FEDE E OPERE

Gli uomini sono salvati da Dio per grazia, mediante la fede, ma anche per le buone opere – senza le quali la fede è morta – che sono conseguenza della grazia, la quale ci viene elargita in abbondanza. La Scrittura ci fa sapere che le buone opere sono di grande importanta: « Non vi fate illusioni, non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene. Se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo » (Galati 6,7-8). « Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male » (2Corinzi 5,10). « Ciascuno riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene » (Efesini 6,8). L’autore della lettera agli Ebrei, scrive: « Dio infatti non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e rendete tutt’ora » (Ebrei 6,10). La fede per essere viva deve essere accompagnata dalle buone opere, non dalle sole parole, poiché Cristo stesso afferma: « Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”. Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità! » (Matteo 7,21-23). Giacomo scrive: « Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede ed io ho le opere. Mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene, anche i demoni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: “E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio”. Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta » (Giacomo 2,14-26). E ancora, Cristo, sull’importanza della fede accompagnata dalle buone opere, dà questo insegnamento: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”. Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Matteo 25,31-46). La grazia ci giustifica senza che abbiamo dei meriti precedenti da parte di buone opere, ma ci viene elargita in abbondanza affinché possiamo compierle. Siamo salvati per grazia, mediante la fede, e per le buone opere senza le quali la fede è morta. Viviamo quindi una fede operante che dia frutto a suo tempo.

L’INSEGNAMENTO UFFICIALE DELLA CHIESA RIGUARDO LE UNIONI OMOSESSUALI

“È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso” (Cardinal Cafarra, 14 Febbraio 2010).

“Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Papa Francesco, Amoris Laetitia, 251).

Nel testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, riguardo i comportamenti e le unioni omosessuali, leggiamo:

“La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società”.

Nel Catechismo:

“2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.

LA DEVOZIONE PER LE SACRE IMMAGINI

La devozione per le sacre immagini è legata alla devozione per i Santi. Nella Bibbia il Signore proibisce l’uso di certe immagini, ma solo se queste sono mezzo per l’idolatria (Esodo 20,3-5; Deuteronomio 32,21; Salmi 115,4; 135,15; Isaia 40,19; 41,29; 44,9-17; 46,6; Geremia 10,5 ecc). L’uomo non deve prostrarsi davanti agli idoli né deve servirli (Esodo 20,5). Un esempio di questa idolatria, severamente proibita dal Signore, l’abbiamo nell’episodio in cui il popolo eletto fabbricò nel deserto un vitello d’oro, durante l’assenza di Mosè, accendendo l’ira del Signore. Il popolo, infatti, peccò contro il Signore idolatrando quel vitello come loro dio, attribuendogli la loro liberazione dalla schiavitù in terra d’Egitto (Esodo 32,4). Ma il Signore è l’unico vero Dio, e fu il Signore a liberare dalla schiavitù il popolo eletto e a condurlo fuori dalla terra d’Egitto. Egli e nessun altro. La proibizione di figure e immagini scolpite riguarda soltanto gli idoli, non pure ciò che favorisce il culto dell’unico vero Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo che il Signore stesso comanda l’uso di immagini sacre, come quelle di cherubini scolpite sull’Arca dell’Alleanza che egli stesso comandò di costruire (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35; 37,7-9). Oppure il serpente di rame attraverso il quale il Signore salvava gli israeliti morsi dai serpenti (Numeri 21,4-9). Il Signore non tenta nessuno al male (Giacomo 1,13), perciò nessuno può dire che il Signore condanna l’uso delle immagini sacre, quand’egli stesso ha voluto l’uso di queste, come si è detto, condannando invece l’idolatria che, contrariamente alle immagini sacre, non favorisce il culto dell’unico vero Dio. Infatti lo stesso serpente che fu fatto per ordine del Signore, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò ad adorarlo (2Re 18,4). Anche Salomone, il sapiente per eccellenza (2Cronache 1,11-12), fece porre all’interno del tempio immagini sacre che rappresentavano cherubini, buoi e leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4). Ciò fu chiaramente approvato dal Signore (1Re 9,3). Ci è lecito adornare le nostre case e le nostre parrocchie con le sacre immagini. Infatti mentre contempliamo quelle figure, siamo chiamati ad imitare ciò che rappresentano: il Signore Gesù Cristo e la Santa Vergine Maria, i Santi apostoli, i Santi angeli, i martiri e i beati. Inoltre le sacre immagini sono anche utili a migliorare la conoscenza di molti episodi biblici e a farci entrare con la mente in quelle situazioni come se noi stessi le vivessimo. Quindi sono davvero utili a noi credenti.

