ÀLLOS (ALTRE) E LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO IN COLOSSESI 1,16-17

Colossesi 1,16-17

Testo Greco
hoti en autō ektisthē ta panta en tois ouranois kai epi tēs gēs, ta horata kai ta aorata eite thronoi eite kyriotētes eite archai eite exousiai; ta panta diʼ autou kai eis auton ektistai; kai autos estin pro pantōn kai ta panta en autō synestēken

Traduzione del Nuovo Mondo
Infatti tramite lui sono state create tutte le altre cose nei cieli e sulla terra, visibili e invisibili, che siano troni, signorie, governi o autorità. Tutte le altre cose sono state create tramite lui e per lui. Lui è prima di ogni altra cosa, e tramite lui tutte le altre cose sono state portate all’esistenza.

Nel testo della Traduzione del Nuovo Mondo troviamo quattro volte “altre”. Manca invece nelle traduzioni Martini, TILC, CEI, Riveduta, Nuova Riveduta, Riveduta 2020, Diodati, Nuova Diodati, Ricciotti, Tintori, e in altre ancora. Ciò si deve al fatto che quella della Traduzione del Nuovo Mondo è un’aggiunta illecita, mediante la quale si vuol negare l’eternità del Figlio di Dio – quindi la sua natura divina – per farlo apparire come la prima creatura fatta dal Padre, e mezzo per la creazione di tutte le altre cose. Nel testo greco non c’è “àllos” (altre). Inoltre, per mezzo del profeta Isaia, Dio dice queste parole: “Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me.” (Isaia 44,24) Perciò come può una creatura aver assistito Dio durante la creazione di tutte le altre cose, se Dio stesso per bocca di Isaia afferma che nessuno era con lui quando ha fatto tutte le cose? Peraltro la Scrittura insegna che la prima creatura fatta da Dio fu Behemoth (Giobbe 40,15.19) che ha il significato di “Bestia delle bestie”, “Bestia gigantesca” (plurale dell’ebraico Behemah, che significa “Bestia”), riferimento all’angelo prevaricatore, Satana, ma purtroppo erroneamente tradotto con “ippopotamo” nelle traduzioni moderne. Gesù, l’unigenito Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16.18; 1Giovanni 4,9), è Dio stesso (Giovanni 1,1; 20,28; Atti 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1; Apocalisse 22,6.16), ma non un altro Dio, poiché possiede pienamente la medesima e indivisibile divinità del Padre, per cui può dire: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15), intendendo con ciò anche la divinità stessa del Padre, ed anche: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30), intendendo d’essere, ad un tempo, altra persona rispetto al Padre e tuttavia un solo Dio con lui. Parimenti, lo Spirito di Dio che è Dio (Atti 5,3-4; 1Corinzi 3,16), è ad un tempo lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e lo Spirito di Gesù (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,11). Perciò Gesù, come Logos personale, è col Padre e con lo Spirito Santo “il creatore di tutte le cose” (Genesi 1,1; Giovanni 1,3; Colossesi 1,16; Ebrei 1,2; Giobbe 33,4). Gesù, in quanto Logos personale, è anteriore a tutte le cose (Colossesi 1,17), dall’eternità.

In foto il testo greco di Colossesi 1,16-17

L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA DELL’UOMO

L’anima e lo spirito

Rifacendosi a queste parole di Paolo: “E tutto ciò che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1Tessalonicesi 5,23), alcuni credono erroneamente che l’uomo sia un essere tripartito, cioè costituito di corpo, anima e spirito. Ma Paolo con “spirito” non sta introducendo una dualità nella parte spirituale dell’uomo, poiché lo spirito al quale Paolo fa riferimento è la grazia, capace di elevare l’anima alla comunione con Dio, fine sovrannaturale al quale l’uomo è ordinato fin dalla sua creazione. Questa grazia va conservata affinché possiamo sempre camminare nella luce, e il giorno del giudizio non ci sorprenda come un ladro, a nostra rovina (1Tessalonicesi 5,1-9.23). Nella lettera ai Romani, Paolo scrive: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.” (Romani 8,16) Ciò si deve al fatto che nella Bibbia “anima” e “spirito” sono a volte distinti ma altre volte utilizzati come sinonimi (vedi ad esempio: Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Luca 1,46-47). Possiamo dire infatti che l’uomo è costituito di anima e di corpo, oppure di spirito e di materia.

Il significato dei termini nèfeš, psyché, ruach e pneuma

L’ebraico נֶֽפֶשׁ (nèfeš) e il greco ψυχή (psyché), spesso tradotti con “anima”, sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (1Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9) per la quale egli è immagine di Dio, ma pure in riferimento all’intera persona umana (Genesi 2,7; Matteo 26,38; Luca 1,46; Giovanni 12,27; Atti 2,41), alla vita umana (1Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), alla bocca (Isaia 5,14; Abacuc 2,5), alla gola (Proverbi 25,25), al sangue (Genesi 9,4; Levitico 17,14; Deuteronomio 12,23), ad ogni essere vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3). Anche l’ebraico רֽוּחַ (ruach) e il greco πνεῦμα (pneuma), tradotti con “spirito”, sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (Siracide 34,13; Giacomo 2,26; 1Pietro 3,19), ma pure in riferimento all’intera persona umana (Luca 1,47), al respiro (Salmi 146,4), ai sentimenti umani (1Maccabei 13,7), alla vita umana (Giobbe 17,1). Col termine “Spirito”, inoltre, viene indicata la Divinità (Giovanni 4,24; Atti 5,3-4) e i suoi doni (Isaia 11,2-3).

L’esistenza e la sopravvivenza dell’anima dell’uomo oltre la morte del corpo

Giobbe 19,26-27
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero.

