Differenze tra spiritismo, negromanzia, invocazione e preghiere per i morti
1. Spiritismo
Lo spiritismo è una pratica che afferma la possibilità di comunicare con gli spiriti dei defunti attraverso l’intervento di medium, in sedute medianiche o altri rituali. Chi vi partecipa cerca messaggi, segni o risposte da parte dei defunti, tentando un contatto diretto con l’aldilà. La Chiesa cattolica condanna fermamente lo spiritismo, considerandolo una pratica ingannevole e spiritualmente pericolosa, in quanto può aprire la porta a influenze demoniache sotto l’apparenza di comunicazioni con i defunti.
2. Negromanzia
La negromanzia è una forma specifica di magia evocativa che mira a far apparire e interagire con i morti o con spiriti che si presume li rappresentino, spesso attraverso rituali occulti. Storicamente, è stata praticata per ottenere rivelazioni, predizioni o influenze sul mondo terreno. Secondo la dottrina cattolica, la negromanzia è una grave forma di superstizione e un peccato mortale, in quanto tenta di violare i confini posti da Dio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
3. Invocazione dei morti
L’invocazione dei morti, nel contesto cristiano, non deve essere confusa con l’evocazione (ossia la negromanzia). Invocare i morti significa rivolgere preghiere o richieste di intercessione a coloro che sono morti in stato di grazia, specialmente i Santi. Questa pratica è fondata sulla comunione dei santi: i fedeli credono che i Santi, pur essendo defunti nella carne, vivano in Dio e possano pregare per noi. Non si tratta dunque di una comunicazione sensibile o magica, ma di una forma di preghiera accettata dalla Chiesa cattolica.
4. Preghiere per i morti
Le preghiere per i defunti sono offerte spirituali rivolte a Dio per il bene delle anime del Purgatorio. In questa forma di pietà cristiana, non si tenta di dialogare con i morti, ma si intercede presso Dio affinché li purifichi e li accolga presto nella gloria del Paradiso. È una pratica profondamente radicata nella tradizione cattolica e sostenuta dalla Scrittura e dalla liturgia, soprattutto nella commemorazione dei fedeli defunti (2 novembre) e nelle Messe di suffragio.
Geova non è il vero nome di Dio, ma una forma italianizzata derivata dalla lettura errata del Tetragramma ebraico Yhwh (יהוה), introdotta nel XIII secolo dal teologo spagnolo Raimondo Martini. Questo nome nacque da un’errata combinazione delle consonanti del Tetragramma con le vocali di un altro termine ebraico, ʼĂdonāy (Signore mio), volutamente usata dagli ebrei come sostituto del nome divino per rispetto e timore reverenziale.
Contesto storico ed ebraico
Nel rispetto del comandamento di non pronunciare invano il nome di Dio (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11), gli ebrei evitarono progressivamente l’uso vocale del Tetragramma Yhwh, preferendo leggerlo come:
HaShem (Il Nome) nella vita quotidiana;
ʼĂdonāy (Signore mio) durante la lettura liturgica delle Sacre Scritture.
Tra il VI e il X secolo d.C., i masoreti, scribi ebrei che conservarono e trascrissero il testo biblico ebraico, introdussero i segni vocalici per guidare la pronuncia. Ma per il Tetragramma non inserirono le vocali originali del nome divino, bensì quelle di ʼĂdonāy, per ricordare al lettore di non pronunciare il nome sacro, ma dire invece “Signore”.
Questo portò alla forma Yehowah, che non rappresenta la vera pronuncia, ma è una combinazione artificiale.
Y (yod)
H (hei)
W (waw)
H (hei)
+
Ă (hataf patah)
O (holam)
Ā (qamatz)
= YEHOWAH
Non Yahowah, ma Yehowah, perché hataf patah è una “ă” brevissima che se posta sotto la Yod (prima lettera del Tetragramma) non si può pronunciare bene, perché la sequenza diventerebbe difficile. Per facilitare la lettura si modula la vocale verso una “ĕ” breve. Perciò al posto di hataf patah (ă) i masoreti hanno aggiunto hataf segol (ĕ) sotto la Yod. Si tratta di una regola fonetica e morfologica.
L’errore di Raimondo Martini
Nel 1270, il teologo cattolico Raimondo Martini, nel suo trattato Pugio Fidei, interpretò la forma masoretica יְהֹוָה (ʼĂdonāy) come un nome completo e la traslitterò come Yehowah, ignorando la prassi ebraica che prevedeva la lettura ʼĂdonāy. L’errore fu poi amplificato da successive traduzioni e utilizzato da alcune comunità cristiane, ma mai adottato ufficialmente dalla Chiesa cattolica nei testi liturgici o catechistici.
Diffusione della forma Jehovah
Nel 1530, William Tyndale, riformatore protestante, tradusse i primi cinque libri della Bibbia in inglese e introdusse la forma Jehovah, che divenne comune nelle Bibbie anglosassoni.
I Testimoni di Geova, nella loro Traduzione del Nuovo Mondo, hanno adottato e diffuso largamente la forma Geova, usandola quasi 7.000 volte nell’Antico Testamento e oltre 200 volte nel Nuovo Testamento, dove il Tetragramma in realtà non compare mai.
Ad esempio, in Esodo 4,10, il testo ebraico presenta una sola volta il Tetragramma (יְהוָה) e una sola volta ʼĂdonāy (אֲדֹנָי). Tuttavia, nella TNM entrambi sono resi con Geova, alterando il senso originario. Lo stesso accade in Esodo 4,13, dove ʼĂdonāy viene sostituito da Geova.
Pronuncia autentica del nome divino
Molti studiosi concordano sul fatto che la pronuncia più probabile del Tetragramma sia Yahweh. Questa forma è attestata in antiche fonti patristiche, samaritane e archeologiche (es. Lettere di Lachis). Sebbene non si possa avere certezza assoluta sulla vocalizzazione originale, la forma Geova è universalmente riconosciuta come errata.