Anche il bacio alle sacre immagini, l’inchino e la preghiera davanti a queste ci sono lecite. E infatti, come si è detto sopra, le sacre immagini esortano noi credenti ad imitare ciò che queste rappresentano. Quindi le nostre preghiere non sono rivolte ad’un crocifisso di legno o ad’una scultura di marmo o ad’una tela, ma sono rivolte alla persona che questi rappresentano, affinché intercedano per noi presso il Signore nostro Dio. È lui la fonte di ogni grazia. Nella Sacra Scrittura vi sono tanti esempi di prostrazioni davanti alla creatura, e colui che si prostrava, almeno che non lo facesse in atteggiamento di adorazione, non era mai accusato di qualcosa di illecito. Vediamo qualche passo biblico: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra » (Genesi 33,3). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). In Rivelazione, invece, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché l’apostolo, credendo di vedere la maestà del Signore Dio, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione, e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi l’inchino e la preghiera davanti alle sacre immagini non è un atto di idolatria, così come non è idolatria il baciare una figura per devozione verso ciò che rappresenta. Infatti, talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, i figli, i genitori, i defunti. Certamente non rechiamo alcuna offesa al Signore Dio né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo le sacre immagini. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

Quanto all’incensare le immagini sacre, non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

Pure le processioni della Chiesa sono lecite e non servono per adorare creature né oggetti inanimati. Partecipare alle processioni vuol dire riconoscere e omaggiare pubblicamente Cristo, Maria e i Santi. Durante le processioni la fede di noi cattolici viene pubblicamente manifestata. Ciò è cosa buona è giusta. La Chiesa è una comunione di santi, poiché tutti i fedeli sono battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, il quale è formato da molte membra (1Corinzi 12,13-14). Il membro più importante è Cristo, che è il capo. È giusto quindi che tutta la Chiesa gioisca quando un Santo è onorato, secondo le parole dell’apostolo che afferma che se un membro è onorato, tutte le altre membra gioiscono con lui (1Corinzi 12,26). Nel vangelo Cristo afferma: « Se uno serve me, il Padre lo onorerà » (Giovanni 12,26). I Santi che sono nella gloria del cielo hanno servito il Signore Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se il Signore Dio onora i Santi nel cielo, perché non dovremmo onorarli anche noi? Noi cattolici li onoriamo e proclamiamo così la bontà del Padre che ha fatto risplendere nei Santi l’opera della redenzione.

Infine, anche la devozione per le reliquie è legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo col mantello di Elia, separando le acque dopo averle percosse con quel mantello e potendo così passare dall’altra parte (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Nel suo vangelo Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce.

PRIMOGENITO

Secondo il senso letterale, primogenito – dal greco prototòkos (equivalente dell’ebraico bekòr) che significa « primo nato » – è utilizzato per indicare il primo figlio, a prescindere se sia l’unico oppure il maggiore di altri fratelli, poiché nessun’altro fu generato prima di lui. Infatti l’unico Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16) è detto « il suo primogenito » (Ebrei 1,6). Per gl’Israeliti primogenito era un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Il primogenito inoltre era privilegiato rispetto ai suoi fratelli (Deuteronomio 21,17), e perciò nella Bibbia viene fatto uso di questo termine anche in senso figurato, in riferimento a chi viene elevato al di sopra degli altri: « Io inoltre lo costituirò mio primogenito, il più eccelso dei re della terra » (Salmi 89,27). Così il Figlio di Dio è detto « primogenito della creazione » (Colossesi 1,15) in senso figurato, in riferimento alla sua superiorità sulla creazione, e non in ordine cronologico, come se fosse la prima creatura, egli che è la causa prima di tutte le cose (Giovanni 1,3; Colossesi 1,16-17; Ebrei 1,2; 1Corinzi 8,6). Per « primo creato » il greco ha protoktistos, non prototòkos. Anche il popolo eletto è detto in senso figurato « figlio primogenito » (Esodo 4,22).

