Il dogma della maternità divina di Maria fu decretato nel Concilio di Efeso del 431. Il Santo Concilio ha confessato che « la Vergine Santa è madre di Dio, essendosi il Logos di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa ». Quindi ha decretato che « se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Logos fatto carne, sia anatema! ». Certamente Maria non comincia ad essere madre di Dio nel 431, ma lo era già prima, e cioè da quando fu incinta del Emmanuele per opera dello Spirito Santo (Luca 1,35; Matteo 1,23). Il dogma della divina maternità di Maria ha innegabili basi bibliche. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo « Signore » è la traduzione dal greco « Kyrios », che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma « YHWH », il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza « Kyrios » (Signore) e « Theos » (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ». Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio, il Logos eterno del Padre, per divina volontà (comune a tutte tre le persone della Trinità) assunse la natura umana (facendosi del tutto simile a noi fuorché nel peccato) nascendo da una donna (Giovanni 1,14, Galati 4,4), cioè dalla vergine Maria. Il Figlio di Dio, prendendo forma umana (Giovanni 1,14; Filippesi 2,5-8; 1Timoteo 3,16; 1Giovanni 4,2) non ha cessato d’essere Dio (Giovanni 8,58; 10,30; 14,9; Colossesi 2,9). Allo stesso modo, dopo la morte sulla croce (secondo la natura umana è veramente morto sulla croce e poi risorto il terzo giorno) il Figlio di Dio non ha abbandonato la natura umana che egli aveva assunta (Luca 24,36-43; Giovanni 20,24-29; Atti 1,3; 2,27.31; Ebrei 13,8). Quindi Gesù Cristo è pienamente Dio e pienamente uomo sempre. Le due nature sussistono nell’unità della persona divina del Logos, senza confusione né mutamento né divisione né separazione. Gesù Cristo, quindi, non è un semidio né un uomo abitato dal Logos né tantomeno Dio si è convertito in carne. Ma il Logos, che è Dio, ha assunto la natura umana, cioè si è unito ad essa sostanzialmente, e perciò Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. Signore di Davide secondo la divinità, figlio di Davide secondo la carne. Ora, la vergine Maria non ha generato la divinità (dalla quale anch’ella è stata creata), ma solo la carne assunta dal Figlio di Dio. Tuttavia, proprio perché « da lei è nato il Santo corpo dotato di anima razionale, al quale il Logos è unito sostanzialmente » (Seconda lettera di Cirillo a Nestorio), si deve credere senz’ombra di dubbio che la vergine Maria è madre di Dio. Infatti una madre genera il corpo del proprio figlio ma non la sua anima, la quale è creata è infusa da Dio al momento del concepimento. Tuttavia corpo e anima sono una sola persona, e perciò una madre è tale non solo in riferimento al corpo di suo figlio, ma lo è di suo figlio tutto intero. Allo stesso modo, Maria è madre di suo figlio Gesù tutto intero, vero Dio e vero uomo. E poiché Gesù è un solo soggetto, quello divino, allora si deve credere che Maria è madre di Dio. Se per fede crediamo che il divin Figlio si è fatto pienamente uomo rimanendo pienamente Dio, allora per fede dobbiamo credere che la vergine Maria è vera madre di Dio. L’incarnazione del Figlio di Dio e la maternità divina di Maria sono due verità della fede intimamente legate fra loro. Non si può credere una sola di queste verità, e negarne l’altra.
GIACOMO, GIUSEPPE, SIMONE E GIUDA
Matteo 13,55: Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?
Marco 6,3: Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?
Tra i dodici apostoli scelti da Gesù, ci sono Giacomo – detto il minore (Marco 15,40) per distinguerlo dal figlio di Zebedèo (Matteo 10,2) – e Giuda suo fratello (Luca 6,16; Giuda 1), da non confondere con il Traditore. Questi sono due dei quattro fratelli menzionati nei vangeli (Matteo 13,55; Marco 6,3). Sono anche gli autori delle omonime lettere. Questo Giacomo è figlio di Alfeo (Matteo 10,4; Atti 1,13), da non confondere con Alfeo di Levi (Marco 2,14). Quindi il padre di questi fratelli non è Alfeo. Andiamo avanti con la lettura dei vangeli e scopriamo chi sia invece la loro madre:
Matteo 27,55-56: C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano, esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
Marco 15,40-41: C’erano là alcune donne che osservavano da lontano, tra le altre: Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salomè, le quali lo seguivano e lo servivano.
La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria. Continuiamo ancora con la lettura dei vangeli e scopriamo di quale Maria si tratta:
Matteo 27,61: Erano lì, davanti al sepolcro, Maria Maddalena e l’altra Maria.
Matteo 28,1: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro.
Marco 16,1: Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
La madre di Giacomo, di Ioses, di Simone e di Giuda viene chiamata da Matteo « l’altra Maria » per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena. Anche Giovanni menziona questa Maria:
Giovanni 19,25: Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèopa, e Maria Maddalena.