Giobbe fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Egli afferma che, dopo la morte della sua carne, potrà vedere e contemplare Dio. Riferimento all’esistenza dell’anima che sopravvive alla morte di questo corpo.

2Maccabei 15,12-16
La visione di Giuda il Maccabeo era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote, uomo eccellente, modesto nel portamento, mite nel contegno, dignitoso nel proferir parole, occupato dalla fanciullezza in quanto riguardava la virtù, con le mani protese pregava per tutta la nazione giudaica. Gli era anche apparso un personaggio che si distingueva per la canizie e la dignità ed era rivestito di una maestà meravigliosa e piena di magnificenza. Onia disse: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, colui che innalza molte preghiere per il popolo e per la città santa, Geremia il profeta di Dio.” E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: “Prendi la spada sacra come dono da parte di Dio; con questa abbatterai i nemici.”

Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo che gli spiriti di due defunti, Geremia e Onia, innalzavano molte preghiere a Dio, intercedendo per il popolo ebraico. Questo episodio è una importante testimonianza della vita oltre la morte del corpo, cioè dell’immortalità dell’anima, ma pure dell’intercessione dei Santi separati dalla carne per noi ancora viatori sulla terra.

Matteo 10,28
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.

Gesù fa una chiarissima distinzione tra anima e corpo, e utilizza la Geenna come immagine simbolica della condizione dei dannati a motivo del fuoco che continuamente consumava i rifiuti (Matteo 18,8; Giuda 7; Apocalisse 21,8). Il fuoco che non cessa di ardere, figura un tormento non mitigato.

Luca 16,22-25
Un giorno Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Anche il ricco morì e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.

Gesù racconta questa parabola – cioè una narrazione di un fatto immaginario ma appartenente alla vita reale, col quale illustrare un insegnamento morale – insegnando non solo che l’anima sopravvive alla morte del corpo, ma pure che questa riceve un premio o un castigo meritato.

2Corinzi 5,6-10
Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male.

Paolo fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Egli preferisce lasciare il suo corpo mortale per stare con Cristo. Riferimento all’anima immortale che sopravvive oltre la morte del corpo mortale.

Filippesi 1,23-24
Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne.

Paolo era combattuto tra il desiderio di essere sciolto dal corpo per stare con Cristo, e il dovere di rimanere nel corpo per predicare il Vangelo, il che era più conveniente per quelli al quale il Vangelo era da lui predicato. Questa scrittura è un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Paolo fa infatti riferimento alla sua anima immortale, sciolta dalla sua carne mortale. Contrariamente, Paolo avrebbe detto qualcosa di insensato.

Apocalisse 6,9-10
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”

Giovanni di Patmos fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo, quindi all’immortalità dell’anima dell’uomo. Nel suo scritto vediamo infatti le anime di quanti hanno subìto il martirio, chiedere a Dio di far giustizia del loro sangue sopra gli abitanti della terra.

Libro di Qoèlet

Ecclesiaste 3,19-20
Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.

Ecclesiaste 9,5-6
I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

Le scritture sopracitate vanno riferite alla morte del corpo. In questo senso la sorte degli uomini e delle bestie è la medesima. In questo senso Qoèlet intende che i morti non sanno nulla e tutto per loro svanisce. Ma il medesimo afferma altrove: “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.” (Ecclesiaste 12,7) Come si è già detto inizialmente, anima e spirito sono sinonimi. Perciò, anche per Qoèlet, con la morte il corpo torna alla polvere mentre l’anima sopravvive. In Ecclesiaste non si fa ancora riferimento alla retribuzione per i giusti e per i malvagi (Luca 16,22-23).

In conclusione

L’anima dell’uomo è immortale, perciò sopravvive oltre la morte del corpo. Alla risurrezione dai morti (2Maccabei 7,9; Daniele 12,2; Giovanni 5,28-29; 1Tessalonicesi 4,13-14) l’anima di ogni uomo verrà riunita al proprio corpo col quale è una sola persona, affinché anche il corpo, nella vita eterna, possa partecipare al premio o al castigo meritato (Matteo 25,31-46), al quale le anime già ora partecipano.

IL BATTESIMO CRISTIANO PURIFICA DAI PECCATI

A cura di Giuseppe Monno

L’origine del peccato e la necessità della purificazione

Quando la prima coppia di esseri umani peccò, la natura umana divenne ferita e incline al male. A causa della disobbedienza dei nostri progenitori, tutti gli uomini nascono privi della grazia originale e soggetti alla morte. Questo stato, chiamato peccato originale, si trasmette a tutta l’umanità.

Il Concilio di Trento afferma:

“Il peccato originale viene trasmesso a tutti gli uomini non per imitazione, ma per propagazione, ed è tolto dal battesimo” (DS 1513).

Cristo, nuovo Adamo, venne per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Egli istituì il sacramento del Battesimo, che applica ai singoli uomini i frutti della Redenzione. Mentre l’acqua, segno visibile, lava il corpo, la grazia invisibile dello Spirito Santo purifica l’anima.

L’ingresso del peccato nel mondo

Dio aveva dato all’uomo un semplice comandamento, segno della sua sovranità e del libero amore dell’uomo verso il Creatore:

Genesi 2,16-17

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti.”

Ma i nostri progenitori disobbedirono, sedotti dal serpente:

Genesi 3,6

“Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.”

Da allora “il peccato entrò nel mondo e, con il peccato, la morte” (cfr. Romani 5,12). Tutta la discendenza di Adamo partecipa di questa condizione:

Salmo 51,7 (50,7)

“Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre.”

