A cura di Giuseppe Monno

Integrità verginale durante il parto
L’uso semitico del termine “fratello” nella Bibbia
Matteo 1,25: non la conobbe “finché” ella ebbe partorito
A cura di Giuseppe Monno

Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, cercavano di parlargli.
Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.
Nella Bibbia il senso semitico di “fratello” è ben più ampio rispetto ai soli fratelli nati dagli stessi genitori (Genesi 4,1-2; Matteo 4,21), e possono designare anche cugini (1 Cronache 23,21-22), zii e nipoti (cfr. Genesi 13,8 con 11,27), concittadini (Genesi 19,6-7), membri di una stessa tribù (1 Cronache 15,4-10), connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15; Atti 3,17), sposi (Tobia 7,12), bisognosi (Matteo 25,40), discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50).
I “fratelli” menzionati in Matteo 12,46 e Marco 3,31 non devono quindi essere intesi come figli di Maria e Giuseppe, ma come parenti che si presentarono insieme a sua madre per incontrare Gesù.
Quando la Bibbia vuole invece precisare che si tratta di fratelli germani, utilizza formule più esplicite, come:
“Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29);
“Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17);
“Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19);
“Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedeo loro padre” (Matteo 4,21).
Il Nuovo Testamento non usa mai espressioni di questo tipo per riferirsi ai cosiddetti “fratelli di Gesù”.
Per quanto riguarda il Salmo 69,8: “Sono un estraneo per i miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre”, non può essere applicato a presunti fratelli uterini di Gesù, come talvolta viene sostenuto. Tale versetto, letto in chiave cristologica, si riferisce piuttosto al rifiuto dei suoi compatrioti. Questo è confermato dal racconto di Marco 6,1-6, dove gli abitanti di Nazaret, pur riconoscendo la sua sapienza e le sue opere, faticano ad accettarlo:
“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.”
In questo senso figurato, “mia madre” rappresenta la patria di Gesù, mentre “miei fratelli” e “figli di mia madre” indicano i suoi compatrioti che non lo hanno accolto con fede.
A cura di Giuseppe Monno

Parentela di Gesù con Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda secondo i Vangeli
I Vangeli sinottici citano più volte Giacomo, Giuseppe (detto anche Ioses), Simone e Giuda come “fratelli” di Gesù:
Matteo 13,55: “Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?”
Marco 6,3: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”
La questione interpretativa è se essi siano fratelli uterini di Gesù o parenti prossimi. L’uso semitico del termine fratelli rende possibile che indichi cugini o membri della stessa famiglia allargata.
L’identità di Giacomo e Ioses: figli di un’altra Maria
Gli stessi Vangeli chiariscono che Giacomo e Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) non sono figli della madre di Gesù, ma di un’altra donna chiamata Maria.
Testimonianze evangeliche
Matteo 27,55-56: tra le donne al Calvario c’è “Maria madre di Giacomo e di Giuseppe”.
Marco 15,40-41: viene menzionata “Maria madre di Giacomo il Minore e di Ioses”.
Questa Maria è dunque distinta dalla Vergine Maria.
L’identificazione con “l’altra Maria”
Matteo 27,61 e 28,1 parlano di “Maria di Magdala e l’altra Maria” presso il sepolcro.
Marco 16,1 cita “Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome”.
Luca 24,9-10 menziona “Maria di Magdala e Maria di Giacomo”.
L’”altra Maria” è quindi la madre di Giacomo e Ioses.
Maria di Cleopa: moglie di Cleopa e cognata della Vergine
Nel Vangelo di Giovanni appare un’ulteriore precisazione:
Giovanni 19,25: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria di Magdala.”
Qui Maria di Cleopa è definita “sorella” della madre di Gesù, espressione che nella cultura semitica può indicare anche una cognata.
Secondo Egesippo (II secolo), riportato da Eusebio (Historia Ecclesiastica, III, 11.32), Cleopa era il fratello di Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria. Maria di Cleopa sarebbe dunque la moglie di Cleopa, e i suoi figli — Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda — i cugini di Gesù.
L’identità di Giuda fratello di Giacomo
Il Giuda menzionato come “fratello di Giacomo” (o “di Giacomo”, in senso semitico) è l’apostolo Giuda Taddeo:
Luca 6,16: “Giuda di Giacomo.”
Atti 1,13: “Giacomo di Alfeo… e Giuda di Giacomo.”
Giuda 1: “Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo.”
Questo conferma che Giuda è figlio della stessa Maria madre di Giacomo, non della Vergine.
L’identità di Simone
Egesippo testimonia che Simone era un figlio di Cleopa. Ciò rafforza l’interpretazione secondo cui Simone, come Giacomo, Ioses e Giuda, apparteneva alla famiglia di Cleopa e Maria, non alla famiglia nucleare di Gesù.
