DOMANDE E RISPOSTE – IL PADRE È PIÙ GRANDE DI ME

Giovanni 14,28: Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me.

Se nella Trinità le persone divine sono uguali, perché Gesù dice che il Padre gli è superiore?

Gesù fa quell’affermazione in riferimento alla sua natura umana. Giunta la pienezza dei tempi, la seconda persona divina della Trinità, il Figlio (Logos), unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale, si fece uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4). È con la natura umana che Gesù, il Figlio di Dio, torna al Padre. In quanto persona divina, Gesù si trovava già col Padre – essendo con lui un solo Dio (Giovanni 10,30), non circoscritto (1Re 8,27; Salmi 139,5-12; Proverbi 15,3; Geremia 23,24; Marco 10,27) – e perciò al Padre doveva andare con la natura umana, e solo in riferimento a questa Gesù gli è inferiore. In quanto Dio Gesù è uguale al Padre (Filippesi 2,5-6).

DOMANDE E RISPOSTE – LA CHIESA CATTOLICA

La Chiesa cattolica fu fondata nel IV secolo, dall’imperatore romano Costantino?

No. La Chiesa cattolica fu fondata dal Signore, Gesù, nel I secolo. L’appellativo « cattolica » (cioè « universale ») compare per la prima volta nella lettera che Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse per l’amico Policarpo, vescovo di Smirne e discepolo dell’apostolo Giovanni: « Dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica » (Smirnesi VIII, 2). La Chiesa è cattolica perché chiamata da Cristo alla diffusione universale del Vangelo. La Chiesa Cattolica non fu fondata dall’imperatore romano Costantino. Egli nel 313 ha solo decretato, insieme a Licinio, religio licita il cristianesimo, permettendo nel romano impero la libertà di culto a tutti i cristiani. Dopo l’Editto di Milano del 313, col quale Costantino e Licinio decretarono la libertà di culto ai cristiani, con l’Editto di Tessalonica del 380, Teodosio, Graziano e Valentiniano II (che all’epoca aveva solo nove anni) decretarono il cristianesimo – secondo i canoni del Primo Concilio di Nicea – religione di stato, sopprimendo in tutto il romano impero l’arianesimo e i culti pagani. Perciò i cristiani furono liberi di predicare pubblicamente il Vangelo, e di farsi i loro edifici per il culto. Purtroppo già nei primi secoli vi furono delle separazioni in seno alla Chiesa, ma con i grandi scismi di Oriente (XI secolo) e di Occidente (XVI secolo) l’appellativo « cattolica » assunse un significato confessionale, e indica la parte della Chiesa in comunione col vescovo di Roma, il successore dell’apostolo Pietro, il quale riunì nella sua persona la dignità di capo della Chiesa e quella di vescovo di Roma. Ci sono tuttavia cristiani di altre confessioni che attribuiscono a se stessi il termine cattolici o veterocattolici, e perciò i cristiani in comunione col successore di Pietro, il vescovo di Roma, sono chiamati cattolici romani.

YAHVEH DIO È IL SIGNORE GESÙ

Efesini 4,7-8: Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: « Salito in alto, egli ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini ».

Nella sua lettera indirizzata alla Chiesa di Efeso, Paolo applica a Gesù le parole che Davide nel suo Salmo riferisce a YaHVeH Dio:

Salmi 68,18: Tu sei salito in alto, portando prigionieri, hai ricevuto doni dagli uomini, anche dai ribelli, per far qui la tua dimora, o YaHVeH, Dio.

YaHVeH Dio è il Signore Gesù. Egli – dice Paolo – ascese al cielo per riempire tutte le cose (v 10), e ha portato con sé prigionieri e distribuito doni agli uomini (v 8), stabilendo egli stesso alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo, cioè la Chiesa (vv 11-12). I prigionieri sono i credenti di tutte le epoche, coloro che hanno consegnato se stessi a Cristo. L’apostolo stesso parla di sé come di un « prigioniero nel Signore » (v 1), colui che tutto fa per il Signore (Colossesi 3,23-24).

YAHVEH DIO, VALUTATO CON TRENTA SICLI D’ARGENTO, È IL SIGNORE GESÙ

Zaccaria 11,12-13: Poi dissi loro: « Se vi pare giusto, datemi la mia paga; se no, lasciate stare ». Essi allora pesarono trenta sicli d’argento come mia paga. Ma il Signore mi disse: « Getta nel tesoro questa bella somma, con cui sono stato da loro valutato! ». Io presi i trenta sicli d’argento e li gettai nel tesoro della casa del Signore.

