LA DOMENICA DELLE PALME

di Giuseppe Monno

Nella domenica delle palme ricordiamo l’ingresso trionfale di Gesù Cristo a Gerusalemme, mentre in sella a un asinello passava tra la folla che l’osannava così: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!” (Giovanni 12,12) Quella folla prese rami di palma, perché secondo l’uso del tempo questi venivano posati sul suolo per una persona importante, un re, affinché al suo passaggio non si sollevasse la polvere. Per quella folla Gesù Cristo era il re che faceva il suo ingresso a Gerusalemme, e perciò presero rami di palma, per posarle sul suolo prima del suo passaggio. Per questo la tradizione vuole che in questo giorno i credenti portino con sé rami di palma, ma anche ramoscelli di ulivo che richiama il Getsemani, il monte degli ulivi, luogo in cui Gesù era solito rifugiarsi in preghiera assieme ai suoi discepoli, e dove consumò con loro l’ultima cena.

CELIBATO ECCLESIASTICO

A cura di Giuseppe Monno

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo un riferimento al celibato come possibile vocazione: Cristo menziona coloro che «si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli» (Matteo 19,12). In Oriente antico, gli eunuchi erano spesso schiavi castrati, impiegati in compiti delicati come la custodia dell’harem. Tuttavia, il termine poteva anche riferirsi a persone che non potevano avere figli per motivi naturali, o – nel contesto evangelico – a coloro che scelgono liberamente la continenza in vista del Regno di Dio.

Gesù, con un’evidente iperbole – una figura retorica utile a colpire l’immaginazione e a imprimere il messaggio nella memoria – fa riferimento a chi, per scelta e vocazione, decide di rinunciare al matrimonio per dedicarsi interamente alla missione evangelica. Questa chiamata, tuttavia, è possibile solo come dono di Dio: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Giovanni 15,16).

Anche San Paolo, celibe per vocazione, affronta il tema nella Prima Lettera ai Corinzi: «Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (1 Corinzi 7,7). In seguito aggiunge: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso» (1 Corinzi 7,32-33). Non si tratta di un obbligo, ma di una scelta consigliata per chi vuole dedicarsi interamente a Dio, senza distrazioni.

In merito alla condizione matrimoniale degli apostoli, alcuni indizi nei Vangeli ci permettono solo ipotesi. Pietro, per esempio, aveva una suocera (Matteo 8,14-15), ma la moglie non viene mai citata, il che ha fatto supporre ad alcuni esegeti che fosse vedovo, anche se non esiste una conferma esplicita. Riguardo agli altri apostoli, Paolo afferma: «Non abbiamo forse il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1 Corinzi 9,5). Il testo originale parla di “adelphèn gynaîka”, che letteralmente significa “donna sorella”, e può significare semplicemente “una donna credente”. Paolo potrebbe qui riferirsi a compagne di missione, non necessariamente mogli, secondo l’uso greco del termine.

Lo stesso Paolo, nel contesto della sua riflessione sull’apostolato, difende il diritto degli annunciatori del Vangelo di essere mantenuti dalla comunità (1 Corinzi 9,1-12), includendo anche l’eventuale sostegno a familiari o compagni di viaggio.

Anche Gesù era accompagnato e assistito da donne credenti durante il suo ministero: Maria Maddalena, Maria di Cleopa, Salome, Giovanna, Susanna e molte altre (Luca 8,2-3; Matteo 27,55-56). Queste donne avevano un ruolo importante nel sostenere materialmente e spiritualmente il cammino di Cristo e dei suoi discepoli.

Nel Nuovo Testamento troviamo anche indicazioni riguardo ai ministri ordinati. Nella Prima Lettera a Timoteo si legge che il vescovo deve essere “marito di una sola donna” (1 Timoteo 3,2), cioè monogamo, con buona condotta familiare. Questo mostra come, nei primi tempi della Chiesa, fosse possibile che vescovi e presbiteri fossero sposati, purché conducessero una vita integra. Tuttavia, con l’evolversi della disciplina ecclesiastica, soprattutto in Occidente, la Chiesa latina ha ritenuto più opportuno esigere la continenza perfetta dai ministri ordinati.

