UN SOLO DIO, IL PADRE, E UN SOLO SIGNORE GESÙ CRISTO

1Corinzi 8,6
Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Quando la Scrittura distingue Gesù da Dio, è perché sta distinguendo la persona del Figlio da quella del Padre, e non perché stia negando la divinità di Gesù, esplicitata in molte altre scritture (ved per esempio Giovanni 20,28; Atti 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1). Infatti ogni volta che la Scrittura distingue Gesù dal Padre, mentre quest’ultimo viene chiamato « Dio », Gesù viene chiamato « il Signore » (ved per esempio 1Corinzi 8,6; Romani 10,9). Ma Dio stesso è « il Signore » (Genesi 9,26; 13,4; 14,22) e « l’unico Signore » (Deuteronomio 6,4; Marco 12,29), e chiamando Gesù « il Signore » (Filippesi 2,11; 1Corinzi 12,3) e « l’unico Signore » (1Corinzi 8,6; Giuda 1,4) e « il Signore di tutti » (Atti 10,36; Romani 10,12), la Scrittura ci dice chiaramente che egli è Dio. Attenzione non si tratta di un secondo Dio, poiché Gesù è col Padre un solo Dio (Giovanni 10,30), perché partecipa pienamente della medesima e indivisibile natura e sostanza divina del Padre (Giovanni 16,15).

GESÙ CRISTO È IL SIGNORE DI TUTTI

ATTI 10,36

Traduzione del Nuovo Mondo 1987
Egli ha mandato la parola ai figli d’Israele per dichiarare loro la buona notizia della pace per mezzo di Gesù Cristo: Questi è Signore di tutti [gli altri].

Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo, nell’edizione del 1987, hanno gravemente alterato la parola di Dio aggiungendo « gli altri » tra parentesi quadra, pur di negare che Gesù è il Signore di tutti. Infatti nel testo greco manca « ἄλλος » (allos), che significa « altri ». Traduzioni come la CEI, la TILC, la Nuova Riveduta e la Nuova Diodati, riportano correttamente « Signore di tutti », dal greco « πάντων Κύριος » (panton Kyrios). La traduzione di Atti 10,36 da parte degli autori della Traduzione del Nuovo Mondo 1987, cozza con la loro traduzione di Romani 10,12 che ha: « Tutti hanno lo stesso Signore ». Se tutti hanno il medesimo Signore, come può Gesù Cristo essere il Signore di tutti gli altri, anziché di tutti? Per gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo si è compiuta la Scrittura che dice: « Il Signore confonde le parole del perfido » (Proverbi 22,12). Gesù Cristo è il Signore di tutti, non di alcuni. Va detto che nella revisione del 2017, gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno evitato di aggiungere « tutti gli altri » tra parentesi quadra. Tuttavia vi troviamo ugualmente molte altre alterazioni bibliche come nelle precedenti edizioni.

ROMANI 10,13

GESÙ O GEOVA?

ROMANI 10,13

Traduzione del Nuovo Mondo
Chiunque invocherà il nome di Geova sarà salvato.

Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo hanno inserito il nome « Geova » al posto del genitivo « Kyriou », che significa « del Signore », e che troviamo nel testo greco « to onoma Kyriou », cioè « il nome del Signore » (Romani 10,13). Secondo il contesto, quelle parole di Paolo vanno riferite a Gesù Cristo. Leggiamo infatti:

9 Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. 10 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12 Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13 Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

L’apostolo sta chiaramente parlando di Gesù, affermando che Gesù è il Signore di tutti, e chiunque invocherà il suo nome sarà salvato. Perciò il nome da invocare è quello di Gesù. Infatti quello di Gesù è « il nome al di sopra di ogni nome, e nel quale ogni ginocchio deve piegarsi nei cieli e sulla terra e sotto terra, dichiarando che Gesù Cristo è il Signore » (Filippesi 2,9-11).

Quanto a Geova, non è il vero nome di Dio, ma è la versione italianizzata del YeHoVaH coniato dai masoreti nel V-VI secolo d.C, a causa del divieto nell’ebraismo di pronunciare il nome di Dio (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11). Per evitare di pronunciare il nome di Dio, gli ebrei leggevano HaAshem (che significa « Il Nome ») oppure Adonày (che significa « Signore ») il tetragramma YHVH. Così i masoreti – che ricopiando la Bibbia ebraica hanno aggiunto le vocali – anziché aggiungere al tetragramma le giuste vocali conosciute dal lettore ebreo, aggiunsero le vocali di Adonày. Per una regola grammaticale della lingua ebraica, la « a » di Adonày inserita davanti alla « Y » (yod), nel tetragramma, va letta « e », e perciò si ha YeHoVaH anziché YaHoVaH. Il lettore ebreo, incontrando il tetragramma con le vocali di Adonày al posto di quelle giuste, sapeva di dover leggere Adonày. Nel 1270 il cattolico spagnolo Raimondo Martini commise l’errore di dar per buono il YeHoVaH coniato dai masoreti (ved « Pugio Fidei »). Purtroppo Martini, non essendo un lettore ebreo, ignorava che trovandosi difronte YeHoVaH, doveva leggerlo Adonày. L’errore di Martini influenzò alcune comunità cattoliche che impressero YeHoVaH o Iehova in alcune Chiese. Tuttavia la Chiesa cattolica non adottò mai la forma YeHoVaH nel culto e nei catechismi ufficiali. In seguito, scoperto l’errore, la forma YeHoVaH fu abbandonata. Nel 1530 il luterano William Tyndale pubblicò la sua traduzione inglese dei primi cinque libri della Bibbia, nella quale inserì la forma Jehovah. Sulla scia di Tyndale anche altri, tra cui gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo, i quali hanno aggiunto la forma italianizzata Geova quasi settemila volte nell’Antico Testamento, e più di duecento volte nel Nuovo Testamento. Moltissimi testimoni di Geova ignorano questa storia, e affermano erroneamente che Geova sia la traduzione italiana di YaHVeH.

