Lo Spirito Santo è una persona divina: desidera (Romani 8,27), crea (Giobbe 33,4; Salmi 104,30), ama (Romani 15,30), consola (Giovanni 14,16.26; 15,26; 16,7), si rattrista (Isaia 63,10; Efesini 4,30), rivela (Luca 2,26), vieta (Atti 16,6-7), insegna la verità (Giovanni 14,17.26; 15,26), conosce tutte le cose (1Corinzi 2,9-11), intercede per la Chiesa (Romani 8,26-27), testimonia Cristo (Giovanni 15,26). La Scrittura ci mostra chiaramente che lo Spirito Santo ha intelletto e volontà, e perciò è una persona divina, non una forza impersonale. Riferendosi allo Spirito Santo, Giovanni fa uso del pronome personale maschile ekeinos: « Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Lui mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà » (Giovanni 16,13-14). Lo Spirito Santo viene chiamato paràkletos (Giovanni 14,16), che può essere tradotto con consolatore, avvocato, difensore, soccorritore. Tutti termini che possono essere attribuiti a una persona, non a una forza impersonale. Anche Gesù viene chiamato paràkletos (1Giovanni 2,1). Lo Spirito Santo, inoltre, può essere tentato (Atti 5,9), mentito (Atti 5,3), bestemmiato (Matteo 12,31-32), proprio come si può tentare, mentire e bestemmiare una persona. Una forza impersonale non potrebbe mai essere tentata o mentita. Lo Spirito Santo è Dio stesso, e infatti negli scritti di Paolo e di Luca vengono adoperati scambievolmente i nomi di Dio, di Spirito di Dio, di Spirito del Signore e di Spirito Santo (Giudici 13,25; 14,6.19; 1Corinzi 3,16-17; 6,19; Atti 5,3-4). Pietro dice ad Anania che mentendo allo Spirito Santo non ha mentito a un uomo, ma a Dio. Lo Spirito Santo è « lo Spirito del Padre » (Matteo 10,20; 12,28; 1Corinzi 2,11-12; 3,16; 12,3) e « lo Spirito del Figlio » (Atti 16,6-7; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-12), poiché, in quanto terza persona divina della Santissima Trinità, procede dal Padre e dal Figlio come da un solo principio. Infatti Padre e Figlio e Spirito Santo, pur essendo distinti tra loro, hanno in comune la stessa natura o essenza divina, e perciò sono un solo Dio (Matteo 28,19; Giovanni 10,30; Romani 8,9; Atti 5,3-4). Essendo Dio, lo Spirito Santo non è circoscritto ad alcun luogo, ma è onnipresente (1Re 8,27; Salmi 139,5-12; Proverbi 15,3; Geremia 23,24; Marco 10,27) e perciò può prendere dimora, ad un tempo, in tutti i credenti (Atti 2,4; 4,31; 13,52).
ADELPHEN GYNAIKA
Il greco adelphen gynaika, letteralmente significa donna sorella ed indica una donna cristiana, a prescindere se questa sia vergine, nubile, sposa o vedova. Il greco gyne indica in modo generico la donna. Qualche esempio:
Matteo 9
20 Ed ecco una donna (gyne), che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello.
Matteo 9
22 Gesù, voltatosi, la vide e disse: « Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita ». E in quell’istante la donna (gyne) guarì.
Matteo 11
11 In verità vi dico: tra i nati di donna (gynaikon) non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Matteo 13
33 Un’altra parabola disse loro: « Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna (gyne) ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti ».
Matteo 15
22 Ed ecco una donna (gyne) Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: « Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio ».
Matteo 15
28 Allora Gesù le replicò: « Donna (gynai), davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri ». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Apocalisse 12
13 Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna (gynaika) che aveva partorito il figlio maschio.
Apocalisse 12
14 Ma furono date alla donna (gynaiki) le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente.
Apocalisse 12
15 Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna (gynaikos), per farla travolgere dalle sue acque.
Apocalisse 12
16 Ma la terra venne in soccorso alla donna (gynaiki), aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
Apocalisse 12
17 Allora il drago si infuriò contro la donna (gynaiki) e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
In determinati contesti il greco gyne può essere tradotto con moglie, cioè quando lo scrittore ci fa sapere che quella donna è legata a un uomo mediante un vincolo matrimoniale. Qualche esempio:
Matteo 5
31 Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie (gynaika), le dia l’atto di ripudio; 32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie (gynaika), eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Matteo 14
3 Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodìade, moglie (gynaika) di Filippo suo fratello.
Matteo 18
25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie (gynaika), con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito.
Matteo 19
3 Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: « È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie (gynaika) per qualsiasi motivo? ».
Atti 5
1 Un uomo di nome Anania con la moglie (gynaiki) Saffira vendette un suo podere
Atti 5
2 e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie (gynaikos), consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli.
Nei versetti sopracitati è palese che la donna sia legata all’uomo mediante un vincolo matrimoniale, e perciò giustamente gyne va tradotto con moglie. Ma nella sua prima lettera ai Corinzi, Paolo non ci fa sapere se le donne che accompagnavano gli apostoli durante alcuni viaggi missionari (1Corinzi 9,5) fossero legate a loro mediante il vincolo matrimoniale. L’apostolo sta soltanto affermando il diritto che hanno coloro che predicano il vangelo di vivere a spese della comunità (1Corinzi 9,1-12). Questo diritto l’hanno anche coloro che sono accompagnatori (v 5). Tra questi accompagnatori vi erano, probabilmente, Maria Maddalena e la madre di Giacomo minore e di Ioses, e Salomè madre di Giacomo maggiore e di Giovanni, che già dalla Galilea avevano seguito Gesù per servirlo (Matteo 27,55). Paolo afferma che è anche un diritto di queste sorelle il poter vivere a spese della comunità. Perciò è una forzatura rendere gynaika con moglie nelle versioni protestanti di 1Corinzi 9,5. Peraltro i testi sacri non ci parlano mai di ipotetiche mogli degli apostoli. Un eccezione l’abbiamo per Pietro, di cui è menzionata la suocera (Matteo 8,14; Marco 1,30; Luca 4,38). Tuttavia dal medesimo racconto comune ai tre sinottici (Matteo 8,14-15; Marco 1,30-31; Luca 4,38-39), ci è lecito pensare che Pietro fosse vedovo quando fu chiamato da Gesù come apostolo. Infatti la moglie di Pietro non è mai menzionata, e nel racconto dei sinottici non si trova in casa a prendersi cura della madre ammalata, che guarita da Gesù, egli stessa si mise a servirlo. Dov’era la moglie di Pietro? Ci è lecito quindi pensare che fosse defunta. Questa però è un opinione personale, non un insegnamento del Magistero.
LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE E LE FURBATE DEGLI AUTORI DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO UTILIZZATA DAI TESTIMONI DI GEOVA
Di seguito alcuni esempi delle manipolazioni bibliche e delle furbate da parte degli autori della Traduzione del Nuovo Mondo utilizzata dai testimoni di Geova:
GIOVANNI 1,1
Testo Greco
Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
CEI
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.
Nuova Riveduta
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.
Nuova Diodati
Nel principio era la Parola e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio.
Traduzione del Nuovo Mondo
In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio.
Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo (versione italiana della libro utilizzato dai testimoni di Geova) traducono il secondo « Theòs » del versetto con « un dio », e molti geovisti si giustificano affermando che è giusto tradurre in questo modo poiché, a differenza del primo « ton Theón », davanti al secondo « Theòs » manca l’articolo. Questa loro giustificazione, tuttavia, non basta a sostenere la loro traduzione, poiché « Theòs » non ha sempre l’articolo ogni volta che è riferito al vero Dio. Ci basta leggere l’intero prologo di Giovanni nella versione greca per vedere i versetti che fanno riferimento al vero Dio e nei quali « Theòs » non ha l’articolo (vv 6.12.13.18). Inoltre « Theòs » può avere l’articolo anche quando si fa riferimento a qualcuno che non sia il vero Dio (ad es 2Corinzi 4,4 dove Satana viene detto « il dio di questo mondo »). In Giovanni 1,1 è il « Lógos » il soggetto, e perciò ha l’articolo. Se anche il secondo « Theòs » avesse l’articolo non si capirebbe più chi tra « Lógos » e « Theòs » è il soggetto. Quindi quella dell’articolo mancante non è una scusa sostenibile. Il Lógos è Dio, come ci dice Giovanni nella Scrittura sopracitata. L’evangelista fa uso dell’imperfetto del verbo « eimì » (essere), cioè « ên » (era), per dire che prima che vi fosse un principio (il greco ha « en archê », equivalente dell’ebraico « berē’sît » che troviamo in Genesi 1,1) il Lógos c’era già, poiché anteriore a qualsiasi inizio, essendo egli stesso la causa prima di tutte le cose (Giovanni 1,3; Colossesi 1,16-17; Ebrei 1,2; 1Corinzi 8,6). Quindi, essendo anteriore a qualsiasi inizio, il Lógos è eterno. Il Lógos – scrive Giovanni – era presso Dio, e infatti il Lógos è distinto da Dio Padre, pur essendo con lui una cosa sola, un solo Dio, non un altro. Gesù, che è il Lógos incarnato (Giovanni 1,14), afferma di essere col Padre « Uno solo » (Giovanni 10,30), pur essendo distinto da lui. Così lo Spirito di Dio (o Spirito Santo) è detto, ad un tempo, « Spirito del Padre » (Matteo 10,20) e « Spirito del Figlio » (Galati 4,6), pur essendo distinto da entrambi (Giovanni 14,16; 15,26).
Nelle versioni in inglese della New International Version, la New Living Translation, la English Standard Version, la Berean Study Bible, la Berean Literal Bible, la King James Bible, la New King James Version, la New American Standard Bible, la NASB 1977 e 1995, la Christian Standard Bible, la Holman Christian Standard Bible e la American Standard Version, il greco « kai Theòs ên ho Lógos » viene correttamente tradotto con « and the Word was God » (e il Verbo era Dio). Così nelle versioni in francese della Louis Segond Bible, la Martin Bible e la Darby Bible, abbiamo « et la Parole etait Dieu » (e la Parola era Dio). E ancora, nelle versioni in spagnolo e latinoamericana, abbiamo la Reina-Valera Antigua, la Biblia de las Américas, la Nueva Biblia Latinoamericana, la Reina Valera Gómez, la Reina Valera 1909, la Biblia Jubileo 2000 e la Sagradas Escrituras 1569, le quali traducono il greco « kai Theòs ên ho Lógos » con « y el Verbo era Dios » (e il Verbo era Dio) o con « y la Palabra era Dios » (e la Parola era Dio). Parimenti la versione tedesca della Lutherbibel 1912, la Textbibel 1899 e la Modernisiert Text, che hanno « und Gott war das Wort » (e il Verbo era Dio). Tutte queste traduzioni di Giovanni 1,1 dimostrano l’errore della Traduzione del Nuovo Mondo nel tradurre « Theòs » con « un dio ».
GIOVANNI 8,58
Testo Greco
εἶπεν ⸀αὐτοῖς Ἰησοῦς· Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, πρὶν Ἀβραὰμ γενέσθαι ἐγὼ εἰμί.
CEI
Rispose loro Gesù: « In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono ».
Nuova Riveduta
Gesù disse loro: « In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono ».
Nuova Diodati
Gesù disse loro: « In verità, in verità io vi dico: Prima che Abrahamo fosse nato, io sono ».
Traduzione del Nuovo Mondo
Gesù disse loro: « Verissimamente vi dico: Prima che Abraamo venisse all’esistenza, io ero ».
Mentre la CEI, la Nuova Riveduta e la Nuova Diodati traducono correttamente il testo greco di Giovanni 8,58, gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono erroneamente il greco « egò eimì » (che significa « io sono ») con « io ero ». Ma per « io ero » il greco ha « egò ên ». In tutti gli altri versetti in cui Giovanni riporta « egò eimì », gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono correttamente con « io sono ». Ecco alcuni esempi:
Giovanni 8,12 TNM
Perciò Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: Io sono (egò eimì) la luce del mondo.
Giovanni 8,35 TNM
Gesù disse loro: Io sono (egò eimì) il pane della vita.
Giovanni 8,41 TNM
I giudei mormoravano perciò contro di lui perché aveva detto: Io sono (egò eimì) il pane che è sceso dal cielo;
Giovanni 8,48 TNM
Io sono (egò eimì) il pane della vita.
