SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

A cura di Giuseppe Monno

Prima della venuta di Cristo, il popolo eletto confessava i propri peccati al sacerdote, che poi offriva un sacrificio espiatorio per la remissione delle colpe (cf. Levitico 5,25-26). Nessun ebreo presumeva di confessarsi direttamente a Dio senza un mediatore umano: la confessione avveniva tramite il sacerdote, oppure davanti a Mosè (Numeri 21,7), a Samuele (1Samuele 12,19), a Natan (2Samuele 12,13) o, nel Nuovo Testamento, a Giovanni il Battista (Matteo 3,6; Marco 1,5). Nessuno diceva: “Io mi confesso da solo con Dio”.

Con la venuta di Cristo, Dio ha concesso agli uomini — in particolare agli apostoli — il potere divino di rimettere i peccati (cf. Matteo 9,8). Gesù, inviato dal Padre (Giovanni 17,18), scelse gli apostoli (Luca 6,13-16) e li inviò con il mandato di annunciare il Vangelo e di amministrare i sacramenti (Matteo 28,19-20; Marco 16,15-20). A loro conferì il suo stesso potere di perdonare i peccati (Matteo 18,18; Giovanni 20,19-23).

Gli apostoli, a loro volta, trasmisero questo potere ai loro successori mediante l’imposizione delle mani (Atti 13,2-3; 14,23; 1Timoteo 4,14; 5,22; 2Timoteo 1,6; Tito 1,5). Questo atto è alla base del sacramento dell’Ordine sacro, attraverso il quale i vescovi e i presbiteri partecipano al sacerdozio ministeriale di Cristo.

In origine nella Chiesa la confessione dei peccati era pubblica (Atti 19,18), ma amministrata dai ministri ordinati (Giacomo 5,16). La forma privata, che conosciamo oggi, si affermò nel V secolo grazie a Papa Leone Magno (440–461), il quale stabilì che i peccati fossero “manifestati al solo vescovo, in un colloquio privato” (Lettera 168).

San Giovanni, nella sua prima lettera, afferma: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni iniquità” (1Giovanni 1,9). Il verbo greco utilizzato per “perdonare” è aphiēmi, che significa “lasciare andare”, “liberare”. È lo stesso verbo che nel Nuovo Testamento indica il potere divino di Cristo di rimettere i peccati (Matteo 9,2.5.6) e che Gesù ha trasmesso ai suoi apostoli (Giovanni 20,23).

Quando il ministro del sacramento della Riconciliazione pronuncia le parole dell’assoluzione, è Cristo stesso che agisce: Egli è realmente presente e opera in persona Christi capitis, cioè nella persona di Cristo Capo. Il sacerdote, in virtù del sacramento dell’Ordine sacro, partecipa al sacerdozio unico di Cristo in modo ministeriale, distinto ma subordinato al suo.

Il sacerdozio ministeriale, quindi, non è un’altra mediazione accanto a quella di Cristo, ma una partecipazione reale e subordinata alla sua unica mediazione (1Timoteo 2,5). Cristo è l’unico Mediatore perché ha offerto se stesso per la redenzione degli uomini (Ebrei 9,14-15); i sacerdoti, agendo in persona Christi, rendono presente e attuale quell’unico sacrificio salvifico, come Gesù stesso comandò: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19).

Per questo motivo, se il sacerdote non fosse mediatore nella persona di Cristo, non potrebbe rimettere i peccati. Ma Cristo stesso ha conferito loro questo potere quando disse: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Giovanni 20,23).

La Chiesa, Corpo di Cristo, è una comunione di santi: “Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Corinzi 12,13). Di conseguenza, “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1Corinzi 12,26).

Il peccato, anche se personale, ferisce questa comunione ecclesiale. Per questo, il Catechismo insegna che coloro che si accostano al sacramento della Riconciliazione “ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e, nello stesso tempo, si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inferto una ferita col peccato” (CCC 1422).

Inoltre, “Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, soprattutto per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale” (CCC 1446).

Infine, il Concilio Lateranense IV (1215) stabilì la disciplina che rimane tuttora in vigore: “Ogni fedele dell’uno e dell’altro sesso, giunto all’età della ragione, confessi fedelmente, almeno una volta all’anno, tutti i propri peccati al proprio parroco, e compia la penitenza che gli viene imposta secondo le proprie possibilità”.

UN SOLO DIO, IL PADRE, E UN SOLO SIGNORE GESÙ CRISTO

di Giuseppe Monno

1Corinzi 8,6
Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Quando la Scrittura distingue Gesù da Dio, è perché sta distinguendo la persona del Figlio da quella del Padre, e non perché stia negando la divinità di Gesù, esplicitata in molte altre scritture (ved per esempio Giovanni 20,28; Atti 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1). Infatti ogni volta che la Scrittura distingue Gesù dal Padre, mentre quest’ultimo viene chiamato Dio, Gesù viene chiamato il Signore (1Corinzi 8,6; Romani 10,9). Ma Dio stesso è il Signore (Genesi 9,26; 13,4; 14,22) e l’unico Signore (Deuteronomio 6,4; Marco 12,29), e chiamando Gesù il Signore (Filippesi 2,11; 1Corinzi 12,3) e l’unico Signore (1Corinzi 8,6; Giuda 1,4) e il Signore di tutti (Atti 10,36; Romani 10,12), la Scrittura ci dice chiaramente che egli è Dio. Attenzione non si tratta di un secondo Dio, poiché Gesù è col Padre un solo Dio, perché possiede pienamente, per donazione, la medesima indivisibile divinità del Padre, e perciò può dire: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15), e: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30).