Cleopa e Alfeo: due nomi per la stessa persona
Cleopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato anche Natanaele (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è identificato con Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18), mentre suo padre Giovanni (Giovanni 21,16) è chiamato Giona (Matteo 16,17).
Alcuni di questi sono nomi propri (Bartolomeo, Natanaele, Tommaso, Matteo, Levi, Giuda, Taddeo, Giovanni, Marco, Paolo, Saulo), altri sono epiteti (Pietro, Barnaba, Didimo), mentre altri ancora rappresentano varianti dello stesso nome (Giona).
Quindi Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui. Parimenti quelle “sorelle” possono essere intese come parenti prossime, appartenenti allo stesso clan familiare.
Per indicare il “cugino” il greco disponeva del termine anepsiós, ma gli autori biblici lo usano raramente, preferendo seguire la logica semitica e la tradizione della Settanta, dove adelfós copre un campo semantico molto più ampio. Tale scelta non è solo linguistica, ma anche teologica, perché esprime l’idea di un’unione fraterna che supera i legami di sangue.
Il Nuovo Testamento non chiama mai i fratelli di Gesù “figli di Maria madre di Gesù”, né li definisce “figli di Giuseppe”, come accade invece con “Giacomo di Zebedeo” o “Levi di Alfeo”. Questo silenzio è teologicamente e culturalmente rilevante: se la madre di Gesù avesse avuto altri figli, sarebbero stati indicati come tali, secondo l’uso ebraico.
A cura di Giuseppe Monno

Rivelazione: unica e completa, costituita da Scrittura e Tradizione.
Scrittura: trasmissione scritta della Rivelazione di Dio.
Tradizione: trasmissione viva della Rivelazione nella Chiesa; ciò che Dio ha già rivelato, la cui comprensione si approfondisce nel tempo.
Magistero: interpreta autenticamente Scrittura e Tradizione; comprende il successore di Pietro e il collegio dei vescovi in comunione con lui.
Definizioni dogmatiche: quando sorgono necessità (errori, dibattiti, chiarimenti), il Magistero definisce in modo solenne ciò che è già contenuto nella Tradizione; queste definizioni sono chiamate dogmi.
A cura di Giuseppe Monno

Le tradizioni sono pratiche, usanze e riti che la Chiesa adotta nel tempo e nello spazio. Possono cambiare o evolversi senza compromettere la fede stessa. Ad esempio: il modo in cui si celebra la Messa, certe feste liturgiche locali, o l’uso di determinati gesti o abbigliamenti durante la liturgia.
La Tradizione è la trasmissione della fede ricevuta dagli Apostoli, che si manifesta nella Scrittura e nella vita della Chiesa. È ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa è chiamata a custodire e trasmettere senza cambiamenti nella sostanza, anche se i modi esterni (le tradizioni) possono variare.
Le tradizioni possono cambiare, ma la Tradizione rimane la stessa, perché custodisce il nucleo della fede cristiana. Non cresce né cambia nella sua essenza: la Rivelazione si è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo.
Quando la Chiesa decreta un dogma, non inventa una nuova verità né cambia la Tradizione, ma chiarisce, definisce e rende esplicito qualcosa che era già presente nella Tradizione, e che non era stato ancora formulato in modo definitivo.
Spesso lo fa perché:
sorgono errori o interpretazioni errate,
è necessario difendere la fede,
la comprensione teologica è maturata.
Il Concilio Vaticano II (Dei Verbum, 8) dice che la comprensione della Rivelazione cresce nella Chiesa, grazie allo studio, alla preghiera e alla vita liturgica. Quindi la verità rivelata non cambia, ma la consapevolezza della Chiesa su quella verità può approfondirsi.
È come quando una persona conosce un diamante: il diamante è sempre lo stesso, ma guardandolo da nuove angolature lo comprende meglio.
Il dogma della divinità di Cristo (Nicea, 325) non ha fatto diventare Gesù Dio in quel momento. La Chiesa ha definito solennemente ciò che sempre aveva creduto, per rispondere all’eresia ariana.
I dogmi sviluppano la comprensione e l’espressione di verità già contenute nella Tradizione. Il fatto che un dogma sia formulato in un certo tempo non significa che la verità sia sorta in quel tempo, ma solo che è stata chiarita.
A cura di Giuseppe Monno

Secondo la lettura cattolica tradizionale, il quesito su “con chi si unirono Caino e Set” nasce dal fatto che la Genesi nomina solo tre figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Tuttavia, questa menzione non pretende di essere un elenco completo della loro discendenza. La Scrittura stessa lascia intendere che la prima coppia ebbe molti altri figli e figlie.
La testimonianza biblica
La chiave si trova in Genesi 5,4, dove, dopo aver ricordato la nascita di Set, il testo afferma:
“Adamo generò altri figli e figlie”.
La formula è tipica della narrativa biblica antica: si citano solo i personaggi rilevanti per la storia della salvezza. Ciò significa che esisteva un’intera e numerosa discendenza primordiale, non esplicitata per nome.
