The Catholic Church was founded in the first century by the Lord Jesus Christ. The name “catholic” means “universal”, and appears for the first time in the letter that Ignatius, Bishop of Antioch, wrote for his friend Polycarp, Bishop of Smyrna and disciple of the apostle John: “Where is Jesus Christ there is the Catholic Church “(Smyrnais VIII, 2). The Church is Catholic because it is called by Jesus Christ to the universal spread of the Gospel. In the first centuries from its birth, the Catholic Church was fiercely persecuted by the Romans, so much so that because of its wickedness the imperial city was figuratively called “Babylon” (1 Peter 5:13; Revelation 17:5.6.9). But divine providence never abandoned the Catholic Church, and therefore in 313 the Roman emperor Constantine the Great decreed, together with Licinius, Christianity “religio licita”, allowing freedom of worship to all Christians in the Roman Empire. After the Edict of Milan of 313, with which Constantine and Licinius decreed freedom of worship to Christians, with the Edict of Thessalonica of 380, Theodosius, Gratian and Valentinian II (who at the time was only nine years old) decreed Christianity – according to the canons of the First Council of Nicaea – state religion, suppressing Arianism and pagan cults throughout the Roman Empire. Due to two great schisms, that of the East in the eleventh century and that of the West in the sixteenth century, the appellative “Catholic” took on a confessional meaning, and indicates the group of believers in communion with the Bishop of Rome. And since some Christian denominations have assumed the nickname “old Catholics” (the latter separated from the Church of Rome in the nineteenth century), the Christians who remained in communion with the Church of Rome are also called “Roman Catholics”.
IL DE SENTENTIA DIONYSII E L’AUTORITÀ DEL VESCOVO DI ROMA
Secondo il De Sententia Dionysii scritto dal Padre dell’ortodossia Atanasio il Grande – che fu vescovo di Alessandria dal 328 al 373 (ma con varie interruzioni) e proclamato dottore della Chiesa cattolica nel 1568 dal Vescovo di Roma Pio V – nella metà del III secolo Dionisio (o Diogini) vescovo di Alessandria dal 248 al 264, il quale combatteva l’eresia sabelliana di alcuni presbiteri della Libia, fu accusato da alcuni presbiteri egiziani presso il suo omonimo e contemporaneo Vescovo di Roma riguardo alcune imprecisioni dottrinali riguardo la dottrina della Trinità. Il vescovo di Alessandria, in contrasto coi sebelliani – i quali affermavano che non il Figlio come persona distinta, ma il Padre stesso aveva subìto la passione (per i sabelliani il Figlio e lo Spirito Santo sono modi di manifestarsi dell’unico Dio, il Padre [perciò sono detti anche “monarchiani modalisti” o “patripassiani”]) – accentuava troppo la distinzione tra Padre e Figlio fino a compromettere l’unità divina. Perciò il Vescovo di Roma Dionisio fu invitato a giudicare tali imprecisioni, poiché riconosciuto in tutta la Chiesa cattolica, cioè universale, quale autorità dottrinale più alta e sicura. Il vescovo di Alessandria si giustificò col Vescovo di Roma e riconobbe l’unità divina tra il Padre e il Figlio insegnata dalla Chiesa di Roma. Questo episodio è uno dei tanti che testimonia come il Vescovo di Roma esercitasse fin dai primi secoli l’autorità sulle altre comunità ecclesiali. Vediamo come i presbiteri della Chiesa egiziana si fossero subito rivolti all’autorità del Vescovo di Roma, e come il vescovo di Alessandria avesse immediatamente ascoltato e accettato la sentenza e la dottrina esposta dal Vescovo di Roma.
IL “CONTRO LE ERESIE” DI IRENEO DI LIONE, E L’AUTORITÀ DEL VESCOVO DI ROMA
Nel suo scritto Contro le eresie, Ireneo vescovo di Lione dal 177 al 202, afferma: “La Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. La sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi. Con la Chiesa di Roma, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa è conservata la tradizione apostolica.” (Contro le eresie III, 3, 2) Ireneo menziona in ordine cronologico i successori di Pietro fino al periodo di questo suo scritto: “Lino, Cleto, Clemente, Evaristo, Alessandro, Sisto, Telesforo, Igino, Pio, Aniceto, Sotero, Eleuterio.” E aggiunge: “Con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa unica vivifica fede.” (Contro le eresie III, 3, 3) Con questo scritto, il vescovo di Lione testimonia l’autorità superiore della Chiesa di Roma – quindi del successore di Pietro – rispetto alle altre comunità ecclesiali.