MADRE DI DIO

di Giuseppe Monno

Il dogma della maternità divina di Maria fu proclamato il 22 giugno del 431 dal Concilio di Efeso, dopo una controversia teologica causata dai nestoriani. La maternità divina di Maria ha innegabili basi bibliche. Sotto l’azione dello Spirito Santo Elisabetta poté dire a Maria: “A che debbo che la madre del Signore mio venga a me?” (Luca 1,43). Il greco “Kyrios mou”, tradotto in italiano con “Signore mio”, è la traduzione dell’ebraico “Adonay” utilizzato dal popolo eletto al posto del sacro tetragramma YHWH, secondo una loro antica regola. Perciò Elisabetta ha proprio inteso dire che Maria è la Madre di Adonay, cioè di Dio. L’evangelista stesso fa uso di “Signore” e “Dio” in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47). La Vergine Maria è Madre di Dio perché Cristo è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Verbo eterno di Dio Padre. Perciò, come scrive San Tommaso D’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che “la Vergine Maria è Madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità”. Giunta la pienezza del tempo la seconda persona divina della Trinità, l’unigenito dal Padre (Matteo 28,19; Giovanni 1,14.18; 3,16-18), unendo a se stesso ipostaticamente un corpo animato da un’anima razionale si fece uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4; Filippesi 2,7) rimanendo Dio (Giovanni 16,15; 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; 1Giovanni 5,20). La Vergine Maria non ha generato una persona divina, ma solo il santo corpo che la seconda persona divina della Trinità ha unito a sé ipostaticamente. Poiché con l’incarnazione tutto della natura umana assunta dal Figlio di Dio è divenuto proprio di una persona della Trinità, giustamente la Chiesa cattolica professa Maria come vera Madre di Dio. Maria non è madre di Dio Padre, ma di Gesù che è Dio come suo Padre. Non è però un secondo Dio, poiché possiede indivisibilmente, per donazione, tutto l’essere del Padre, per cui può dire: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30), e: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15). Mentre lo Spirito Santo è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e del Figlio (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-11), poiché procede dall’uno e dall’altro come da un solo principio e per un’unica spirazione, come hanno affermato i Padri nella sesta sessione del Concilio di Firenze. Se per fede crediamo che il Figlio di Dio si è fatto uomo rimanendo Dio (senza confusione né divisione né mutamento delle due nature), allora per fede dobbiamo credere che la Vergine Maria è Madre di Dio, cioè di Gesù. L’incarnazione del Figlio di Dio e la maternità divina di Maria sono due verità della fede intimamente legate fra loro. Non si può credere una di queste verità ma poi negarne l’altra. Già i primi cristiani rivolgevano preghiere a Maria riconoscendola come Madre di Dio, chiedendo la sua intercessione e protezione, secoli prima del Concilio di Efeso. In Egitto fu ritrovato il frammento di un papiro scritto in greco e contenente una preghiera rivolta a Maria. Questo frammento è stato datato all’anno 250. Si tratta della Sub tuum præsidium (Sotto la tua protezione) conosciuta anche nella Chiesa Cattolica latina. Nella preghiera è presente il vocativo Theotoke, da Theotokos che significa Madre di Dio. Ecco il testo completo in italiano:

“Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.
Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.”

LA PREGHIERA DELL’AVE MARIA

di Giuseppe Monno

La preghiera dell’Ave Maria trova nella Bibbia il suo fondamento:

› Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Le parole iniziali della preghiera sono prese dall’episodio dell’Annunciazione, e sono pronunciate da Gabriele (Luca 1,28). Il latino ave traduce il greco χαῖρε (chaire) che significa rallegrati. Quello dell’angelo non è soltanto un saluto, ma un invito alla gioia.

› Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Le parole sono prese dall’episodio dell’incontro tra Maria e la sua parente Elisabetta. Fu quest’ultima, sotto l’azione dello Spirito Santo, ad esclamare a gran voce queste magnifiche parole (Luca 1,41-42). Il greco κοιλίας (koilìas), che letteralmente significa cavità, ha pure il significato di seno. Il latino ha ventris (ventre). Nel 1967 il Consiglio di presidenza della CEI decise di aggiornare le preghiere e le formule del Catechismo di Pio X, e perciò aveva tradotto il latino ventris nell’italiano seno. Anche alcune traduzioni italiane di Luca 1,42 hanno seno, mentre altre hanno grembo o ventre. Il nome Gesù non compare in Luca 1,42 ma è un’aggiunta.

› Santa Maria, madre di Dio,

Maria è Santa perché santificata dalla grazia. Maria è la κεχαριτωμένη (kecharitoméne), la piena di grazia (Luca 1,28). Invocare Maria come madre di Dio significa riconoscere Gesù come vero Dio e vero uomo, e professare la fede in lui. Sotto l’azione dello Spirito Santo Elisabetta poté dire a Maria: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Luca 1,43). L’apostolo afferma che “nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Corinzi 12,3). Il greco “Kyrios mou”, tradotto in italiano con “Signore mio”, è la traduzione dell’ebraico “Adonay” utilizzato dagli ebrei al posto del nome divino YHWH, secondo una loro antica regola. Elisabetta quindi, colma di Spirito Santo, ha proprio inteso affermare che Maria è la Madre di Adonay, cioè di Dio. L’evangelista stesso utilizza Signore e Dio in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47). La Vergine Maria è Madre di Dio perché Cristo è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Verbo eterno di Dio Padre. Perciò, come scrive San Tommaso D’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che “la Vergine Maria è Madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità”. Giunta la pienezza del tempo la seconda persona divina della Trinità, il Figlio unigenito di Dio Padre (Matteo 28,19; Giovanni 1,14.18; 3,16-18), il Verbo divino ed eterno (Giovanni 1,1), unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale si fece uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4; Filippesi 2,7) rimanendo Dio (Giovanni 16,15; 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; 1Giovanni 5,20). Ora, la Vergine Maria non ha generato una persona divina, ma solo il santo corpo che la seconda persona divina della Trinità ha unito a sé ipostaticamente. Con l’incarnazione tutto della natura umana assunta dal Figlio di Dio è divenuto proprio di una persona della Trinità. Perciò Maria è veramente Madre di Dio. Maria non è madre di Dio Padre, ma di Gesù che è Dio come suo Padre. Non è però un secondo Dio, poiché possiede indivisibilmente, per donazione, tutto l’essere del Padre, per cui può dire: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30), e: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15). Mentre lo Spirito Santo è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e di Gesù (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-11), poiché procede dal Padre e dal Figlio come da un solo principio e per un’unica spirazione, come hanno affermato i Padri nella sesta sessione del Concilio di Firenze.

› prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

In Giovanni 2,1-11 viene raccontato che durante uno sposalizio in cui erano presenti Gesù e sua madre, Maria intercede per gli invitati, i quali non avevano più vino. Gesù allora non poté rifiutare la richiesta di sua madre alla quale non tarda a rispondere. Così, proprio in quell’episodio, e per intercessione di Maria sua madre, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli fece riempire d’acqua sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili, e l’acqua divenne vino buono. Il significato teologico delle nozze di Cana è quello dello sposalizio tra Gesù e l’umanità, e lo sposo che conserva il vino buono (Giovanni 2,9-10) – immagine simbolica dell’amore sponsale tra Dio e il suo popolo – è Gesù medesimo. E Maria è colei che presso suo Figlio intercede per l’umanità. Ella si mette in mezzo esercitando la sua carità. Maria tutt’oggi in cielo esercita la virtù della carita, regnando con Cristo (Apocalisse 22,5) e continuando a servire Dio con gioia, intercedendo per tutte le genti di questo mondo, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). Già nel secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo ebraico (2Maccabei 15,6-16). Infatti i beati nel cielo seppur separati dalla carne sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte del corpo mistico di Gesù, la Chiesa (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere con le loro preghiere presso Dio per noi ancora viatori in questo mondo. In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano presso Dio in nostro favore. Dice infatti la Scrittura: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Ebrei 12,22-24). E poiché in cielo i beati sono in perfetta comunione con Dio e col suo Cristo, non solo conoscono le nostre necessità mediante la conoscenza divina del Verbo unita alla loro conoscenza umana, ma le loro preghiere sono più efficaci delle nostre. Maria poi si trova nella vita eterna già col suo corpo glorioso (Pio XII, Costituzione Dogmatica Munificentissimus Deus, 1 Novembre 1950). La Chiesa fin dai primi secoli ha invocato l’aiuto della Santa madre di Dio. Maria può ottenerci da Dio qualsiasi grazia.

› Amen. Verità.

Già i primi cristiani rivolgevano preghiere a Maria chiedendo la sua intercessione e protezione. In Egitto fu ritrovato il frammento di un papiro scritto in greco e contenente una preghiera rivolta a Maria. Questo frammento è stato datato all’anno 250. La preghiera è la seguente: “Ὑπὸ τὴν σὴν εὐσπλαγχνίαν, καταφεύγομεν, Θεοτόκε. Τὰς ἡμῶν ἱκεσίας, μὴ παρίδῃς ἐν περιστάσει, ἀλλ᾽ ἐκ κινδύνων λύτρωσαι ἡμᾶς, μόνη Ἁγνή, μόνη εὐλογημένη.” Si tratta della Sub tuum præsidium (Sotto la tua protezione) conosciuta anche nella Chiesa Cattolica latina. Nella preghiera è presente il vocativo Theotoke, da Theotokos che significa Madre di Dio. Ecco il testo completo in italiano:

“Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.
Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.”

I cristiani pregavano Maria e la riconoscevano come Madre di Dio secoli prima del Concilio di Efeso del 431.

LE CONTESTAZIONI DEI PROTESTANTI RIGUARDO L’ISPIRAZIONE DIVINA DEL LIBRO DI TOBIA

di Giuseppe Monno

I protestanti rifiutano come divinamente ispirato il libro di Tobia. Costoro affermano sei motivi per cui lo ritengono tra gli apocrifi:

1) L’angelo Raffaele nasconde la sua vera identità al vecchio Tobi, mentendogli e presentandosi come Azaria figlio di Anania e nipote di Natan (Tobia 5,13-14).

2) Il vecchio Tobi riacquista la vista dopo che gli viene applicato sugli occhi fiele di pesce (Tobia 11,1-14).

3) Il demonio che tormentava la giovane Sara viene scacciato dall’odore di incenso proveniente dalla brace sulla quale sono stati posti il fegato e il cuore di un pesce (Tobia 8,1-3).

4) Gesù e gli apostoli non vi fecero mai riferimento.

5) Mai riconosciuto dagli ebrei, mai dai cristiani dei primi secoli.

6) Lo Spirito santo non attesta per nulla in noi figliuoli di Dio che si tratti di parola di Dio, anzi, ci fa sentire in maniera inequivocabile di doverne rifiutare il contenuto.

Rispondo punto per punto alle contestazioni sopracitate:

1) Nel Primo libro dei Re c’è scritto che Dio invia un angelo a ingannare Acab:

1Re 22,19-22
Michea disse: Per questo, ascolta la parola del Signore. Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l’esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra. Il Signore ha domandato: “Chi ingannerà Acab perché muova contro Ramot di Gàlaad e vi perisca?” Chi ha risposto in un modo e chi in un altro. Si è fatto avanti uno spirito che – postosi davanti al Signore – ha detto: “Lo ingannerò io.” Il Signore gli ha domandato: “Come?” Ha risposto: “Andrò e diventerò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti.” Quegli ha detto: “Lo ingannerai senz’altro, ci riuscirai, và e fà così.”

Come mai i protestanti non contestano questo episodio del Primo libro dei Re allo stesso modo di quello in cui Raffaele nasconde la sua vera identità? L’angelo aveva nascosto la sua vera identità per rivelarla solo alla fine della sua missione (Tobia 12,15). Ciò non toglie al testo sacro l’autorità di parola di Dio. Il racconto di Tobia è una parabola, più lunga rispetto a quelle a cui siamo abituati a leggere nel Vangelo. La parabola è una narrazione di un fatto immaginario ma appartenente alla vita reale, col quale illustrare un insegnamento morale. In questa grande parabola viene mostrato il misterioso e salvifico agire di Dio per mezzo del suo inviato. Non a caso Raffaele (Dio guarisce) si presenta come Azaria (YaHVeH aiuta) figlio di Anania (YaHVeH mostra il suo favore) e nipote di Natan (Dio dona).

