il vangelo, i presenti, che erano molti, pregarono Marco di mettere per iscritto le sue parole, giacché da molto tempo lo seguiva e ricordava ciò che diceva; ed egli lo fece, e trasmise il vangelo a coloro che glielo avevano chiesto (Storia Ecclesiastica VI, 14, 6). A Roma c’era una comunità ebraica di liberti, e certamente Pietro predicò a loro il vangelo. L’apostolo però non si stabilì a Roma senza mai muoversi di là. Roma è la sede apostolica, non la dimora. Infatti nel 48 Pietro lasciò Roma e partì per Antiochia, dove si scontrò con Paolo (Galati 2,11-14) a causa di certe questioni che portarono alla convocazione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15,1-35). Alcuni anni dopo fece ritorno a Roma, rimanendovi fino al martirio avvenuto nel 67. Evidentemente Pietro non si trovava a Roma quando nel 57, da Corinto, Paolo scrisse una lettera ai Romani, ma vi fece ritorno in seguito, e per questo non viene menzionato nei saluti (Romani 16,3-15). Nel 110, durante il suo viaggio verso Roma per subirvi il martirio, Ignazio vescovo di Antiochia scrive una lettera ai Romani nella quale si legge: « Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io a tutt’ora uno schiavo » (Romani IV, 3). L’apostolo Pietro non scrisse alcuna lettera alla Chiesa di Roma, e ciò significa che egli aveva rapporti diretti coi romani e di persona impartiva loro dei comandi, altrimenti la lettera di Ignazio non avrebbe senso. Lo scrittore e teologo cristiano Origene di Alessandria (185-254), ripreso da Eusebio di Cesarea, afferma: « Pietro sembra invece che predicò ai giudei della diaspora nel Ponto, in Galazia, in Bitinia, in Cappadocia e in Asia; giunto infine a Roma vi fu crocifisso con la testa all’ingiù, poiché egli stesso chiese di subire tale martirio » (Storia Ecclesiastica III, 1, 2). Mentre Tertulliano (155-230) afferma che « Pietro battezzava nel Tevere » (Il Battesimo IV, 3). Nei suoi scritti Eusebio di Cesarea conserva una parte della lettera scritta nel II secolo da Diogini vescovo di Corinto: « Con una tale ammonizione voi [romani] avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacché entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo » (Storia Ecclesiastica II, 25, 8). Eusebio riporta anche la seguente dichiarazione: « Durante il regno di Nerone, Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dai nomi di Pietro e di Paolo, che sono ancor oggi conservati sui loro sepolcri in questa città » (Storia Ecclesiastica II, 25, 5). E subito dopo riporta la testimonianza di Gaio, un presbitero romano del II secolo, il quale in uno scritto contro Proclo, capo della setta dei Catafrigi, dice a proposito dei luoghi dove furono deposte le sacre spoglie degli apostoli: « Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (Storia Ecclesiastica II, 25, 6-7). Nel suo scritto Tertulliano dice che Pietro fu crocifisso a Roma sotto la persecuzione di Nerone (Scorpiace XV). Nei suoi scritti, Ireneo vescovo di Lione (130-202) – discepolo di Policarpo vescovo di Smirne (69-155) che a sua volta fu discepolo dell’apostolo Giovanni (secondo quanto scrive Tertulliano, fu proprio l’apostolo a mettere il suo discepolo Policarpo a capo della Chiesa di Smirne, “La prescrizione contro gli eretici XXXII”) – afferma che la Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e che la sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi. E menziona la successione dei vescovi romani da Lino – che fu il primo successore dell’apostolo Pietro – a Eleuterio, affermando che con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa, unica vivifica fede (Contro le eresie III, 3, 2-3).