Giovanni 8,51 TNM
Io sono (egò eimì) il pane vivo che è sceso dal cielo;
Giovanni 10,7 TNM
Perciò Gesù disse di nuovo: Verissimamente vi dico: Io sono (egò eimì) la porta delle pecore.
Giovanni 10,9 TNM
Io sono (egò eimì) la porta;
Giovanni 14,6 TNM
Gesù gli disse: Io sono (egò eimì) la via e la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Come mai gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo traducono correttamente « egò eimì » con « io sono » in queste scritture sopracitate ed anche in altre, mentre in Giovanni 8,58 traducono in modo errato? Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno voluto nascondere il fatto che Gesù afferma di essere « l’IO-SONO ». Con quelle sue parole, infatti, Gesù richiama quelle che il Signore disse a Mosè: « Io sono colui che sono! ». Poi disse: « Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi » (Esodo 3,14). Questo i giudei lo avevano inteso molto bene, e perciò volevano lapidarlo (Giovanni 8,59). Gesù con quelle parole afferma di essere egli stesso il Signore. Oltre alle versioni in italiano che traducono correttamente « egò eimì » con « io sono », abbiamo molte versioni in inglese che fanno altrettanto, come la New International Version, la New Living Translation, la English Standard Version, la Berean Study Bible, la Berean Literal Bible, la King James Bible, la New King James Version, la New American Standard Bible, la NASB 1977 e 1995, la Amplified Bible, la Christian Standard Bible, la Christian Standard Bible, la Holman Christian Standard Bible, la American Standard Version, la Douay-Rheims Bible e la Contemporary English Version, nelle quali « egò eimì » è correttamente tradotto con « I Am » (Io Sono) anziché « I was » (Io ero) come nella scorretta traduzione geovista. Parimenti, nelle versioni in francese, come la Louis Segond Bible, la Martin Bible e la Darby Bible, troviamo « Je suis » (Io sono) anziché « J’étais » (Io ero). Anche nelle versioni in spagnolo come la LBLA, la JBS e la NBLA, troviamo « Yo soy » (Io sono) anziché « Yo era » (Io ero). Ancora, nella versione in tedesco della Lutherbibel 1984, troviamo « Bin ich » (Io sono) anziché « War ich es » (Io ero). Per gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo si devono menzionare le seguenti parole di Gesù: « Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati » (Giovanni 8,24).
GIOVANNI 16,13-14
Testo Greco
ὅταν δὲ ἔλθῃ ἐκεῖνος, τὸ πνεῦμα τῆς ἀληθείας, ὁδηγήσει ὑμᾶς ⸂ἐν τῇ ἀληθείᾳ πάσῃ⸃, οὐ γὰρ λαλήσει ἀφ’ ἑαυτοῦ, ἀλλ’ ὅσα ⸀ἀκούσει λαλήσει, καὶ τὰ ἐρχόμενα ἀναγγελεῖ ὑμῖν. ἐκεῖνος ἐμὲ δοξάσει, ὅτι ἐκ τοῦ ἐμοῦ λήμψεται καὶ ἀναγγελεῖ ὑμῖν.
CEI
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Nuova Riveduta
Quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.
Nuova Diodati
Ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà in ogni verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutte le cose che ha udito e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà.
Traduzione del Nuovo Mondo
Comunque, quando quello sarà arrivato, lo spirito della verità, vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di proprio impulso, ma dirà le cose che ode, e vi dichiarerà le cose avvenire. Quello mi glorificherà, perché riceverà da ciò che è mio e ve lo dichiarerà.
Il pronome personale maschile « ekeinos », che troviamo due volte in Giovanni 16,13-14, può essere tradotto con « lui » o « egli » o « quello », mentre il pronome dimostrativo neutro « ekeino » può essere tradotto solo con « quello ». Il femminile ha « ekeine ». Un greco che legge la Bibbia nella propria lingua, sa bene che trovando « ekeinos », riferito allo Spirito Santo, si trova davanti a un essere personale. Se invece costui trova « ekeino », sa di trovarsi davanti a un neutro. Anche in questo caso, tuttavia, ciò non basterebbe a negare la personalità dello Spirito Santo. Nel Nuovo Testamento ci sono infatti dozzine di passi biblici che sostengono la personalità dello Spirito Santo, e nello stesso Giovanni 16,13-14 viene mostrata l’azione personale dello Spirito Santo che insegna le cose di Dio. Ora, come si è già detto, sia il pronome maschile « ekeinos » – che troviamo nel testo sopracitato – che il pronome neutro « ekeino » possono essere tradotti con « quello », e perciò solo chi conosce questi due termini greci sa quando la traduzione « quello » va riferita a un essere personale oppure a qualcosa di impersonale. Ed è proprio questa la furbata (in senso negativo) sulla quale giocano gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo. Poiché la stragrande maggioranza dei testimoni di Geova non conosce il greco, trovandosi nel testo il dimostrativo neutro « quello » anziché il pronome maschile « lui » o « egli », sono portati a vedere nello Spirito Santo qualcosa di impersonale, nonostante vi siano molte scritture che dimostrano il contrario (ma purtroppo sembra che i testimoni di Geova non le vedano neppure quelle scritture). E non si può nemmeno rimproverare questa furbata agli autori della Traduzione del Nuovo Mondo. Non gli si può accusare in questo caso di aver manipolato la Scrittura, poiché ripeto ancora, il pronome personale maschile « ekeinos » può essere tradotto con « quello » proprio come va tradotto il pronome dimostrativo neutro « ekeino ». Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno scelto di tradurre « ekeinos » con « quello » anziché con « lui » o con « egli » – come invece fanno la CEI, la Nuova Riveduta e la Nuova Diodati – per tentare di negare la personalità dello Spirito Santo. Tuttavia neppure le loro furbate possono negare ai lettori della Bibbia di leggere una buona traduzione e scoprire i molti passi biblici che sostengono la personalità dello Spirito Santo. Vediamone alcuni:
Lo Spirito Santo desidera
Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio. Romani 8,27
Lo Spirito Santo crea
Lo Spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell’Onnipotente mi dà vita. Giobbe 33,4
Tu mandi il tuo Spirito e sono creati, e tu rinnovi la faccia della terra. Salmi 104,30
Lo Spirito Santo ama
Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio. Romani 15,30
Lo Spirito Santo consola
Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre. Giovanni 14,16
Lo Spirito Santo si rattrista
Ma essi si ribellarono e contristarono il suo Santo Spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. Isaia 63,10
Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione. Efesini 4,30
Lo Spirito Santo rivela
Lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Luca 2,26
Lo Spirito Santo vieta
Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro. Atti 16,6-7
Lo Spirito Santo insegna la verità
Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Giovanni 14,17
Lo Spirito Santo conosce tutte le cose
Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 1Corinzi 2,9-11
Lo Spirito Santo intercede per la Chiesa
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili. Romani 8,26
Lo Spirito Santo testimonia Cristo
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza. Giovanni 15,26
La Scrittura ci mostra chiaramente che lo Spirito Santo ha volontà e ha intelligenza, e perciò è una persona divina, non una forza impersonale. Infatti una forza impersonale non ha volontà né intelligenza. Lo Spirito Santo viene chiamato « Paràkletos » (Giovanni 14,16), che può essere tradotto con « Consolatore » o « Avvocato » o « Difensore » o « Soccorritore ». Tutti termini che possono essere attribuiti a una persona, non a una forza impersonale. Pietro dice ad Anania che mentendo allo Spirito Santo ha mentito a Dio stesso (Atti 5,3). Le furbate degli autori della Traduzione del Nuovo Mondo possono ingannare alcuni, ma la verità della parola di Dio non può essere messa a tacere.