Riferimenti enciclopedici
Numerose enciclopedie e fonti accademiche confermano l’errore:
Enciclopedia Ebraica (1904): «Geova: errata pronuncia dell’ebraico Yahweh. La pronuncia di Geova è grammaticalmente impossibile.»
Nuova Enciclopedia Ebraica (1962): «È chiaro che la parola Geova è un composto artificiale.»
Enciclopedia Giudaica (1971, p. 680): «Il nome era pronunciato Yahweh.»
Enciclopedia Britannica (1993): «I masoreti sostituirono le vocali del Tetragramma con quelle di ʼĂdonāy o Elohim. Così nacque il nome artificiale Geova.»
Enciclopedia Treccani (voce “Geova”): «Adattamento fonetico e grafico della forma errata Iehovah. La corretta lettura del Tetragramma dovrebbe essere Yahweh.»
Jw_org (pubblicazioni dei Testimoni di Geova): «Non si conoscono le giuste vocali da inserire nel Tetragramma… Geova è utilizzato solo per tradizione.»
Il Nuovo Testamento e il Nome Divino
Nel Nuovo Testamento, il Tetragramma non appare mai. Al suo posto si trova il termine greco Kyrios, che significa “Signore”, usato sia per Dio Padre sia per Gesù Cristo.
Questo è coerente con la Settanta (LXX), la versione greca dell’Antico Testamento usata dalla Chiesa primitiva, dove il Tetragramma è sempre reso con Kyrios.
Gesù, pur conoscendo bene il nome divino, ci insegna a rivolgerci a Dio come “Padre” (Matteo 6,9), in linea con Geremia 3,19:
«Tu mi chiamerai ‘Padre mio’, e non smetterai di seguirmi.»
Nel pensiero neotestamentario, la centralità del nome di Gesù è fondamentale:
«Dio gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,9) «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi…» (Fil 2,10)
Conclusione
La forma Geova nasce da un errore filologico nel medioevo e non corrisponde al vero nome di Dio.
La pronuncia Yahweh è la più probabile, sebbene non definitiva.
Il Nuovo Testamento non usa il Tetragramma, ma presenta Gesù come il Kyrios, il Signore.
Per i cristiani, il nome che salva è Gesù, il cui nome stesso significa “Il mio Signore è salvezza”.
Un passo significativo si trova nella seconda lettera di san Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:
“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)
Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.
Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?
Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?
Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?
Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.
I protestanti rifiutano come divinamente ispirati i primi due libri dei Maccabei, sostenendo che siano pieni di errori e falsi insegnamenti. Elencano vari motivi per i quali li considerano apocrifi:
1. Nel primo libro dei Maccabei si narra la morte di Giuda il Maccabeo in battaglia (1Maccabei 9,17-19), ma nel secondo libro lo si ritrova vivo mentre scrive una lettera agli Ebrei in Egitto (2Maccabei 1,9-10).
2. Il secondo libro afferma che Geremia nascose l’arca dell’alleanza sul monte Sinai (2Maccabei 2,1-8), contraddicendo il libro di Geremia, secondo cui non se ne sarebbe più parlato (Geremia 3,14-16).
3. Si trovano tre racconti diversi della morte di Antioco IV Epifane: per crepacuore (1Maccabei 6,8-9), lapidazione (2Maccabei 1,16), e malattia (2Maccabei 9,1-28).
4. Il secondo libro insegna la preghiera per i defunti (2Maccabei 12,38-45), mai menzionata – si sostiene – nel resto della Scrittura.
5. Il secondo libro insegna l’intercessione dei morti per i vivi (2Maccabei 15,6-16), dottrina ritenuta estranea alla Bibbia.
6. L’autore del secondo libro afferma di non essere ispirato da Dio (2Maccabei 15,38).
7. I libri dei Maccabei non sono mai citati da Gesù o dagli apostoli.
8. Non furono accettati né dagli Ebrei né dai primi cristiani.
9. Lo Spirito Santo – si sostiene – non ne attesta l’ispirazione nei credenti.
Risposta punto per punto
1. Apparente contraddizione sulla morte di Giuda
Il secondo libro dei Maccabei non è una continuazione, ma un racconto parallelo che si concentra su eventi precedenti la morte di Giuda. Perciò, trovarlo vivo nel secondo libro non è una contraddizione, ma una questione di struttura narrativa.
2. Contrasto sul destino dell’arca
I protestanti citano Geremia 3,16 per sostenere che dell’arca non si sarebbe più parlato. Tuttavia, l’Apocalisse ne parla:
“Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza” (Apocalisse 11,19).
Esistono inoltre altre discrepanze nella Scrittura:
Giòsafat, secondo 1Re 22,43-44 non eliminò le alture, ma secondo 2Cronache 17,6 sì.
Nella trasfigurazione, Matteo scrive “sei giorni dopo” (Matteo 17,1), Luca “otto giorni dopo” (Luca 9,28).
Nella crocifissione, Marco 15,32 dice che entrambi i ladroni insultavano Gesù; Luca 23,39-41 riporta che uno solo lo fece.
Tali differenze dimostrano che la coerenza perfetta non è il criterio primario per determinare l’ispirazione divina di un testo.
3. Diverse versioni della morte di Antioco IV Epifane
La Chiesa cattolica non considera queste discrepanze come contraddizioni storiche, ma come diversi punti di vista teologici ispirati su un unico evento storico: la morte dell’empio re come segno della giustizia di Dio.
Le Scritture rivelano la verità salvifica attraverso diversi generi letterari, e non sempre in chiave cronachistica. (cfr. Dei Verbum, 12)
Ogni autore sacro usa un genere letterario diverso (storico, didattico, edificante) per mostrare lo stesso messaggio:
“Chi si innalza contro Dio, sarà umiliato.” (cfr. Luca 14,11)
Morte per crepacuore — 1 Maccabei 6,8-13
Quando il re udì queste notizie, restò sbalordito e profondamente scosso. Ammalato di dolore perché i suoi disegni erano falliti, si mise a letto… Disse: “So che per questo motivo mi sono sopraggiunti questi mali; ecco, muoio con grande dolore in terra straniera.”