San Paolo spiega con chiarezza la contrapposizione tra Adamo e Cristo:

Romani 5,15-19

“Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.”

Le prefigurazioni veterotestamentarie del lavacro purificatore

L’Antico Testamento già preannuncia, in modo simbolico, la purificazione dei peccati attraverso l’acqua. Queste figure trovano il loro pieno compimento nel battesimo cristiano.

Il diluvio universale, che distrugge il male e salva Noè e la sua famiglia nell’arca, è figura della salvezza battesimale (1Pietro 3,20-21).

Il passaggio del Mar Rosso prefigura la liberazione dal peccato e dalla schiavitù: Israele passa salvo tra le acque, mentre l’esercito del faraone (simbolo del male) è distrutto (Esodo 14,21-31).

La purificazione di Naamàn il Siro nel Giordano è segno della guarigione spirituale che l’acqua battesimale dona:

2Re 5,10

Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: “Va’, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito.”

Le purificazioni rituali della Legge mosaica (cfr. Numeri 31,24) e le invocazioni dei Salmi (“Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato” – Salmo 51,4) esprimono il desiderio di una purificazione interiore che solo Dio può compiere.

Il profeta Ezechiele annuncia la promessa di Dio di purificare e rinnovare il cuore del suo popolo:

Ezechiele 36,25-26

“Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo.”

Il compimento in Cristo: nascere dall’acqua e dallo Spirito

Con la venuta di Gesù Cristo si realizza pienamente ciò che era stato prefigurato. Gesù, battezzato da Giovanni nel Giordano, santifica le acque e istituisce il Battesimo come via d’ingresso alla vita nuova in Dio.

Giovanni 3,5

Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.”

Il Battesimo è dunque una nuova nascita, non soltanto simbolica ma reale, operata dallo Spirito Santo. È lavacro di rigenerazione e rinnovamento interiore:

Tito 3,5

“Egli ci ha salvati non per opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo.”

Gli Apostoli, in obbedienza al comando di Cristo (“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” – Matteo 28,19), annunciano la remissione dei peccati attraverso il Battesimo:

Atti 2,38

Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.”

Atti 22,16

“Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.”

Il significato teologico del Battesimo

Il Battesimo non è solo segno di appartenenza alla Chiesa, ma è sacramento di salvezza. Esso rimette tutti i peccati, originali e personali; comunica la grazia santificante, che fa dell’uomo un figlio di Dio e membro del Corpo di Cristo (1Corinzi 12,13); conferisce il carattere indelebile, segno spirituale che configura il battezzato a Cristo; apre l’accesso agli altri sacramenti, in particolare all’Eucaristia e alla Confermazione.

San Pietro lo afferma con forza:

1Pietro 3,21

“Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.”

Conclusione: la grazia che purifica e rinnova

Il Battesimo è dunque il sacramento della rinascita spirituale. In esso si attua la promessa divina di un cuore nuovo e di uno spirito rinnovato. Il peccatore è purificato, il vecchio uomo muore, e l’uomo nuovo, rigenerato dallo Spirito, vive in comunione con Dio.

Come scrive San Paolo:

Galati 3,27

“Tutti voi, che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.”

E ancora:

2Corinzi 5,17

“Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove.”

Il Battesimo è dunque il primo passo della vita cristiana, la porta della fede e della salvezza. In esso si manifesta la misericordia del Padre, l’opera redentrice del Figlio e la potenza vivificante dello Spirito Santo.

GLI ERRORI DELLA DOTTRINA DEI TESTIMONI DI GEOVA: LO SPIRITO SANTO

di Giuseppe Monno

I testimoni di Geova affermano che lo Spirito Santo (che loro scrivono con le iniziali minuscole, ma eviterò di fare altrettanto citando le loro contestazioni) non è una persona divina, ma un essere impersonale, la forza attiva di Dio. Dicono che il lettore sincero della Bibbia non può far altro che concludere che lo Spirito Santo non è una persona divina. Quindi espongono i seguenti punti:

1) Lo Spirito Santo non può essere una persona perché di Spirito Santo furono pieni i credenti (Luca 1,41.67; Atti 2,4; 4,8; 7,55; 13,52). Una persona non può essere piena di un’altra persona.

2) Giovanni il Battista dice di Gesù: “Egli vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco.” (Matteo 3,11) Giovanni non poteva riferirsi allo Spirito santo come a una persona.

3) Pietro disse che Gesù era stato “unto da Dio con Spirito santo e potenza.” (Atti 10,38) Ciò non è compatibilile con l’idea che lo Spirito Santo sia una persona.

4) Nella Bibbia non è strano personificare delle cose o dei concetti astratti. Per esempio, Gesù disse: “Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli.” (Luca 7,35) Ovviamente la sapienza non è letteralmente una persona con dei figli. Parimenti, anche se lo Spirito Santo viene personificato in alcuni passi biblici, non significa che sia una persona.

Di seguito una premessa:

In teologia il termine “persona” indica un essere dotato di libertà, volontà e intelligenza. C’è quindi la persona umana, la persona angelica, la persona divina. Fatta questa premessa possiamo procedere con le risposte ai quattro punti elencati sopra.

1) I testimoni di Geova dimenticano due cose molto importanti:

a) Tutto è possibile a Dio (Luca 1,37). Quindi non vedo il motivo per cui lo Spirito Santo non possa entrare in una o più persone.

b) Un demone – che è una persona angelica priva della grazia divina – può entrare in una persona umana per possederla (Marco 1,23), anche in molti (Luca 8,26-33). A maggior ragione è possibile allo Spirito Santo entrare in una o più persone. In quanto persona divina, lo Spirito Santo non è circoscritto, ma onnipresente.