Di conseguenza, secondo l’interpretazione cattolica tradizionale, Caino e Set sposarono donne che erano loro sorelle, o eventualmente nipoti. Le prime generazioni dell’umanità erano infatti costituite solo dai discendenti immediati di Adamo ed Eva.
Dimensione teologica
La Chiesa insegna la dottrina del monogenismo (tutta l’umanità discende da un’unica coppia originaria), tema ribadito nel Magistero contemporaneo, ad esempio nell’Enciclica Humani Generis di Pio XII.
Se l’intera umanità proviene da un’unica coppia, è inevitabile che i primi matrimoni avvenissero all’interno della stessa famiglia, prima che si formassero clan distinti.
L’apparente problema etico — l’unione tra consanguinei — va compreso in un contesto diverso da quello successivo alla rivelazione mosaica. La proibizione dell’incesto non era ancora stata promulgata, e la tradizione teologica afferma che:
nelle origini non vi era la degenerazione genetica accumulata nei millenni,
Dio permette ciò che serve alla fase fondativa dell’umanità,
la legge morale positiva si dispiega progressivamente nella storia della salvezza.
Così, sant’Agostino (De Genesi ad Litteram, I, 26-27; De Civitate Dei, XIV, 23; Confessiones) scrive che all’inizio fu necessario che i fratelli si unissero tra loro per la propagazione del genere umano, ma che in seguito tale prassi diventò disordinata e contraria alla norma divina.
La voce dei Padri della Chiesa
I Padri non evitano affatto il problema; al contrario, lo affrontano esplicitamente:
Sant’Agostino (De Civitate Dei, XV, 16, PL, 41, 541-542) sostiene che i primi uomini non ebbero altra possibilità che unirsi tra consanguinei, e lo consideravano legittimo perché non ancora vietato. La legge morale, secondo sant’Agostino, si adatta alla fase della storia umana in cui viene data.
San Giovanni Crisostomo (Homiliae in Genesim, PG, 53-54, 321-330) interpreta Genesi 5,4 come indicazione che Adamo generò una moltitudine di figli e che il silenzio sui loro nomi non è negazione della loro esistenza, ma economia narrativa.
San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I-II, q. 94, a. 5 ad 3) affronta la questione della legge naturale, spiegando che all’origine l’unione tra fratelli non violava alcun precetto divino, perché era necessaria al bene comune della propagazione della specie.
Ciò che è necessario per la conservazione dell’umanità non è moralmente illecito in sé: l’illecito nasce in un secondo momento, quando la necessità scompare.
Insomma, la prima famiglia umana espanse l’umanità attraverso unioni tra consanguinei, permesse da Dio nelle origini e successivamente proibite quando non erano più necessarie.
A cura di Giuseppe Monno

Luca 2,7
“Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.”
Il primogenito è il figlio che apre il grembo, e nella legge ebraica dev’essere presentato al Tempio:
“Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti — di uomini o di animali — esso appartiene a me”
(Esodo 13,2; Numeri 3,12-13).
Nella legge ebraica, il primogenito ha diritti ereditari particolari:
“ma riconoscerà come primogenito il figlio dell’odiosa, dandogli il doppio di quello che possiede; poiché egli è la primizia del suo vigore e a lui appartiene il diritto di primogenitura” (Deuteronomio 21,17).
Questo significa che il primogenito non è considerato un figlio qualsiasi, ma possiede una posizione giuridica speciale nella famiglia.
Quando Luca scrive che Maria “diede alla luce il suo primogenito” (Luca 2,7), impiega un termine giuridico-liturgico della cultura ebraica.
Questo termine non descrive solo la nascita, ma collega il bambino a un obbligo religioso concreto.
Dire “primogenito” non significa solo dire “il primo figlio”, ma “il figlio che ha diritti legali speciali e che deve essere presentato e consacrato a Dio secondo la legge ebraica”.
È un termine giuridico per i diritti e la consacrazione, e liturgico per la pratica religiosa al Tempio.
Perciò Luca 2,7 non implica che Maria successivamente abbia avuto altri figli, ma che Gesù possiede lo status legale di primogenito consacrato a Dio.
Un figlio è detto “primogenito” a prescindere se sia l’unico o il maggiore dei suoi fratelli:
“E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Ebrei 1,6).
L’unico Figlio di Dio è detto suo “primogenito”.
A cura di Giuseppe Monno

La congiunzione greca heôs (“finché”, “fino a che”, “fino a quando”) ha nella Sacra Scrittura un valore semantico che non implica necessariamente un cambiamento della situazione dopo il limite temporale indicato. Questa osservazione, ben nota alla tradizione esegetica cattolica, è particolarmente rilevante nell’interpretazione di Matteo 1,25, là dove l’evangelista afferma che Giuseppe non conobbe Maria “finché” ella non ebbe dato alla luce un figlio.