In particolare, il Concilio di Elvira (305) stabilì, al canone 33, che i chierici sposati dovevano astenersi dai rapporti coniugali. Tale orientamento fu confermato dal Concilio di Cartagine (390), che richiese l’astinenza sessuale permanente per vescovi, sacerdoti e diaconi, anche se sposati. Il Concilio Lateranense IV (1215) rafforzò questa disciplina vietando l’ordinazione agli uomini sposati nella Chiesa latina. Il Concilio di Trento (1563), in risposta alla Riforma protestante, difese il celibato ecclesiastico e istituì i seminari per la formazione dei futuri presbiteri, che dovevano vivere nella castità perfetta fin dalla loro formazione.

Il Concilio Vaticano II (1965), con il decreto Presbyterorum Ordinis, ha ribadito il valore del celibato sacerdotale, sottolineandone il significato escatologico: il sacerdote, in quanto rappresentante sacramentale di Cristo Capo e Sposo della Chiesa, anticipa nel suo stato di vita la realtà del Regno futuro, dove “non si prende né si dà in matrimonio” (Matteo 22,30). Il celibato, quindi, non è una negazione della sessualità o del matrimonio, ma una scelta di consacrazione esclusiva a Dio e al servizio della Chiesa, resa possibile per grazia e rafforzata da una profonda vita spirituale.

La disciplina del celibato non è di diritto divino, ma ecclesiastico, quindi può essere modificata. Infatti, nella Chiesa cattolica di rito orientale, esistono sacerdoti sposati, anche se l’episcopato è riservato ai celibi.

Tuttavia, la scelta di mantenere il celibato obbligatorio per i sacerdoti latini è motivata da ragioni teologiche, pastorali e spirituali, che la Chiesa continua a considerare valide.

LA QUARESIMA

di Giuseppe Monno

La Chiesa Cattolica celebra la Quaresima in ricordo dei quaranta giorni di digiuno che Cristo passò in ritirò nel deserto (Matteo 4,1-2), e per le parole di lui: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.” (Matteo 9,15) La celebrazione della Quaresima ci insegna, tuttavia, che il digiuno più gradito a Dio è quello dal peccato, prima ancora che dagli alimenti. Nei venerdì di Quaresima la Chiesa Cattolica si astiene dal consumo delle carni per rispetto della passione e morte di Gesù Cristo avvenuta in questo giorno della settimana.

TOBIA CITATO NEI LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO

di Giuseppe Monno

La regola d’oro di Gesù Cristo: “Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te” (Matteo 7,12), è una citazione inversa dell’anziano Tobi: “Non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te” (Tobia 4,15).

Riguardo i sette fratelli che presero in moglie la medesima donna, i vangeli sinottici si rifanno al libro di Tobia

Matteo 22,25-27
Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.

Marco 12,20-22
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.

Luca 20,29-31
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.

Tobia 3,8
Bisogna sapere che essa era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere.

Tobia 7,11
L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà.

Riguardo ai sette angeli che stanno alla presenza del Signore, Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 1,4
Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono.

Apocalisse 8,2
Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.

Tobia 12,15
Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore.

Per la descrizione della nuova Gerusalemme Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 21,18-21
Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Tobia 13,17
Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua residenza per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dar lode al re del cielo. Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite di zaffiro e di smeraldo e tutte le sue mura di pietre preziose. Le torri di Gerusalemme si costruiranno con l’oro e i loro baluardi con oro finissimo. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir.

Per le beatitudini Matteo si rifà anche a Tobia

Matteo 5,4
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Tobia 13,16
Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.

FRATELLI DI GESÙ, MA NON FIGLI DI SUA MADRE SECONDO LA CARNE

di Giuseppe Monno

Matteo 13,55
Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Marco 6,3
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Nella Bibbia fratello è utilizzato in senso ben più ampio rispetto ai fratelli couterini o germani (Genesi 4,1-2; Matteo 4,21), e può essere riferito anche ai cugini (1Cronache 23,21-22), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con Genesi 11,27), ai concittadini (Genesi 19,6-7), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15; Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50).

La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

La madre di Giacomo e di Ioses è talvolta chiamata l’altra Maria per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena

Matteo 27,61
Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA.

Matteo 28,1
Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA andarono a visitare il sepolcro.

Marco 16,1
Passato il sabato, Maria di Màgdala, MARIA DI GIACOMO e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.

Luca 24,9-10
E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e MARIA DI GIACOMO. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

Questa Maria, madre di Giacomo e di Ioses, è la moglie di Clèopa

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giovanni 19,25
Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, MARIA DI CLÈOPA, e Maria di Màgdala.