LA PRESENZA DI GESÙ NELLA CHIESA

Matteo 28,20
Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Cristo è con noi tutti i giorni, in primo luogo mediante il sacramento dell’eucaristia, per cui sotto le apparenze del pane e del vino consacrati c’è veramente il Signore Gesù con tutta la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. In secondo luogo nella persona del sacerdote, il quale, in virtù del suo ministero, agisce in persona Christi, cioè come fosse Cristo stesso, e perciò quando rimette i peccati è Cristo stesso che li rimette. In terzo luogo col suo Santo Spirito, per cui l’apostolo afferma: “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Galati 4,6). In quarto luogo con la sua parola, per cui quando ascoltiamo il Vangelo, è il Signore stesso che ci parla. In quinto luogo è presente quando i credenti si riuniscono in preghiera, come egli stesso ha detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20).

NÈFEŠ, PSYCHÉ, RUACH, PNEUMA

L’ebraico נֶֽפֶשׁ (nèfeš) e il greco ψυχή (psyché), spesso tradotti con « anima », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (1Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9) per la quale egli è immagine di Dio, ma pure in riferimento all’intera persona umana (Genesi 2,7; Matteo 26,38; Luca 1,46; Giovanni 12,27; Atti 2,41), alla vita umana (1Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), alla bocca (Isaia 5,14; Abacuc 2,5), alla gola (Proverbi 25,25), al sangue (Genesi 9,4; Levitico 17,14; Deuteronomio 12,23), ad ogni essere vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3). Anche l’ebraico רֽוּחַ (ruach) e il greco πνεῦμα (pneuma), tradotti con « spirito », sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (Siracide 34,13; Giacomo 2,26; 1Pietro 3,19), ma pure in riferimento all’intera persona umana (Luca 1,47), al respiro (Salmi 146,4), ai sentimenti umani (1Maccabei 13,7), alla vita umana (Giobbe 17,1). Col termine « Spirito », inoltre, viene indicata la Divinità (Giovanni 4,24; Atti 5,3-4) e i suoi doni (Isaia 11,2-3).

YAHVEH DIO, LODATO DAI BAMBINI, È IL SIGNORE GESÙ

Matteo 21,15-16
Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: « Osanna al figlio di Davide », si sdegnarono e gli dissero: « Non senti quello che dicono? ». Gesù rispose loro: « Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode? ».

Gesù riferisce a sé stesso le parole del Salmo 8:

Quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra, o YHVH, nostro Dio, che hai posto la tua maestà al di sopra dei cieli! Dalla bocca dei bambini e dei lattanti tu hai stabilito la lode a motivo dei tuoi nemici, per far tacere il nemico e il vendicatore.

Gesù stesso è YaHVeH, altrimenti non avrebbe senso riferire a sé stesso le parole che nel Salmo sono riferite a YaHVeH. Gesù è il nostro grande Dio (Giovanni 20,28; Tito 2,13; 2Pietro 1,1), ma non un altro Dio, poiché Gesù è col Padre una cosa sola (Giovanni 10,30). Perciò al Figlio si deve lo stesso onore che si deve al Padre (Giovanni 5,23).

GESÙ CRISTO È DIO E FIGLIO DI DIO

Adamo genera suo figlio, il quale, essendo della stessa natura di suo padre che l’ha generato, è un essere umano. Parimenti il Figlio di Dio, essendo generato da suo Padre (Giovanni 1,1.14.18), è della stessa natura di Dio e perciò è Dio (Luca 16,22-23; Giovanni 1,1; 8,58; 20,28; Atti 20,28; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; Apocalisse 1,17-18; 22,6.16). Attenzione, il Figlio di Dio non è un secondo Dio, ma è un solo Dio col Padre (Giovanni 10,30), poiché partecipa pienamente della medesima e indivisibile sostanza divina del Padre (Giovanni 16,15; Colossesi 2,9). Perciò lo Spirito di Dio è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e lo Spirito di Gesù (Atti 16,7; Romani 8,9; Galati 4,6; 1Pietro 1,11).