2) L’espressione “battezzare in Spirito Santo e fuoco” (Matteo 3,11) significa che, mediante il lavacro del battesimo, Gesù ci dona la vita divina e la veemenza della carità, doni dello Spirito Santo, e non che questo sia una forza impersonale, come vorrebbero farci credere i testimoni di Geova.

Davide profetizzando la passione di Cristo scrive: “Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere.” (Salmi 21,15) Forse Cristo, di cui profetizza Davide, è letteralmente acqua? Certamente no! Davide fa uso di una metafora, cioè una forma di paragone tra l’acqua versata e la morte di Gesù. Il secondo libro di Samuele ci dà un esempio: “Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non si può più raccogliere” (2Samuele 14,14).

Nella sua lettera Paolo scrive: “Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.” (Galati 3,27) Ciò significa che Cristo è letteralmente un vestito che indossiamo mediante il battesimo? Certamente no! Anche Paolo fa uso di una metafora, cioè un paragone con la grazia salvifica ottenuta mediante il battesimo nel nome di Gesù Cristo. Per mezzo del battesimo non siamo più nudi, poiché Dio ci fa il dono della sua grazia.

L’autore della lettera agli Ebrei scrive: “Dio fa i suoi angeli pari ai venti, e i suoi ministri come fiamma di fuoco.” (Ebrei 1,7) Ma l’angelo non è letteralmente vento e fuoco, è spirito, non è un essere materiale. Perciò anche qui si tratta di una metafora, un paragone tra la grande forza degli angeli e le grandi forze della natura.

3) L’unzione è un linguaggio metaforico. Nell’Antico Testamento venivano unti con olio i sacerdoti (Esodo 29,7; 30,30-31), i
re (1Re 19,16; 1Samuele 10,1; 15,1; 16,13-14) e i profeti (1Re 19,16). L’unzione con olio simboleggia la presenza permanente dello Spirito Santo sul consacrato del Signore, affinché possa compiere degnamente la missione affidatagli da Dio. Nella Bibbia l’olio possiede le proprietà della gioia (Salmi 45 [44,8]), della consolazione (Isaia 61,1-3) e della guarigione (Luca 10,34; Giacomo 5,14-15), caratteristiche applicate allo Spirito Santo (Galati 5,22; Giovanni 14,26). Perciò Gesù – che è sacerdote, re e profeta – è stato unto in Spirito Santo e potenza (Atti 10,38) nel senso che in lui c’è la pienezza dello Spirito di Dio con tutti i suoi doni.

4) È vero che tra le figure retoriche presenti nella Bibbia c’è quella della personificazione, per cui a qualcosa di impersonale o di astratto vengono attribuiti alcuni tratti psicologici e comportamentali degli esseri umani (p. es. Romani 5,14; 8,22). Ma è anche vero che lo Spirito Santo è Dio, e perciò quando si parla di lui come di una persona non si deve pensare che si faccia uso di un linguaggio retorico. Pietro disse ad Anania che mentendo allo Spirito Santo non ha mentito a un uomo, ma a Dio (Atti 5,3-4). Mentre Paolo afferma che noi credenti siamo tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in noi (1Corinzi 3,16). Giovanni invece riferendosi allo Spirito Santo fa due volte uso del pronome personale maschile ekeinos (Giovanni 16,13-14), che significa “lui”, “egli”, “quello”, e quattro volte uso del termine parakletos (Giovanni 14,16.26; 15,26; 16,7), il medesimo attribuito anche a Gesù (1Giovanni 2,1), e che significa “chiamato in aiuto”, “avvocato”, “consolatore”, termini che possono essere riferiti a una persona, non a qualcosa di impersonale e astratto.

MIRACOLI E INTERCESSIONE DEI BEATI NELLA BIBBIA

di Giuseppe Monno

La parola di Dio c’insegna che i beati nel cielo possono intercedere per noi ancora viatori sulla terra. Vediamo alcuni esempi:

Siracide 48,14
Nella sua vita Eliseo compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere.

Ma quali furono queste opere meravigliose attribuite al defunto Eliseo? Il Secondo libro dei Re ci dà un esempio:

2Re 13,21
Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi.

La Scrittura sopracitata ci mostra una di quelle opere meravigliose attribuite al defunto Eliseo. Egli si è reso presente attraverso le sue reliquie, intercedendo per quell’uomo, il quale, per intervento divino, è tornato subito alla vita. Dio infatti è l’autore principale di ogni grazia e di ogni miracolo, mentre il beato è un intercessore per il quale e mediante il quale Dio stesso opera efficacemente.

Nel Secondo libro dei Maccabei, le anime dei defunti Geremia e Onia intercedono per gli uomini di Giuda il Maccabeo e per tutta la nazione giudaica contro l’esercito di Nicànore:

2Maccabei 15,6-16
Nicànore, dunque, alzata la testa con tutta la superbia, aveva decretato di erigere un pubblico trofeo per la vittoria sugli uomini di Giuda. Il Maccabeo invece era costantemente convinto e pienamente fiducioso di trovare protezione da parte del Signore. Esortava i suoi uomini a non temere l’attacco dei pagani, ma a tener fissi in mente gli aiuti che in passato erano venuti loro dal Cielo e ad aspettare ora la vittoria che sarebbe stata loro concessa dall’Onnipotente. Confortandoli così con le parole della legge e dei profeti e ricordando loro le lotte che avevano già condotte a termine, li rese più coraggiosi. Avendo così stimolato i loro sentimenti, espose e denunziò la malafede dei pagani e la violazione dei giuramenti. Dopo aver armato ciascuno di loro non tanto con la sicurezza degli scudi e delle lance quanto con il conforto delle egregie parole, li riempì di gioia, narrando loro un sogno degno di fede, anzi una vera visione. La sua visione era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote, uomo eccellente, modesto nel portamento, mite nel contegno, dignitoso nel proferir parole, occupato dalla fanciullezza in quanto riguardava la virtù, con le mani protese pregava per tutta la nazione giudaica. Gli era anche apparso un personaggio che si distingueva per la canizie e la dignità ed era rivestito di una maestà meravigliosa e piena di magnificenza. Onia disse: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, colui che innalza molte preghiere per il popolo e per la città santa, Geremia il profeta di Dio.” E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: “Prendi la spada sacra come dono da parte di Dio; con questa abbatterai i nemici.”