Dal punto di vista linguistico, heôs può marcare un limite cronologico senza suggerire nulla riguardo a ciò che accade dopo. Il suo scopo è delimitare l’attenzione su un momento preciso — spesso per sottolineare la portata teologica di quanto avviene fino a quel punto — senza voler descrivere lo stato successivo.
L’uso di heôs nella Scrittura
Numerosi passi biblici mostrano come heôs non implichi un cambiamento successivo:
Salmo 110 (109),1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.”
È evidente che il Messia non cesserà di sedere alla destra del Padre dopo la sottomissione dei nemici. Il “finché” delimita l’azione divina, non un cambiamento dello stato del Figlio.
2 Samuele 6,23: “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte.”
L’intento del testo è mostrare una sterilità definitiva, non suggerire la possibilità di figli dopo la morte.
1 Timoteo 4,13: “Dedicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento finché io venga.”
Paolo non vuole dire che Timoteo debba abbandonare tali attività dopo il suo arrivo.
Matteo 28,20: “Io sono con voi fino alla fine del mondo.”
La Chiesa ha sempre interpretato questo versetto nel senso che la presenza di Cristo non cessa, ma anzi si manifesta in modo glorioso oltre la fine dei tempi.
Applicazione a Matteo 1,25
Quando Matteo afferma che Giuseppe non conobbe Maria fino alla nascita di Gesù, vuole garantire un dato preciso: il concepimento di Gesù è avvenuto senza intervento umano, unicamente per opera dello Spirito Santo.
L’interesse teologico, dunque, è difendere la verginità prima del parto. Il testo non intende affermare né negare un eventuale rapporto coniugale dopo. La Chiesa, sulla base della Tradizione apostolica, afferma che Maria è rimasta vergine anche dopo il parto (virginitas post partum), e che il racconto evangelico è perfettamente coerente con questa fede.
Considerazioni teologiche
I Padri della Chiesa — da sant’Agostino a san Girolamo — notarono che lo scopo dell’evangelista non era descrivere la vita intima della Sacra Famiglia, ma proclamare il mistero dell’Incarnazione:
San Girolamo, Adversus Helvidium de perpetua virginitate Mariae, cap. 5 e 8
“La parola finché non implica che dopo le cose siano cambiate; piuttosto indica ciò che è accaduto fino al momento citato.”
Sant’Agostino, De Consensu Evangelistarum 2,1.2; Sermo 51,11
“La Scrittura dice finché, non per negare ciò che segue, ma per affermare con sicurezza ciò che si compie prima di quel termine.”
San Giovanni Crisostomo, Homilia in Matthaeum, 5, 3
“Dicendo che Giuseppe non la conobbe finché ella partorì un figlio, egli intende mostrare che il parto avvenne senza unione coniugale. Non afferma affatto che dopo ciò vi fu un cambiamento. L’evangelista vuole soltanto fissare la certezza del miracolo.”
San Basilio Magno, Homilia in sanctam Christi generationem, PG 31, 1468
“Il Vangelo testimonia che fino alla nascita del Signore non vi fu unione, per attestare il concepimento verginale. Ma non è scritto che poi ve ne fu una: la Scrittura tace, e il silenzio non significa negazione.”
Sant’Epifanio di Salamina, Panarion 78,6
“Quando la Scrittura dice che Giuseppe non la conobbe finché partorì, non significa che poi la conobbe. È costume biblico usare finché per affermare un fatto fino ad un certo punto, senza indicare cosa avvenga dopo.”
San Gregorio di Nissa, Contra Eunomium, 2, 9
“Spesso la Scrittura usa finché non per segnare un termine dopo il quale avviene il contrario, ma per mettere in risalto ciò che precede.”
San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3
“L’evangelista dice finché, non per indicare che dopo avvenne il contrario, ma per sottolineare ciò che avvenne fino alla nascita: che ella partorì senza alcun intervento dell’uomo.”
San Tommaso osserva Inoltre:
“Giuseppe non avrebbe osato unirsi a colei del cui concepimento sapeva essere dallo Spirito Santo.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3 ad 3)
ed anche:
“Era conveniente che Cristo nascesse da una Vergine che rimanesse vergine anche dopo il parto.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3 corpus)
e ancora:
“Si addiceva alla Vergine che ella custodisse la verginità con un voto.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 4 ad 3)
La virginità perpetua di Maria non deriva da un semplice ragionamento umano, ma da una lettura coerente dell’intero mistero dell’Incarnazione e della particolare consacrazione che Dio ha voluto per la Madre del Suo Figlio.
Conclusione
L’espressione “finché” in Matteo 1,25 non è un argomento contro la verginità perpetua di Maria. Anzi serve a mettere in luce il ruolo dello Spirito Santo nella concezione del Salvatore. Interpretare quel “finché” come indicazione implicita di ciò che accadde dopo significherebbe attribuirgli un valore che né la lingua greca né il contesto evangelico gli attribuiscono.