LA LETTERA DI PAPA CLEMENTE AI CORINZI E L’AUTORITÀ DEL VESCOVO DI ROMA
Verso la fine del I secolo, Papa Clemente (collaboratore dell’apostolo Paolo [Filippesi 4,3; Storia Ecclesiastica III, 4, 9; III, 15] e terzo successore di Pietro come Vescovo di Roma [Contro le eresie III, 3, 3]) scrisse una lettera indirizzata alla Chiesa di Corinto. La causa della composizione di questa lettera furono i disordini sorti tra i cristiani di Corinto. Alcuni si erano ribellati contro i presbiteri, e li destituirono arbitrariamente. Perciò, con la sua lettera, Papa Clemente richiama quegli uomini al ravvedimento e all’obbedienza ai presbiteri (Corinzi 57,1-2), minacciandoli di gravi sanzioni se non obbedito (Corinzi 59,1). La lettera di Papa Clemente ai Corinzi è una testimonianza di come già nel I secolo il Vescovo di Roma avesse l’autorità di prendere disposizioni nei confronti di un altra comunità ecclesiale. Eusebio ci fa sapere che l’avvertimento del Vescovo di Roma fu accolto e messo in pratica dai Corinzi (Storia Ecclesiastica IV, 23, 11). Sempre Eusebio ci fa sapere che la lettera di Clemente – il cui nome si trova nel libro della vita (Filippesi 4,3) – fu molto stimata e letta pubblicamente in molte comunità cristiane (Storia Ecclesiastica III, 16). La lettera di Papa Clemente afferma l’autorità dei vescovi e dei presbiteri sui fedeli, e il primato della Chiesa di Roma sulle altre.
LA CHIESA CATTOLICA
di Giuseppe Monno
La Chiesa cattolica fu fondata nel primo secolo dal Signore Gesù Cristo. L’appellativo “cattolica” significa “universale”, e compare per la prima volta nella lettera che Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse per l’amico Policarpo, vescovo di Smirne e discepolo dell’apostolo Giovanni: “Dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica” (Smirnesi VIII, 2). La Chiesa è cattolica perché chiamata da Gesù Cristo alla diffusione universale del Vangelo. Nei primi secoli dalla sua nascita, la Chiesa cattolica fu ferocemente perseguitata dai romani, tant’è che a causa della sua malvagità la città imperiale veniva chiamata in senso figurato “Babilonia” (1Pietro 5,13; Apocalisse 17,5.6.9). Ma la divina provvidenza non ha mai abbandonato la Chiesa cattolica, e perciò nel 313 l’imperatore romano Costantino il Grande decretò, assieme a Licinio, “religio licita” il cristianesimo, permettendo nel romano impero la libertà di culto a tutti i cristiani. Dopo l’Editto di Milano del 313, col quale Costantino e Licinio decretarono la libertà di culto ai cristiani, con l’Editto di Tessalonica del 380, Teodosio, Graziano e Valentiniano II (che all’epoca aveva solo nove anni) decretarono il cristianesimo – secondo i canoni del Primo Concilio di Nicea – religione di stato, sopprimendo in tutto il romano impero l’arianesimo e i culti pagani. A causa di due grandi scismi, quello di Oriente nell’undicesimo secolo e quello di Occidente nel sedicesimo secolo, l’appellativo “cattolico” assunse un significato confessionale, e indica l’insieme dei credenti in comunione col vescovo di Roma. E poiché alcune confessioni cristiane hanno assunto l’appellativo “vetero cattolici” (quest’ultimi si separarono dalla Chiesa di Roma nel diciannovesimo secolo), i cristiani rimasti in comunione con la Chiesa di Roma sono chiamati anche “cattolici romani”.