Nel Vangelo leggiamo:

Matteo 26,14-16: Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: « Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni? ». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Matteo 26,47-50: Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: « Quello che bacerò, è lui; arrestatelo! ». E subito si avvicinò a Gesù e disse: « Salve, Rabbì! ». E lo baciò. E Gesù gli disse: « Amico, per questo sei qui! ». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Matteo 27,1-10: Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: « Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente ». Ma quelli dissero: « Che ci riguarda? Veditela tu! ». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: « Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue ». E tenuto consiglio, comprarono con esso il campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu denominato campo di sangue fino al giorno d’oggi. Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Matteo ci mostra chiaramente che la profezia di Zaccaria si è adempiuta nella persona del Messia. YaHVeH Dio è Gesù. Egli stesso è stato valutato con trenta monete come aveva predetto per bocca del profeta.

DIO È FAMIGLIA

Dio in sé stesso è famiglia. Infatti il Padre è tale in relazione al suo unico Figlio, che a sua volta è Figlio in relazione al suo Padre che dall’eternità l’ha generato. E i due si donano l’un l’altro con un perfetto ed eterno amore: ed ecco lo Spirito Santo, la persona-amore che procede dal Padre e dal Figlio. Egli è colui che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio (Romani 5,5) e ci fa dire: Abbà, Padre! (Romani 8,15; Galati 4,6)

ADELPHÓS

Adelphós – termine greco derivato dalla parola delphys (utero), preceduta da un’alfa (a) copulativa – ha il significato etimologico di « couterino » (cioè « dallo stesso utero »), perciò viene tradotto con « fratello » (Matteo 4,21). Ciò nonostante, adelphós è utilizzato in senso più ampio e, oltre ai fratelli germani, fa riferimento ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50).

SYNGENES

Il termine greco syngenes significa « parente » (Giovanni 18,26), ma può essere utilizzato in senso più ampio, ad esempio in riferimento a un connazionale: « Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei parenti (syngenon) secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen » (Romani 9,3-5).

ROMA IMPERIALE NUOVA BABILONIA

Nell’ambiente giudaico cristiano il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare la Roma imperiale, divenuta simbolo del male a causa delle persecuzioni. Perciò Giovanni, nel libro della Rivelazione, fa uso del nome Babilonia in senso figurato, in riferimento all’antica città imperiale che fu fondata su sette alture, cioè Roma: Babilonia la Grande è seduta su sette colli (Apocalisse 17,5.9). Giovanni scrive che questa Babilonia era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù (Apocalisse 17,6). Egli fa riferimento proprio alla Roma imperiale che perseguitava e uccideva i cristiani. Anche Pietro, scrivendo da Roma la sua prima lettera, fa uso del nome Babilonia in senso figurato (1Pietro 5,13; Storia Ecclesiastica II, 15,2). I babilonesi, sotto il regno di Nabucodonosor, distrussero il primo tempio di Gerusalemme e deportarono i giudei in Babilonia. Nel 70 d.C. furono i romani, sotto il regno di Tito, a distruggere il secondo tempio di Gerusalemme. Questi inoltre perseguitarono i cristiani (Annali XV, 44; Storia Ecclesiastica II, 25,5; Scorpiace XV).

I FRATELLI DI GESÙ

Secondo i protestanti e i testimoni di Geova, Gesù aveva fratelli e sorelle (Matteo 12,46; Marco 3,31). Tra questi c’erano Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, e non meno di due sorelle (Matteo 13,54-56; Marco 6,3). Ciascuno di loro era figlio naturale di Maria, madre di Gesù, e di Giuseppe suo sposo (Matteo 1,25). Gesù è il primogenito di Maria (Luca 2,7), e di conseguenza ci sono secondogenito e terzogenito di Maria, e così via. Fin qui protestanti e testimoni di Geova.

Chiediamoci: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda sono figli di Maria, la madre di Gesù, e di Giuseppe suo sposo?