Antioco, sconfitto e umiliato, muore di tristezza e rimorso dopo aver riconosciuto i suoi peccati contro Gerusalemme e il Tempio.
Si tratta di una morte psicologica, dovuta al rimorso. Non è violenta, ma morale e interiore: un giudizio divino espresso nel fallimento e nel dolore. Il messaggio: chi profana il Tempio non trova pace.
Morte per lapidazione — 2 Maccabei 1,13-16
Antioco si recò con i suoi amici in un tempio per sposare la figlia del re Tolomeo. Gli abitanti del tempio lo attaccarono, e con pietre e spade lo ferirono gravemente, e lo fecero a pezzi, gettandone le membra ai presenti.
Qui Antioco muore lapidato e mutilato da una folla pagana mentre tenta di saccheggiare un tempio straniero.
È un racconto teologico e ironico: colui che voleva profanare il Tempio di Gerusalemme muore mentre profana un tempio straniero. Si tratta di una narrazione esemplare più che storica, inserita per mostrare la giustizia retributiva divina. Il messaggio: Dio fa sì che la sua empietà gli si ritorca contro.
Morte per malattia — 2 Maccabei 9,1-28
Il Signore onnisciente, Dio d’Israele, lo colpì con un male incurabile e invisibile: un dolore atroce alle viscere… Vermi pullulavano dal suo corpo e la carne gli cadeva a pezzi.
Antioco viene colpito da una malattia orribile, segno del castigo di Dio. Soffre, riconosce la potenza del Signore, promette di cambiare vita, ma muore comunque nel tormento.
È il racconto più teologico e moralizzato. Il messaggio: il peccatore impenitente sperimenta già sulla terra la punizione divina; l’empietà e la superbia vengono punite nel corpo stesso del peccatore.
Insomma, le “tre morti” vengono interpretate come tre prospettive complementari:
Storica: Antioco effettivamente muore in Persia dopo le sue campagne.
Morale: Muore come empio punito da Dio, esempio del destino di chi si oppone al Signore.
Spirituale: La sua fine manifesta la vittoria del Dio d’Israele sul potere idolatrico e arrogante del mondo.
Due differenti versioni della morte sono attribuite a Giuda Iscariota: impiccagione (Matteo 27,5) e caduta rovinosa (Atti 1,18).
Analogamente, ci sono due racconti della creazione (Genesi 1-2) con ordini diversi. Le apparenti incongruenze riflettono tradizioni diverse, come la sacerdotale e la jahvista.
4. Preghiera per i defunti
Non è corretto affermare che la Bibbia ignori del tutto la preghiera per i defunti. Un passo significativo si trova nella seconda lettera di Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:
“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)
Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.
Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?
Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?
Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?
Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.
5. Intercessione dei Santi
I Santi in cielo sono in perfetta comunione con Dio, e attraverso questa perfetta comunione partecipano alla conoscenza divina, non in maniera autonoma ma per partecipazione. San Tommaso d’Aquino afferma che i Santi in cielo conoscono le preghiere dei fedeli perché Dio gliele manifesta (Summa Theologiae, II-II, q. 83, a. 11). Le loro preghiere sono più efficaci delle nostre, a causa della loro maggiore vicinanza a Dio. I Santi, essendo giusti resi perfetti (Ebrei 12,22-24), sono considerati potenti intercessori (Giacomo 5,16). L’efficacia deriva dalla loro unione perfetta con la volontà divina.
In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 16,9), anzi, i Santi regnano con Cristo (Apocalisse 20,4.6), perciò non cessano di intercedere per noi presso Dio, presentandogli i meriti che hanno acquistato sulla terra per mezzo dell’unico Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù. Non cessano di prendersi cura di quelli che hanno lasciato sulla terra. I Santi in cielo vedono Dio e, in Lui, conoscono le nostre necessità. Uno è il corpo di Cristo, che è la Chiesa (Colossesi 1,24; 1Corinzi 12,24-27). Questo implica che i fedeli sulla terra (Chiesa militante), le anime in purgatorio (Chiesa purgante), e i Santi in cielo (Chiesa trionfante) sono in comunione reale tra loro. Questa unione include la comunicazione spirituale, anche attraverso la preghiera e l’intercessione.
6. Presunta mancanza di ispirazione
La frase di 2Maccabei 15,38 riflette umiltà stilistica, non mancanza d’ispirazione. L’autore riconosce i limiti della sua esposizione, non del contenuto. Anche Paolo a volte esprime giudizi personali nelle sue lettere (1Corinzi 7,12). Il libro fu ampiamente accolto dagli ebrei ellenistici fino alla metà del I secolo d.C., e usato da Gesù e dagli apostoli, che citavano la Septuaginta.
7. Menzioni da parte di Gesù o degli apostoli
Gesù e gli apostoli non citano esplicitamente molti altri libri biblici, come Ester o il Cantico dei Cantici, ma ciò non ne compromette l’ispirazione. Inoltre, nel Nuovo Testamento ci sono oltre trecento citazioni tratte dalla Septuaginta, che include i libri dei Maccabei.
8. Accoglienza da parte degli ebrei e dei primi cristiani
Fino alla metà del I secolo gli ebrei utilizzavano sia la Tanakh ebraica che la Septuaginta greca.
La Septuaginta include anche i libri dei Maccabei. I cristiani dei primi secoli l’hanno accolta come autorevole. Il rifiuto della Septuaginta da parte dei rabbini fu una reazione al cristianesimo nascente, che ne faceva uso. I protestanti rigettano i libri dei Maccabei perché non accettati dai rabbini, ma gli stessi rabbini rigettano anche i libri del Nuovo Testamento. Cristo, però, ha tolto a Israele le chiavi del regno dei cieli, e le ha date alla Chiesa (Matteo 16,19), con il potere di legare e sciogliere (Matteo 18,18).