2) Nel libro di Tobia Raffaele guarisce il vecchio Tobi dalla cecità, dicendo al giovane Tobia di applicare fiele di pesce sugli occhi di suo padre. Nel Vangelo, Gesù Cristo, nel guarire dalla cecità un uomo cieco dalla nascita, applicò del fango sopra i suoi occhi e lo mandò a lavarsi nella piscina di Sìloe:

Giovanni 9,1-7
Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo.” Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato).” Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

3) Nel libro di Tobia il demonio Asmodeo fu scacciato dall’odore di incenso proveniente dalla brace sulla quale furono posti il fegato e il cuore di un pesce. Nel Secondo libro di Samuele, invece, Davide allontana il demonio che tormentava Saul, suonando la cetra:

1Samuele 16,23
Quando dunque lo spirito cattivo investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui.

Come mai i protestanti non contestano questo episodio del Primo libro di Samuele allo stesso modo in cui contestano quello del libro di Tobia?

4) Non è assolutamente vero che né Gesù né i suoi discepoli si siano mai rifatti al libro di Tobia durante la loro predicazione. I libri del Nuovo Testamento contengono citazione prese anche dal libro di Tobia. Vediamo qualche esempio:

Per la regola d’oro Matteo ricorre alla citazione inversa di Tobia

Matteo 7,12
Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te.

Tobia 4,15
Non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te.

Riguardo i sette fratelli che presero in moglie la medesima donna, i vangeli sinottici si rifanno al libro di Tobia

Matteo 22,25-27
Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.

Marco 12,20-22
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.

Luca 20,29-31
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.

Tobia 3,8
Bisogna sapere che essa era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere.

Tobia 7,11
L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà.

Riguardo ai sette angeli che stanno alla presenza del Signore, Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 1,4
Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono.

Apocalisse 8,2
Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.

Tobia 12,15
Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore.

Per la descrizione della nuova Gerusalemme Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 21,18-21
Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Tobia 13,17
Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua residenza per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dar lode al re del cielo. Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite di zaffiro e di smeraldo e tutte le sue mura di pietre preziose. Le torri di Gerusalemme si costruiranno con l’oro e i loro baluardi con oro finissimo. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir.

Per le beatitudini Matteo si rifà anche a Tobia

Matteo 5,4
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Tobia 13,16
Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.

5) Non è affatto vero che il libro di Tobia non fu mai riconosciuto dagli ebrei e dai primi cristiani. Anzitutto nel punto precedente è stato dimostrato come gli scrittori neotestamentari si siano serviti anche del libro di Tobia che fa parte dei libri deuterocanonici. Fino alla venuta di Gesù Cristo gli ebrei possedevano due canoni della Sacra Scrittura, quello ebraico e quello alessandrino. Quest’ultimo fu scritto in greco dagli ebrei della diaspora. Questa loro traduzione dell’Antico Testamento è detta Septuaginta (riferimento ai settanta anziani Israeliti che accompagnavano Mosè [Esodo 24,9]), e contiene anche i sette libri deuterocanonici: Tobia, Giuditta, Sapienza, Primo Maccabei, Secondo Maccabei, Baruc e Siracide. Il canone biblico alessandrino fu accolto dagli ebrei fino alla seconda metà del primo secolo DC. Nei loro insegnamenti Cristo e i suoi discepoli si rifacevano anche alla Septuaginta. Basti notare che nel Nuovo Testamento ci sono trecento citazioni prese da quei testi. Per qualche secolo gli ebrei avevano accolto la Septuaginta, ma se ne allontanarono verso la fine del primo secolo DC, soprattutto a causa dei loro contrasti coi cristiani che utilizzavano anche quei testi per le loro dottrine. Così, verso la fine del secondo secolo DC, i rabbini fissarono ufficialmente il canone ebraico escludendo quello alessandrino. Gli scrittori neotestamentari si rifacevano anche ai libri deuterocanonici, come si è già dimostrato nel quarto punto con alcuni esempi riguardanti il libro di Tobia. E se dubbi furono mostrati da alcuni Padri riguardo i libri deuterocanonici, dubbi furono mostrati anche verso alcune lettere neotestamentarie. Infatti, prima del quarto secolo DC, non furono riconosciute come canoniche neppure la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, la Seconda lettera di Pietro, la Seconda e la Terza lettera di Giovanni, la lettera di Giuda e l’Apocalisse di Giovanni di Patmos. Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-339) affermava che tra i libri discussi vi erano la lettera di Giacomo, la Seconda lettera di Pietro, la Seconda e la Terza lettera di Giovanni, la lettera di Giuda e l’Apocalisse di Giovanni di Patmos (Storia Ecclesiastica III, 25, 3-4). Il frammento di Muratori (secolo II-III DC) omette la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, la Prima e la Seconda lettera di Pietro. Origene (185-253), menzionato da Eusebio, riteneva dubbia la Seconda lettera di Pietro, e la Prima e Seconda lettera di Giovanni (Storia Ecclesiastica VI, 25, 8.10). Nel 382 fu il Vescovo di Roma, Damasio (366-384), a stabilire il canone biblico e ad includere Tobia, Giuditta, Sapienza, Baruc, Siracide, Primo Maccabei, Secondo Maccabei, Ebrei, Giacomo, Secondo Pietro, Secondo Giovanni, Terzo Giovanni, Giuda e Apocalisse. L’attuale canone biblico in uso nella Chiesa cattolica divenne ufficiale nel 1546, durante il Concilio di Trento, col decreto De Canonicis Scripturis. È stata la Chiesa cattolica a stabilire quali libri dovevano far parte del Canone Biblico, non i protestanti, nati quindici secoli dopo Cristo, sotto Lutero, il quale tentò addirittura di far passare per apocrifa la lettera di Giacomo che egli chiamava “epistola di paglia” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, anno 1522 e anno 1546). La lettera di Giacomo si oppone alla dottrina protestante del “sola fide” (Giacomo 2,14-26), e perciò fu ritenuta pericolosa dall’ex monaco agostiniano.