Nella Bibbia in riferimento a un fratello si fa uso del termine greco adelphós (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21). Ciò nonostante, adelphós è utilizzato in senso ben più ampio e, oltre ai fratelli germani, fa riferimento ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). L’equivalente ebraico del maschile adelphós è ach, del femminile adelphé è achot. Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli, vengono utilizzate queste formule: « Suo fratello, figlio di sua madre » (Genesi 43,29 Septuaginta). « Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre » (Levitico 20,17 Septuaginta). « Miei fratelli, figli di mia madre » (Giudici 8,19 Septuaginta). « Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre » (Matteo 4,21).

Quanto al Salmo 69,8: « Sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre », va riferito a fratelli couterini di Gesù, figli di Maria e di Giuseppe?

Assolutamente no. Quel Salmo non è un riferimento a presunti fratelli couterini di Gesù, figli di Maria e di Giuseppe. Quel Salmo va riferito ai compatrioti di Gesù: Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: « Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? ». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: « Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua ». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Marco 6,1-6). Perciò con « mia madre » va intesa la patria di Gesù, mentre con « miei fratelli » e « figli di mia madre » vanno intesi i compatrioti di Gesù.

Nel Nuovo Testamento, Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Marco 1,19) – è menzionato come figlio di Alfeo (Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15; Atti 1,13) e di Maria di Clèopa (confronta Matteo 27,55-56 e Marco 15,40-41 con Giovanni 19,25), a volte chiamata « l’altra Maria » (confronta Matteo 27,61 e 28,1 con Marco 16,1) per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Alfeo di Giacomo non va confuso col padre di Levi (Marco 2,14).

Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) è anch’egli menzionato come figlio di Maria di Clèopa (Marco 15,40.47).

Giuda (chiamato anche Taddeo – Matteo 10,3) – apostolo e autore della omonima lettera – è menzionato come fratello di Giacomo (Luca 6,16; Atti 1,13; Giuda 1,1).

Simone – secondo la testimonianza dello scrittore giudeo cristiano Egesippo (110-180), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32) – è un cugino di Gesù, perché suo padre Clèopa è il fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù.

Clèopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo).

Quindi Giacomo, Ioses, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui, e così quelle sorelle (Marco 6,3). I fratelli di Gesù non sono mai detti « figli di sua madre », né sono detti « figli di Giuseppe » come è in uso nella Bibbia (ved ad esempio Giacomo di Zebedèo, Giacomo di Alfeo, Levi di Alfeo ecc).

Oltre ad adelphoi (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), il greco fa uso di anepsiòs per indicare i cugini (Numeri 36,11; Tobia 9,6 Septuaginta + Colossesi 4,10), ma quasi sempre con riferimento a una distanza geografica. Infatti Tobi abitava a Ninive, in Mesopotamia (Tobia 11,16), mentre suo cugino Gabael abitava a Rage, nella Media (Tobia 1,14). Barnaba era di Cipro (Atti 4,36), mentre suo cugino Marco abitava a Gerusalemme (Atti 12,12). Solo in Numeri 36,11-12 non c’è riferimento a una distanza geografica riguardo le figlie di Zelofcad e i loro cugini. Spesso il greco adelphós – come pure il suo equivalente ebraico ach – può indicare una stretta relazione tra due o più persone: così Abramo e suo nipote Lot (Genesi 13,8 Septuaginta), Tobia e la sua sposa Sara (Tobia 7,12 Septuaginta), Gesù e i suoi discepoli (Giovanni 20,17 Septuaginta). Per questo la Bibbia, in riferimento ai cugini, fa anche uso di adelphós. Per « parenti » invece il greco ha syngenes, ma senza specificare il grado di parentela (Luca 1,36; Giovanni 18,26). Il termine syngenes può essere utilizzato in senso più ampio, ad esempio in riferimento a un connazionale (Romani 9,3).

Dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe suo sposo ebbero rapporti coniugali?

Spesso nella Bibbia si fa uso della congiunzione temporale heôs – che significa « finché, fino a » (Matteo 1,25) – per negare un’azione per il tempo passato, ma non per riferire un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero rapporti coniugali (nella Scrittura il verbo « conoscere » è spesso riferito all’atto sessuale – Genesi 1,1.17.25), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo, ma per la potenza divina. Nella Bibbia abbiamo alcuni esempi riguardo l’uso di heôs: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Salmi 109,1 Septuaginta). Ora quel finché, non significa che dopo, Gesù Cristo, non siederà più alla destra del Padre. « Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte » (2Samuele 6,23 Septuaginta). Certamente Mikal non ebbe figli dopo la sua morte. Perciò heôs non implica che Maria e Giuseppe abbiano avuto rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Anzi, Giuseppe – scrive Tommaso d’Aquino – si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse tentato di violare una donna che, come egli aveva conosciuto per rivelazione angelica, aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Somma Teologica III, q 28, a 3). Così Maria – scrive ancora Tommaso d’Aquino – si sarebbe dimostrata ingrata a non accontentarsi di un Figlio così grande e a perdere spontaneamente con rapporti coniugali la verginità, che un miracolo le aveva conservato (Somma Teologica III, q 28, a 3).