THE APOSTLE PETER IN ROME
Peter went to Rome for the first time in 42, at the beginning of Claudius’ reign, probably immediately after his miraculous release from the prison in Jerusalem. In Rome, Peter preached the Gospel above all to the Jews of the Diaspora, those who lived in the condition of freedman, and administered Baptism to them in the Tiber. And since it was hosted by one of his followers, Senator Pudente, he celebrated the Eucharist in that house, together with other brothers. That house thus became one of the first house churches in Rome. A few years later he left Rome and stayed briefly in Antioch, where he clashed with Paul over a question that was immediately resolved during the Council of Jerusalem in 49. Peter went to preach the Gospel also in Corinth, in Pontus, in Galatia, in Bithynia, in Cappadocia. In his absence, the responsibility for the Church of Rome was entrusted to Lino. When he returned to Rome, Peter remained there until 67, the year of his martyrdom: he was crucified upside down in the Circus of Nero, in the Vatican, and was buried not far from the place of martyrdom, where St. Peter’s Basilica was later built. The apostle Pietro was bishop of Rome for twenty-five years. Lino succeeded him. Peter’s preaching in Rome was the cause of the composition of the gospel according to Mark. In fact, during the period that Mark stayed in Rome with Peter, those who heard the apostle speak were so amazed by his preaching that they insisted with Mark that he put everything in writing.
L’APOSTOLO PIETRO A ROMA
A cura di Giuseppe Monno

Secondo la tradizione cristiana, l’apostolo Pietro giunse a Roma per la prima volta intorno all’anno 42 d.C., durante i primi anni del regno dell’imperatore Claudio (41–54 d.C.), probabilmente poco dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17). Questa data è suggerita da Eusebio di Cesarea nella sua Historia Ecclesiastica (II, 14, 6), anche se la cronologia precisa resta oggetto di dibattito tra gli studiosi.
A Roma, Pietro esercitò il suo ministero apostolico principalmente tra i Giudei della diaspora, molti dei quali erano liberti – ex schiavi affrancati – che vivevano nella capitale dell’Impero (Eusebio, Historia Ecclesiastica, III, 1). Secondo Tertulliano (De Baptismo, IV, 3), Pietro amministrava il battesimo nel fiume Tevere, luogo d’incontro simbolico tra il mondo pagano e quello cristiano nascente.
Durante il suo soggiorno romano, Pietro fu ospitato da Pudente, un senatore romano convertito al cristianesimo. Pudente è menzionato da Paolo nella sua seconda lettera a Timoteo: «Eubulo, Pudente, Lino, Claudia e tutti i fratelli ti salutano» (2 Timoteo 4,21), a testimonianza della rete di relazioni tra gli apostoli. Secondo la tradizione, nella domus di Pudente, identificata con il Titulus Pudentis – oggi la basilica di Santa Pudenziana sul colle Viminale – Pietro celebrava l’Eucaristia insieme ad altri membri della giovane comunità cristiana. Queste riunioni avvenivano in ambienti privati, noti come ecclesiae domesticae, le prime forme di chiese domestiche di Roma, come testimoniato anche da Ippolito e dal Catalogo Liberiano (IV secolo).
Pietro lasciò Roma dopo alcuni anni e si recò ad Antiochia, città dove, secondo la testimonianza di Paolo (Galati 2,11-14), vi fu un noto scontro tra i due apostoli riguardo alla prassi della convivenza tra cristiani di origine giudaica e pagana. Tale controversia fu tuttavia risolta in occasione del Concilio di Gerusalemme, datato intorno al 49 d.C. (Atti 15,1-35), che definì i criteri di ammissione dei pagani alla fede cristiana senza obbligarli all’osservanza integrale della legge mosaica.
Successivamente, Pietro proseguì la sua attività missionaria in altre regioni dell’Oriente: predicò il Vangelo a Corinto (1 Corinzi 1,12), nel Ponto, in Galazia, in Bitinia e in Cappadocia — province dell’Asia Minore, come ricordato nella sua Prima Lettera (1 Pietro 1,1) e confermato da Origene (Historia Ecclesiastica, III, 1, 2). Durante la sua assenza da Roma, la guida della Chiesa romana fu affidata a Lino, uno dei primi collaboratori degli apostoli, anch’egli menzionato in 2 Timoteo 4,21.