6) Evidentemente non è lo Spirito santo a suggerire a costoro di dover rifiutare il contenuto del libro di Tobia che è parola di Dio, ma è ben altro spirito.

Il libro di Tobia è stato scritto nel secondo secolo AC. Si tratta di una grande parabola, nella quale il principale protagonista, Dio, emerge già dai nomi dei personaggi: Tobia (YaHVeH è buono), Raguele (Dio è amico), Raffaele (Dio guarisce), Azaria (YaHVeH aiuta), Anania (YaHVeH mostra il suo favore), Natan (Dio dona), Gabael (Dio solleva). Il messaggio di questo racconto è un invito a riconoscere che la provvidenza del Dio misericordioso non viene mai meno, e qui opera discretamente ed efficacemente per mezzo del suo inviato (Tobia 4,1.2.20.21; 5,1-22). Il Signore sa far nascere grande gioia anche da situazioni che erano infelici (Tobia 3,8.17; 8,1-3; 11,1-4). È un racconto edificante nel quale emerge un’alta concezione del matrimonio (Tobia 6,12.19; 7,9.10.13; 10,10), esprime con grande vitalità il senso della famiglia (Tobia 7,2; 9,6) e risalta la pratica dell’elemosina (Tobia 1,3.17) e i doveri verso i defunti (Tobia 1,17-19; 2,4.8).

TRANSUSTANZIAZIONE

A cura di Giuseppe Monno

Secondo la dottrina cattolica della Transustanziazione, il sacerdote validamente ordinato, che ha l’intenzione oggettiva di compiere ciò che fa la Chiesa nel celebrare l’Eucaristia, e che utilizza correttamente la materia (cioè il pane e il vino) e la forma (le parole della consacrazione pronunciate da Cristo nell’ultima cena), rende realmente presente Cristo sotto le specie del pane e del vino.

Le parole della consacrazione sono:

sul pane: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”;

sul calice: “Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.

Attraverso queste parole, Cristo è tutto e realmente presente, con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità, sotto le apparenze del pane e, allo stesso modo, sotto le apparenze del vino. Egli è interamente presente anche in un piccolo frammento del pane consacrato e in una piccola goccia del vino consacrato.

Cristo ha offerto un corpo vivo, non privo di sangue, animato da un’anima razionale – principio vitale del corpo – e unito ipostaticamente alla Seconda Persona della Santissima Trinità. Perciò, la Chiesa cattolica crede giustamente che Cristo è tutto e realmente presente sotto ciascuna delle due specie, senza divisione, con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità.

Questa presenza si realizza mediante le parole della consacrazione e per l’azione dello Spirito Santo, che converte tutta la sostanza del pane e del vino nella sostanza del Signore Gesù Cristo. Questa conversione viene chiamata Transustanziazione – termine ufficialmente adottato dal IV Concilio Lateranense (1215), sebbene già utilizzato in precedenza.

Dopo la consacrazione, del pane e del vino rimangono solo le apparenze, non la sostanza. Tali apparenze vengono mantenute nell’esistenza dalla potenza divina. La validità e l’efficacia di questo sacramento non dipende dallo stato morale e spirituale del ministro, ma dalla virtù di Cristo e dal potere spirituale che egli ha conferito ai Dodici: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19). I Dodici hanno poi trasmesso questo potere spirituale ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai sacerdoti loro collaboratori, attraverso l’imposizione delle mani (Atti 13,2-3; 14,23; Tito 1,5; 1Timoteo 4,14; 5,22; 2Timoteo 1,6), cioè mediante il sacramento dell’Ordine sacro.

Soltanto i sacerdoti validamente ordinati, agendo in persona Christi Capitis (nella Persona di Cristo Capo) e come Alter Christus (altro Cristo), con l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa, possono, ripetendo le parole della consacrazione, rendere presente Cristo nell’Eucaristia mediante la Transustanziazione.

L’Eucaristia nutre l’anima dei fedeli con la grazia sacramentale. Tuttavia, le specie consacrate mantengono miracolosamente la capacità di nutrire anche il corpo. La presenza reale di Cristo perdura finché le specie non si corrompono, ad esempio durante la digestione. Per questo motivo, non si deve credere che Cristo possa finire nella fogna. Noi cattolici adoriamo l’Eucaristia perché, sotto le apparenze del pane e del vino, è presente realmente e sostanzialmente Cristo intero, con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità.

Cristo si dona a noi come alimento sotto le apparenze di quei cibi che più comunemente nutrono l’uomo. Non dobbiamo dare ascolto a chi, deridendo la nostra fede, ci accusa di cannibalismo. Tali accuse sono capziose. Il cannibalismo implica nutrirsi in senso fisico-biologico di carne umana. I cattolici, invece, si nutrono sacramentalmente di Cristo non nel suo corpo materiale, ma spirituale, ricevendolo sotto i segni sacramentali del pane e del vino. Non mastichiamo un tessuto biologico umano, non mangiamo carne in senso materiale. La sostanza del pane e del vino è cambiata, non gli accidenti (sapore, odore, colore, ecc.). Chi ci accusa di cannibalismo, semplicemente non ha compreso la realtà profonda di questo sacramento.

La Transustanziazione era già prefigurata nell’Antico Testamento. Nel deserto, il Signore nutriva il suo popolo con pane al mattino e carne alla sera (Esodo 16,12). Il passaggio dal pane alla carne prefigura simbolicamente la Transustanziazione.