Per intercessione di Geremia e Onia, Dio ha assicurato ai Maccabei la vittoria contro l’esercito di Nicànore.

In una delle sue parabole, Gesù fa un riferimento all’intercessione del defunto Patriarca Abramo:

Luca 16,19-31
C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.” Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.” E quegli replicò: “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento.” Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.” E lui: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.” Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi.”

Dall’inferno il ricco epulone supplicò il Patriarca Abramo di intercedere per lui, ma quest’ultimo non poté a causa dell’enorme abisso che separava i salvati dai dannati. Con questo racconto, Luca ci fa sapere due cose molto importanti:
1) È possibile supplicare un santo defunto – nella parabola di Gesù il Patriarca Abramo – per beneficiare della sua intercessione.
2) I dannati all’inferno non possono beneficiare di alcuna intercessione poiché separati definitivamente dalla comunione con Dio e con l’assemblea dei santi. Per questo il Patriarca Abramo, invocato come intercessore, non poté far nulla per il ricco epulone.

In Giovanni 2,1-11 viene raccontato che durante uno sposalizio in cui erano presenti Gesù con i suoi discepoli e Maria sua madre, quest’ultima intercede per gli invitati, i quali non avevano più vino. Gesù allora non poté rifiutare la richiesta di sua madre alla quale non tarda a rispondere. Così, proprio in quell’episodio, e per intercessione di Maria sua madre, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli fece riempire d’acqua sei giare di pietra contenenti ciascuna due o tre barili, e l’acqua divenne vino buono. Il significato teologico delle nozze di Cana è quello dello sposalizio tra Gesù e la Chiesa, e lo sposo che conserva il vino buono (Giovanni 2,9-10) – immagine simbolica dell’amore sponsale tra Dio e il suo popolo – è Gesù medesimo. E Maria è colei che presso suo Figlio intercede per la Chiesa e per tutta l’umanità, fino alla fine del mondo. Ella in quanto madre donata da Cristo alla sua Chiesa (Giovanni 19,26-27), non tarda a rispondere alla chiamata dei suoi figli

Nel libro della Rivelazione vediamo le anime dei martiri intercedere per i cristiani perseguitati sulla terra:

Apocalisse 6,9-10
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei Santo e Verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”

In cielo non c’è inattività (Matteo 17,3; Luca 11,19), e i beati, seppur separati dalla carne, sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), sono membra dell’unico Corpo di Gesù Cristo, la Chiesa (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla terra. Possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore: “Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.” (Ebrei 12,22-24) Certi che il Signore non ignorerà l’intercessione dei suoi amici.

LE NOZZE DI CANA E L’INTERCESSIONE DI MARIA PER TUTTA L’UMANITÀ

A cura di Giuseppe Monno

Nel Vangelo di Giovanni (2,1-11) è narrato il primo dei segni compiuti da Gesù: il miracolo alle nozze di Cana di Galilea. Durante la celebrazione nuziale, alla quale erano presenti Gesù, Maria sua madre e i discepoli, si verifica una situazione di disagio: il vino viene a mancare. In un contesto giudaico antico, la mancanza di vino durante un banchetto nuziale non era un semplice inconveniente, ma un vero disonore per gli sposi e le rispettive famiglie.

Maria, attenta e premurosa, si accorge per prima della necessità e si rivolge a Gesù: «Non hanno più vino» (Giovanni 2,3). È una frase discreta, ma carica di significato: ella non comanda, non spiega, non pretende — semplicemente intercede. Gesù risponde: «Donna, che c’è tra me e te? Non è ancora giunta la mia ora» (Giovanni 2,4). Questa risposta, apparentemente distante, in realtà apre un dialogo che tocca il mistero stesso della missione redentrice di Cristo e del ruolo cooperante di Maria.

Nonostante le parole di Gesù, Maria si rivolge ai servi e pronuncia le ultime parole che il Vangelo le attribuisce: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5). Con questa frase, Maria si presenta come la mediatrice dell’obbedienza alla Parola, l’eco perfetto dell’atteggiamento del credente: ascoltare e compiere la volontà di Dio.

Gesù ordina allora di riempire d’acqua sei giare di pietra, destinate alla purificazione rituale secondo l’uso giudaico. Ciascuna poteva contenere «due o tre barili» (circa 80-120 litri). L’acqua, trasformata in vino, diviene segno del passaggio dall’antica alleanza alla nuova, dove la Legge è compiuta nella grazia e l’acqua della purificazione si muta nel vino della gioia messianica.

Il maestro di tavola, ignaro del miracolo, loda lo sposo per aver conservato il vino migliore fino alla fine (Giovanni 2,9-10). Questo particolare, ricco di simbolismo, mostra che Gesù è il vero Sposo, venuto a sigillare le nozze eterne tra Dio e il suo popolo, la Chiesa (cfr. Efesini 5,25-27).