Il canone biblico fu definito:
nel 382 con il Decreto di Damaso;
confermato nel Concilio di Trento (1546).
Due differenti versioni della morte sono attribuite a Giuda Iscariota: impiccagione (Matteo 27,5) e caduta rovinosa (Atti 1,18).
Analogamente, ci sono due racconti della creazione (Genesi 1-2) con ordini diversi. Le apparenti incongruenze riflettono tradizioni diverse, come la sacerdotale e la jahvista.
4. Preghiera per i defunti
Non è corretto affermare che la Bibbia ignori del tutto la preghiera per i defunti. Un passo significativo si trova nella seconda lettera di Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:
“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)
Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.
Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?
Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?
Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?
Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.
5. Intercessione dei Santi
I Santi in cielo sono in perfetta comunione con Dio, e attraverso questa perfetta comunione partecipano alla conoscenza divina, non in maniera autonoma ma per partecipazione. San Tommaso d’Aquino afferma che i Santi in cielo conoscono le preghiere dei fedeli perché Dio gliele manifesta (Summa Theologiae, II-II, q. 83, a. 11). Le loro preghiere sono più efficaci delle nostre, a causa della loro maggiore vicinanza a Dio. I Santi, essendo giusti resi perfetti (Ebrei 12,22-24), sono considerati potenti intercessori (Giacomo 5,16). L’efficacia deriva dalla loro unione perfetta con la volontà divina.
In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 16,9), anzi, i Santi regnano con Cristo (Apocalisse 20,4.6), perciò non cessano di intercedere per noi presso Dio, presentandogli i meriti che hanno acquistato sulla terra per mezzo dell’unico Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù. Non cessano di prendersi cura di quelli che hanno lasciato sulla terra. I Santi in cielo vedono Dio e, in Lui, conoscono le nostre necessità. Uno è il corpo di Cristo, che è la Chiesa (Colossesi 1,24; 1Corinzi 12,24-27). Questo implica che i fedeli sulla terra (Chiesa militante), le anime in purgatorio (Chiesa purgante), e i Santi in cielo (Chiesa trionfante) sono in comunione reale tra loro. Questa unione include la comunicazione spirituale, anche attraverso la preghiera e l’intercessione.
6. Presunta mancanza di ispirazione
La frase di 2Maccabei 15,38 riflette umiltà stilistica, non mancanza d’ispirazione. L’autore riconosce i limiti della sua esposizione, non del contenuto. Anche Paolo a volte esprime giudizi personali nelle sue lettere (1Corinzi 7,12). Il libro fu ampiamente accolto dagli ebrei ellenistici fino alla metà del I secolo d.C., e usato da Gesù e dagli apostoli, che citavano la Septuaginta.
7. Menzioni da parte di Gesù o degli apostoli
Gesù e gli apostoli non citano esplicitamente molti altri libri biblici, come Ester o il Cantico dei Cantici, ma ciò non ne compromette l’ispirazione. Inoltre, nel Nuovo Testamento ci sono oltre trecento citazioni tratte dalla Septuaginta, che include i libri dei Maccabei.
8. Accoglienza da parte degli ebrei e dei primi cristiani
Fino alla metà del I secolo gli ebrei utilizzavano sia la Tanakh ebraica che la Septuaginta greca.
La Septuaginta include anche i libri dei Maccabei. I cristiani dei primi secoli l’hanno accolta come autorevole. Il rifiuto della Septuaginta da parte dei rabbini fu una reazione al cristianesimo nascente, che ne faceva uso. I protestanti rigettano i libri dei Maccabei perché non accettati dai rabbini, ma gli stessi rabbini rigettano anche i libri del Nuovo Testamento. Cristo, però, ha tolto a Israele le chiavi del regno dei cieli, e le ha date alla Chiesa (Matteo 16,19), con il potere di legare e sciogliere (Matteo 18,18).
Il canone biblico fu definito:
nel 382 con il Decreto di Damaso;
confermato nel Concilio di Trento (1546).
La Chiesa cattolica elaborò il canone biblico per custodire la rivelazione e garantire l’integrità della fede.
I protestanti, nati nel XVI secolo, accolsero il canone cattolico, ma rigettarono i sette libri deuterocanonici – tra cui quelli dei Maccabei – esclusi dal canone ebraico. Lutero considerava di dubbia ispirazione anche il libro dell’Apocalisse, nel quale non riusciva a trovare “nulla di evangelico o apostolico”, e la lettera di Giacomo, che egli chiamava “epistola di paglia priva dell’essenza del Vangelo” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, anno 1522), poiché contraddice la sua dottrina del Sola Fide, sostenendo l’importanza delle opere (Giacomo 2,14-26).
9. Testimonianza dello Spirito Santo
I protestanti sostengono di essere guidati dallo Spirito Santo, ma le divisioni tra loro sono innumerevoli:
trinitari e antitrinitari;
fautori del battesimo dei neonati e suoi oppositori;
sostenitori del libero arbitrio e della predestinazione.
Tutti affermano di seguire la Bibbia e lo Spirito, ma lo Spirito di Dio non è spirito di confusione (1Corinzi 14,33). La molteplicità di interpretazioni e confessioni contraddittorie è sintomo di assenza di un’autorità interpretativa unificata. La Chiesa cattolica, invece, possiede questo Magistero, guidato dallo Spirito Santo, che ha definito il canone biblico e ne custodisce l’interpretazione.
Rispondo alle contestazioni dei protestanti contro il libro di Tobia
AZARIA, FIGLIO DI ANANIA
I protestanti negano l’ispirazione divina del libro di Tobia, accusando l’angelo Raffaele di aver mentito al giovane Tobia presentandosi come “Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli” (Tobia 5,13).