GESÙ NON FU APPESO AD UN PALO, MA FU CROCIFISSO AD UNA CROCE

Secondo la dottrina dei testimoni di Geova, Cristo fu appeso ad un palo, non ad una croce. La parola greca « stauròs » si traduce « palo, croce ». I vangeli ci forniscono però alcuni elementi che escludono che Cristo sia stato appeso ad un palo, anziché ad una croce. Anzitutto, la crocifissione era una condanna inflitta dai romani agli schiavi, ai ribelli e ai malfattori. Era una forma di esecuzione vergognosa e crudele, e la morte giungeva lentamente, per soffocamento. Cristo fu crocifisso dai romani (Matteo 9,19; Marco 10,33; 15,1-25), quindi ad una croce, non ad un palo. Il condannato a morte per crocifissione, veniva legato e portava non l’intera croce, ma il solo braccio orizzontale, chiamato patibulum. Questo poi veniva fissato sul legno verticale. Sulla croce, al di sopra del capo di Gesù, posero la motivazione scritta della sua condanna: « Gesù il Nazareno, il re dei giudei » (Giovanni 19,19). Se fosse stato appeso ad un palo, quell’iscrizione sarebbe stata posta al di sopra delle sue mani, non al di sopra del capo. Dopo la sua risurrezione, quando gli altri apostoli dissero a Tommaso: « Abbiamo visto il Signore! », egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò » (Giovanni 20,25). Tommaso parla di segno dei chiodi nelle mani di Gesù, non di segno del chiodo. Perciò Gesù doveva trovarsi non con le braccia chiuse, al di sopra del capo, ma piuttosto con braccia spalancate, come nelle raffigurazioni della croce, con un chiodo conficcato in ognuna delle mani. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (37-100 ca.), scrive che Gesù fu condannato alla croce (Antichità Giudaiche, Libro XVIII, 64-65). Non ad un palo. Il graffito di Alessameno, risalente alla metà del secolo III, mostra un crocifisso con la testa di asino, vestito con una tunica corta senza maniche. È visto da dietro. Alla sinistra del crocifisso è raffigurato un uomo, anch’egli con una tunica corta senza maniche. Ha un braccio alzato. Tra l’uomo col braccio alzato e il crocifisso con la testa di asino, c’è una iscrizione greca: « Alexamenos sebete theon » (Alessameno adora il suo dio). Si tratta di una blasfema raffigurazione della crocifissione di Cristo. Infatti, secondo quanto affermava Tertulliano (155-230 c.), i cristiani venivano ingiustamente accusati di adorare un dio con la testa di asino (Apologeticum XVI, 1-2). E sempre lui affermava che i cristiani si segnano la fronte con un piccolo segno di croce (De Corona 3). Perciò Gesù Cristo fu appeso non ad un palo, ma sulla croce. Le braccia spalancate sulla croce fanno pensare all’amore di Dio che abbraccia tutti gli uomini.

DIO NON È CORPO, È SPIRITO

Dio è corpo?

La Scrittura menziona « il volto » (2Samuele 21,1) « gli occhi » (Genesi 6,8), « la bocca » (Matteo 4,4), « il braccio » (Giobbe 40,9), « la mano » (Deuteronomio 7,19), « i piedi » (Matteo 5,35), « la destra » (Marco 16,19), « la positura » (Isaia 6,1), « i passi » (Genesi 3,8) di Dio, e « l’avvicinarsi » (Ebrei 11,6) o « l’allontanarsi » da lui (Geremia 17,13), il parlare con lui « faccia a faccia » (Esodo 30,11) e l’essere fatti « a sua immagine e somiglianza » (Genesi 1,26-27). Ciò significa che Dio è corpo? Assolutamente no. Si tratta di antropomorfismo, un linguaggio metaforico con il quale gli scrittori biblici hanno attribuito a Dio che è « spirito » (Giovanni 4,24), e cioè incorporeo e invisibile (Colossesi 1,15; 1Timoteo 1,17), delle somiglianze con il corpo umano. Ciò è reso necessario dalla nostra incapacità di cogliere Dio se non per analogia con l’esperienza umana. A Dio vengono attribuite parti corporee e positure a motivo delle loro operazioni che si prestano a certe analogie. L’uomo poi è a « immagine di Dio » (Genesi 1,26-27) non a motivo del corpo, ma a motivo della sua anima spirituale dotata d’intelletto e volontà, e per la quale l’uomo può somigliare a Dio per analogia con la sua stessa natura trinitaria. Ma l’anima e l’intelletto e la volontà sono realtà incorporee. Quanto a Mosè, di cui è detto che parlava con Dio « faccia a faccia » (Esodo 30,11), si tratta di una metafora che indica una stretta relazione tra i due. Nessun uomo poteva vedere Dio direttamente e sopravvivere (Esodo 33,20), e nessun uomo infatti aveva mai visto Dio direttamente, ma solo il Figlio unigenito di Dio che è nel seno del Padre, ed è colui che l’ha rivelato (Giovanni 1,18). Noi potremo vedere Dio così come egli è solo nella vita futura, nel regno dei cieli. Quando poi diciamo che il Figlio « siede alla destra del Padre » non si deve pensare che si faccia riferimento ad una positura, ma significa l’inaugurazione del regno di Cristo, il quale ha ricevuto da Dio potere, gloria e regno, compimento della visione di Daniele (Daniele 7,13-14).