L’UOMO È COSTITUITO DI CORPO E ANIMA

1Tessalonicesi 5,23
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

Rifacendosi a queste parole di Paolo, alcuni credono erroneamente che l’uomo sia un essere tripartito, cioè costituito di corpo, anima e spirito. Ma Paolo con « spirito » non sta introducendo una dualità nella parte spirituale dell’uomo, poiché lo spirito al quale Paolo fa riferimento è la grazia, capace di elevare l’anima alla comunione con Dio, fine sovrannaturale al quale l’uomo è ordinato fin dalla sua creazione. Questa grazia va conservata affinché possiamo sempre camminare nella luce, e il giorno del giudizio non ci sorprenda come un ladro, a nostra rovina (1Tessalonicesi 5,1-9.23). Nella lettera ai Romani, Paolo scrive: « Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Romani 8,16). Ciò si deve al fatto che nella Bibbia « anima » e « spirito » sono utilizzati spesso come sinonimi (ved ad esempio: Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Luca 1,46-47 ecc). Possiamo dire infatti che l’uomo è costituito di anima e di corpo, oppure di spirito e di materia. La Chiesa insegna che l’uomo è costituito di corpo e anima (Catechismo 362-368), e che lo spirito a cui fa riferimento Paolo (1Tessalonicesi 5,23) è la grazia che eleva l’anima dell’uomo alla vita sovrannaturale (Catechismo 367), e non va confuso con lo spirito umano che è l’anima stessa.

LA RIVELAZIONE DELLA SOPRAVVIVENZA DELL’ANIMA OLTRE LA MORTE DEL CORPO FU PROGRESSIVA

Ecclesiaste 3,19-20
Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.

Ecclesiaste 9,5-6
I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

Le scritture sopracitate si devono al fatto che Qoèlet ignora l’esistenza di un anima che sopravvive oltre la morte del corpo. Infatti la rivelazione della sopravvivenza dell’anima oltre la morte del corpo è stata progressiva. Inizialmente si credeva che la sorte degli uomini – sia buoni che malvagi – e delle bestie fosse la medesima. Sia gli uni che gli altri ricevono da Dio un soffio vitale (nel Qoèlet il soffio vitale non è inteso come anima immortale – ved Bibbia di Gerusalemme: Commento al Qoèlet 3,21) e vivono. Sia gli uni che gli altri muoiono e tornano alla polvere. Successivamente si arrivò a credere alla sopravvivenza dell’anima dell’uomo dopo la morte del corpo, e alla retribuzione per i giusti e per i malvagi (Luca 16,22-23). Interessanti sono soprattutto Matteo 17,3 e 2Corinzi 5,6-10 ed Filippesi 1,23-24 e 1Pietro 3,18-20 e Apocalisse 6,9-10, nei quali troviamo dei chiari riferimenti alla vita oltre la morte del corpo, quindi all’immortalità dell’anima dell’uomo. Va detto poi che nella Bibbia « anima » e « spirito » sono utilizzati spesso come sinonimi (ved ad esempio: Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Luca 1,46-47 ecc). Mentre lo « spirito » di cui parla Paolo nella sua lettera (1Tessalonicesi 5,23), distinguendolo dall’anima, va riferito non allo spirito umano che è l’anima stessa, ma alla grazia, capace di elevare l’anima alla comunione con Dio, fine sovrannaturale al quale l’uomo è ordinato fin dalla sua creazione.

LA SANTA VERGINE MARIA NON HA MAI CONOSCIUTO IL PECCATO

La madre del Signore è stata redenta in modo preventivo e perciò preservata dall’esperienza del peccato, non solo originale ma anche personale, poiché la pienezza della grazia l’ha trattenuta dal precipitarvi. Per questo l’angelo, entrando da lei, la saluta chiamandola « piena di grazia » (dal latino « gratia plena », traduzione di Girolamo sul greco « kecharitoméne » [Luca 1,28]). La salvezza di Maria è singolare, poiché in lei il Figlio ha operato e compiuto la redenzione in anticipo. Per questo motivo Maria, pur non avendo mai conosciuto il peccato, chiama Dio « mio Salvatore » (Luca 1,47). È proprio in vista dei meriti di Cristo che Maria è stata redenta in anticipo, fin dal primo istante del suo concepimento. La pienezza della grazia in Maria – che è un dono dell’Onnipotente – non è compatibile col peccato. Il greco « kecharitoméne » è il participio perfetto passivo vocativo femminile singolare del verbo « charitoo » che vuol dire « colmare di grazia ». Il prefisso « ke » indica il verbo al tempo perfetto, mentre il suffisso « méne » indica il verbo in forma di participio passivo. Perciò il senso di « kecharitoméne » tradotto con « gratia plena » da Girolamo, è « tu che fosti colmata dalla grazia e che continui ad esserne colmata ». Nel protovangelo leggiamo queste parole che Dio rivolge al serpente: « Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno » (Genesi 3,15). Cristo, stirpe di Maria, ha schiacciato la testa dell’antico serpente mediante il suo trionfo sulla morte. Inimicizia tra la donna e il serpente significa che questa donna, cioè Maria, non è stata amica del peccato neppure una volta. Perciò Maria, la madre del nostro Signore e Redentore, come fu concepita senza peccato, è pure vissuta senza mai peccare.

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