Maria di Clèopa è la cognata della madre di Gesù, e per questo è menzionata come sorella di lei. Infatti, secondo quanto afferma lo scrittore giudeo cristiano Egesippo (110-180), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32), Clèopa è il fratello di Giuseppe, lo sposo della madre di Gesù. Egesippo avrà ottenuto queste informazioni da qualche discendente di Clèopa. Perciò Giacomo il minore e Ioses sono cugini di Gesù. Giacomo il minore va identificato con l’apostolo Giacomo di Alfeo (Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15; Atti 1,13), il fratello del Signore (Galati 1,19), primo vescovo di Gerusalemme (menzionato anche come una delle colonne della Chiesa [Galati 2,9]). Perciò Alfeo di Giacomo (da non confondere con Alfeo padre di Levi [Marco 2,14]) e Clèopa sono la medesima persona. Secondo Egesippo (Storia Ecclesiastica III, 11), anche Simone è figlio di Clèopa. Quanto a Giuda, autore della omonima lettera, si presenta come fratello di Giacomo (Giuda 1). Probabilmente si tratta dell’apostolo Taddeo, detto anche Giuda di Giacomo (confronta Matteo 10,3 con Luca 6,16 e Atti 1,13). Perciò Giacomo, Ioses, Simone e Giuda, menzionati nei vangeli come fratelli di Gesù, sono suoi cugini.

NASCITA DELLA CHIESA CATTOLICA

di Giuseppe Monno

Quando è nata la Chiesa Cattolica?

La Chiesa fu promessa da Cristo intorno all’anno 30, e da lui fu fondata. Si è formata progressivamente – proprio come si formano le membra di un corpo – durante il ministero di Cristo, con l’istituzione dei dodici e la chiamata degli altri discepoli. È nata sulla croce dal cuore di Cristo, da quell’acqua e sangue che simboleggiano il Battesimo e l’Eucaristia, ed è stata ufficialmente manifestata il giorno di Pentecoste, nell’anno 33, quando i primi discepoli, riuniti insieme, ricevettero lo Spirito Santo che Cristo aveva promesso. Uno dei primi documenti che attestano che la Chiesa era già chiamata con l’appellativo “Cattolica” almeno dall’inizio del secondo secolo, è la lettera di Ignazio di Antiochia ai Smirnensi, scritta nel 107, e nella quale si legge: “Dove c’è Cristo ivi è la Chiesa Cattolica”. Mentre in una lettera scritta nella seconda metà del secondo secolo dalla comunità ecclesiastica di Smirne, che racconta del martirio del loro vescovo Policarpo condannato a morte dall’imperatore romano Quadrato, si legge: “La Chiesa di Dio che dimora a Smirne alla Chiesa di Dio che è a Filomelio e a tutte le comunità della Santa Chiesa Cattolica di ogni luogo. La misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino.” (Martirio di Policarpo) Purtroppo, per quasi tre secoli, la Chiesa Cattolica fu ferocemente perseguitata dall’impero romano. Ma la divina provvidenza non abbandonò la Chiesa Cattolica, e nell’anno 313 Costantino e Licinio firmarono l’editto di Milano, dichiarando “religio licita” il cristianesimo e permettendo nel romano impero la libertà di culto a tutti i cristiani. Nell’anno 380 Teodosio, Graziano e Valentiniano II firmarono l’editto di Tessalonica e dichiararono il cristianesimo – secondo i canoni del primo Concilio di Nicea – religione di stato, sopprimendo in tutto l’impero il paganesimo e l’arianesimo.

RAPPORTO TRA LA PERFETTA UGUAGLIANZA TRA LE PERSONE DELLA TRINITÀ E LA TEOLOGIA DELLE PROCESSIONI DIVINE

di Giuseppe Monno

La teologia delle processioni divine compromette la perfetta uguaglianza tra le persone della Trinità?

La teologia delle processioni divine non compromette la perfetta uguaglianza tra le persone della Trinità, e ciò per tre motivi intimamente legati tra loro:

a) Il Figlio e lo Spirito santo procedono dal Padre dall’eternità. Non passano dal non essere all’essere, ma esistono da sempre col Padre.

b) La persona del Padre è costituita dalla sua relazione col Figlio. Ciò significa che il Padre non esiste senza il suo unigenito Figlio. Dio è Padre perché eternamente, senza un inizio temporale, genera il suo unico Figlio. E poiché non c’è un solo istante in cui Padre e Figlio non si amino vicendevolmente, lo Spirito santo procede eternamente, come persona amore-comunione, dal Padre e dal Figlio come da un solo principio.

c) Il Figlio e lo Spirito santo possiedono pienamente, per donazione, la medesima indivisibile divinità del Padre. Il Padre infatti dona indivisibilmente tutto il suo essere al Figlio generandolo, e attraverso il Figlio dona indivisibilmente tutto il suo essere anche allo Spirito santo spirandolo, sicché le tre persone della Trinità sono numericamente il medesimo indivisibile Dio.