POSSO CHIAMARE « PADRE » I PRETI

Molti protestanti insegnano che non ci è lecito chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra, poiché Cristo l’avrebbe proibito. Per comprovare ciò si rifanno a Matteo 23,9-10, spesso distaccandolo dal contesto. Ecco quanto dice il testo privo di contesto:

« Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo ».

Stando solo a quanto riportato sopra, i cattolici quando chiamano « padre » i preti fanno il contrario di quanto ha comandato Cristo. Ma prima di tornare sul racconto di Matteo, quello contestualizzato e non quello abilmente estrapolato, vediamo quanto è riportato anche dagli apostoli Paolo e Giovanni, dall’evangelista Luca, da Giacomo, e dall’autore della lettera agli Ebrei riguardo i titoli di « padre » e di « maestro ». Ecco quanto scrive l’apostolo nelle sue lettere: « Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù » (1Corinzi 4,15). « Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi » (Galati 4,19). « È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri » (Efesini 4,11). Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale di quelle comunità cristiane, come è chiaro da ciò che si legge, e dice addirittura che Cristo stesso ha stabilito alcuni come pastori e maestri. Ciò dovrebbe essere in contraddizione col testo estrapolato da Matteo 23. E ancora: « E fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione » (Romani 4,12). « E non è tutto, c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre » (Romani 9,10). Qui Paolo menziona I due patriarchi Abramo e Isacco utilizzando sempre il titolo « padre ». Noi chiamiamo « padre » e « madre » anche i nostri genitori, e certamente Cristo non ha abolito il comandamento che dice di onorare i genitori (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16). Ma vediamo cosa ci dice Giovanni: « Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate, ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto » (1Giovanni 2,1). Anche Giovanni come Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale delle comunità cristiane a cui è rivolta la sua lettera. Negli scritti di Luca leggiamo: « Egli rispose: fratelli e padri, ascoltate » (Atti 7,2). Stefano, che parlava ispirato da Dio (Atti 6,10), chiamava « fratelli » e « padri » coloro coi quali stava discutendo. Nella sua lettera, Giacomo scrive: « Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? » (Giacomo 2,21). Mentre l’autore della lettera agli Ebrei: « Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri, invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio » (Ebrei 5,12). Tornando sul racconto contestualizzato di Matteo 23, si comprende bene dal contesto dell’intero capitolo che Gesù stava dando una lezione agli scribi e ai farisei ipocriti di quel tempo. Quegli scribi e farisei non generavano nel cuore dei fedeli la vita divina. Contrariamente, i preti generano nel cuore dei fedeli la vita divina mediante la parola e i sacramenti istituiti da Cristo. Perciò chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra non è affatto contrario alla parola di Dio.