Quindi l’altra Maria, madre di Giacomo e di Ioses – fratelli di Giuda e di Simone – è Maria di Clèopa. Perciò i genitori di questi fratelli sono Alfeo (Clèopa) e Maria di Clèopa. Simone – secondo la testimonianza dello scrittore giudeo cristiano Egesippo (II secolo), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32) – è un cugino di Gesù, perché suo padre Clèopa è il fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù. – Clèopa e Alfeo di Giacomo sono probabilmente la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato Natanaèle (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è chiamato Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18). Alcuni sono nomi propri, altri sono epiteti (ad es Pietro, Barnaba, Didimo). Quindi Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, menzionati nei vangeli come fratelli di Gesù, sono suoi cugini di primo grado, figli di Alfeo e di Maria di Clèopa. Il termine greco adelphós, tradotto con « fratello », è l’equivalente dell’ebraico ach, e viene utilizzato con un senso più ampio rispetto al solo fratello uterino. Adelphós viene utilizzato in riferimento ai fratelli germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta + Marco 6,3), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). Spesso nella Bibbia quando si vuol specificare che due o più persone sono fratelli, vengono utilizzate queste formule: « Suo fratello, figlio di sua madre » (Genesi 43,29 Septuaginta). « Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre » (Levitico 20,17 Septuaginta). « Miei fratelli, figli di mia madre » (Giudici 8,19 Septuaginta). « Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedèo loro padre » (Matteo 4,21). Quei fratelli che vennero da Gesù, assieme a Maria sua madre (Matteo 12,46), erano alcuni parenti, forse gli stessi che non avevano creduto in lui (Giovanni 7,5). Quella fu occasione per Gesù di insegnare che i suoi veri fratelli sono coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,47-50). Dove chiaramente « fratello, sorella e madre » vuole indicare una stretta relazione secondo lo spirito, non secondo la carne.
ADELPHOI
Il termine greco adelphós deriva dalla parola greca delphys (utero) ed etimologicamente significa « couterino » (cioè « dello stesso utero »), e perciò viene tradotto con « fratello ». L’ebraico ha ach. Nella versione greca dell’Antico Testamento, la Septuaginta, e nel Nuovo Testamento, adelphós viene utilizzato con un senso più ampio rispetto a quello del solo fratello couterino. Vediamo alcuni esempi:
Adelphós viene utilizzato per i fratelli germani:
Genesi 4,1-2: Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: « Ho acquistato un uomo dal Signore ». Poi partorì ancora suo fratello (adelphós) Abele.
Caino e Abele sono entrambi figli di Adamo ed Eva, e perciò sono fratelli germani.
Adelphós viene utilizzato per i cugini di primo grado:
1Cronache 23,21-22: Figli di Merari: Macli e Musi. Figli di Macli: Eleàzaro e Kis. Eleàzaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli (adelphói).
Eleàzaro e Kis sono fratelli germani, entrambi figli di Macli (v 21). Perciò i figli di Kis e le figlie di Eleàzaro sono cugini di primo grado.
Adelphós viene utilizzato per zio e nipote:
Genesi 13,8: Abram disse a Lot: « Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli (adelphói) ».
Lot è figlio di Aran, il fratello di Abramo (Genesi 11,27), e perciò i due sono zio e nipote.
Adelphós viene utilizzato per i membri di una tribù:
1Cronache 15,4-10: Davide radunò i figli di Aronne e i leviti. Dei figli di Keat: Urièl il capo con i centoventi fratelli (adelphói); dei figli di Merari: Asaia il capo con i duecentoventi fratelli (adelphói); dei figli di Gherson: Gioele il capo con i centotrenta fratelli (adelphói); dei figli di Elisafan: Semaia il capo con i duecento fratelli (adelphói); dei figli di Ebron: Eliel il capo con gli ottanta fratelli (adelphói); dei figli di Uzziel: Amminadàb il capo con i centodieci fratelli (adelphói).
Adelphós viene utilizzato per i concittadini:
Genesi 19,6-7: Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: « No, fratelli (adelphói) miei, non fate del male! ».
Lot cerca di fermare gli abitanti di Sodoma, suoi concittadini, i quali vogliono far violenza su due uomini (in realtà due angeli del Signore, vv 1-7).
Adelphós viene utilizzato per gli uomini bisognosi:
Matteo 25,40: Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli (adelphói) più piccoli, l’avete fatto a me.
Matteo 25 fa riferimento agli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi, gli infermi e i carcerati.
Adelphós viene utilizzato per gli sposi:
Tobia 7,12: Ma Tobia disse: « Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo». Rispose Raguele: «Lo farò! Essa ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Prendi dunque tua cugina, d’ora in poi tu sei suo fratello (adelphós) e lei tua sorella (adelphé). Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, figlio mio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace ».
Adelphós viene utilizzato per i discepoli di Cristo:
Giovanni 20,17: Gesù le disse: « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli (adelphói) e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ».
Gesù manda la Maddalena ai suoi discepoli come testimone oculare della sua risurrezione (v 18).