Raffaele non mente nel senso morale o peccaminoso. Quello che compie è un atto di economia della rivelazione, coerente con la missione salvifica che gli è stata affidata da Dio. La sua copertura è una strategia pedagogica e provvidenziale, non una menzogna in senso morale. Nella Scrittura, Dio e i suoi messaggeri agiscono spesso in modi che velano temporaneamente la verità, per poi rivelarla al momento opportuno. Questa pedagogia progressiva è coerente con il concetto di oikonomia, cioè il piano divino che si svolge nel tempo.
Nel caso di Raffaele l’identità angelica non è rivelata immediatamente per non turbare Tobia e suo padre e per permettere alla missione di svolgersi con naturalezza. Il riferimento a essere “uno dei tuoi fratelli” allude alla sua solidarietà con il popolo eletto, non a un’identità anagrafica reale. In tal senso, è una figura.
La rivelazione finale «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore» (Tobia 12,15) ha lo scopo di aumentare la fede, non solo per i personaggi della storia, ma per il lettore.
Anche nel Primo Libro dei Re, Dio permette a uno spirito di indurre in errore il re Acab (1 Re 22,19-22), ma questo non spinge i protestanti a mettere in discussione l’ispirazione divina di quel libro. Perché allora adottare due pesi e due misure con il libro di Tobia?
L’ANGELO E I MEDICAMENTI
Un’altra accusa protestante è che il libro di Tobia promuoverebbe la superstizione: Tobia, seguendo le istruzioni dell’angelo, utilizza il fiele del pesce per guarire la cecità del padre (Tobia 6,4-5.9; 11,11), e brucia cuore e fegato del pesce per liberare Sara dal demonio Asmodeo (Tobia 6,4-5.8.17; 8,2-3).
Nell’antichità, il cuore e il fegato erano considerati la sede delle emozioni, del pensiero e dell’anima: centri vitali della dimensione spirituale e affettiva, custodi dei sentimenti più profondi e della forza interiore. Il cuore era visto come dimora dell’amore, mentre il fegato, paragonato a un laboratorio alchemico, rappresentava la capacità di trasformare le emozioni negative in positive, come il fuoco che trasmuta la materia.
Il bruciare questi organi assumeva un valore apotropaico, volto ad allontanare il male. Nel testo, tuttavia, questo gesto acquista un significato più profondo: è un atto di fede, che richiama il potere liberante di Dio. Il fumo che scaccia il demònio evoca l’incenso sacro, simbolo della preghiera che sale a Dio e della Sua presenza purificatrice.
Guidati dall’angelo Raffaele, figura della provvidenza divina, questi gesti mostrano come Dio possa operare guarigioni e liberazioni attraverso strumenti semplici e naturali. Sono segni dell’azione salvifica divina, che si manifesta nella fede, nell’obbedienza e nell’intervento del Cielo.
Nella Bibbia non mancano episodi simili: Gesù stesso guarì un cieco con fango e saliva (Giovanni 9,1-7); il profeta Isaia prescrisse un impiastro di fichi per guarire Ezechia (Isaia 38,21); Ezechiele ricevette da Dio istruzioni simboliche che includevano azioni fuori dall’ordinario (Ezechiele 5,1-4). Se questi segni non sono considerati superstiziosi, perché accusare Tobia?
L’accusa rivolta al libro di Tobia si rivela un’arma a doppio taglio: se applicata coerentemente, metterebbe in discussione anche altri testi biblici ritenuti ispirati.
UN MESSAGGIO MERAVIGLIOSO
Il viaggio di Tobia può essere interpretato come un’allegoria della vita dell’uomo guidata da Dio:
Tobia rappresenta l’uomo giusto che si affida a Dio.
Raffaele è la guida celeste, simbolo della Provvidenza e dell’assistenza divina.
Il viaggio è un cammino di crescita, di prova, di maturazione personale e spirituale.
Il lieto fine (guarigione, matrimonio, ritorno, benedizione) esprime la ricompensa della fede e della rettitudine.
Nel racconto il principale protagonista è Dio. Egli è molto presente. Infatti i nomi dei personaggi sono teoforici e carichi di significato:
Raffaele: “Dio ha guarito”
Azaria: “Il Signore aiuta”
Tobia: “Il Signore è buono”
Anania: “Il Signore è misericordioso”
Raguele: “Dio è amico”
Gabaele: “Dio solleva”
Il messaggio del libro è un invito a confidare nella provvidenza divina, che opera anche attraverso eventi ordinari e misteriosi. Dio trasforma il dolore in gioia, la prova in benedizione.
RIFLESSI DEL LIBRO DI TOBIA NEL NUOVO TESTAMENTO
La regola d’oro
Gesù nel Vangelo insegna: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Matteo 7,12), una formulazione positiva della massima già espressa da Tobi: “Non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te” (Tobia 4,15).
I sette fratelli
L’episodio dei sette fratelli che sposano la stessa donna è menzionato nei tre Vangeli sinottici:
Matteo 22,25-27
Marco 12,20-22
Luca 20,29-31
Questo episodio richiama esplicitamente la vicenda di Sara nel libro di Tobia:
“Essa era stata data in moglie a sette uomini e Asmodeo, il demonio cattivo, glieli aveva uccisi…” (Tobia 3,8) “L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze…” (Tobia 7,11)
I sette angeli
Anche la visione apocalittica di Giovanni si rifà a Tobia. Nell’Apocalisse si parla dei sette spiriti davanti al trono di Dio:
Apocalisse 1,4: “…dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono.”
Apocalisse 8,2: “Ai sette angeli che stavano davanti a Dio furono date sette trombe.”
Tobia 12,15 lo dice chiaramente:
“Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che stanno sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore.”
La Nuova Gerusalemme
La descrizione della nuova Gerusalemme in Apocalisse 21,18-21, con oro puro, pietre preziose e perle, ricalca le immagini presenti nel libro di Tobia:
“Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite di zaffiro e smeraldo, e tutte le sue mura di pietre preziose… Le strade saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir.” (Tobia 13,17)
Le Beatitudini
Anche lo spirito delle Beatitudini trova un’eco in Tobia:
Matteo 5,4: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.”