Pertanto Padre e Figlio e Spirito santo sono perfettamente uguali tra loro, ad eccezione delle loro relazioni d’origine. La teologia delle processioni divine non compromette questa uguaglianza.

LIBRI DEUTEROCANONICI CITATI NEL NUOVO TESTAMENTO: SIRACIDE

di Giuseppe Monno

Nel suo cantico, il Magnificat, con le parole: “Dio ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili.” (Luca 1,52) Maria si rifà alle parole scritte da Giosuè figlio di Sira: “Dio ha rovesciato il trono dei potenti e al loro posto vi ha fatto sedere gli umili.” (Siracide 10,14)

Le parole dell’autore della lettera agli Ebrei: “Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.” (Ebrei 11,5) sono una citazione presa in prestito da Giosuè figlio di Sira: “Enoch piacque al Signore e fu rapito, esempio istruttivo per tutte le generazioni.” (Siracide 44,16)

Le parole dell’autore della lettera agli Ebrei: “Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite.” (Ebrei 12,12) sono una citazione presa in prestito da Giosuè figlio di Sira: “Mani cadenti e ginocchia infiacchite, tale colei che non rende felice il proprio marito.” (Siracide 25,23)

Le parole di Giacomo: “Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento nel parlare, lento all’ira.” (Giacomo 1,19) sono una citazione presa in prestito da Giosuè figlio di Sira: “Sii pronto nell’ascoltare, lento nel proferire una risposta.” (Siracide 5,11)

L’apostolo Pietro con le parole: “Dio non fa preferenze di persone.” (Atti 10,34) si rifà a una citazione di Giosuè figlio di Sira: “Perché il Signore è giudice e non v’è presso di lui preferenza di persone.” (Siracide 35,12)

L’apostolo Paolo con le parole: “Non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione.” (1Timoteo 2,14) si rifà a una citazione di Giosuè figlio di Sira: “Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo.” (Siracide 25,24)

Le parole che Gabriele disse a Giuseppe riguardo Gesù Cristo: “Maria darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Yehoshu’a: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.” (Matteo 1,21) sono simili a quelle di Giosuè figlio di Sira: “Yehoshu’a, secondo il significato del suo nome, fu grande per la salvezza degli eletti di Dio.” (Siracide 46,1)

LO SHABBAT EBRAICO

di Giuseppe Monno

Lo Shabbat fu consacrato da Dio e consiste nel riposo da ogni lavoro. Questo valeva non solo per gli ebrei, ma anche per i loro schiavi e per il bestiame: neppure questi dovevano faticare nel giorno dello Sabbath. Secondo l’Esodo lo Shabbat fu consacrato da Dio in ricordo del riposo di Dio dopo aver cessato di fare i cieli e la terra con tutto ciò che vi abita (Esodo 20,8-11). Ciò non significa che l’Onnipotente possa stancarsi e perciò abbia necessità di riposare come noi uomini, ma quel “si riposò” è un antropomorfismo che indica semplicemente che Dio aveva terminato la sua creazione. Secondo il Deuteronomio, che è una versione del Decalogo più recente rispetto a quella di Esodo, lo Shabbat fu consacrato da Dio in ricordo della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù nella terra d’Egitto (Deuteronomio 5,12-15). Le due versioni del Decalogo riguardo lo Shabbat non sono in contrasto tra loro, ma si integrano a vicenda.

LE OFFERTE ALLA CHIESA

di Giuseppe Monno

È giusto fare delle offerte in viveri e denaro alla parrocchia?

La parrocchia non è solo del parroco, ma di tutta la comunità, e perciò è giusto che tutta la comunità contribuisca con delle offerte al mantenimento della propria parrocchia. La maggior parte delle offerte in viveri è distribuita ai bisognosi del quartiere, mentre le offerte in denaro servono principalmente per alcune spese della parrocchia. Già nella Chiesa primitiva i credenti mettevano tutti i loro beni in comune per contribuire al mantenimento della comunità ecclesiale (Atti 2,44-45; 4,32).

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