Significato teologico

Le nozze di Cana rappresentano, dunque, il segno sponsale dell’amore di Cristo per l’umanità e dell’azione intercedente di Maria. Con il suo intervento, Maria inaugura la dimensione della mediazione materna: ella non sostituisce Cristo, ma conduce a Lui. Il miracolo avviene «per intercessione» di Maria, ma per potenza di Gesù.

La “donna” di Cana è la stessa “donna” del Calvario (Giovanni 19,26-27), dove Gesù, dall’alto della croce, affida Maria al discepolo amato: «Ecco tua madre». In quel gesto, Cristo dona Maria come madre all’intera Chiesa e all’umanità redenta nella figura del discepolo amato, tradizionalmente identificato con Giovanni.

Riferimenti patristici

I Padri della Chiesa hanno riflettuto ampiamente su questo episodio.

Sant’Agostino vede nelle giare di pietra «l’immagine delle sei età del mondo» (De Civitate Dei) che trovano compimento in Cristo, il quale porta il vino nuovo del Vangelo.

Origene interpreta il miracolo come segno del passaggio dall’antica Legge alla grazia della Nuova Alleanza, simboleggiate dall’acqua e dal vino (Commentario al Vangelo di Giovanni, II, 1-11).

San Giovanni Crisostomo sottolinea l’umiltà e la discrezione di Maria, che «non si irrita per la risposta del Figlio, ma confida nella sua bontà» (Commentario sul Vangelo di Giovanni, Omelia 78).

San Bernardo di Chiaravalle, nel suo sermone, la presenta come il “canale” attraverso cui la grazia di Cristo giunge all’uomo (De aquaeductu).

San Luigi Maria Grignion de Montfort riprenderà questo tema secoli dopo, affermando che Maria è la via più sicura per arrivare a Gesù, come a Cana, dove tutto avviene attraverso la sua discreta ma efficace intercessione (Trattato della vera devozione a Maria, paragrafo 120).

Significato spirituale e universale

L’intercessione di Maria alle nozze di Cana è dunque figura dell’intercessione universale di Maria per tutta l’umanità. Come allora si fece attenta alla mancanza di vino, oggi continua a intercedere per le nostre mancanze di fede, di speranza e di amore.

Ella, Madre della Chiesa, non rimane mai indifferente davanti ai bisogni dei suoi figli, ma “si mette in mezzo” (cfr. Redemptoris Mater, 21) esercitando una carità materna e universale, che accompagna la storia della salvezza fino alla fine dei tempi.

GEOVA NON È IL NOME DI DIO

Geova non è il vero nome di Dio, ma è la versione italianizzata del YeHoVaH coniato dai masoreti nel V-VI secolo d.C, a causa del divieto nell’ebraismo di pronunciare il nome di Dio (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11). Per evitare di pronunciare il nome di Dio, gli ebrei leggevano HaAshem (che significa « Il Nome ») oppure Adonày (che significa « Signore ») il tetragramma YHVH. Così i masoreti – che ricopiando la Bibbia ebraica hanno aggiunto segni e vocali – anziché aggiungere al tetragramma le giuste vocali conosciute dal lettore ebreo, aggiunsero le vocali di Adonày. Per una regola grammaticale della lingua ebraica, la « a » di Adonày inserita davanti alla « Y » (yod), nel tetragramma, va letta « e », e perciò si ha YeHoVaH anziché YaHoVaH. Il lettore ebreo, incontrando il tetragramma con le vocali di Adonày al posto di quelle giuste, sapeva di dover leggere Adonày. Nel 1270 il cattolico spagnolo Raimondo Martini commise l’errore di dar per buono il YeHoVaH coniato dai masoreti (ved « Pugio Fidei »). Purtroppo Martini, non essendo un lettore ebreo, ignorava che trovandosi difronte YeHoVaH, doveva leggerlo Adonày. L’errore di Martini influenzò alcune comunità cattoliche che impressero YeHoVaH o Iehova in alcune Chiese. Tuttavia la Chiesa cattolica non adottò mai la forma YeHoVaH nel culto e nei catechismi ufficiali. In seguito, scoperto l’errore, la forma YeHoVaH fu abbandonata. Nel 1530 il luterano William Tyndale pubblicò la sua traduzione inglese dei primi cinque libri della Bibbia, nella quale inserì la forma Jehovah. Sulla scia di Tyndale anche altri, tra cui gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo, i quali hanno aggiunto la forma italianizzata Geova quasi settemila volte nell’Antico Testamento, e più di duecento volte nel Nuovo Testamento. Moltissimi testimoni di Geova ignorano questa storia, e affermano erroneamente che Geova sia la traduzione italiana di YaHVeH. Gesù ,che conosceva molto bene il nome di Dio, ci ha insegnato che dobbiamo chiamare Dio « Padre » (Matteo 6,9). Oggi molti studiosi ritengono essere YaHVeH la versione più corretta. Tuttavia traduzioni come la Nuova Diodati o la Nuova Riveduta, preferiscono rendere YHVH con « Eterno » o con « SIGNORE ». Nel Nuovo Testamento manca il tetragramma, ma vi è Kyrios che significa Signore, attribuito quasi sempre a Gesù. Nella versione greca dell’Antico Testamento scritto dai Settanta, Kyrios traduce l’ebraico Adonày utilizzato al posto del sacro nome. Gli scrittori del I secolo leggevano la versione greca dell’Antico Testamento, e perciò conoscevano bene il significato del Kyrios che loro attribuivano tanto a Dio quanto a Gesù. Negli opuscoli della Torre di Guardia c’è scritto che non si conosce l’originale pronuncia del tetragramma, e che Geova è utilizzato dalla loro congregazione solo per tradizione (ved « Ragioniamo » pagine 158-159, oppure « Il Nome Divino » pagina 6 e pagina 23), e tuttavia i testimoni di Geova continuano a sostenere che Geova è il nome divino. Insistono inoltre sulle parole di Gesù riguardo il santificare il nome di Dio (Luca 11,2). Ma il nome è qui segno della presenza e della potenza, e si confonde con Dio stesso. Per esempio, un proverbio dice che il nome di Dio è una torre fortificata (Proverbi 18,10), mentre un salmo dice che Dio stesso è la torre fortificata (Salmi 61,3). Il nome più importante per i cristiani è quello di Gesù, che è « il nome al di sopra di ogni nome » (Filippesi 2,9), e « nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Filippesi 2,10).