Tobia 13,16: “Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.”
UN RACCONTO DI GENERE SAPIENZALE
Tobia è un racconto di genere sapienziale, un tipo di letteratura che ha lo scopo di trasmettere insegnamenti morali, religiosi e pratici attraverso riflessioni sulla vita, come dolore, giustizia, famiglia, fede e provvidenza divina.
1. Forma narrativa con scopo educativo Tobia è una storia con personaggi, viaggi, prove, e miracoli, ma l’obiettivo principale non è solo raccontare, bensì insegnare valori profondi come:
la fedeltà a Dio anche nelle prove
l’importanza della preghiera e della carità
la famiglia come luogo di fede e virtù
il matrimonio vissuto nella benedizione divina
la fiducia nella provvidenza di Dio
2. Presenza dell’angelo Raffaele L’angelo guida Tobia e lo protegge, simboleggiando l’idea che Dio assiste chi gli è fedele. Questo è un insegnamento sapienziale sulla presenza di Dio nella vita quotidiana.
3. Ricompensa del giusto Il racconto mostra che chi è giusto, anche se soffre, alla fine viene premiato, secondo una visione molto tipica della sapienza ebraica.
4. Contesto familiare e domestico La storia si svolge in un contesto familiare, e molti dei suoi insegnamenti si applicano alla vita quotidiana, non a eventi eroici o straordinari.
Il libro di Tobia è un racconto sapienziale perché trasmette valori religiosi e morali attraverso una storia narrativa, mostra come vivere con giustizia, fede e carità, e presenta un Dio che premia chi è fedele e giusto.
CONCLUSIONE
Le critiche dei protestanti al libro di Tobia si rivelano infondate e incoerenti. I presunti motivi per negarne l’ispirazione sono presenti anche in altri libri della Bibbia che non vengono messi in discussione. Inoltre, numerosi elementi del Nuovo Testamento dimostrano la familiarità degli autori sacri con il libro di Tobia, riconoscendone implicitamente il valore teologico.
Il libro di Tobia è, a pieno titolo, una preziosa testimonianza della fede d’Israele e della provvidenza di Dio nella vita quotidiana dei credenti.
Dio: 1Giovanni 5,11 E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel suo Figlio.
Gesù: Giovanni 10,28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute; nessuno le rapirà dalla mia mano.
2. Conosce ogni cuore
Dio: 2Cronache 6,30 Tu che conosci il cuore di ognuno, poiché solo tu conosci il cuore dei figli dell’uomo.
Gesù: Apocalisse 2,23 Tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta reni e cuori.
3. Onnisciente (conosce ogni cosa)
Dio: 1Samuele 2,3 … il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette. Salmi 138,1-4 … la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.
Gesù: Giovanni 21,17 Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene.
4. Esistente dall’eternità
Dio: Isaia 43,12-13; Salmi 89,2 Da eternità in eternità, tu sei Dio.
Gesù: Giovanni 1,1; Colossesi 1,17 Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
5. L’Alfa (A) e Omega (Ω), il Primo e l’Ultimo
Dio: Isaia 44,6; Isaia 48,12 Io sono il primo e io l’ultimo. Apocalisse 1,8 Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.
Gesù: Apocalisse 1,17-18; 2,8 Io sono il Primo e l’Ultimo, il vivente. Apocalisse 22,13 Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.
6. Re dei re e Signore dei signori
Dio: 1Timoteo 6,15 … il Re dei re e Signore dei signori.
Gesù: Apocalisse 17,14 … l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re.
7. Oggetto di adorazione
Dio: Matteo 4,10; Apocalisse 22,9 Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto.
Gesù: Matteo 2,11; Apocalisse 5,11-14 Tutte le creature… si prostrarono e adorarono.
8. Manda il suo angelo
Dio: Apocalisse 22,6 Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo…
Gesù: Apocalisse 22,16 Io, Gesù, ho mandato il mio angelo…
9. Risuscitatore
Dio: Atti 10,40 Ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno.
Gesù: Giovanni 2,19-22 Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… parlava del tempio del suo corpo.
10. Pastore
Dio: Geremia 31,10 … lo custodisce come fa un pastore con il gregge.
Gesù: Giovanni 10,14 Io sono il buon pastore.
11. Signore
Dio: Genesi 9,26; 14,22 Benedetto il Signore, Dio di Sem…
Gesù: Romani 10,9; 1Corinzi 12,3 Gesù è il Signore.
12. L’unico Signore
Dio: Deuteronomio 6,4; Marco 12,29 Il Signore è uno solo.
Gesù: Atti 10,36; 1Corinzi 8,6; Giuda 4 Un solo Signore Gesù Cristo.
13. Salvatore
Dio: Isaia 17,10; 1Timoteo 4,10 Dio Salvatore di tutti gli uomini.
La Trinità è la dottrina centrale della fede cristiana secondo cui esiste un unico Dio in tre Persone: Padre e Figlio e Spirito Santo. Queste Persone sono uguali nella natura e sostanza, ma distinte nelle loro relazioni d’origine.
Gesù ha rivelato che Dio è Padre (Principium sine principio), Figlio (Verbum mentis) e Spirito Santo (Amor). La Chiesa, nei secoli, ha definito questa verità mediante i Concili, utilizzando anche concetti di origine filosofica: “ipostasi” o “persona” per indicare la distinzione tra Padre, Figlio e Spirito, e “sostanza” per affermare l’unità divina.
Segue una selezione di Scritture che dimostrano il fondamento biblico della dottrina trinitaria.
DIO È UNO
Deuteronomio 32,39: “Ora vedete che io solo sono Dio e che non vi è altro dio accanto a me.”
Romani 3,30: “Poiché non c’è che un solo Dio.”
Giacomo 2,19: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!”
DIO È IL PADRE
Giovanni 1,18: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.”