Nella celebrazione eucaristica viene rinnovata l’offerta del sacrificio di Cristo: non come copia del sacrificio del Calvario – unico, perfetto, irripetibile, di valore infinito e dagli effetti attivi e retroattivi – ma come medesimo sacrificio avvenuto duemila anni fa’. In ogni celebrazione eucaristica, quindi, partecipiamo realmente allo stesso sacrificio compiuto sul Golgota. Sulla croce avvenne in modo cruento, sull’altare avviene in modo non cruento.

San Francesco d’Assisi affermava:

“Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo.” (Lettera all’Ordine intero, 26)

Il sacrificio della Santa Messa viene offerto da tutta la Chiesa: dagli angeli e dai santi, dai fedeli ancora pellegrini sulla terra, e in modo particolare dai sacerdoti, strumenti di Cristo. Durante la celebrazione eucaristica, il soggetto principale è Gesù Cristo stesso, presente nel sacramento. Egli è l’offerta che la Chiesa presenta al Padre, attraverso lo Spirito Santo, in virtù della comunione che la rende un solo corpo con Cristo.

I frutti spirituali dell’Eucaristia giovano a tutta la Chiesa: ai fedeli sulla terra e alle anime dei defunti in purgatorio. Anche gli angeli e i santi si uniscono alla liturgia terrena, che è anticipo e figura della liturgia celeste, nella quale la Chiesa glorificata adora Dio eternamente.

GLI ERRORI DELLA DOTTRINA DEI TESTIMONI DI GEOVA: IO E IL PADRE SIAMO UNO

di Giuseppe Monno

Secondo i testimoni di Geova quando Gesù disse: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30) si deve intendere un’unità di intenti, non di natura o sostanza divina. Ma la medesima discussione tra Gesù e i giudei dimostra la verità della fede trinitaria: Dopo quelle parole di Gesù i giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo, e Gesù disse loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio, per quale di esse mi volete lapidare?” (Giovanni 10,31-32) Attenzione, i Giudei gli risposero: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, MA PER LA BESTEMMIA E PERCHÉ TU, che sei uomo, TI FAI DIO.” (Giovanni 10,33) È evidente che i giudei avevano inteso le parole di Gesù come una violazione dell’unicità di Dio, quindi una gravissima bestemmia. Questi accusavano Gesù di farsi Dio. Ciò dimostra che quelle parole di Gesù si devono intendere secondo l’unità divina tra Padre e Figlio, e non soltanto secondo un’unità di intenti.

I testimoni di Geova fanno uso dei seguenti passi biblici per negare l’unità divina tra Gesù e il Padre:

Giovanni 17,11
Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

Giovanni 17,21-23
Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

Perciò i testimoni di Geova affermano che se anche i discepoli sono una cosa sola come Gesù e Dio Padre, allora si deve concludere che tra i due non può esserci che una unità d’intenti, non di natura divina.

Tuttavia i testimoni di Geova errano gravemente riguardo l’unità tra Padre e Figlio e tra i discepoli di Gesù. Infatti nei passi biblici sopracitati Cristo sta pregando per l’unità della Chiesa, e il modello ideale di questa unità è la comunione tra Padre e Figlio. I credenti devono essere una cosa sola l’un con l’altro, e questa unità dev’essere visibile nel loro agire. Ciò implica una comunità ecclesiale unita e fraterna. La preghiera di Gesù riguarda non soltanto i suoi primi discepoli, ma anche tutti i futuri credenti. Come Gesù e il Padre sono una cosa sola, così i credenti devono essere una cosa sola, un solo corpo e un solo spirito, avendo una sola fede e una sola speranza (Efesini 4,4-5). I credenti devono essere una sola Chiesa (Colossesi 1,18; 1Corinzi 12,13.14.27). Quella dei credenti è però un’unità nella fede, nella speranza e nell’amore vicendevole, mentre quella tra Gesù e il Padre è un’autentica unità divina. Poiché il Figlio e lo Spirito santo partecipano pienamente, senza divisione, del medesimo essere di Dio Padre, le tre Persone pur essendo distinte per le loro relazioni d’origine, sono il medesimo e indivisibile Dio. Allora Gesù può dire: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30), e: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15). E lo Spirito santo è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e lo Spirito di Cristo (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-11).

LA PERPETUA VERGINITÀ DI MARIA: VERGINITÀ DOPO IL PARTO

di Giuseppe Monno

Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli.

Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.

Nella Bibbia greca in riferimento a un fratello si fa uso della parola adelphós, mentre nella Bibbia ebraica si fa uso della parola ʼah. Ciò nonostante, adelphós e ʼah sono utilizzati in senso più ampio, e oltre ai fratelli uterini o germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), fanno riferimento ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). I libri del Nuovo Testamento sono stati scritti facendo uso del medesimo greco utilizzato per la Septuaginta, il koinè.

Quei fratelli (Matteo 12,46; Marco 3,31) non sono figli di Maria e Giuseppe, ma alcuni parenti venuti a trovarlo assieme a sua madre. Tra costoro probabilmente Maria di Clèopa che ritroviamo sotto la croce di Gesù assieme alla cognata, la madre di Gesù, e la Maddalena (Giovanni 19,25).

Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli uterini o germani, vengono utilizzate queste formule: “Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29 Septuaginta). “Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17 Septuaginta). “Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19 Septuaginta). “Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre” (Matteo 4,21).

Quanto al Salmo 69,8: “Sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre”, non va riferito a presunti fratelli uterini di Gesù, figli di Maria e Giuseppe, come affermano alcuni. Quel Salmo va riferito ai compatrioti di Gesù: “Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.” (Marco 6,1-6) Perciò in senso figurato con “mia madre” va intesa la patria di Gesù, mentre con “miei fratelli” e “figli di mia madre” vanno intesi i compatrioti di Gesù.

Matteo 13,55
Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Marco 6,3
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Chiediamoci: Giacomo, Ioses (Giuseppe), Giuda e Simone sono fratelli uterini di Gesù, figli di sua madre?