Pietro tornò a Roma, dove rimase fino al suo martirio, avvenuto secondo la tradizione nell’anno 67 d.C., durante la persecuzione dei cristiani sotto Nerone, in seguito al grande incendio del 64 d.C. (Tacito, Annales, XV, 44). Fu crocifisso a testa in giù — secondo il suo desiderio, ritenendosi indegno di morire come il suo Maestro — nel Circo di Nerone, situato in Vaticano. Fu sepolto poco distante dal luogo del martirio, in una necropoli lungo la via Cornelia, dove in seguito sorse la Basilica costantiniana di San Pietro (Gaio, citato in Eusebio, Historia Ecclesiastica, II, 25; III, 2; Tertulliano, Scorpiace, XV).
La tradizione afferma che Pietro fu vescovo di Roma per venticinque anni, dal 42 al 67 d.C. (Girolamo, De viris illustribus, 1,1), e fu il primo a ricoprire questo ruolo, per il quale è venerato come primo Papa della Chiesa cattolica. Gli succedette Lino, secondo quanto attesta Ireneo di Lione in Adversus haereses (III, 3, 2-3), il quale fornisce la prima lista dei vescovi di Roma.
La predicazione di Pietro a Roma fu determinante anche per la stesura del Vangelo secondo Marco. Papia di Ierapoli, vescovo del II secolo, afferma che Marco, discepolo e interprete di Pietro, raccolse per iscritto ciò che Pietro predicava oralmente (citato in Eusebio, Historia Ecclesiastica, III, 39,15). Anche Clemente di Alessandria conferma che i cristiani di Roma chiesero insistentemente a Marco di fissare in forma scritta i ricordi e gli insegnamenti dell’apostolo (Eusebio, Historia Ecclesiastica, VI, 14, 6). Così nacque il Vangelo secondo Marco, primo tra i sinottici, che riflette la viva testimonianza di Pietro sulla vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo.
LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO IN TITO 2,13: LA DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO
Tito 2,13
Traduzione del Nuovo Mondo
Mentre aspettiamo la felice speranza e la gloriosa manifestazione del grande Dio e del Salvatore nostro Cristo Gesù.
Per negare la divinità di Gesù Cristo, gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno alterato Tito 2,13 aggiungendo un secondo “del” nel testo, davanti a “Salvatore nostro Gesù Cristo”. Infatti nel testo greco compare una sola volta “tou”, cioè “del”, davanti a “megalou Theòu” che significa “grande Dio”.
Il testo greco è il seguente:
Prosdecomenoi tēn makarian elpida kai epiphaneian tēs doxēs tou megalou Theou kai Sōtēros hēmōn Iēsou Christou.
Il testo greco ha “kai Sōtēros” (e Salvatore), non “kai tou Sōtēros” (e del Salvatore), e perciò va tradotto così:
Aspettando la beata speranza e la manifestazione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.
Nella sua lettera pastorale Paolo afferma chiaramente che Gesù Cristo è il “grande Dio e Salvatore nostro”. Peraltro, nel Nuovo Testamento, la “venuta” e la “manifestazione” sono sempre attribuite a Gesù (Matteo 16,27; 24,26.27.44; Atti 1,11; 1Tessalonicesi 4,16; Filippesi 3,20; Tito 2,13; 1Giovanni 2,28; Apocalisse 1,7), mai al Padre. Gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno introdotto la medesima alterazione in 2Pietro 1,1.
Riporto i nomi di alcune traduzioni internazionali, che differentemente dalla Traduzione del Nuovo Mondo riportano una corretta traduzione del testo di Tito 2,13
Vulgata, Martini, TILC, CEI, Riveduta, Nuova Riveduta, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia della Gioia, English Standard Version, Berean Study Bible, Berean Literal Bible, King James Bible, New King James Version, New American Standard Bible, NASB 1995, NASB 1977, Amplified Bible, Christian Standard Bible, Holman Christian Standard Bible, American Standard Version, Aramaic Bible in Plain English, Contemporary English Version, Douay-Rheims Bible, Good News Translation, International Standard Version, Literal Standard Version, New American Bible, NET Bible, New Revised Standard Version, New Heart English Bible, World English Bible, Young’s Literal Translation, Louis Segond Bible, Martin Bible, Darby Bible, LBLA, JBS, NBLA, Lutherbibel 1912, Lutherbibel 1984, Textbibel 1899, Modernisiert Text.