Adelphós viene utilizzato per i connazionali:
Atti 3,17: Ora, fratelli (adelphói), io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi.
Qui Pietro parla ai suoi connazionali (vv 11-26).
Adelphós viene utilizzato per coloro che fanno la volontà di Dio:
Matteo 12,49-50: Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: « Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli (adelphói); perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello (adelphós), sorella (adelphé) e madre ».
Questi esempi sono più che sufficienti a dimostrare l’ampiezza del senso di adelphós nella Bibbia.
PRIMA DI DIVENTARE SATANA, LUCIFERO ERA UN CHERUBINO
Dalla Sacra Scrittura (Ezechiele 28,13-15) sembra che prima di volgersi contro Dio e diventare Satana, che significa « Avversario », Lucifero fosse un cherubino. Secondo Diogini (V-VI secolo), i cherubini sono l’ordine intermedio appartenente alla prima e più importante gerarchia celeste, sottoposti solo ai serafini (La Gerarchia Celeste VI, II). Tuttavia il primo nome che fu attribuito all’angelo prevaricatore, Lucifero che significa « Portatore di luce », indicava il suo essere preposto a tutte le schiere angeliche. Sono infatti gli angeli superiori che illuminano gli angeli inferiori riguardo i misteri divini. Nei suoi scritti Tommaso d’Aquino spiega che il termine « cherubino » significa « pienezza della scienza », mentre il termine « serafino » significa « ardente ». È chiaro perciò che con « cherubino » si indica la conoscenza, la quale può stare insieme al peccato mortale, mentre con « serafino » si indica l’intenso calore della carità, la quale non è compatibile col peccato mortale. Perciò Lucifero – pur essendo preposto a tutte le schiere angeliche – non fu denominato « serafino » ma « cherubino » (Somma Teologica I, q 63, a 7). Il ministero di principe di tutte le schiere celesti fu poi affidato all’arcangelo Michele – dall’ebraico Micha’el che significa « Chi [è] come Dio [?] » – nome che richiama il suo incarico, cioè quello di difendere il dominio dell’Onnipotente (Daniele 12,1). Quando Satana si volse contro Dio, subito Michele si contrappose a lui e lo scacciò dal cielo (Apocalisse 12,7-9; Luca 10,18). Lucifero viene dal latino Lucifer, che traduce l’ebraico Helel che troviamo nel brano di Isaia 14,12-15, una satira che – secondo alcuni teologi – originariamente aveva di mira un defunto sovrano Assiro, Sargon II. La caduta dal cielo di un astro del mattino (Helel, da cui Lucifero, v 12) viene interpretato dalla tradizione patristica come la caduta dell’angelo prevaricatore.
SENSO LETTERALE E SENSO SPIRITUALE DELLA SCRITTURA
I sensi con cui va letta la Scrittura sono quattro:
› lettera
› allegoria
› morale
› anagogia
La lettera è il senso più ovvio, ed è quello che insegna i fatti.
L’allegoria insegna cosa credere.
La morale insegna cosa fare.
L’anagogia insegna dove tendere.
L’allegoria, la morale e l’anagogia costituiscono la parte spirituale della Scrittura. Ecco un esempio dell’uso dei quattro sensi con cui va letta la Scrittura: Chi dice al fratello: « pazzo », sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Matteo 5,22).
Premessa: La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, è una valle maledetta (Levitico 20,1-5; Geremia 7,31-32) che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, nella quale, in tempi antichi, si offrivano a Moloch sacrifici umani attraverso il fuoco (Levitico 18,21; 2 Re 23,10). Anche dopo la fine del culto a Moloch, il fuoco di questa valle continuava a bruciare, divorando i rifiuti di Gerusalemme.
Lettera: Secondo il senso letterale, chi dice « pazzo » al fratello dev’essere sottoposto al fuoco della valle di Hinnom.
Allegoria: Allegoricamente la valle di Hinnom viene utilizzata da Gesù come immagine della condizione di sofferenza dei dannati, e cioè coloro che sono definitivamente separati da Dio e si trovano all’inferno, tra i tormenti. Questa condizione è presentata con l’immagine del fuoco che non smette di divorare, a voler intendere che la sofferenza dei dannati non è mitigata.
Morale: Secondo il senso morale Gesù ci esorta a non peccare contro la carità, poiché tali peccati rendono, chi li commette, meritevole del fuoco eterno (Matteo 18,8; Apocalisse 21,8). La parola « pazzo » è una grave ingiuria quando usata con lo scopo di recare danno al prossimo.
Anagogia: Il senso anagogico considera le parole di Gesù come occasione per ribadire che il peccato sarà giudicato da Dio secondo una giustizia eterna (Giuda 7).
Nella Scrittura sono presenti molte figure retoriche. Tra queste abbiamo: iperbole, antropomorfismo, personificazione, ironia, metonimia, similitudine, simbolismo, metafora. Qualche esempio:
Iperbole: “Ci sono eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli” (Matteo 19,12). Dove per “eunuchi” s’intendono i celibi. Gli eunuchi sono persone sessualmente impotenti, nati così o resi tali dagli uomini per castrazione. Gesù utilizza un iperbole (e cioè una esagerazione che impressioni la fantasia di chi ascolta) in riferimento a coloro che scelgono la via del celibato per dedicarsi solo al regno di Dio.