COLOSSESI 1,16-17
Testo Greco
ὅτι ἐν αὐτῷ ἐκτίσθη τὰ ⸀πάντα ἐν τοῖς οὐρανοῖς ⸀καὶ ἐπὶ τῆς γῆς, τὰ ὁρατὰ καὶ τὰ ἀόρατα, εἴτε θρόνοι εἴτε κυριότητες εἴτε ἀρχαὶ εἴτε ἐξουσίαι· τὰ πάντα δι’ αὐτοῦ καὶ εἰς αὐτὸν ἔκτισται· καὶ αὐτός ἐστιν πρὸ πάντων καὶ τὰ πάντα ἐν αὐτῷ συνέστηκεν
CEI
Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.
Nuova Riveduta
Poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.
Nuova Diodati
Poiché in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili: troni, signorie, principati e potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.
Traduzione del Nuovo Mondo
Perché per mezzo di lui tutte le [altre] cose furono create nei cieli e sulla terra, le cose visibili e le cose invisibili, siano essi troni o signorie o governi o autorità. Tutte le [altre] cose sono state create per mezzo di lui e per lui. Ed egli è prima di tutte le [altre] cose e per mezzo di lui tutte le [altre] cose furono fatte esistere.
Negando la divinità del Figlio di Dio per farlo apparire come prima creatura fatta dal Padre e mezzo per la creazione di tutte le « altre » cose, gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo, differentemente dai traduttori della CEI, della Nuova Riveduta e della Nuova Diodati, e di altri ancora, hanno aggiunto « altre » per ben quattro volte nel testo sopracitato. Questa aggiunta è illecita, e infatti qui il testo greco non ha « àllos » (altre), e non è corretto aggiungere alla traduzione per ben quattro volte una parola che nel testo in lingua originale manca. Inoltre per mezzo di Isaia Dio dice queste parole: « Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me » (Isaia 44,24). Quindi come può una creatura aver assistito Dio durante la creazione di tutte le altre cose, se Dio stesso per bocca di Isaia afferma che nessuno era con lui quando ha fatto tutte le cose? Il Figlio di Dio è Dio, ma non un altro Dio. È un solo Dio col Padre (Giovanni 10,30), e lo Spirito Santo è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e lo Spirito del Figlio (Galati 4,6). E perciò assieme al Padre (Genesi 1,1) e allo Spirito (Giobbe 33,4; Salmi 104,30), il Figlio (il Logos eterno) è il Creatore di tutte le cose (Giovanni 1,3; Colossesi 1,16; Ebrei 1,2). Tutte, non alcune si e altre no. Il Figlio di Dio è anteriore a tutte le cose (Colossesi 1,17) ed è la causa prima di tutte le cose.
Nelle versioni in inglese, come la New International Version, la Bew Living Translation, la English Standard Version, la Berean Study Bible, la Berean Literal Bible, la King James Bible, la New King James Version la New American Standard Bible ecc ecc, manca « other » (altre). Così nelle versioni in francese, tra le quali la Louis Segond Bible e la Martin Bible manca « autres » (altre). Anche nelle versioni in tedesco come la Lutherbibel 1912, la Textbibel 1899, la Modernisiert Text e la De Bibl auf Bairisch, non troviamo « andere » (altre).
TITO 2,13
Testo Greco
προσδεχόμενοι τὴν μακαρίαν ἐλπίδα καὶ ἐπιφάνειαν τῆς δόξης τοῦ μεγάλου θεοῦ καὶ σωτῆρος ἡμῶν ⸂Ἰησοῦ Χριστοῦ⸃,
CEI
Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo
Nuova Riveduta
Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e salvatore, Cristo Gesù
Nuova Diodati
Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e salvatore nostro, Gesù Cristo
Traduzione del Nuovo Mondo
Mentre aspettiamo la felice speranza e la gloriosa manifestazione del grande Dio e del salvatore nostro Cristo Gesù
Pur di negare la divinità di Gesù, gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo aggiungono illecitamente un secondo « del » in Tito 2,13, cioè davanti a « salvatore », cosicché il lettore viene portato a distinguere « grande Dio » da « salvatore nostro Cristo Gesù ». Ma nel testo greco troviamo l’articolo « tou » (del) davanti a « megalou Theou » (grande Dio) ma non pure davanti a « soteros » (salvatore). Quindi nella sua lettera pastorale, Paolo afferma chiaramente che Gesù è « il nostro grande Dio e salvatore », mentre gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo (versione italiana della Bibbia utilizzata dai testimoni di Geova) cercano di negare ciò manipolando il testo sacro. La medesima cosa è stata fatta con 2Pietro 1,1. Anche lì manca l’articolo « tou » (del) davanti a « soteros » (salvatore), e tuttavia nella Traduzione del Nuovo Mondo compare magicamente un secondo « del » davanti a « salvatore ».
SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE
Il sacramento della riconciliazione è stato istituito da Cristo, il quale ha trasmesso agli apostoli la missione ricevuta dal Padre (Matteo 28,19-20; Marco 16,15-20; Giovanni 17,18; 20,21), e ha conferito loro il suo stesso potere divino di rimettere i peccati (Matteo 18,18; Giovanni 20,19-23). Gli apostoli hanno poi trasmesso questo dono spirituale ai loro successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, mediante l’imposizione delle mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5). Scrivendo il vangelo secondo Matteo, l’autore ha fatto un riferimento a questo dono spirituale, menzionando « Dio che ha dato un tale potere agli uomini » (Matteo 9,8). Nei suoi scritti Luca ci parla di confessione pubblica (Atti 19,18), e così anche Giacomo nella sua lettera (5,16). La forma privata fu stabilita nel V secolo da Leone Magno, vescovo Romano dal 440 al 461, per cui i peccati dovevano venir « manifestati al solo vescovo, in un colloquio privato » (Lettera 168). Nella sua prima lettera Giovanni scrive: « Se confessiamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto, ci libera dai peccati purificandoci da ogni iniquità » (1Giovanni 1,9). Per « liberare » Giovanni fa uso del verbo « aphiemi », che nel Nuovo Testamento è utilizzato in riferimento al potere di rimettere i peccati proprio di Gesù (Matteo 9,2.5.6) e trasmesso agli apostoli (Giovanni 20,23) che a loro volta l’hanno trasmesso ai loro successori. Infatti quando un sacerdote rimette i peccati, è Cristo stesso a rimetterli, poiché lui stesso si rende presente nella persona del ministro con la sua azione realmente efficace. In virtù del Sacerdozio di Cristo al quale partecipano mediante il sacramento dell’ordine (cioè per mezzo del dono spirituale trasmesso mediante l’imposizione delle mani) vescovi e presbiteri agiscono in persona Christi capitis, e cioè in persona di Cristo capo, e sono chiamati in modo particolare col titolo di « sacerdote », poiché rispetto al sacerdozio comune a tutti gli uomini mediante il sacramento del battesimo (1Pietro 2,5; Apocalisse 1,6), la loro è una partecipazione ministeriale al Sacerdozio di Gesù. Essi dunque sono anche mediatori tra Dio e gli uomini. Non si tratta di un’altra mediazione, differente da quella di Gesù. La mediazione dei sacerdoti è parte di quell’unica e perfetta mediazione di Gesù Cristo (1Timoteo 2,5), ed è a questa subordinata. Se così non fosse gli apostoli e i loro successori non potrebbero rimettere i peccati come invece la Scrittura ci dice. La Chiesa è una comunione di santi, poiché tutti i fedeli sono « battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, il quale è formato da molte membra » (1Corinzi 12,13-14). Quindi « se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme, e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui » (1Corinzi 12,26). Perciò la Chiesa insegna che coloro che si accostano al sacramento della riconciliazione « ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera » (Catechismo 1422). « Cristo ha istituito il sacramento della riconciliazione per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della penitenza e della riconciliazione offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione » (Catechismo 1446). Nel 1215, il Concilio Lateranense IV stabilì che « ogni fedele dell’uno e dell’altro sesso, giunto all’età di ragione, confessi lealmente, da solo, tutti i suoi peccati al proprio parroco almeno una volta l’anno, e adempia la penitenza che gli è stata imposta secondo le sue possibilità ».
CELIBATO ECCLESIASTICO
Nel vangelo secondo Matteo abbiamo un riferimento al celibato come vocazione: Gesù menziona gli « eunuchi che si son resi tali per il regno dei cieli » (Matteo 19,12). In antico Oriente gli eunuchi erano schiavi resi sessualmente impotenti mediante la castrazione. Infatti tra i compiti di particolare fiducia che il padrone affidava all’eunuco, c’era quello di custodire le sue donne. Ma un eunuco poteva essere tale anche a causa di un difetto organico fin dalla nascita. A causa di questa loro mancanza di virilità, gli eunuchi non possono contrarre il matrimonio. Perciò Gesù fa uso di un iperbole – una esagerazione che serve a impressionare la fantasia di chi ascolta e fargli ricordare meglio questa verità – in riferimento a coloro che scelgono di restare celibi per dedicarsi completamente all’annuncio del regno dei cieli. Tale vocazione può essere solo un dono di Dio: « Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi » (Giovanni 15,16). Un riferimento lo troviamo anche nelle lettere del celibe Paolo: « Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro » (1Corinzi 7,7). Un racconto di Matteo fa pensare che, quando fu scelto da Gesù come apostolo, Pietro fosse vedovo (Matteo 8,14-15). Infatti non viene mai menzionata « la moglie di Pietro » nei testi sacri, e in quel episodio non stava in casa a prendersi cura della madre ammalata. Perciò è lecito pensare alla possibilità che Pietro fosse vedovo. Riguardo gli altri apostoli non sappiamo se questi fossero sposati o soltanto accompagnati, durante alcuni loro viaggi missionari, da donne credenti (1Corinzi 9,5). Infatti il greco « adelphen gynaika » (lett « donna sorella ») indica una donna cristiana, a prescindere se questa sia una vergine, una nubile, una moglie o una vedova. I testi sacri non ci parlano di ipotetiche mogli degli apostoli, e perciò non è corretto che alcuni traducano « gynaika » con « moglie », forzando il lettore a dover credere che gli apostoli fossero sposati e accompagnati dalle loro mogli durante i viaggi missionari. Il greco « gyne » indica in modo generico la donna (Matteo 9,20.22; 11,11; 13,33; 15,22.28 ecc), è solo in determinati contesti può essere tradotto con « moglie », cioè quando lo scrittore ci fa sapere che quella donna è legata a un uomo mediante un vincolo matrimoniale (Matteo 5,31-32; 14,3; 18,25; 19,3 ecc). Ma Paolo non ci fa sapere se quelle cristiane che accompagnavano gli apostoli in alcuni viaggi missionari fossero legate a loro da un vincolo matrimoniale. Nella sua lettera l’apostolo parla del diritto che hanno coloro che predicano il vangelo di vivere a spese della comunità (1Corinzi 9,1-12). Questo diritto l’hanno anche coloro che sono accompagnatori (v 5). Tra queste credenti vi erano, probabilmente, Maria Maddalena e la madre di Giacomo minore e di Ioses, e Salomè madre di Giacomo maggiore e di Giovanni, che già dalla Galilea avevano seguito Gesù per servirlo (Matteo 27,55). Quanto ai loro successori, i vescovi, gli era concesso di essere sposati (1Timoteo 3,2). Questa fu una concessione di allora. Ma avendo ricevuto da Gesù – mediante la successione apostolica, cioè per mezzo dell’imposizione delle mani da parte degli apostoli su uomini scelti da loro e che a loro volta sceglievano altri a cui imporre le mani (2Timoteo 1,6; 1Timoteo 4,14; 5,22; Atti 14,23; Tito 1,5) – un ampio potere di legare e di sciogliere (Matteo 16,19; 18,18), quindi l’autorità di pronunciare giudizi in materia di dottrina e di prendere decisioni disciplinari, la Chiesa cattolica ritenendo conveniente la continenza da parte dei vescovi e dei presbiteri ha successivamente imposto il celibato ecclesiastico. La Chiesa si è rifatta ad alcune scritture del Nuovo Testamento che sono state interpretate come raccomandazioni del celibato. Abbiamo già visto Matteo 19,12 in cui Gesù fa riferimento a coloro che scelgono di restare celibi per dedicarsi completamente all’annuncio del regno dei cieli. Mentre in Luca Gesù afferma che « non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà » (Luca 18,29-30). Nella sua lettera invece, Paolo scrive: « Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni » (1Corinzi 7,32-35).