La Chiesa, leggendo la Scrittura alla luce della Tradizione e dei Padri, riconosce nella formulazione di Matteo un’affermazione cristallina: Gesù è nato da una Vergine che rimase tale prima, durante e dopo il parto, totalmente consacrata al mistero del Figlio di Dio.
A cura di Giuseppe Monno

“Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Luca 1,34)
Maria non chiede all’angelo “quando avverrà”, ma “come avverrà”; e non dice “non ho conosciuto uomo”, ma “non conosco uomo”.
Il termine “come” indica che Maria non mette in dubbio l’annuncio (a differenza di Zaccaria), ma chiede in che modo Dio intenda realizzarlo. La frase è al presente durativo (“non conosco uomo”), non al passato (“non ho conosciuto”), suggerendo una situazione attuale e continuativa, e non un semplice fatto pregresso.
Si apre così la domanda classica: Maria stava semplicemente dicendo “sono vergine adesso”, oppure stava esprimendo una scelta stabile?
Molti Padri della Chiesa e la tradizione teologica cattolica e ortodossa leggono questo passo come segno di una consacrazione interiore già precedente all’Annunciazione. Se Maria promessa sposa avesse atteso normalmente la consumazione delle nozze, la domanda “come avverrà?” non avrebbe avuto senso: l’evento sarebbe avvenuto per via naturale, una volta sposata con Giuseppe. Il fatto che Maria chieda “come?” indica che non prevedeva rapporti coniugali, nemmeno nel futuro prossimo.
I Padri della Chiesa utilizzano proprio questo versetto per sostenere che Maria avesse fatto voto, o comunque maturato un’intenzione stabile, di consacrare la sua verginità a Dio. Non si tratta necessariamente di un “voto” formalizzato come nella vita religiosa moderna; la Scrittura non lo specifica. Ma l’atteggiamento di Maria indica una dedizione totale già presente.
Maria possedeva un progetto di vita centrato in Dio. L’Annunciazione non interrompe questo progetto, ma lo porta a compimento in modo sorprendente: Dio le chiede di diventare madre proprio mentre ella vive un’intenzione di verginità. La risposta dell’angelo mostra che la maternità divina non contraddice la sua consacrazione: è opera dello Spirito Santo.
Secondo l’interpretazione classica della tradizione cattolica, il versetto suggerisce una scelta di verginità già presente in Maria. Non si tratta di un dogma definito nei dettagli filologici, ma è l’interpretazione dominante nella teologia cattolica e nella patristica:
Sant’Ambrogio, De Virginibus, I,3,12; Expositio Evangelii secundum Lucam, II,2
“Se Maria avesse dovuto unirsi a un uomo, non avrebbe detto: ‘Come avverrà questo?’, poiché ciò avviene secondo la legge naturale.”
Sant’Agostino, De sancta virginitate, 4
“Come avrebbe potuto dire: ‘Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?’, se in seguito avesse dovuto conoscerlo come fanno le spose?”
Sermo 291 (alias 51 de Diversis)
“Maria non avrebbe detto: ‘Come avverrà questo?’, se non perché aveva fatto voto di rimanere vergine per Dio.”
San Basilio Magno, Sermo in Sanctam Christi generationem, PG 31, 1469–1478
“Maria non solo non aveva conosciuto uomo, ma non intendeva conoscerlo in futuro.”
San Gregorio di Nissa, De virginitate, cap. 4, PG 46, 353C–356A
“Maria non affermava soltanto di essere vergine ora, ma aveva già deciso di trascorrere tutta la sua vita nella verginità.”
San Giovanni Crisostomo, In Matthaeum Homilia V, n. 3, PG 57, 58
“Se Maria avesse avuto l’intenzione di unirsi a un uomo, come avrebbe potuto dire: ‘Come avverrà questo?’, poiché non voleva conoscere uomo?”
San Girolamo, Adversus Helvidium de perpetua virginitate Beatae Mariae, 21
“Maria stessa rende testimonianza della sua verginità, dicendo: ‘Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?’ Ella afferma: ‘Non ho conosciuto uomo, né intendo conoscerlo’.”
San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 28, a. 4
“Maria non avrebbe chiesto: ‘Come avverrà questo?’, se ciò fosse stato possibile secondo l’ordine naturale delle cose. Da ciò appare chiaramente che ella aveva emesso un voto di verginità.”
In sintesi, i Padri della Chiesa leggono quasi unanimemente il passo in questo modo:
1. “Non conosco uomo” indica una condizione durativa e intenzionale, non solo un fatto momentaneo.
2. “Come avverrà?” mostra che Maria non prevedeva rapporti coniugali, segnalando una consacrazione interiore difficile da spiegare altrimenti.
La verginità non è semplicemente conseguenza dell’Annunciazione, ma fa già parte del cammino spirituale di Maria.