Poiché Gesù è il primogenito di Maria, significa che dopo di lui ci sono stati un secondogenito, un terzogenito e così via?

Per gl’Israeliti il primogenito era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Non necessariamente un primogenito è il maggiore di altri fratelli, poiché il termine indica semplicemente che nessuno è nato prima di lui. Per esempio un articolo del BuongiornoAlghero.it del 5 Gennaio 2015, riguardo una tragedia avvenuta nell’ospedale Sirai di Carbonia, ha come titolo « Muore in sala parto dopo aver partorito il suo primogenito ». Certamente la povera donna non ha potuto partorire un secondogenito e un terzogenito. Oppure, facendo riferimento alla Scrittura, l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto « il suo primogenito » (Ebrei 1,6). Quindi il fatto che Gesù sia chiamato primogenito di Maria (Luca 2,7), non implica che vi siano stati altri figli dopo di lui.

Il Nuovo Testamento non fa mai riferimento ad altri figli naturali di Maria, madre di Gesù, e ai figli naturali di Giuseppe suo sposo. Questi infatti non sono menzionati quando Gesù aveva dodici anni, né quando fu crocifisso. Anzi Gesù, prima di spirare, affida sua madre al discepolo amato (Giovanni 19,27), che secondo il senso letterale fa probabilmente riferimento all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedèo (Matteo 4,21; 10,2) e di Salomè (confronta Matteo 27,56 con Marco 15,40-41). Evidentemente Maria, oltre Gesù, non aveva figli naturali che si potessero prendere cura di lei come conviene a un figlio verso il proprio genitore (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16; Siracide 7,27; Luca 18,20; Efesini 6,2), e perciò viene – secondo il senso letterale – accolta in casa del discepolo amato da Gesù (secondo il senso spirituale il discepolo amato è figura della Chiesa, alla quale Maria è affidata e accolta quale madre). Probabilmente Giuseppe, lo sposo di Maria madre di Gesù, doveva essere già deceduto quando Gesù diede inizio al suo ministero (Luca 3,23). Infatti non viene menzionato nell’episodio delle nozze a Cana di Galilea (Giovanni 2,1-12) né quando Maria andò a cercare Gesù assieme ai suoi parenti (Marco 3,32) né durante la crocifissione (Giovanni 19,25) né dopo (Atti 1,12-14).

DOMANDE E RISPOSTE – CLÈOPA E ALFEO

Nella Bibbia Clèopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona?

Clèopa e Alfeo di Giacomo (da non confondere con Alfeo di Levi – Marco 2,14) sono probabilmente la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (confronta Matteo 10,2-4 con Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (confronta Matteo 9,9 con Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (confronta Luca 6,16 con Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,17-18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo). Nei vangeli l’apostolo Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Matteo 4,21) – è un figlio di Alfeo (Matteo 10,3) e di Maria di Clèopa (confronta Matteo 27,55-56 e Marco 15,40-41 con Giovanni 19,25), a volte chiamata « l’altra Maria » (confronta Matteo 27,61 e 28,1 con Marco 16,1) per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Maria di Clèopa (chiamata « l’altra Maria » o « Maria di Giacomo e di Ioses ») è moglie o figlia di Clèopa. Ma Giacomo il minore è figlio di Alfeo, quindi si suppone che Maria di Giacomo e di Giuseppe sia figlia di Clèopa e moglie di Alfeo, o che Clèopa e Alfeo siano la stessa persona. Secondo l’affermazione dello scrittore giudeo-cristiano Egesippo (II secolo) menzionato da Eusebio di Cesarea (265-339 c), l’altra Maria (o Maria di Giacomo e di Giuseppe) è « la moglie di Clèopa » (Storia Ecclesiastica III, 32,4). Quindi è probabile che Clèopa e Alfeo di Giacomo siano proprio la stessa persona.

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