PRIMATO DI PIETRO
Gesù ha conferito a Pietro un primato sopra gli altri apostoli: Fu infatti l’apostolo Pietro a ricevere dal Padre una speciale rivelazione (Matteo 16,15-17), e a lui furono consegnate da Gesù le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16,19). Le chiavi date a Pietro sono un affidamento di autorità e di governo temporale della Chiesa. Nella cerchia dei dodici, Pietro è sempre menzionato al primo posto (Matteo 17,1; 26,37; Marco 3,16; 5,37; 9,2; 13,3; 14,33; Luca 6,14; 8,51; 9,28; 22,8; Giovanni 20,2-3; 21,2; Atti 1,13; 3,1-3), addirittura col qualificativo di « primo » (Matteo 10,2), un riferimento al suo primato. A volte la Scrittura menziona per nome solo Pietro, mentre gli altri apostoli vengono menzionati come « suoi compagni » (Marco 16,7; Luca 9,32). Gesù ha dato a Pietro l’autorità di confermare i fratelli nella fede (Luca 22,31-32), e sempre a lui comanda di pascere agnelli e pecore (Giovanni 21,15-17). Gli agnelli sono i popoli, mentre le pecore madri per gli agnelli (Isaia 40,11) sono i vescovi, i quali generano i popoli in Cristo. Tornando al Padre, Gesù affida le sue pecore alla custodia e alle cure di Pietro, senza però rinunciare alla proprietà su di esse (Giovanni 10,11.14.29; 17,6.12). Già nell’Antico Testamento Yahweh, supremo pastore d’Israele (Deuteronomio 27,9; Isaia 40,1.11; Geremia 31,10), affida il suo gregge alle cure di quelli che egli si era scelto (2Samuele 7,7; Salmi 78,70-72; Ezechiele 34,10). Anche Paolo riconosce il primato conferito a Pietro, e infatti quando tornò dal suo ritiro in Arabia, immediatamente si recò a Gerusalemme per consultare Pietro (Galati 1,18), che egli chiama quasi sempre « Cefa » (1Corinzi 1,12; 3,22; 15,5; Galati 1,18; 2,9.11.14). Paolo andò a consultare Pietro poiché quest’ultimo è un punto di riferimento per la Chiesa. Gesù pagò la tassa al tempio per lui e per Pietro soltanto (Matteo 17,24-27). Quando stava presso il lago di Genèsaret, Gesù vide due barche e scelse di salire su quella di Pietro per ammaestrare le folle (Luca 5,1-3). Fu a Pietro per primo che Gesù lavò i piedi (Giovanni 13,16). Quando Pietro e Giovanni corsero al sepolcro, quest’ultimo arrivò prima, ma non entrò, aspettò che entrasse prima Pietro, e poi entrò anche lui (Giovanni 20,4-8). Ciò va compreso in relazione alla funzione che Gesù attribuirà a Pietro (Giovanni 21,15-17). E Pietro che deve verificare all’interno lo stato delle cose. Quando Pietro disse: « Io vado a pescare », gli altri apostoli vollero seguirlo (Giovanni 21,3). Fu Pietro ad assumere nel cenacolo, in mezzo a circa centoventi fratelli, la direzione, proponendo l’elezione di un nuovo apostolo (Atti 1,15-22). Fu Pietro a parlare, nel giorno della pentecoste, a nome di tutti gli altri apostoli (Atti 2,14-36), e fu sempre lui a compiere il primo miracolo a conferma della fede (Atti 3,1-11). Fu Pietro a ricevere da Dio la visione di una grande tovaglia che discese dal cielo, piena di ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo, che di significato ha che non solo i giudei, ma anche i pagani devono essere accolti nella Chiesa (Atti 10-11).