QUESTA È LA VITA ETERNA: CHE CONOSCANO TE, L’UNICO VERO DIO, E COLUI CHE HAI MANDATO, GESÙ CRISTO.

Giovanni 17,1-3
Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.”

La Scrittura sopracitata è uno dei cavalli di battaglia degli anti-trinitari contro la dottrina della Trinità. Il v. 3 di Giovanni 17 sostiene che il Padre è l’unico vero Dio, mentre Gesù è il suo inviato. Si deve quindi negare la Trinità, secondo la quale Gesù è della stessa sostanza del Padre? Assolutamente no. Gesù, il Figlio di Dio, è Dio esattamente come suo Padre. Gesù è della stessa sostanza del Padre (Giovanni 1,1; 8,58; 20,28; Atti 20,28; Colossesi 1,16-17; 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1 ecc.), ma non è un secondo Dio, poiché partecipa pienamente della medesima natura divina del Padre (Giovanni 16,15), essendo con lui una cosa sola (Giovanni 10,30). Perciò lo Spirito di Dio è, ad un tempo, lo Spirito del Padre (Matteo 10,20) e lo Spirito di Gesù (Atti 16,6-7; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-12). Ciò che di Gesù doveva essere glorificata, è la natura umana che egli ha unito a sé stesso ipostaticamente (Giovanni 1,14; Galati 4,4). Paolo parla di questa glorificazione nella sua lettera ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.” (Filippesi 2,5-11) Si deve concludere che le parole di Gesù: “Che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17,3), vanno riferite alla sua natura umana. Egli, allo stesso tempo, è col Padre l’unico vero Dio.

FRATELLI DI GESÙ, MA NON FIGLI DI SUA MADRE

Matteo 13,55
Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Marco 6,3
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Premessa riguardo l’uso del greco adelphós nella Bibbia

Nella Bibbia in riferimento a un fratello si fa uso del termine greco adelphós (il femminile singolare ha adelphé, mentre il plurale maschile e quello femminile hanno adelphói e adelphai). Ciò nonostante, adelphós è utilizzato in senso ben più ampio e, oltre ai fratelli uterini o germani (Genesi 4,1-2 Septuaginta + Matteo 4,21), fa riferimento ai cugini (1Cronache 23,21-22 Septuaginta), a zio e nipote (confronta Genesi 13,8 con 11,27 Septuaginta), ai concittadini (Genesi 19,6-7 Septuaginta), ai membri di una tribù (1Cronache 15,4-10 Septuaginta), ai connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 Septuaginta + Atti 3,17), agli sposi (Tobia 7,12 Septuaginta), ai bisognosi (Matteo 25,40), ai discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e a tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50). Fatta questa premessa, vediamo cosa dice la parola di Dio riguardo questi fratelli di Gesù.

La madre di Giacomo e di Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) si chiama Maria

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

La madre di Giacomo e di Ioses è talvolta chiamata « l’altra Maria » per distinguerla dalla madre di Gesù e dalla Maddalena

Matteo 27,61
Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA.

Matteo 28,1
Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e L’ALTRA MARIA andarono a visitare il sepolcro.

Marco 16,1
Passato il sabato, Maria di Màgdala, MARIA DI GIACOMO e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.

Luca 24,9-10
E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e MARIA DI GIACOMO. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

Questa Maria, madre di Giacomo e di Ioses, è la moglie di Clèopa

Matteo 27,55-56
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO E DI GIUSEPPE, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40-41
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, MARIA MADRE DI GIACOMO IL MINORE E DI IOSES, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giovanni 19,25
Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, MARIA DI CLÈOPA, e Maria di Màgdala.

Maria di Clèopa è la cognata della madre di Gesù, e per questo è menzionata come sorella di lei. Infatti, secondo quanto afferma lo scrittore giudeo cristiano Egesippo (110-180), menzionato da Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 11.32), Clèopa è il fratello di Giuseppe, lo sposo della madre di Gesù. Egesippo avrà ottenuto queste informazioni da qualche discendente di Clèopa. Perciò Giacomo il minore e Ioses sono cugini di Gesù. Alcuni studiosi identificano Giacomo il minore con l’apostolo Giacomo di Alfeo (Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15; Atti 1,13), il fratello del Signore (Galati 1,19), primo vescovo di Gerusalemme (menzionato anche come una delle colonne della Chiesa [Galati 2,9]). E allora Alfeo di Giacomo (da non confondere con Alfeo padre di Levi [Marco 2,14]) e Clèopa sono la medesima persona. Altri invece distinguono Giacomo il minore da Giacomo di Alfeo. Quindi due di questi quattro menzionati come fratelli di Gesù, sono suoi cugini. Secondo Egesippo (Storia Ecclesiastica III, 11), anche Simone è figlio di Clèopa, quindi cugino di Gesù. Quanto a Giuda, autore della omonima lettera, si presenta come fratello di Giacomo (Giuda 1). Probabilmente si tratta dell’apostolo Taddeo, detto anche Giuda di Giacomo (confronta Matteo 10,3 con Luca 6,16 e Atti 1,13). Perciò se Giacomo il minore è il medesimo figlio di Alfeo, anche Giuda di Giacomo potrebbe essere un cugino di Gesù.