Antropomorfismo: “Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio, e attorno a lui stavano dei serafini” (Isaia 6,1-2). Oppure: “Ricordati di quello che il Signore tuo Dio fece al faraone e a tutti gli Egiziani (…) della mano potente e del braccio teso con cui il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire” (cf Deuteronomio 7,18-19). Lo scrittore fa uso di antropomorfismo, attribuendo a Dio che è spirito, e cioè incorporeo e invisibile (Colossesi 1,15; 1Timoteo 1,17), delle somiglianze con il corpo umano. Ciò è reso necessario dalla nostra incapacità di cogliere Dio se non per analogia con l’esperienza umana. A Dio vengono attribuite parti corporee e positure a motivo delle loro operazioni che si prestano a certe analogie.
Personificazione: “Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Romani 8,22). Qui Paolo attribuisce all’intera creazione alcuni tratti psicologici e comportamentali degli esseri umani. Un altro esempio: “La morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire” (Romani 5,14). Anche la morte viene personificata mediante alcuni tratti comportamentali dell’uomo, come il regnare.
Ironia: “Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi super-apostoli!” (2Corinzi 11,5). Con « super-apostoli » Paolo si riferisce ai falsi apostoli che predicavano un vangelo diverso da quello di Cristo (2Corinzi 11,3.4.13.14.15). Quindi il senso di « super-apostoli » è qui contrario a quello letterale. Oppure: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male” (Genesi 3,22). Adamo ed Eva vollero essere simili a Dio, ma ribellandosi a Dio sono diventati invece simili agli angeli decaduti, ossia spogliati della grazia santificante. Così Dio commenta l’accaduto in modo ironico. Il significato di quelle parole è chiaramente contrario a quello letterale. Questa è l’ironia.
Metonimia: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?” (1Corinzi 10,16). Dove il nome del contenente (calice) viene utilizzato per quello del contenuto (vino eucaristico).
Similitudine: “Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: « Seguitemi, vi farò pescatori di uomini ». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono” (Matteo 4,18-22). Nel suo racconto Matteo utilizza una similitudine tra la chiamata dei primi due fratelli (vv 18-20) e la chiamata degli altri due fratelli (vv 21-22), e cioè facendo uso di termini che denotano somiglianza.
Simbolismo: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1,29). Dove l’agnello simboleggia Gesù Cristo, il quale si è offerto in sacrificio per liberare gli uomini dal peccato.
Metafora: “Io sono il buon pastore” (Giovanni 10,11). La metafora è una forma di paragone tra due cose. Qui il paragone tra Gesù e il buon pastore viene evidenziato da ciò che segue: “Il buon pastore offre la vita per le pecore (…) Io sono il buon pastore (…) e offro la vita per le pecore” (vv 11-15).
SE IL SACERDOZIO MINISTERIALE PER LE DONNE SIA FONDATO SULLA SCRITTURA
Il ministero sacerdotale per le donne non trova alcun fondamento sulla Scrittura. Gesù infatti scelse dodici uomini (Luca 6,13-16) a cui trasmettere la missione ricevuta dal Padre (Giovanni 17,18; 20,21). Egli chiamò « apostoli » (e cioè « inviati », dal greco « apostolon ») questi uomini, e li rivestì della sua stessa autorità (Matteo 10,40; 18,18), ordinando loro di predicare il vangelo a tutte le genti (Marco 16,15) e di amministrare il battesimo (Matteo 28,19), di celebrare l’eucaristia (Luca 22,19; 1Corinzi 11,24) e di rimettere i peccati (Giovanni 20,23), di scacciare i demoni (Matteo 10,1; Marco 3,15) e di guarire gli infermi (Matteo 10,8). La missione che Cristo ha affidato a questi uomini non doveva cessare con la morte di loro, ma deve continuare fino al suo ritorno visibile (Matteo 28,20), e perciò gli apostoli la trasmisero, assieme ai poteri ricevuti, ad altri uomini, loro successori, mediante il sacramento dell’ordine, ossia per mezzo dell’imposizione delle mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5). La Chiesa chiama « successione apostolica » questa trasmissione della missione e dei poteri degli apostoli. Questi successori degli apostoli sono chiamati « episcopi » o « vescovi », e cioè « sorveglianti » (dal greco « episkeptomai » che significa « sorvegliare »), e « presbiteri » o « preti », e cioè « anziani » (dal greco « presbyteroi »). I vescovi e i presbiteri portano in modo speciale il titolo di « sacerdote », poiché la loro è una partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo. Esistono infatti due tipi di sacerdozio: quello comune a tutti gli uomini e a tutte le donne mediante il sacramento del battesimo, e quello ministeriale riservato ai soli uomini mediante il sacramento dell’ordine. I sacerdoti, in virtù del sacramento dell’ordine, agiscono in « persona Christi capitis », e cioè in persona di Cristo capo, e per questo sono mediatori tra Dio e gli uomini. Ma Cristo è un uomo, non una donna, e mai nella Chiesa primitiva è stata conferita alle donne l’ordinazione sacerdotale. Nel 2 Maggio 1994, Giovanni Paolo II decretò: « Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa » (Ordinatio Sacerdotalis). Le donne, anche se in modo differente da alcuni uomini, e cioè dai sacerdoti, offrono servizio alla Chiesa, come le membra in maniera differente tra loro servono al corpo. L’occhio non ha la stessa funzione della mano, ma entrambe queste membra servono al corpo, chi in un modo e chi in un’altro. Così le donne, pur in modo differente dai sacerdoti, servono la Chiesa. Queste, chi in un modo e chi in un’altro, offrono un buon servizio alla comunità ecclesiale.