A cura di Giuseppe Monno

Introduzione
La dottrina della perpetua verginità di Maria – cioè che la Madre di Gesù rimase vergine prima, durante e dopo il parto – costituisce una delle verità fondamentali della fede cristiana, testimoniata fin dai primi secoli dalla Tradizione della Chiesa e solennemente professata dal Magistero cattolico. Tuttavia, essa è stata oggetto di incomprensioni, contestazioni e interpretazioni riduttive, specialmente in tempi recenti, spesso a causa di una lettura superficiale o anacronistica dei testi biblici.
Scopo del presente scritto è offrire una difesa apologetica, fondata sulle Sacre Scritture, sulla linguistica biblica (ebraica e greca), sulla Tradizione patristica e su una lettura teologica coerente, della verità secondo cui Maria non ebbe altri figli oltre Gesù e che la sua maternità fu interamente verginale. In particolare, si risponde alla questione ricorrente relativa ai cosiddetti “fratelli di Gesù”, spesso citati nei Vangeli, e si dimostra che costoro non erano figli della Vergine, bensì parenti prossimi, verosimilmente figli di Maria di Clèopa, cognata della Madre di Gesù.
Questa riflessione non vuole essere né polemica né esclusivamente esegetica: essa nasce dal desiderio di contemplare più profondamente il mistero dell’Incarnazione, nella quale Maria ha un ruolo assolutamente unico. Custodire la sua verginità è, in ultima istanza, custodire la fede nella divinità di Cristo, Figlio unigenito del Padre e della Vergine. In questo spirito, il presente lavoro intende offrire un contributo chiaro, documentato e fedele all’insegnamento costante della Chiesa, in un tempo in cui è urgente ricomprendere le radici bibliche e dogmatiche della nostra fede.
I “fratelli” di Gesù nel Nuovo Testamento
Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, cercavano di parlargli.
Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.
La presenza di “fratelli” di Gesù nei Vangeli ha dato origine a varie interpretazioni. Il termine greco utilizzato è adelphós, che, come l’ebraico ʼah, ha un significato semantico ampio. Può infatti indicare non solo i fratelli germani, figli dello stesso padre e madre, ma anche parenti prossimi, membri della stessa tribù o popolo, correligionari, e perfino amici intimi o discepoli.
Nel contesto biblico e linguistico della Septuaginta (versione greca della Tanakh ebraica, tradotta in koinè, lo stesso greco usato nel Nuovo Testamento), adelphós non indica necessariamente un fratello carnale.
Oltre ai fratelli nati dagli stessi genitori (Genesi 4,1-2 LXX; Matteo 4,21), essi possono designare anche cugini (1 Cronache 23,21-22 LXX), zii e nipoti (cfr. Genesi 13,8 con 11,27 LXX), concittadini (Genesi 19,6-7 LXX), membri di una stessa tribù (1 Cronache 15,4-10 LXX), connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 LXX; Atti 3,17), sposi (Tobia 7,12 LXX), bisognosi (Matteo 25,40), discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50).
Non sorprende quindi che i libri del Nuovo Testamento utilizzino la stessa lingua greca della Settanta, il koinè, con la stessa ampiezza semantica del termine adelphós.
I “fratelli” menzionati in Matteo 12,46 e Marco 3,31 non devono quindi essere intesi come figli di Maria e Giuseppe, ma come parenti che si presentarono insieme a sua madre per incontrare Gesù. Fra loro, con buona probabilità, vi era Maria di Cleopa, che ritroviamo ai piedi della croce insieme alla madre di Gesù e alla Maddalena (Giovanni 19,25).
Quando la Bibbia vuole invece precisare che si tratta di fratelli germani, utilizza formule più esplicite, come:
“Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29 LXX);
“Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17 LXX);
“Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19 LXX);
“Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedeo loro padre” (Matteo 4,21).
Il Nuovo Testamento non usa mai espressioni di questo tipo per riferirsi ai cosiddetti “fratelli di Gesù”.
Per quanto riguarda il Salmo 69,8: “Sono un estraneo per i miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre”, non può essere applicato a presunti fratelli uterini di Gesù, come talvolta viene sostenuto. Tale versetto, letto in chiave cristologica, si riferisce piuttosto al rifiuto dei suoi compatrioti. Questo è confermato dal racconto di Marco 6,1-6, dove gli abitanti di Nazaret, pur riconoscendo la sua sapienza e le sue opere, faticano ad accettarlo:
“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.”
In questo senso figurato, “mia madre” rappresenta la patria di Gesù, mentre “miei fratelli” e “figli di mia madre” indicano i suoi compatrioti che non lo hanno accolto con fede.
Parentela di Gesù con Giacomo, Giuseppe (Ioses), Simone e Giuda secondo i Vangeli
I Vangeli sinottici citano più volte Giacomo, Giuseppe (detto anche Ioses), Simone e Giuda come “fratelli” di Gesù:
Matteo 13,55: “Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?”