SANGUE E ACQUA

Dal fianco trafitto di Gesù sulla croce, fuoriuscirono sangue e acqua (Giovanni 19,34), che secondo il senso spirituale della parola di Dio significano i sacramenti della Chiesa: Eucaristia (Matteo 26,27-28; Giovanni 6,54-56) e Battesimo (Giovanni 4,13-14; 1Pietro 3,20-21).

I DONI DEI MAGI

I doni che i maghi d’oriente portarono a Gesù (Matteo 2,11), hanno un certo significato cristologico: simboleggiano la regalità, divinità e umanità di Gesù. L’oro, dono riservato ai re (1Re 10,2.10), simboleggia la regalità di Gesù Re dei re (Apocalisse 17,14). L’incenso, bruciato sull’altare come offerta a Dio (Esodo 30; Levitico 2; Luca 1,8-10), simboleggia la divinità di Gesù, nostro grande Dio e Signore (Giovanni 20,28; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; Giuda 1,4). La mirra, usata per conservare i cadaveri (Giovanni 19,39), simboleggia la morte di Gesù, quindi la sua umanità (Giovanni 1,14; Galati 4,4). Quanto ai maghi (chiamati magi dalla tradizione cattolica) – non stregoni né ciarlatani, ma astrologi e interpretatori di sogni – che vennero ad adorare il bambino, rappresentano la primizia dei credenti provenienti dai non circoncisi.

IL MAGISTERO

Cristo ha affidato le chiavi dell’autentica interpretazione della parola di Dio, scritta e trasmessa, al solo magistero costituito dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui (Matteo 16,19; 18,18), i quali esercitano questa autorità nel nome di Gesù Cristo (Matteo 10,14; Luca 10,16) e sotto l’assistenza del suo Santo Spirito (Giovanni 14,15-17; Matteo 28,20). « Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio » (Dei Verbum 10).

Tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica 85-87

HEÔS (FINCHÉ) E PROTOTÒKOS (PRIMOGENITO)

Matteo 1,24-25: Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé la sua sposa, e non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio primogenito, e gli pose nome Gesù.

L’evangelista fa uso della congiunzione temporale heôs (finché, fino a quando) per negare un’azione per il tempo passato, ma non per riferire un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Matteo non ci sta dicendo che dopo la nascita del bambin Gesù, Giuseppe e Maria ebbero rapporti coniugali (nella Scrittura il verbo « conoscere » è spesso sinonimo di unione coniugale, Genesi 1,1.17.25), ma vuole solo evidenziare che il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo (Matteo 1,18), e cioè senza l’intervento di un uomo. Riguardo l’uso di heôs, la Scrittura ci dà alcuni esempi: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché (heôs) io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Salmi 109,1 Settanta). Ora quel finché, non significa che dopo, Gesù Cristo, non siederà più alla destra del Padre. « Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al (heôs) giorno della sua morte » (2Samuele 6,23 Settanta). Certamente Mikal non ebbe figli dopo la sua morte, e perciò, come già detto sopra, « heôs » (finché, fino a quando) non implica necessariamente un cambiamento di situazione per il tempo successivo. Quanto al prototòkos (primogenito) era per gl’Israeliti un termine legale, in quanto i genitori dovevano pagare per lui un prezzo di riscatto (Esodo 13,13). Allora un primogenito non necessariamente ha dei fratelli germani, poiché si usava chiamare un figlio primogenito sia che fosse il maggiore di più figli, sia che fosse l’unico, poiché nessuno è nato prima di lui.

LA PREGHIERA DELL’AVE MARIA

La preghiera dell’Ave Maria trova nella Bibbia il suo fondamento:

› Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Le parole sono prese dall’episodio dell’Annunciazione, e sono pronunciate da Gabriele (Luca 1,28). Il latino ave traduce il greco chaire, e cioè rallegrati. Si tratta di un invito alla gioia.

› Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Le parole sono prese dall’episodio dell’incontro tra la vergine Maria e la parente Elisabetta. Fu Elisabetta, sotto l’azione dell’ Spirito Santo, ad esclamare a gran voce queste magnifiche parole (Luca 1,41-42). Il nome « Gesù » è un’aggiunta posteriore.

› Santa Maria, madre di Dio,

Maria è Santa perché santificata dalla grazia. Maria è la kecharitomene (Luca 1,28), la piena di grazia. Invocare Maria come madre di Dio significa riconoscere Gesù come vero Dio e vero uomo, e professare la fede in lui. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Elisabetta poté dire a Maria: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? » (Luca 1,43). San Paolo apostolo afferma che « nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Corinzi 12,3). Il titolo Signore è la traduzione dal greco Kyrios, che nella Septuaginta, e cioè la versione greca dell’Antico Testamento letta dai cristiani nel I secolo, traduceva il tetragramma YHWH, il Sacro nome che Dio aveva rivelato al suo popolo. L’evangelista stesso utilizza Kyrios (Signore) e Theos (Dio) in maniera scambievole (Luca 1,6.8.11.16.19.26.28.30.32.37.38.43.46.47 ecc). La vergine Maria è madre di Dio perché Cristo, nell’unità della sua persona divina, è vero Dio e vero uomo. La Vergine ha generato secondo la carne il Logos nato (dall’eternità) da Dio. Perciò, come scrive San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica III, q 35, a 4, ad 2), si deve affermare che « la vergine Maria è madre di Dio, non perché madre della divinità, ma perché è madre, secondo la natura umana, di una persona che possiede la divinità e l’umanità ».

› prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

In Giovanni 2,1-11 viene raccontato che durante uno sposalizio in cui erano presenti Gesù e sua madre, Maria intercede per gli invitati, i quali non avevano più vino. Gesù allora non poté rifiutare la richiesta di sua madre alla quale non tarda a rispondere. Così, proprio in quell’episodio, e per intercessione di Maria sua madre, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli fece riempire d’acqua sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili, e l’acqua divenne vino buono. Il significato teologico delle nozze di Cana è quello dello sposalizio tra Gesù e l’umanità, e lo sposo che conserva il vino buono (Giovanni 2,9-10) – immagine simbolica dell’amore sponsale tra Dio e il suo popolo – è Gesù medesimo. E Maria è colei che presso suo Figlio intercede per l’umanità. Ella si mette in mezzo esercitando la sua carità. La carità esercitata da Maria sulla terra viene ancora esercitata nel cielo, dove i beati regnano con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla terra, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei beati per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i beati nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Luca 15,7; Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo sono perfetti nella carità, tanto più perfette delle nostre sono le preghiere che i beati rivolgono a Dio per noi. Maria poi si trova in cielo già col suo corpo glorificato (Munificentissimus Deus). La Chiesa, fin dai primi secoli, ha invocato l’aiuto della Santa madre di Dio. Maria può ottenerci da Dio qualsiasi grazia.

› Amen. Verità.

FEDE E IGNORANZA INVINCIBILE

La Chiesa rifacendosi ad alcune Scritture (Matteo 10,22; Marco 16,16; Giovanni 3,18.36; Romani 10,14; Ebrei 11,6) insegna che la fede è assolutamente necessaria per conseguire la salvezza eterna. In un documento del 1964, Paolo VI afferma: « Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare » (Lumen Gentium 14).

Riguardo la salvezza eterna di coloro che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua Chiesa, la Chiesa insegna:

« A noi ed a voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato » (Pio IX, Quanto Conficiamur).

« Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna » (Paolo VI, Lumen Gentium 16).

È detta « ignoranza invincibile » e non colpevole quella di una persona che, ad es, nel ricercare la verità è impossibilitata a trovare le informazioni necessarie per conoscerla. È il caso, ad es, di una persona nata e cresciuta dove non vi è mai arrivato qualche predicatore del vangelo. Ma se l’atto della volontà precede quello dell’intelletto, ed è il caso di chi volontariamente trascura di informarsi intorno alla verità, e perciò preferisce ignorare, l’ignoranza passa da « invincibile » a « vincibile » e perciò colpevole e inescusabile.

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