FONDAZIONE DELLA CHIESA DI ROMA
La Chiesa Cattolica Romana esiste dal I secolo, non dal IV secolo, né fu fondata dall’imperatore Costantino come falsamente affermano i detrattori della Romana Chiesa. La Chiesa Cattolica Romana è apostolica. Primo vescovo Romano, nel I secolo, fu l’apostolo Pietro al quale succedette Lino, al quale succedette Cleto (diminuitivo di Anacleto), al quale succedette Clemente, al quale succedette Evaristo, e così via fino a oggi. Si tratta della trasmissione del primato di Pietro mediante la successione dei vescovi Romani. Pietro fu per la prima volta a Roma intorno al 42, al principio del regno di Claudio (Storia Ecclesiastica II, 14,6) – probabilmente subito dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17) – e fu vescovo della Chiesa di Roma per 25 anni, secondo quanto riporta Girolamo (Gli uomini illustri 1,1). Da Roma scrisse la sua prima lettera, nella quale indica la città imperiale chiamandola in senso figurato Babilonia (1Pietro 5,13; Storia Ecclesiastica II, 15,2). Infatti nell’ambiente Giudaico-Cristiano, il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare Roma, divenuta simbolo del male a causa delle persecuzioni contro i Cristiani (Apocalisse 17,5.6.9). Fu la predicazione di Pietro a Roma la causa della composizione del vangelo secondo Marco (Storia Ecclesiastica II, 15,1; VI, 14, 6). L’apostolo però non si stabilì a Roma senza mai muoversi di là. Roma è la sede apostolica, non la dimora. Infatti nel 48 Pietro lasciò Roma e partì per Antiochia, dove si scontrò con Paolo (Galati 2,11-14) a causa di certe questioni che portarono alla convocazione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15,1-35) e nel quale furono risolte. Alcuni anni dopo fece ritorno a Roma, rimanendovi fino al martirio avvenuto nel 67: Fu crocifisso a testa in giù (Storia Ecclesiastica III, 1,2). Il termine « Cattolica », attribuito alla Chiesa, significa « Universale » e appare per la prima volta nella lettera che Ignazio vescovo di Antiochia scrisse per l’amico Policarpo, vescovo di Smirne e discepolo dell’apostolo Giovanni: « Dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa Cattolica » (Smirnesi VIII, 2). La Chiesa è Cattolica poiché è chiamata da Cristo alla diffusione universale del suo messaggio. Purtroppo già nei primi secoli vi furono delle separazioni in seno alla Chiesa Cattolica e, successivamente, col grande scisma di Oriente nel X secolo, e col grande scisma di Occidente nel XVI, il termine « Cattolica » ha assunto un significato confessionale, e indica la parte della Chiesa in comunione col vescovo di Roma. Ci sono tuttavia anche Cristiani di altre confessioni che attribuiscono a sé stessi il termine Cattolici o Veterocattolici, e perciò i Cristiani in comunione col vescovo di Roma sono chiamati Cattolici Romani. Verso la fine del I secolo, Clemente Romano – che fu un collaboratore degli apostoli (Filippesi 4,3) e terzo successore dell’apostolo Pietro sulla cattedra di Roma – scrisse una lettera indirizzata alla Chiesa di Corinto. Il motivo della composizione di questa lettera furono i disordini sorti in questa comunità, nella quale alcuni giovani membri si erano ribellati contro i presbiteri, che essi avevano destituito arbitrariamente. Perciò nella sua lettera Clemente richiama i Corinzi al ravvedimento e all’obbedienza ai presbiteri (Corinzi LVII, 1-2), minacciandoli di gravi sanzioni se non obbedito (Corinzi LIX, 1). Questa lettera di Clemente è una testimonianza di come già nel I secolo il vescovo di Roma avesse l’autorità di prendere disposizioni nei confronti di un altra Chiesa particolare, qui quella di Corinto. Eusebio ci fa sapere che l’avvertimento del vescovo di Roma fu accolto dai Corinzi e messo in pratica (Storia Ecclesiastica IV, 23, 11). Sempre Eusebio ci fa sapere che la lettera di Clemente fu molto stimata e letta pubblicamente in molte comunità cristiane (Storia Ecclesiastica III, 16). La lettera di Clemente afferma l’autorità dei vescovi sui fedeli e il primato della Chiesa di Roma sulle altre Chiese particolari. Nel II secolo, Ireneo vescovo di Lione afferma che la Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e che la sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi e che, con la Chiesa di Roma, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa è conservata la tradizione apostolica (Contro le eresie III, 3, 2). E menziona così la successione dei vescovi Romani, da Lino – che fu il primo successore dell’apostolo Pietro – a Eleuterio, il vescovo Romano d’allora, affermando che con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa, unica vivifica fede (Contro le eresie III, 3, 3). Nella metà del III secolo, Dionisio (o Diogini) vescovo di Alessandria, che combatteva l’eresia sabelliana o patripassiana di alcuni presbiteri