FEDE E OPERE

Gli uomini sono salvati da Dio per grazia, mediante la fede, ma anche per le buone opere – senza le quali la fede è morta – che sono conseguenza della grazia, la quale ci viene elargita in abbondanza. La Scrittura ci fa sapere che le buone opere sono di grande importanta: « Non vi fate illusioni, non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene. Se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo » (Galati 6,7-8). « Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male » (2Corinzi 5,10). « Ciascuno riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene » (Efesini 6,8). L’autore della lettera agli Ebrei, scrive: « Dio infatti non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e rendete tutt’ora » (Ebrei 6,10). La fede per essere viva deve essere accompagnata dalle buone opere, non dalle sole parole, poiché Cristo stesso afferma: « Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”. Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità! » (Matteo 7,21-23). Giacomo scrive: « Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede ed io ho le opere. Mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene, anche i demoni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: “E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio”. Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta » (Giacomo 2,14-26). E ancora, Cristo, sull’importanza della fede accompagnata dalle buone opere, dà questo insegnamento: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”. Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Matteo 25,31-46). La grazia ci giustifica senza che abbiamo dei meriti precedenti da parte di buone opere, ma ci viene elargita in abbondanza affinché possiamo compierle. Siamo salvati per grazia, mediante la fede, e per le buone opere senza le quali la fede è morta. Viviamo quindi una fede operante che dia frutto a suo tempo.

L’INSEGNAMENTO UFFICIALE DELLA CHIESA RIGUARDO LE UNIONI OMOSESSUALI

“È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso” (Cardinal Cafarra, 14 Febbraio 2010).

“Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, 251).

Nel testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, riguardo i comportamenti e le unioni omosessuali, leggiamo:

“La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società”.

Nel Catechismo:

“2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.

LA DEVOZIONE PER LE SACRE IMMAGINI

La devozione per le sacre immagini è legata alla devozione per i Santi. Nella Bibbia il Signore proibisce l’uso di certe immagini, ma solo se queste sono mezzo per l’idolatria (Esodo 20,3-5; Deuteronomio 32,21; Salmi 115,4; 135,15; Isaia 40,19; 41,29; 44,9-17; 46,6; Geremia 10,5 ecc). L’uomo non deve prostrarsi davanti agli idoli né deve servirli (Esodo 20,5). Un esempio di questa idolatria, severamente proibita dal Signore, l’abbiamo nell’episodio in cui il popolo eletto fabbricò nel deserto un vitello d’oro, durante l’assenza di Mosè, accendendo l’ira del Signore. Il popolo, infatti, peccò contro il Signore idolatrando quel vitello come loro dio, attribuendogli la loro liberazione dalla schiavitù in terra d’Egitto (Esodo 32,4). Ma il Signore è l’unico vero Dio, e fu il Signore a liberare dalla schiavitù il popolo eletto e a condurlo fuori dalla terra d’Egitto. Egli e nessun altro. La proibizione di figure e immagini scolpite riguarda soltanto gli idoli, non pure ciò che favorisce il culto dell’unico vero Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo che il Signore stesso comanda l’uso di immagini sacre, come quelle di cherubini scolpite sull’Arca dell’Alleanza che egli stesso comandò di costruire (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35; 37,7-9). Oppure il serpente di rame attraverso il quale il Signore salvava gli israeliti morsi dai serpenti (Numeri 21,4-9). Il Signore non tenta nessuno al male (Giacomo 1,13), perciò nessuno può dire che il Signore condanna l’uso delle immagini sacre, quand’egli stesso ha voluto l’uso di queste, come si è detto, condannando invece l’idolatria che, contrariamente alle immagini sacre, non favorisce il culto dell’unico vero Dio. Infatti lo stesso serpente che fu fatto per ordine del Signore, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò ad adorarlo (2Re 18,4). Anche Salomone, il sapiente per eccellenza (2Cronache 1,11-12), fece porre all’interno del tempio immagini sacre che rappresentavano cherubini, buoi e leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4). Ciò fu chiaramente approvato dal Signore (1Re 9,3). Ci è lecito adornare le nostre case e le nostre parrocchie con le sacre immagini. Infatti mentre contempliamo quelle figure, siamo chiamati ad imitare ciò che rappresentano: il Signore Gesù Cristo e la Santa Vergine Maria, i Santi apostoli, i Santi angeli, i martiri e i beati. Inoltre le sacre immagini sono anche utili a migliorare la conoscenza di molti episodi biblici e a farci entrare con la mente in quelle situazioni come se noi stessi le vivessimo. Quindi sono davvero utili a noi credenti.