Quando la Scrittura distingue Gesù da Dio, è perché sta distinguendo la persona del Figlio da quella del Padre, e non perché stia negando la divinità di Gesù, esplicitata in molte altre scritture (Giovanni 20,28; Atti 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1). Infatti, ogni volta che la Scrittura distingue Gesù dal Padre, mentre quest’ultimo viene chiamato “Dio”, Gesù viene chiamato “Signore” (1Corinzi 8,6; Romani 10,9). Ma Dio stesso è “Signore” (Genesi 9,26; 13,4; 14,22) e “unico Signore” (Deuteronomio 6,4; Marco 12,29). E chiamando Gesù “Signore” (Filippesi 2,11; 1Corinzi 12,3) e “unico Signore” (1Corinzi 8,6; Giuda 1,4) e “Signore di tutti” (Atti 10,36; Romani 10,12), la Scrittura ci dice chiaramente che egli è Dio. Attenzione, non si tratta di un secondo Dio, poiché Gesù è col Padre un solo Dio (Giovanni 10,30), perché partecipa pienamente della medesima e indivisibile natura del Padre (Giovanni 16,15).
In foto il testo greco di Tito 2,13

THE SPIRIT OF THE CHRIST AND THE BIBLICAL MANIPULATIONS OF THE NEW WORLD TRANSLATION IN 1 PETER 1:11
1 Peter 1:10-11
The New World Translation
Concerning this salvation, the prophets who prophesied about the undeserved kindness meant for you made a diligent inquiry and a careful search. They kept on investigating what particular time or what season the spirit within them was indicating concerning Christ as it testified beforehand about the sufferings meant for Christ and about the i that would follow.
In order to deny the divinity of Jesus – hence the Christian doctrine of the Holy Trinity – the anonymous authors of the New World Translation did not hesitate to modify the text of verse 11 in the first chapter of the first letter of Peter, deleting “Spirit of Christ”. Let’s read the Greek text:
Peri hēs sōtērias exezētēsan kai exēraunēsan prophētai hoi peri tēs eis hymas charitos prophēteusantes, eraunōntes eis tina ē poion kairon edēlou to en autois pneuma Christou promartyromenon ta eis Christon pathēmata kai tas meta tauta doxas.
The Greek text has “pneuma Christou” which literally means “Spirit of the Christ”.
So the correct translation of the text is as follows:
Of this salvation the prophets have inquired and searched carefully, who prophesied of the grace that would come to you, searching what, or what manner of time, the Spirit of Christ who was in them was indicating when He testified beforehand the sufferings of Christ and the glories that would follow.
I quote some international translations that have correctly translated the text of 1 Peter 1:11 keeping “Spirit of Christ”
English Standard Version, Berean Study Bible, Berean Literal Bible, King James Bible, New King James Version, New American Standard Bible, NASB 1995, NASB 1977, Amplified Bible, Christian Standard Bible, Holman Christian Standard Bible, American Standard Version, Aramaic Bible in Plain English, Contemporary English Version, Douay-Rheims Bible, Good News Translation, International Standard Version, Literal Standard Version, New American Bible, NET Bible, New Revised Standard Version, New Heart English Bible, World English Bible, Young’s Literal Translation, Vulgata, Martini, Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente, CEI, Riveduta, Nuova Riveduta, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia della Gioia, Louis Segond Bible, Martin Bible, Darby Bible, LBLA, JBS, NBLA, Lutherbibel 1912, Lutherbibel 1984, Textbibel 1899, Modernisiert Text.
In conclusion: the Spirit of God is, at the same time, the Spirit of the Father (Matthew 10:20) and the Spirit of Jesus (Acts 16:6-7; Romans 8:9; Galatians 4:6; Philippians 1:19 ; 1 Peter 1:11).