della Libia, fu accusato presso il suo omonimo e contemporaneo vescovo di Roma da alcuni presbiteri egiziani riguardo alcune imprecisioni dottrinali in materia trinitaria. Il vescovo di Alessandria, infatti, in contrasto con i patripassiani – i quali affermavano che non Gesù Cristo come persona distinta, ma il Padre stesso avesse subìto la passione (per i patrapassiani il Figlio e lo Spirito Santo non sono persone distinte, ma piuttosto modi di manifestarsi dell’unico Dio, il Padre) – accentuava tanto la distinzione tra Padre e Figlio fino a comprometterne l’unità. Perciò il vescovo di Roma fu invitato a giudicare tali imprecisioni, come autorità dottrinale più alta e sicura. Il vescovo di Alessandria si giustificò e riconobbe l’unità di essenza tra Padre e Figlio insegnata dalla Chiesa di Roma (De Sententia Dionysii). Anche questo episodio testimonia come il vescovo di Roma esercitasse già allora una certa autorità sulle altre Chiese particolari, qui riprendendo il vescovo di Alessandria. Vediamo come i presbiteri della Chiesa egiziana si fossero subito rivolti all’autorità del vescovo di Roma. Non manca inoltre l’accettazione da parte del vescovo di Alessandria riguardo la sentenza e la dottrina esposta dal vescovo Romano. L’autorità superiore del vescovo di Roma è dovuta al primato che Cristo ha conferito a Pietro. A Pietro furono affidate le chiavi (Matteo 16,19) e l’autorità di confermare i fratelli (Luca 22,31-32). E sempre a Pietro viene affidato il compito di pascere la Chiesa (Giovanni 21,15-17). L’autorità conferita a Pietro è trasmessa ai suoi legittimi successori, i vescovi Romani. Perciò la Chiesa Cattolica Romana non fu fondata da Costantino il Grande, nel IV secolo. Costantino nel 313 ha solo decretato, insieme a Licinio, « religio licita » il Cristianesimo, permettendo nel Romano impero la libertà di culto a tutti i Cristiani. Dopo l’Editto di Milano del 313, col quale Costantino e Licinio decretarono la libertà di culto ai Cristiani, con l’Editto di Tessalonica del 380, Teodosio, Graziano e Valentiniano II (che all’epoca aveva solo nove anni) decretarono il Cristianesimo – secondo i canoni del Primo Concilio Ecumenico di Nicea del 325 – religione di stato, sopprimendo in tutto il Romano impero l’Arianesimo e i culti pagani. Perciò chi afferma che la Chiesa Cattolica Romana fu fondata nel IV secolo da Costantino, è un falsario della storia della Chiesa.
LA TRANSUSTANZIAZIONE
Secondo la dottrina cattolica della transustanziazione, il sacerdote ministro del sacramento, che ha l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa nel celebrare l’eucaristia, e ripete le parole della consacrazione, fa sì che Cristo sia tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità sotto l’apparenza del pane, e ugualmente sotto l’apparenza del vino. Sotto le apparenze del pane e del vino, Cristo è tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo glorioso con cui siede alla destra del Padre, ed è tutto e veramente presente anche in un solo minuscolo frammento. Ugualmente anche solo in una minuscola goccia di quel vino consacrato. Poiché Cristo ha offerto un corpo vivo, non dissanguato. Questo corpo vivo e unito a un anima spirituale, che è principio vitale del corpo. In Cristo, inoltre, la natura umana e la natura divina sussistono nell’unità della seconda persona divina della Trinità. Giustamente allora la fede della Chiesa crede che Cristo è tutto e veramente presente sia nell’una che nell’altra specie (cioè le apparenze del pane e del vino), ugualmente, con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. Cristo si fa tutto e veramente presente sotto ognuna delle due specie mediante le parole di consacrazione e per l’azione dello Spirito Santo, per cui tutta la sostanza del pane e del vino si converte nella sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. A questa conversione di sostanza è stata data il nome di transustanziazione. Il termine è ufficialmente confermato nel 1215, col Concilio Lateranense IV, ma adoperato già in precedenza. Dopo la consacrazione, del pane e del vino rimangono solo le specie, cioè le apparenze del pane e del vino, ma non la sostanza. Le apparenze del pane e del vino vengono mantenute nell’esistenza dalla potenza divina. La reale presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino non dipende dalla fede e dalla santità del ministro, ma dal potere di celebrare l’eucaristia che Cristo stesso ha conferito ai dodici: « Fate questo in memoria di me » (Luca 22,19). A loro volta i dodici l’hanno trasmesso ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, e soltanto questi – se validamente ordinati, e agendo così in persona Christi e come strumento di Cristo – avendo l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa, e ripetendo le parole della