Giovanni 5,18: “[…] chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.”
Giovanni 6,27: “[…] su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo.”
Romani 15,6: “Perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.”
DIO È IL FIGLIO
Le Scritture attestano chiaramente la divinità del Figlio:
Giovanni 1,1: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”
Giovanni 20,28: “Rispose Tommaso: Signore mio e Dio mio!”
Tito 2,13: “Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.”
2Pietro 1,1: “Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo.”
DIO È LO SPIRITO SANTO
Le caratteristiche personali e divine dello Spirito Santo sono evidenti nelle Scritture:
Atti 5,3-4: Mentire allo Spirito Santo è mentire a Dio.
1Corinzi 3,16: “Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi.”
Lo Spirito crea (Giobbe 33,4), ama (Romani 15,30), consola (Giovanni 14,16), intercede (Romani 8,26), conosce tutto (1Corinzi 2,9-11), insegna (Giovanni 14,26), rivela (Luca 2,26), guida (Giovanni 16,13), e agisce con volontà propria (Atti 15,28).
IL FIGLIO E IL PADRE SONO UN SOLO DIO
Giovanni 10,30: “Io e il Padre siamo Uno.”
Giovanni 14,9-11: “Chi ha visto me ha visto il Padre. […] Io sono nel Padre e il Padre è in me.”
LO SPIRITO SANTO È, AL CONTEMPO, SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO
Matteo 10,20: “[…] è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”
Romani 8,9: Spirito di Dio e Spirito di Cristo equivalenti.
Galati 4,6: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”
1Pietro 1,10-11: Spirito di Cristo che agiva nei profeti.
L’INCARNAZIONE: IL VERBO ASSUME LA NATURA UMANA
Alla pienezza del tempo, il Figlio si è fatto uomo (Giovanni 1,14; Galati 4,4), unendo a sé ipostaticamente una natura umana completa: un corpo e un’anima razionale. Gesù ha quindi due nature, divina e umana, non confuse, non separate, non divisibili.
Nella sua natura umana, egli è sottoposto al Padre (Giovanni 14,28; 1Corinzi 11,3), ma nella sua natura divina è consubstantialis Patri, “della stessa sostanza del Padre”.
DISTINZIONE TRA LE PERSONE DIVINE
Il Figlio non è il Padre (Giovanni 17,18; 2Corinzi 1,3).
Lo Spirito Santo non è il Padre né il Figlio (Giovanni 14,16-17; Salmi 103,30).
FONDAMENTO STORICO E TEOLOGICO DELLA DOTTRINA
La dottrina trinitaria non è un’invenzione del IV secolo, ma affonda le radici nella Rivelazione biblica. I Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) definirono formalmente la divinità del Figlio e dello Spirito Santo contro gli errori dell’arianesimo e del macedonianismo (o pneumatomachismo).
Il termine “Trinità” (dal latino Trinitas) fu coniato nel III secolo da Tertulliano (De pudicitia, XXI, 16), ma circa un secolo prima, Teofilo di Antiochia già faceva uso di Trias (Ad Autolicum, II, 15). Questo termine ha acquisito progressivamente un significato dogmatico per esprimere l’unità di Dio nella distinzione reale delle tre Persone.
RELAZIONI D’ORIGINE
Le tre Persone sono distinte solo per le loro relazioni eterne d’origine:
Il Padre non è generato da nessuno.
Il Figlio è eternamente generato dal Padre.
Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un solo principio e per una sola spirazione (Concilio di Firenze, Sessione VI).
Queste relazioni sono dette dalla teologia “processioni immanenti”, cioè eterne e interne alla stessa vita divina. Esse non dividono Dio, ma fondano la distinzione personale nel suo essere unico.
UN SOLO DIO, TRE PERSONE
Nella Trinità non vi è superiorità o subordinazione: ogni Persona è pienamente Dio. La loro distinzione non comporta divisione nella divinità:
Tre sono le Persone, ma una sola è la Divinità, una sola la volontà, una sola la potenza, una sola l’essenza.
Perciò, i cristiani adorano un solo Dio in tre Persone, coeterne, coeguali, consustanziali.
Il termine greco baptízô, tradotto con “battesimo”, significa letteralmente “immergere”. Tuttavia, il significato spirituale di questo termine rimanda all’immersione nella morte di Cristo, per poi risorgere con Lui e vivere una vita nuova (cf. Romani 6,3-7; Colossesi 2,12). Baptízô può anche essere inteso come “lavacro”, non solo in senso fisico, ma soprattutto spirituale: così come l’acqua purifica il corpo, la grazia conferita dal Battesimo purifica l’anima (cf. Atti 2,38; 22,16).
La modalità del Battesimo non richiede necessariamente l’immersione completa del corpo: può consistere anche nella sola abluzione del capo. Nella Chiesa primitiva si praticavano sia l’immersione che l’infusione. A questo proposito, un’importante testimonianza ci è offerta dalla Didaché, redatta prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme:
«Per quanto riguarda il battesimo, battezzate così: dopo aver detto tutto ciò, battezzate nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, in acqua corrente. Se non disponete di acqua corrente, usate altra acqua; se non potete usare acqua fredda, usate quella calda. Se non ne avete a sufficienza, versate tre volte dell’acqua sul capo.» (Didaché 7,1-3)
Attualmente, nella Chiesa cattolica il Battesimo viene amministrato prevalentemente per infusione. È importante sottolineare che Cristo, istituendo questo sacramento, non ha prescritto una modalità rigida circa la forma dell’abluzione o la quantità d’acqua da utilizzare. L’elemento essenziale è che il Battesimo sia conferito con la formula trinitaria: “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (cf. Matteo 28,19).
I principali oppositori del Battesimo per infusione furono gli anabattisti del XVI secolo. Questo movimento scismatico, nato all’interno della Riforma protestante, sosteneva che il Battesimo dovesse essere amministrato esclusivamente per immersione. Contro questa posizione si espressero diversi riformatori:
Martino Lutero accettava il Battesimo per infusione come forma pratica e legittima, senza attribuire importanza particolare all’immersione.