SE L’APOSTOLO PIETRO SIA MAI STATO A ROMA
Pietro fu per la prima volta a Roma intorno al 42, al principio del regno di Claudio (Storia Ecclesiastica II 14, 6) – probabilmente subito dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17) – e fu vescovo della Chiesa di Roma per 25 anni, secondo quanto afferma Girolamo (Gli uomini illustri 1,1). Riportando la testimonianza di Papia vescovo di Ierapoli (70-130), lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-340) dice che l’apostolo Pietro nomina Marco nella sua lettera che compose a Roma, città da lui stesso indicata, chiamandola in senso figurato Babilonia (Storia Ecclesiastica II, 15,2). L’apostolo scrive: « Vi saluta la Chiesa che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio » (1Pietro 5,8). Infatti nell’ambiente giudaico-cristiano, durante le persecuzioni, il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare Roma. Nell’Apocalisse di Giovanni, per esempio, viene fatto uso del nome Babilonia in senso figurato, in riferimento all’antica città imperiale che fu fondata su sette alture, cioè Roma: Babilonia la Grande è seduta su sette colli (Apocalisse 17,5.9). Inoltre Giovanni scrive che questa Babilonia era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6), e ciò a riferimento della Roma imperiale – divenuta simbolo del male – del tempo di Giovanni, la quale perseguitava i cristiani. Eusebio riporta inoltre – sempre secondo la testimonianza di Papia – che il vangelo scritto da Marco è una raccolta della predicazione di Pietro a Roma (Storia Ecclesiastica II, 15,1). Egli riporta anche la testimonianza di Clemente di Alessandria (150-215) il quale, allo stesso modo, afferma che quando Pietro predicò pubblicamente la dottrina a Roma e grazie allo Spirito Santo annunciò il vangelo, i presenti, che erano molti, pregarono Marco di mettere per iscritto le sue parole, giacché da molto tempo lo seguiva e ricordava ciò che diceva; ed egli lo fece, e trasmise il vangelo a coloro che glielo avevano chiesto (Storia Ecclesiastica VI, 14, 6). A Roma c’era una comunità ebraica di liberti, e certamente Pietro predicò a loro il vangelo. L’apostolo però non si stabilì a Roma senza mai muoversi di là. Roma è la sede apostolica, non la dimora. Infatti nel 48 Pietro lasciò Roma e partì per Antiochia, dove si scontrò con Paolo (Galati 2,11-14) a causa di certe questioni che portarono alla convocazione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15,1-35). Alcuni anni dopo fece ritorno a Roma, rimanendovi fino al martirio avvenuto nel 67. Evidentemente Pietro non si trovava a Roma quando nel 57, da Corinto, Paolo scrisse una lettera ai Romani, ma vi fece ritorno in seguito, e per questo non viene menzionato nei saluti (Romani 16,3-15). Nel 110, durante il suo viaggio verso Roma per subirvi il martirio, Ignazio vescovo di Antiochia scrive una lettera ai Romani nella quale si legge: « Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io a tutt’ora uno schiavo » (Romani IV, 3). L’apostolo Pietro non scrisse alcuna lettera alla Chiesa di Roma, e ciò significa che egli aveva rapporti diretti coi romani e di persona impartiva loro dei comandi, altrimenti la lettera di Ignazio non avrebbe senso. Lo scrittore e teologo cristiano Origene di Alessandria (185-254), ripreso da Eusebio di Cesarea, afferma: « Pietro sembra invece che predicò ai giudei della diaspora nel Ponto, in Galazia, in Bitinia, in Cappadocia e in Asia; giunto infine a Roma vi fu crocifisso con la testa all’ingiù, poiché egli stesso chiese di subire tale martirio » (Storia Ecclesiastica III, 1, 2). Mentre Tertulliano (155-230) afferma che « Pietro battezzava nel Tevere » (Il Battesimo IV, 3). Nei suoi scritti Eusebio di Cesarea conserva una parte della lettera scritta nel II secolo da Diogini vescovo di Corinto: « Con una tale ammonizione voi [romani] avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacché entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo » (Storia Ecclesiastica II, 25, 8). Eusebio riporta anche la seguente dichiarazione: « Durante il regno di Nerone, Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dai nomi di Pietro e di Paolo, che sono ancor oggi conservati sui loro sepolcri in questa città » (Storia Ecclesiastica II, 25, 5). E subito dopo riporta la testimonianza di Gaio, un presbitero romano del II secolo, il quale in uno scritto contro Proclo, capo della setta dei Catafrigi, dice a proposito dei luoghi dove furono deposte le sacre spoglie degli apostoli: « Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (Storia Ecclesiastica II, 25, 6-7). Nel suo scritto Tertulliano dice che Pietro fu crocifisso a Roma sotto la persecuzione di Nerone (Scorpiace XV). Nei suoi scritti, Ireneo vescovo di Lione (130-202) – discepolo di Policarpo vescovo di Smirne (69-155) che a sua volta fu discepolo dell’apostolo Giovanni (secondo quanto scrive Tertulliano, fu proprio l’apostolo a mettere il suo discepolo Policarpo a capo della Chiesa di Smirne, “La prescrizione contro gli eretici XXXII”) – afferma che la Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e che la sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi. E menziona la successione dei vescovi romani da Lino – che fu il primo successore dell’apostolo Pietro – a Eleuterio, affermando che con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa, unica vivifica fede (Contro le eresie III, 3, 2-3).
GESÙ NON FU APPESO AD UN PALO, MA FU CROCIFISSO AD UNA CROCE
Secondo la dottrina dei testimoni di Geova, Cristo fu appeso ad un palo, non ad una croce. La parola greca « stauròs » si traduce « palo, croce ». I vangeli ci forniscono però alcuni elementi che escludono che Cristo sia stato appeso ad un palo, anziché ad una croce. Anzitutto, la crocifissione era una condanna inflitta dai romani agli schiavi, ai ribelli e ai malfattori. Era una forma di esecuzione vergognosa e crudele, e la morte giungeva lentamente, per soffocamento. Cristo fu crocifisso dai romani (Matteo 9,19; Marco 10,33; 15,1-25), quindi ad una croce, non ad un palo. Il condannato a morte per crocifissione, veniva legato e portava non l’intera croce, ma il solo braccio orizzontale, chiamato patibulum. Questo poi veniva fissato sul legno verticale. Sulla croce, al di sopra del capo di Gesù, posero la motivazione scritta della sua condanna: « Gesù il Nazareno, il re dei giudei » (Giovanni 19,19). Se fosse stato appeso ad un palo, quell’iscrizione sarebbe stata posta al di sopra delle sue mani, non al di sopra del capo. Dopo la sua risurrezione, quando gli altri apostoli dissero a Tommaso: « Abbiamo visto il Signore! », egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò » (Giovanni 20,25). Tommaso parla di segno dei chiodi nelle mani di Gesù, non di segno del chiodo. Perciò Gesù doveva trovarsi non con le braccia chiuse, al di sopra del capo, ma piuttosto con braccia spalancate, come nelle raffigurazioni della croce, con un chiodo conficcato in ognuna delle mani. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (37-100 ca.), scrive che Gesù fu condannato alla croce (Antichità Giudaiche, Libro XVIII, 64-65). Non ad un palo. Il graffito di Alessameno, risalente alla metà del secolo III, mostra un crocifisso con la testa di asino, vestito con una tunica corta senza maniche. È visto da dietro. Alla sinistra del crocifisso è raffigurato un uomo, anch’egli con una tunica corta senza maniche. Ha un braccio alzato. Tra l’uomo col braccio alzato e il crocifisso con la testa di asino, c’è una iscrizione greca: « Alexamenos sebete theon » (Alessameno adora il suo dio). Si tratta di una blasfema raffigurazione della crocifissione di Cristo. Infatti, secondo quanto affermava Tertulliano (155-230 c.), i cristiani venivano ingiustamente accusati di adorare un dio con la testa di asino (Apologeticum XVI, 1-2). E sempre lui affermava che i cristiani si segnano la fronte con un piccolo segno di croce (De Corona 3). Perciò Gesù Cristo fu appeso non ad un palo, ma sulla croce. Le braccia spalancate sulla croce fanno pensare all’amore di Dio che abbraccia tutti gli uomini.