consacrazione pronunciate da Gesù nell’ultima cena: « Questo è il mio corpo (…) Questo è il calice del mio sangue », possono far accadere la transustanziazione. L’eucaristia nutre l’anima dei credenti con la grazia sacramentale. Tuttavia le specie consacrate mantengono, miracolosamente, la capacità di nutrire il corpo. La presenza di Cristo nel sacramento perdura finché sussistono le specie, e cioè finché non si corrompono nello stomaco. Perciò nella fogna non finisce la sostanza di Cristo come osano affermare i detrattori della fede cattolica. Noi cattolici adoriamo l’eucaristia perché sotto le apparenze del pane e del vino c’è Cristo, tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. La transustanziazione è simbolicamente prefigurata nell’Antico Testamento. Nel deserto, infatti, il Signore dava da mangiare al suo popolo pane al mattino e carne al tramonto (Esodo 16,12). Il passaggio pane-carne è prefigurazione simbolica della transustanziazione. Con la transustanziazione non si ripete il sacrificio di Cristo come se fosse una copia di quello originale che è unico e irripetibile. Con la transustanziazione viene perpetuato sull’altare, in modo non violento, l’unico e autentico sacrificio avvenuto sulla croce. L’unica ripetizione sta nel rito. Riguardo la transustanziazione, San Francesco d’Assisi diceva: « Gli uomini devono tremare, il mondo deve fremere, il cielo deve commuoversi, quando sull’altare fra le mani del sacerdote appare il Figlio di Dio ».
LA SUCCESSIONE APOSTOLICA
La successione apostolica è la trasmissione della missione e dei poteri degli apostoli ai loro successori. Dopo che gli apostoli vennero scelti (Luca 6,13-16), Cristo trasmise loro la missione che egli aveva ricevuto dal Padre (Giovanni 17,18; 20,21). Li rivestì perciò della sua stessa autorità (Matteo 10,40) e diede loro l’incarico di predicare il vangelo a tutte le genti (Marco 16,15), e di amministrare i sacramenti (Matteo 18,18; 28,19; Luca 22,19; Giovanni 20,23). La missione che Cristo aveva affidato agli apostoli non doveva cessare con la morte di questi, ma deve continuare fino al suo ritorno visibile (Matteo 28,20). Perciò la missione e i poteri divini conferiti da Cristo agli apostoli, vengono trasmessi ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, per mezzo dell’imposizione delle mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5), e cioè mediante il sacramento dell’ordine.
L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA DELL’UOMO
L’anima è il principio vitale dell’uomo. Nella Bibbia anima e spirito sono utilizzati spesso come sinonimi (Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Giacomo 2,26; Apocalisse 6,9). Si può dire infatti che l’umo è composto di anima e di corpo, oppure di spirito e di materia. Lo spirito umano – comunemente detto anima – non va confuso con lo spirito di cui parla l’apostolo nella sua lettera (1Tessalonicesi 5,23), poiché quello a cui Paolo fa riferimento è il dono dello Spirito Santo, cioè la grazia salvifica, e non un costituitivo della persona. Questa grazia va conservata affinché possiamo sempre camminare nella luce, e il giorno del giudizio non ci sorprenda come un ladro, a nostra rovina (1Tessalonicesi 5,1-9.23). Inoltre questo dono dello Spirito Santo non dimora in tutti gli uomini, ma solo in coloro che vivono secondo la legge di Dio. L’ebraico « נפש » (nèfesh) e il greco « ψυχή » (psychè), spesso tradotti con « anima », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (1Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9) per la quale egli è immagine di Dio, ma pure in riferimento all’intera persona umana (Genesi 2,7; Matteo 26,38; Luca 1,46; Giovanni 12,27; Atti 2,41), alla vita umana (1Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), al sangue (Genesi 9,4; Levitico 17,14; Deuteronomio 12,23), ad ogni essere vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3). Anche l’ebraico « רֽוּחַ » (ruach) e il greco « πνεῦμα » (pneuma), tradotti con « spirito », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (Sapienza 15,11; 16,14; Siracide 34,13; Ebrei 12,23; Giacomo 2,26; 1Pietro 3,19), ma pure in riferimento all’intera persona umana (Luca 1,47), ai sentimenti umani (1Maccabei 13,7), alla vita umana (Giobbe 17,1). Col termine « Spirito », inoltre, viene indicata la Divinità (Giovanni 4,24; Atti 5,3-4) e i suoi doni (Isaia 11,2-3). La Scrittura fa spesso riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Nel Primo libro di Samuele (28,8-19) il re Saul poté consultare il defunto Samuele, mediante una donna che praticava la divinazione. Quello spirito era veramente Samuele (v 14), e l’episodio prova che le anime sopravvivono alla morte del corpo. La pratica della divinazione e dell’evocazione dei morti è condannata da Dio. Evidentemente solo in questo episodio è stata permessa. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo che gli spiriti di due defunti, Geremia e Onia, innalzavano molte preghiere a Dio, intercedendo per il popolo ebraico (2Maccabei 15,6-16). Questo episodio è un’altra testimonianza della vita oltre la morte del corpo, cioè dell’immortalità dell’anima. Nel vangelo secondo Luca leggiamo: « Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle tende eterne » (Luca 16,9). Il senso figurato di tende eterne è quello della condizione dei giusti dopo questa vita. Luca fa quindi riferimento alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo, e alla retribuzione per i giusti, accolti nelle tende eterne da altri fratelli che furono già accolti prima di loro. Nell’episodio della Trasfigurazione, Pietro e Giacomo e Giovanni videro gli antichi profeti Mosè ed Elia che conversavano con Gesù (Matteo 17,3). Questo episodio è un altra testimonianza della vita oltre la morte del corpo, e quindi dell’immortalità dell’anima dell’uomo. Nel vangelo Gesù fa una chiara distinzione tra anima e corpo: « E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna » (Matteo 10,28). Egli afferma che solo Dio è Colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna. L’immagine della Genna è utilizzata in senso figurato per indicare la condizione delle anime dannate (Matteo 18,8; Giuda 7; Apocalisse 21,8). Nell’episodio della crocifissione, Cristo fa questa promessa al malfattore pentito: « In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso » (Luca 23,43). Ciò significa che, anche se il corpo muore, l’anima sopravvive. Ne era convinto anche Stefano, il quale, mentre subiva il martirio, pregava dicendo: « Signore Gesù, accogli il mio spirito » (Atti 7,59). Il giovane diacono era certo di essere subito accolto, dopo il martirio, nel regno di Dio. Chiaro riferimento alla vita dopo la morte del corpo, quindi alla sopravvivenza dell’anima e alla gloria del cielo come retribuzione per i giusti. L’autore della lettera agli Ebrei, scrive: « Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele » (Ebrei 12,22-24). L’autore della lettera menziona gli spiriti dei giusti portati alla perfezione. Altro riferimento alla vita dopo la morte del corpo. Nella sua lettera alla Chiesa di Efeso, Paolo scrive: « Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne » (Efesini 1,23-24). Paolo era combattuto tra il desiderio di essere sciolto dal corpo per stare con Cristo, e il dovere di rimanere nel corpo per predicare il vangelo, il che era conveniente per quelli al quale il vangelo era da lui predicato. Anche questo è un riferimento alla vita dopo la morte del corpo, quindi dell’immortalità dell’anima. Contrariamente Paolo avrebbe detto una cosa insensata, poiché se l’uomo è solo carne e non pure spirito, allora come potrebbe Paolo stare con Cristo se sciolto dal corpo? E ovvio che l’apostolo faceva riferimento all’anima immortale sciolta dalla sua carne mortale. Ancora, nella sua Seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: « Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male » (2Corinzi 5,1-10). Anche questa scrittura è molto chiara riguardo la sopravvivenza dell’anima dell’uomo rispetto a questa carne mortale. Nella sua prima lettera, Pietro scrive: « Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò a predicare anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua » (1Pietro 3,18-20). Cristo predicò agli spiriti dei defunti castigati al tempo di Noè. Un altro chiaro riferimento alla sopravvivenza dell’anima umana dopo la morte del corpo. Nel libro dell’Apocalisse si legge delle anime dei martiri che gridano a gran voce: « Fino a quando, Sovrano, tu che sei Santo e Verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra? » (Apocalisse 6,9-10). L’anima dell’uomo sopravvive oltre la morte del corpo. Questa è immortale. Nel Qoelet si legge che i morti « non sanno nulla, non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce » (Ecclesiaste 9,5). Ciò si deve al fatto che la rivelazione della sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo è stata progressiva. Inizialmente si credeva che la sorte dei giusti e quella dei malvagi fosse la medesima. In seguito si arrivò a credere non solo alla sopravvivenza dopo la morte, ma pure ad una retribuzione per i giusti e per i malvagi (Luca 16,22-23). Cristo nella sua predicazione parlerà di fuoco eterno per i malvagi (Matteo 18,8; 25,41), e di paradiso per i giusti (Giovanni 14,2-3; Luca 23,43). Alla risurrezione dai morti (2Maccabei 7,9; Daniele 12,2; Giovanni 5,28-29; 1Tessalonicesi 4,13-14) l’anima di ognuno verrà riunita al proprio corpo, affinché anche il corpo, nella vita eterna, possa partecipare al premio o al castigo meritato (Matteo 25,31-46), al quale le anime già ora partecipano.