La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

La madre di Giacomo e di Ioses è talvolta chiamata « l’altra Maria » per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena

Matteo 27,61
Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA.

Matteo 28,1
Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA andarono a visitare il sepolcro.

Marco 16,1
Passato il sabato, Maria di Màgdala, MARIA DI GIACOMO e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.

Luca 24,9-10
E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e MARIA DI GIACOMO. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

Questa Maria, madre di Giacomo e di Ioses, è la moglie di Clèopa

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giovanni 19,25
Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, MARIA DI CLÈOPA, e Maria di Màgdala.

Maria di Clèopa è la cognata della madre di Gesù, e per questo è menzionata come sorella di lei. Infatti, secondo quanto afferma lo scrittore giudeo cristiano Egesippo (110-180), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32), Clèopa è il fratello di Giuseppe, lo sposo della madre di Gesù. Egesippo avrà ottenuto queste informazioni da qualche registro o dai discendenti di Clèopa.

Giuda (chiamato anche Taddeo [Matteo 10,3]) – apostolo e autore della omonima lettera – è menzionato come fratello di Giacomo

Luca 6,16
GIUDA DI GIACOMO e Giuda Iscariota, che fu il traditore.

Atti 1,13
Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, GIACOMO DI ALFEO e Simone lo Zelòta e GIUDA DI GIACOMO.

Giuda 1
GIUDA, servo di Gesù Cristo, FRATELLO DI GIACOMO, agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo.

Simone – secondo la testimonianza di Egesippo – è un figlio di Clèopa.

Clèopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18), mentre suo padre Giovanni (Giovanni 21,16) è chiamato Giona (Matteo 16,17). Alcuni sono nomi propri (Bartolomeo, Natanaèle, Tommaso, Matteo, Levi, Giuda, Taddeo, Giovanni, Marco, Paolo, Saulo,) altri sono epiteti (Pietro, Barnaba, Didimo), qualcun altro è una variante del medesimo nome (Giona).

Quindi Giacomo, Ioses, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui. Parimenti, quelle sorelle (Marco 6,3), sono delle parenti.

Oltre ad ʼah e adelphós, per i cugini l’ebraico ha ben-dod mentre il greco ha anepsiòs. La parola anepsiòs compare due volte nella Septuaginta (Numeri 36,11; Tobia 9,6) e una sola volta nel Nuovo Testamento (Colossesi 4,10), ma quasi sempre con riferimento a una distanza geografica. Infatti Tobi abitava a Ninive, in Mesopotamia (Tobia 11,16), mentre suo cugino Gabael abitava a Rage, nella Media (Tobia 1,14). Barnaba era di Cipro (Atti 4,36), mentre suo cugino Marco abitava a Gerusalemme (Atti 12,12). Solo in Numeri 36,11-12 non c’è riferimento a una distanza geografica riguardo le figlie di Zelofcad e i loro cugini. Per parente invece il greco ha la parola syngenes, ma senza specificare il grado di parentela (Luca 1,36; Giovanni 18,26). Il termine syngenes può essere utilizzato in senso più ampio, ad esempio in riferimento ai membri dello stesso popolo (Romani 9,3).

I fratelli di Gesù non sono mai detti “figli di sua madre” o “ figli di Giuseppe” come da tradizione ebraica (p. es. Giacomo di Zebedèo, Giacomo di Alfeo, Levi di Alfeo ecc).

Matteo 1,25
ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù.

Luca 2,7
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Ciò significa che dopo aver partorito il suo primogenito Maria abbia avuto rapporti coniugali con Giuseppe e abbia partorito un secondogenito e un terzogenito ecc?

La congiunzione temporale heôs che significa “finché”, “fino a che”, “fino a quando”, nega un’azione per il tempo passato ma non implica un cambiamento di situazione per il tempo futuro. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita di Gesù Maria ebbe rapporti coniugali con Giuseppe (nella Bibbia il verbo “conoscere” è spesso riferito all’atto sessuale [Genesi 1,1.17.25]), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo, ma per un miracolo divino. Nella Bibbia abbiamo alcuni esempi riguardo l’uso del finché: “Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, FINCHÉ io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.” (Salmi 109,1 Septuaginta) Certamente quel “finché” non significa che dopo che i nemici saranno stati sottomessi, Gesù Cristo non siederà più alla destra del Padre. “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli FINO AL giorno della sua morte.” (2Samuele 6,23 Septuaginta) Ovviamente Mikal non ebbe figli neppure dopo la sua morte. Perciò il “finché” non implica che Maria e Giuseppe abbiano avuto rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. San Tommaso D’Aquino afferma che Giuseppe si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse tentato di violare una donna che, come egli aveva conosciuto per rivelazione angelica, aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Somma Teologica III, q 28, a 3). Parimenti Maria – scrive ancora San Tommaso – si sarebbe dimostrata ingrata a non accontentarsi di un Figlio così grande e a perdere spontaneamente con rapporti coniugali la verginità che un miracolo le aveva conservato (Somma Teologica III, q 28, a 3).

Quanto al “primogenito”, era per glʼIsraeliti un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per loro figlio primogenito un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Non necessariamente un primogenito è il maggiore di altri fratelli, poiché il termine indica semplicemente che nessuno è nato prima di lui, e perciò un primogenito può essere anche l’unico figlio. Per esempio un articolo del BuongiornoAlghero.it del 5 Gennaio 2015, riguardo una tragedia avvenuta nell’ospedale Sirai di Carbonia, ha come titolo “Muore in sala parto dopo aver partorito il suo primogenito”. Certamente la povera donna non ha potuto partorire un secondogenito e un terzogenito. Oppure, facendo riferimento alla Bibbia, l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto il suo “primogenito” (Ebrei 1,6). Quindi il fatto che Gesù sia chiamato primogenito di Maria (Luca 2,7) non implica affatto che vi siano stati altri figli dopo di lui.