Marco 6,3: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”
La questione interpretativa è se essi siano fratelli uterini di Gesù o parenti prossimi. L’uso semitico del termine fratelli rende possibile che indichi cugini o membri della stessa famiglia allargata.
L’identità di Giacomo e Ioses: figli di un’altra Maria
Gli stessi Vangeli chiariscono che Giacomo e Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) non sono figli della madre di Gesù, ma di un’altra donna chiamata Maria.
Testimonianze evangeliche
Matteo 27,55-56: tra le donne al Calvario c’è “Maria madre di Giacomo e di Giuseppe”.
Marco 15,40-41: viene menzionata “Maria madre di Giacomo il Minore e di Ioses”.
Questa Maria è dunque distinta dalla Vergine Maria.
L’identificazione con “l’altra Maria”
Matteo 27,61 e 28,1 parlano di “Maria di Magdala e l’altra Maria” presso il sepolcro.
Marco 16,1 cita “Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome”.
Luca 24,9-10 menziona “Maria di Magdala e Maria di Giacomo”.
L’”altra Maria” è quindi la madre di Giacomo e Ioses.
Maria di Cleopa: moglie di Cleopa e cognata della Vergine
Nel Vangelo di Giovanni appare un’ulteriore precisazione:
Giovanni 19,25: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria di Magdala.”
Qui Maria di Cleopa è definita “sorella” della madre di Gesù, espressione che nella cultura semitica può indicare anche una cognata.
Secondo Egesippo (II secolo), riportato da Eusebio (Historia Ecclesiastica III, 11.32), Cleopa era fratello di Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria. Maria di Cleopa sarebbe dunque la moglie di Cleopa, e i suoi figli — Giacomo, Ioses, Simone e Giuda — i cugini di Gesù.
L’identità di Giuda fratello di Giacomo
Il Giuda menzionato come “fratello di Giacomo” (o “di Giacomo”, in senso semitico) è l’apostolo Giuda Taddeo:
Luca 6,16: “Giuda di Giacomo.”
Atti 1,13: “Giacomo di Alfeo… e Giuda di Giacomo.”
Giuda 1: “Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo.”
Questo conferma che Giuda è figlio della stessa Maria madre di Giacomo, non della Vergine.
L’identità di Simone
Egesippo testimonia che Simone era un figlio di Cleopa. Ciò rafforza l’interpretazione secondo cui Simone, come Giacomo, Ioses e Giuda, apparteneva alla famiglia di Cleopa e Maria, non alla famiglia nucleare di Gesù.
Cleopa e Alfeo: due nomi per la stessa persona
Cleopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato anche Natanaele (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è identificato con Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18), mentre suo padre Giovanni (Giovanni 21,16) è chiamato Giona (Matteo 16,17).
Alcuni di questi sono nomi propri (Bartolomeo, Natanaele, Tommaso, Matteo, Levi, Giuda, Taddeo, Giovanni, Marco, Paolo, Saulo), altri sono epiteti (Pietro, Barnaba, Didimo), mentre altri ancora rappresentano varianti dello stesso nome (Giona).
Quindi Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui. Parimenti quelle “sorelle” possono essere intese come parenti prossime, appartenenti allo stesso clan familiare.
Il Nuovo Testamento non chiama mai i fratelli di Gesù “figli di Maria madre di Gesù”, né li definisce “figli di Giuseppe”, come accade invece con “Giacomo di Zebedeo” o “Levi di Alfeo”. Questo silenzio è teologicamente e culturalmente rilevante: se la madre di Gesù avesse avuto altri figli, sarebbero stati indicati come tali, secondo l’uso ebraico.
Il significato di “primogenito” e “finché”
Matteo 1,25
Giuseppe non la conobbe finché ella non partorì il suo figlio primogenito.
Luca 2,7
Diede alla luce il suo figlio primogenito.
Alcuni deducono che l’uso di “primogenito” implichi l’esistenza di altri figli, e che l’espressione “non la conobbe finché…” indichi rapporti coniugali dopo il parto. Tuttavia, ciò non è fondato né linguisticamente né teologicamente.
Il termine “primogenito” (“prototokos”) indica colui che apre il grembo (Esodo 13,2) ed è soggetto a riscatto secondo la Legge mosaica (Numeri 18,15-16), indipendentemente dall’esistenza di fratelli minori. Anche l’unico figlio può essere “primogenito” (Ebrei 1,6 riferito a Cristo, unico Figlio di Dio).
Quanto a “finché” (“heôs”), esso non implica necessariamente un cambiamento di condizione. Esempi:
Salmo 110,1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”: Cristo continua a regnare anche dopo.
2Samuele 6,23: “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte”: ciò non implica che ne ebbe dopo.