Anche il bacio alle sacre immagini, l’inchino e la preghiera davanti a queste ci sono lecite. E infatti, come si è detto sopra, le sacre immagini esortano noi credenti ad imitare ciò che queste rappresentano. Quindi le nostre preghiere non sono rivolte ad’un crocifisso di legno o ad’una scultura di marmo o ad’una tela, ma sono rivolte alla persona che questi rappresentano, affinché intercedano per noi presso il Signore nostro Dio. È lui la fonte di ogni grazia. Nella Sacra Scrittura vi sono tanti esempi di prostrazioni davanti alla creatura, e colui che si prostrava, almeno che non lo facesse in atteggiamento di adorazione, non era mai accusato di qualcosa di illecito. Vediamo qualche passo biblico: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra » (Genesi 33,3). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). In Rivelazione, invece, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché l’apostolo, credendo di vedere la maestà del Signore Dio, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione, e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi l’inchino e la preghiera davanti alle sacre immagini non è un atto di idolatria, così come non è idolatria il baciare una figura per devozione verso ciò che rappresenta. Infatti, talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, i figli, i genitori, i defunti. Certamente non rechiamo alcuna offesa al Signore Dio né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo le sacre immagini. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

Quanto all’incensare le immagini sacre, non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

Pure le processioni della Chiesa sono lecite e non servono per adorare creature né oggetti inanimati. Partecipare alle processioni vuol dire riconoscere e omaggiare pubblicamente Cristo, Maria e i Santi. Durante le processioni la fede di noi cattolici viene pubblicamente manifestata. Ciò è cosa buona è giusta. La Chiesa è una comunione di santi, poiché tutti i fedeli sono battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, il quale è formato da molte membra (1Corinzi 12,13-14). Il membro più importante è Cristo, che è il capo. È giusto quindi che tutta la Chiesa gioisca quando un Santo è onorato, secondo le parole dell’apostolo che afferma che se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui (1Corinzi 12,26). Nel vangelo Cristo afferma: « Se uno serve me, il Padre lo onorerà » (Giovanni 12,26). I Santi che sono nella gloria del cielo hanno servito il Signore Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se il Signore Dio onora i Santi nel cielo, perché non dovremmo onorarli anche noi? Noi cattolici li onoriamo e proclamiamo così la bontà del Padre che ha fatto risplendere nei Santi l’opera della redenzione.

Infine, anche la devozione per le reliquie è legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo col mantello di Elia, separando le acque dopo averle percosse con quel mantello e potendo così passare dall’altra parte (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Nel suo vangelo Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce.

PRIMOGENITO

Secondo il senso letterale, primogenito – dal greco prototòkos (equivalente dell’ebraico bekòr) che significa « primo nato » – è utilizzato per indicare il primo figlio, a prescindere se sia l’unico oppure il maggiore di altri fratelli, poiché nessun’altro fu generato prima di lui. Infatti l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto « il suo primogenito » (Ebrei 1,6). Per gl’Israeliti primogenito era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Il primogenito inoltre era privilegiato rispetto ai suoi fratelli (Deuteronomio 21,17), e perciò nella Bibbia viene fatto uso di questo termine anche in senso figurato, in riferimento a chi viene elevato al di sopra degli altri: « Io inoltre lo costituirò mio primogenito, il più eccelso dei re della terra » (Salmi 89,27). Così il Figlio di Dio è detto « primogenito della creazione » (Colossesi 1,15) in senso figurato, in riferimento alla sua superiorità sulla creazione, e non in ordine cronologico, come se fosse la prima creatura, egli che è la causa prima di tutte le cose (Giovanni 1,3; Colossesi 1,16-17; Ebrei 1,2; 1Corinzi 8,6). Per « primo creato » il greco ha protoktistos, non prototòkos. Anche il popolo eletto è detto in senso figurato « figlio primogenito » (Esodo 4,22).

SANGUE E ACQUA

Dal fianco trafitto di Gesù sulla croce, fuoriuscirono sangue e acqua (Giovanni 19,34), che secondo il senso spirituale della parola di Dio significano i sacramenti della Chiesa: Eucaristia (Matteo 26,27-28; Giovanni 6,54-56) e Battesimo (Giovanni 4,13-14; 1Pietro 3,20-21).

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