Il Nuovo Testamento non fa mai riferimento ad altri figli di Maria secondo la carne. Questi infatti non sono menzionati quando Gesù aveva dodici anni, né quando fu crocifisso. Anzi Gesù, prima di spirare, affida sua madre al discepolo amato (Giovanni 19,27), l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedèo (Matteo 4,21; 10,2) e di Salomè (confronta Matteo 27,56 con Marco 15,40-41). Evidentemente Maria, oltre Gesù, non aveva figli naturali che si potessero prendere cura di lei come conviene a un figlio verso il proprio genitore (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16; Siracide 7,27; Luca 18,20; Efesini 6,2), e perciò viene accolta in casa del discepolo amato (secondo il senso spirituale il discepolo amato è figura di tutti i credenti che accolgono Maria come madre donataci da Cristo). È possibile che Giuseppe, lo sposo di Maria, fosse già morto quando Gesù diede inizio al suo ministero (Luca 3,23). Questa non è una certezza. Tuttavia non viene menzionato nell’episodio delle nozze a Cana di Galilea (Giovanni 2,1-12) né quando Maria andò a cercare Gesù insieme ai suoi parenti (Marco 3,32) né durante la crocifissione (Giovanni 19,25) né dopo (Atti 1,12-14).

LO SPIRITO SANTO

di Giuseppe Monno

Lo Spirito santo è una persona distinta dal Padre e dal Figlio (Gesù Cristo), ma come il Figlio possiede pienamente, per donazione, la medesima indivisibile divinità del Padre. Perciò Padre e Figlio e Spirito santo sono il medesimo e indivisibile Dio, seppur distinti per le loro relazioni d’origine.

In quanto persona lo Spirito santo ha volontà e intelligenza:

Lo Spirito santo desidera
Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Romani 8,27).

Lo Spirito santo crea
Lo Spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell’Onnipotente mi dà vita (Giobbe 33,4).

Lo Spirito santo ama
Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio (Romani 15,30).

Lo Spirito santo consola
Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre (Giovanni 14,16).

Lo Spirito santo si rattrista
Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione (Efesini 4,30). – Isaia 63,10

Lo Spirito santo rivela
Lo Spirito santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore (Luca 2,26).

Lo Spirito santo decide
Abbiamo deciso, lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie (Atti 15,28).

Lo Spirito santo vieta
Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia (Atti 16,6).

Lo Spirito santo insegna la verità
Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi (Giovanni 14,17). Vedi anche Giovanni 14,26 e 15,26

Lo Spirito santo conosce tutte le cose
Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio (1Corinzi 2,9-11).

Lo Spirito santo intercede per la Chiesa
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Romani 8,26-27).

Lo Spirito santo testimonia Cristo
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza (Giovanni 15,26).

Lo Spirito santo può essere tentato
Allora Pietro le disse: Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te (Atti 5,9).

Lo Spirito santo può essere mentito
Ma Pietro gli disse: “Anania, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno?” (Atti 5,3).

Lo Spirito santo può essere bestemmiato
Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Matteo 12,31-32).

Lo Spirito santo è parakletos (Giovanni 14,16) come Gesù Cristo (1Giovanni 2,1).

L’apostolo Pietro dice ad Anania che mentendo allo Spirito santo ha mentito a Dio stesso:

Atti 5,3-4
Ma Pietro gli disse: Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che TU HAI MENTITO ALLO SPIRITO SANTO e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? TU NON HAI MENTITO AGLI UOMINI, MA A DIO.

L’apostolo Paolo scrive alla Chiesa di Corinto che noi credenti siamo tempio di Dio e che lo Spirito di Dio – cioè lo Spirito santo – abita in noi:

1Corinzi 3,16
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?

In quanto persona divina lo Spirito santo non è circoscritto a un luogo, ma è onnipresente (1Re 8,27; Salmi 138,5-12; Proverbi 15,3; Geremia 23,24; Matteo 6,9; Marco 10,27) e perciò può prendere dimora, ad un tempo, in tutti i credenti:

Atti 2,1-4
Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Lo Spirito santo è chiamato, ad un tempo, Spirito del Padre e Spirito del Figlio, poiché procede dall’uno e dall’altro come da un solo principio:

Matteo 10,20
Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

Atti 16,6-7
Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro;

Filippesi 1,19
So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo.

Romani 8,9
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Galati 4,6
E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!

1Pietro 1,10-11
Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle.

LE DUE VOLONTÀ NATURALI IN GESÙ CRISTO

di Giuseppe Monno

Matteo 26,42
E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà.

Giunta la pienezza del tempo la Seconda Persona della Trinità, il Figlio unigenito di Dio Padre (Matteo 28,19; Giovanni 1,14.18; 3,16-18), il Logos divino ed eterno (Giovanni 1,1), unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale si fece uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4; Filippesi 2,7) rimanendo Dio (Giovanni 16,15; 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; 1Giovanni 5,20). Perciò in Gesù Cristo sussistono due nature, divina e umana, senza confusione né mutamento né divisione. Entrambe le nature conservano la loro integrità. Perciò a ognuna delle nature si deve attribuire una volontà naturale: alla natura divina la volontà divina (comune a tutte le persone della Trinità) e alla natura umana la volontà umana, indivisibili, immutabili, non confuse. La volontà umana è sottoposta, senza opposizione o riluttanza, a quella divina e onnipotente, secondo le parole dei Padri nel terzo Concilio di Costantinopoli (sesto Concilio ecumenico della Chiesa). Perciò, le parole di Gesù: “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Matteo 26,39), e: “Sia fatta la tua volontà” (Matteo 26,42), vanno riferite alla sua volontà umana, sottoposta senza opposizione o riluttanza alla volontà divina. Parimenti in Ebrei 10,7: Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”, e: “Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa” (Giovanni 5,19). Anche queste parole vanno riferite alla volontà umana di Gesù, sottoposta alla volontà divina.

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