In the photo the Greek text of 1 Peter 1:11

EGŌ EIMÌ (IO SONO) E LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO IN GIOVANNI 8,58
Giovanni 8,58
Eipen autois Iēsous: “Amēn amēn lēgo hymin, prin Abraam genesthai egō eimì.”
Traduzione del Nuovo Mondo
Gesù disse loro: “Verissimamente vi dico: Prima che Abraamo venisse all’esistenza, io ero.”
Gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono erroneamente il greco “egō eimì” con l’imperfetto “io ero”. Ma “egō eimì” significa “io sono”, non “io ero”. Per “io ero” il greco ha “egō ên”. In tutti gli altri versetti in cui il testo greco di Giovanni riporta “egō eimì”, gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono correttamente con “io sono” (Giovanni 6,48; 6,51; 8,12; 10,7.9; 14,6). Gli anonimi autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono erroneamente Giovanni 8,58 per nascondere il fatto che Gesù afferma di essere l’ “IO-SONO”. Con quelle sue parole, infatti, Gesù richiama le parole che il Signore disse a Mosè: אֶֽהְיֶ֖ה אֲשֶׁ֣ר אֶֽהְיֶ֑ה (traslitterato in: ehyeh ʾašer ʾehyeh) che significa: “Io sono colui che sono”. Poi Dio aggiunse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono (in ebraico: אֶֽהְיֶ֑ה, cioè: ehyeh) mi ha mandato a voi.” (Esodo 3,14) Il greco “egō eimì” è la traduzione dell’ebraico “ehyeh”. I giudei avevano inteso molto bene ciò che Gesù volle intendere, e perciò volevano lapidarlo (Giovanni 8,59). La legge ebraica non contemplava la condanna a morte per lapidazione di chi affermava essere esistito in passato, come nel caso di Gesù secondo la Traduzione del Nuovo Mondo. La condanna a morte per lapidazione veniva eseguita sugli adulteri (Levitico 20,10), sui bestemmiatori (Levitico 24,10-23), gli indovini (Levitico 20,27), i falsi profeti che incitano all’apostasia e idolatria (Deuteronomio 13,5-10), e i figli ribelli (Deuteronomio 21,18-21). In quell’occasione i giudei volevano lapidare Gesù per bestemmia, perché avevano ben inteso che con quel “Io Sono” Gesù afferma di essere YaHVeH. Infatti in un’altra occasione i giudei gli dissero: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio.” (Giovanni 10,33) In quell’occasione Gesù disse: “Io e il Padre siamo Uno.” (Giovanni 10,30)
Riporto i nomi di alcune traduzioni internazionali, differenti da quella della Traduzione del Nuovo Mondo, e nelle quali il greco “egō eimì” in Giovanni 8,58 è correttamente tradotto con “io sono”
Vulgata, Martini, Interconfessionale, CEI, Riveduta, Nuova Riveduta, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia della Gioia, English Standard Version, Berean Study Bible, Berean Literal Bible, King James Bible, New King James Version, New American Standard Bible, NASB 1995, NASB 1977, Amplified Bible, Christian Standard Bible, Holman Christian Standard Bible, American Standard Version, Douay-Rheims Bible, International Standard Version, Literal Standard Version, New American Bible, NET Bible, New Revised Standard Version, New Heart English Bible, World English Bible, Young’s Literal Translation, Louis Segond Bible, Martin Bible, Darby Bible, LBLA, JBS, NBLA, Lutherbibel 1912, Lutherbibel 1984, Textbibel 1899, Modernisiert Text.
Concludo con queste forti parole di Gesù: “Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.” (Giovanni 8,24)
Nella foto n. 1: il testo greco di Giovanni 8,58: ἐγὼ εἰμί (egō eimì)
Nella foto n. 2: il testo ebraico masoretico di Esodo 3,14: אֶֽהְיֶ֖ה אֲשֶׁ֣ר אֶֽהְיֶ֑ה (ehyeh ʾašer ʾehyeh) e: אֶֽהְיֶ֑ה (ehyeh) / L’ebraico si legge da destra verso sinistra