Giovanni Calvino respingeva l’idea anabattista secondo cui solo l’immersione sarebbe valida, riconoscendo pienamente anche l’infusione.
Ulrico Zwingli, pur mostrando inizialmente una certa preferenza per l’immersione, non considerava la modalità del rito essenziale, ammettendo quindi anche la validità dell’infusione.
La Chiesa ortodossa, pur riconoscendo la validità del Battesimo per infusione, lo considera un’eccezione rispetto alla prassi ordinaria, che prevede l’immersione. Quest’ultima è considerata più ricca di significato simbolico: rappresenta in modo vivido la morte e risurrezione con Cristo, simboleggiando l’abbandono del peccato e la rinascita alla vita nuova nello Spirito. Tuttavia, quando l’immersione non è possibile, anche nella Chiesa ortodossa l’infusione è ritenuta valida.
Nel Nuovo Testamento non si trovano descrizioni dettagliate della modalità del Battesimo. Tuttavia, alcuni testi suggeriscono indirettamente l’uso dell’infusione, soprattutto in contesti dove l’immersione sarebbe stata logisticamente difficile:
Atti 2,41: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.» È plausibile che, per motivi pratici, Pietro e gli altri apostoli abbiano utilizzato un metodo più semplice, come l’infusione, per amministrare il Battesimo a un così grande numero di persone.
Atti 9,18: «E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato.» Paolo fu battezzato da Anania subito dopo aver riacquistato la vista. Poiché si trovavano all’interno di una casa, è plausibile che il Battesimo non sia avvenuto per immersione completa, ma piuttosto tramite infusione. All’epoca degli apostoli, infatti, le abitazioni – soprattutto quelle più povere – non disponevano di vasche o bacini d’acqua, e l’accesso all’acqua corrente era limitato. L’acqua veniva trasportata a mano da pozzi, cisterne o fontane pubbliche, e poi conservata in otri di pelle o in giare di terracotta (Matteo 9,17; Giovanni 2,6).
Atti 10,47-48: «Allora Pietro disse: ‘Forse si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?’ E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo.» Anche in questo caso, essendo avvenuto in una casa, è probabile che il Battesimo sia stato amministrato per infusione.
Infine, la Chiesa cattolica ha definito dogmaticamente la validità del Battesimo per infusione. Il Concilio di Trento afferma:
«Se qualcuno dirà che il vero e naturale rito del Battesimo è solo l’immersione, e che perciò il Battesimo dato per infusione non è valido, sia anatema» (Concilio di Trento, Sessione VII, Canone 2).
Paolo scrive alla Chiesa di Roma, portando il saluto da parte di tutte le altre Chiese:
Romani 1,7 A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
Romani 16,16 Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo.
Esalta la fede e l’obbedienza di questa Chiesa, note in tutto il mondo:
Romani 1,8 Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo.
Romani 16,19 La fama della vostra obbedienza è giunta dovunque; mentre quindi mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male.
Profetizza la vittoria definitiva di Dio, che si compirà anche attraverso l’azione della Chiesa di Roma:
Romani 16,20 Il Dio della pace stritolerà ben presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.
L’immagine di Satana schiacciato sotto i piedi, richiama la promessa di Dio riguardo la discendenza della donna che schiaccerà la testa del serpente (Genesi 3,15). Paolo applica questa promessa alla Chiesa di Roma: Dio agirà attraverso i credenti per completare la sconfitta del male. Le parole di Paolo evidenziano l’autorità e il ruolo della Chiesa di Roma nella lotta contro il male. Gesù ha già sconfitto Satana con la sua morte e risurrezione (Colossesi 2,15; Ebrei 2,14) e continua a vincerlo attraverso la sua Chiesa, soprattutto mediante i sacramenti. In particolare, nel Battesimo e nella Riconciliazione, i credenti vengono liberati dal potere del Maligno. La speranza escatologica della sconfitta definitiva di Satana è una promessa rivolta al futuro, ma trova già oggi una concreta anticipazione nella vita e nella missione della Chiesa.
Quando la prima coppia di esseri umani peccò, la natura umana si corruppe, e da allora ogni uomo, fin dal momento del concepimento, eredita il peccato originale dei nostri progenitori. Per questo motivo Cristo ha istituito il sacramento del Battesimo, il quale, tra i suoi effetti, ha la remissione dei peccati: poiché, mentre l’acqua lava il corpo, la grazia conferita da questo sacramento purifica l’anima.
Trasmissione del peccato originale
Romani 5,18 Per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna.
Romani 5,19 Per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori.
Salmi 50,7 (Salmi 51,5) Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre.
Prefigurazione simbolica della purificazione attraverso il lavacro nell’Antico Testamento
2Re 5,10 Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito.
Numeri 31,24 Vi laverete le vesti il settimo giorno e sarete puri; poi potrete entrare nell’accampamento.
Salmi 50,4 (Salmi 51,2) Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.
Salmi 50,9 (Salmi 51,7) Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve.
Ezechiele 36,25 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli.
In particolare, la Chiesa cattolica ha individuato come figure anticipatrici:
L’arca di Noè, nella quale otto persone furono salvate dall’acqua, immagine della salvezza per mezzo del Battesimo (1Pietro 3,20-21).
Il passaggio del Mar Rosso, che liberò Israele dalla schiavitù egiziana, simbolo della redenzione battesimale (1Corinzi 10,1-3).
La traversata del fiume Giordano, attraverso cui il popolo riceve la terra promessa, parallelo della vita nuova nella Nuova Alleanza.
Purificazione dai peccati attraverso il Battesimo nel Nuovo Testamento
Giovanni 3,5 Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.”
Atti 2,38 E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.”
Atti 22,16 E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.
Tito 3,5 Egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo.
1Pietro 3,21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.