DIO NON È CORPO, È SPIRITO
Dio è corpo?
La Scrittura menziona « il volto » (2Samuele 21,1) « gli occhi » (Genesi 6,8), « la bocca » (Matteo 4,4), « il braccio » (Giobbe 40,9), « la mano » (Deuteronomio 7,19), « i piedi » (Matteo 5,35), « la destra » (Marco 16,19), « la positura » (Isaia 6,1), « i passi » (Genesi 3,8) di Dio, e « l’avvicinarsi » (Ebrei 11,6) o « l’allontanarsi » da lui (Geremia 17,13), il parlare con lui « faccia a faccia » (Esodo 30,11) e l’essere fatti « a sua immagine e somiglianza » (Genesi 1,26-27). Ciò significa che Dio è corpo? Assolutamente no. Si tratta di antropomorfismo, un linguaggio metaforico con il quale gli scrittori biblici hanno attribuito a Dio che è « spirito » (Giovanni 4,24), e cioè incorporeo e invisibile (Colossesi 1,15; 1Timoteo 1,17), delle somiglianze con il corpo umano. Ciò è reso necessario dalla nostra incapacità di cogliere Dio se non per analogia con l’esperienza umana. A Dio vengono attribuite parti corporee e positure a motivo delle loro operazioni che si prestano a certe analogie. L’uomo poi è a « immagine di Dio » (Genesi 1,26-27) non a motivo del corpo, ma a motivo della sua anima spirituale dotata d’intelletto e volontà, e per la quale l’uomo può somigliare a Dio per analogia con la sua stessa natura trinitaria. Ma l’anima e l’intelletto e la volontà sono realtà incorporee. Quanto a Mosè, di cui è detto che parlava con Dio « faccia a faccia » (Esodo 30,11), si tratta di una metafora che indica una stretta relazione tra i due. Nessun uomo poteva vedere Dio direttamente e sopravvivere (Esodo 33,20), e nessun uomo infatti aveva mai visto Dio direttamente, ma solo il Figlio unigenito di Dio che è nel seno del Padre, ed è colui che l’ha rivelato (Giovanni 1,18). Noi potremo vedere Dio così come egli è solo nella vita futura, nel regno dei cieli. Quando poi diciamo che il Figlio « siede alla destra del Padre » non si deve pensare che si faccia riferimento ad una positura, ma significa l’inaugurazione del regno di Cristo, il quale ha ricevuto da Dio potere, gloria e regno, compimento della visione di Daniele (Daniele 7,13-14).
POSSO CHIAMARE « PADRE » I PRETI
Molti protestanti insegnano che non ci è lecito chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra, poiché Cristo l’avrebbe proibito. Per comprovare ciò si rifanno a Matteo 23,9-10, spesso distaccandolo dal contesto. Ecco quanto dice il testo privo di contesto:
« Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo ».
Stando solo a quanto riportato sopra, i cattolici quando chiamano « padre » i preti fanno il contrario di quanto ha comandato Cristo. Ma prima di tornare sul racconto di Matteo, quello contestualizzato e non quello abilmente estrapolato, vediamo quanto è riportato anche dagli apostoli Paolo e Giovanni, dall’evangelista Luca, da Giacomo, e dall’autore della lettera agli Ebrei riguardo i titoli di « padre » e di « maestro ». Ecco quanto scrive l’apostolo nelle sue lettere: « Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù » (1Corinzi 4,15). « Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi » (Galati 4,19). « È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri » (Efesini 4,11). Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale di quelle comunità cristiane, come è chiaro da ciò che si legge, e dice addirittura che Cristo stesso ha stabilito alcuni come pastori e maestri. Ciò dovrebbe essere in contraddizione col testo estrapolato da Matteo 23. E ancora: « E fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione » (Romani 4,12). « E non è tutto, c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre » (Romani 9,10). Qui Paolo menziona I due patriarchi Abramo e Isacco utilizzando sempre il titolo « padre ». Noi chiamiamo « padre » e « madre » anche i nostri genitori, e certamente Cristo non ha abolito il comandamento che dice di onorare i genitori (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16). Ma vediamo cosa ci dice Giovanni: « Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate, ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto » (1Giovanni 2,1). Anche Giovanni come Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale delle comunità cristiane a cui è rivolta la sua lettera. Negli scritti di Luca leggiamo: « Egli rispose: fratelli e padri, ascoltate » (Atti 7,2). Stefano, che parlava ispirato da Dio (Atti 6,10), chiamava « fratelli » e « padri » coloro coi quali stava discutendo. Nella sua lettera, Giacomo scrive: « Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? » (Giacomo 2,21). Mentre l’autore della lettera agli Ebrei: « Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri, invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio » (Ebrei 5,12). Tornando sul racconto contestualizzato di Matteo 23, si comprende bene dal contesto dell’intero capitolo che Gesù stava dando una lezione agli scribi e ai farisei ipocriti di quel tempo. Quegli scribi e farisei non generavano nel cuore dei fedeli la vita divina. Contrariamente, i preti generano nel cuore dei fedeli la vita divina mediante la parola e i sacramenti istituiti da Cristo. Perciò chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra non è affatto contrario alla parola di Dio.