Quindi, Matteo 1,25 non afferma nulla riguardo eventuali rapporti dopo la nascita di Gesù. L’interesse dell’evangelista è sottolineare la concezione miracolosa e verginale di Cristo, non fornire indicazioni sul futuro della vita coniugale di Maria e Giuseppe.
La testimonianza della Tradizione
San Tommaso d’Aquino afferma:
“Giuseppe si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse osato violare colei che aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3)
E ancora:
“Maria si sarebbe dimostrata ingrata se, avendo ricevuto in dono la verginità per un miracolo divino, l’avesse poi persa coniugalmente.”
I Padri della Chiesa difendono unanimemente la perpetua verginità di Maria, ovvero prima, durante e dopo il parto:
Origene († 253)
“Maria non ebbe altri figli, perché Gesù solo fu per lei tutto e ogni cosa… Gesù non aprì il seno della Vergine, ma lo lasciò integro.”
(Homilia in Lucam, 7,4)
San Zeno di Verona († ca. 371)
“Maria concepì senza corruzione, partorì rimanendo vergine, e dopo il parto rimase vergine.”
(Sermo de Nativitate Domini et de Virgine Maria)
Sant’Ambrogio di Milano († 397)
“Che cos’è questa porta, se non Maria?
Questa è la porta che rimane chiusa e non si apre. Per questa porta è entrato e uscito soltanto il Signore Dio d’Israele, e resterà sempre chiusa.”
(Expositio in Lucam II, 7)
San Didimo il Cieco († 398)
“È chiaro che Maria fu vergine non solo prima del parto, ma anche durante il parto, e rimase vergine dopo il parto.”
(De Trinitate, III, 4)
Sant’Epifanio di Salamina († 403)
“Come potrebbe una donna, che ha generato il Dio fatto uomo, non rimanere vergine?”
(Panarion, 78, 6)
Sant’Agostino († 430)
“Colei che fu vergine nel concepimento rimase vergine nel parto e vergine dopo il parto.”
(Sermo 186,1)
San Girolamo († 420)
“Maria è madre e allo stesso tempo vergine: è vergine concependo, vergine partorendo, vergine dopo il parto.”
(Contra Elvidium, 21)
Maria affidata al discepolo amato
Dalla croce, Gesù affida Maria a Giovanni:
Giovanni 19,26-27
“Donna, ecco tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco tua Madre!” E da quel momento il discepolo la prese con sé.
Se Maria avesse avuto altri figli naturali, sarebbe stato loro compito accudirla. Il gesto di Gesù mostra invece che Maria non aveva altri figli secondo la carne.
Conclusione
La Scrittura, la Tradizione e il Magistero concordano nell’affermare che Maria è sempre vergine, in corpo, mente e spirito:
Vergine prima del parto: concepì per opera dello Spirito Santo;
Vergine durante il parto: il Figlio di Dio nacque senza violare il sigillo della verginità;
Vergine dopo il parto: non ebbe mai rapporti coniugali, né altri figli.
Il dogma della perpetua verginità di Maria è professato da tutte le grandi tradizioni cristiane antiche: cattolica, ortodossa e copta. È simbolo della totale consacrazione di Maria a Dio, della sua unicità nella storia della salvezza, e della divina origine del Cristo.
La perpetua verginità di Maria è un dogma eminentemente cristocentrico, non marianocentrico. È cioè un insegnamento che nasce dal modo in cui la Chiesa comprende Cristo, e solo in secondo luogo dal ruolo singolare di Maria.
Maria non è vergine nonostante Cristo, ma a causa di Cristo.
La sua verginità perpetua è un monumento vivente alla verità dell’Incarnazione:
il Fiume eterno è entrato nella storia attraverso una Sorgente che è rimasta fonte purissima perché il Fiume non ha origine umana.
La perpetua verginità è strettamente collegata al titolo di Theotókos, definito a Efeso (431).
Se Maria è Madre vera del Verbo incarnato, il suo rapporto con il Figlio è unico, non replicabile in altre maternità.
La relazione che la definisce non è con un uomo, ma con Dio stesso.
Perciò la verginità perpetua sottolinea la singolarità della maternità divina, non un’idea platonica di purezza.
La perpetua verginità di Maria è profondamente cristocentrica.
Affermarla significa riconoscere la singolarità dell’Incarnazione;
la divinità di Cristo;
l’unicità della sua nascita nel mondo;
la grandezza della maternità divina di Maria;
la natura sacramentale e spirituale della Chiesa.
La perpetua verginità ha anche una valenza ecclesiologica:
Maria rappresenta la Chiesa che genera Cristo nel mondo mediante la fede, non mediante potenza umana.
Come Maria concepisce senza uomo, così la Chiesa genera nuovi figli attraverso lo Spirito.
Come Maria rimane vergine, così la Chiesa custodisce la purezza della fede ricevuta.
Questa prospettiva è ancora una volta radicata in Cristo, non in Maria.