DIO È GESÙ

Parallelismi tra Dio e Gesù Cristo

Dio è datore di vita eterna

1Giovanni 5,11
E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio.

Gesù è datore di vita eterna

Giovanni 10,28
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.

Dio conosce tutte le cose

1Samuele 2,3
Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette.

Salmi 139,1-4
Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.

Gesù conosce tutte le cose

Giovanni 21,17
Gli disse la terza volta: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene? » Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: « Mi vuoi bene? » E gli rispose: « Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene ». Gesù gli disse: « Pasci le mie pecore ».

Dio esiste dall’eternità

Isaia 43,12-13
Oracolo del Signore: Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità.

Salmi 90,2
Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e l’universo, anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio.

Gesù – in quanto persona divina – esiste dall’eternità

Giovanni 1,1
In principio era il Lógos, e il Lógos era presso Dio, e il Lógos era Dio.

Colossesi 1,17: Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

Dio è il primo e l’ultimo e il vivente

Isaia 44,6
Così dice il re di Israele, il suo redentore, il Signore degli eserciti: « Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi ».

Isaia 48,12
Ascoltami, Giacobbe, Israele che ho chiamato: Sono io, io solo, il primo e anche l’ultimo.

Matteo 16,16
Rispose Simon Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ».

2Corinzi 6,16
Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo.

Gesù è il primo e l’ultimo e il vivente

Apocalisse 1,17-18
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il primo e l’ultimo e il vivente. Io divenni morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.

Apocalisse 2,8
All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Così parla il primo e l’ultimo, che divenne morto ed è tornato alla vita.

Dio è il Re dei re e il Signore dei signori

1Timoteo 6,15
Che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori.

Gesù è il Re dei re e il Signore dei signori

Apocalisse 17,14
Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli.

L’angelo che mostrò a Giovanni di Patmos le cose che devono accadere, fu inviato da Dio

Apocalisse 22,6
Poi mi disse: « Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve ».

L’angelo che mostrò a Giovanni di Patmos le cose che devono accadere, fu inviato da Gesù

Apocalisse 22,16
Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino.

Dio ha risuscitato il corpo di Gesù

Atti 10,40
Ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno.

Gesù ha risuscitato il proprio corpo

Giovanni 2,19-22
Rispose loro Gesù: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ». Gli dissero allora i Giudei: « Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? ». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Dio è il Pastore

Geremia 31,10
Ascoltate la parola del Signore, popoli, annunziatela alle isole lontane e dite: « Chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come fa un pastore con il gregge ».

Gesù è il Pastore

Giovanni 10,14
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Dio è il Signore

Genesi 9,26
Disse poi: Benedetto il Signore, Dio di Sem,
Canaan sia suo schiavo!

Genesi 14,22
Ma Abram disse al re di Sòdoma: «Alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra.

Gesù è il Signore

Romani 10,9
Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

1Corinzi 12,3
Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire « Gesù è anàtema », così nessuno può dire « Gesù è Signore » se non sotto l’azione dello Spirito Santo.

Dio è l’unico Signore

Deuteronomio 6,4
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.

Marco 12,29
Gesù rispose: Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore.

Gesù è l’unico Signore

Atti 10,36
Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti.

Romani 10,12
Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano.

1Corinzi 8,6
per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Giuda 4
Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni individui – i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna – empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo.

Dio è il Salvatore

Isaia 17,10
Perché hai dimenticato Dio tuo Salvatore e non ti sei ricordato della Roccia, tua fortezza. Tu pianti perciò piante amene e innesti tralci stranieri.

Isaia 43,11
Io sono il Signore, fuori di me non v’è Salvatore.

1Timoteo 4,10
Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono.

Gesù è il Salvatore

Filippesi 3,20
La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo.

2Timoteo 1,10
Ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo.

Tito 1,4
A Tito, mio vero figlio nella fede comune: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Salvatore.

Dio rimette i peccati

Marco 2,7
Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?

Gesù rimette i peccati

Marco 2,5
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati!

Marco 2,10
Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati.

Dio è il Creatore di tutte le cose

Isaia 44,24
Così parla il Signore, il tuo Redentore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me.

Gesù – in quanto persona divina – è il Creatore di tutte le cose

Giovanni 1,3
Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Colossesi 1,16
Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

Ebrei 1,2
In questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo.

1Corinzi 8,6
Un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Da questi parallelismi risulta chiaro che Dio è Gesù

Gesù è Dio

Luca 8,37-39
Allora tutta la popolazione del territorio dei Gerasèni gli chiese che si allontanasse da loro, perché avevano molta paura. Gesù, salito su una barca, tornò indietro. L’uomo dal quale erano usciti i demòni gli chiese di restare con lui, ma egli lo congedò dicendo: « Torna a casa tua e racconta quello che Dio ti ha fatto ». L’uomo se ne andò, proclamando per tutta la città quello che Gesù gli aveva fatto.

Giovanni 8,58
Rispose loro Gesù: « In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono ».

Giovanni 16,15
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.

Giovanni 20,28
Rispose Tommaso: « Signore mio e Dio mio! ».

Atti 20,28
Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue.

Romani 9,5
Da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa Dio benedetto nei secoli. Amen.

Colossesi 2,9
È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.

Tito 2,13
Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.

2Pietro 1,1
Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo.

Gesù e il Padre sono un solo Dio

Giovanni 10,30
Io e il Padre siamo Uno.

Lo Spirito di Dio è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e lo Spirito di Gesù Cristo

Matteo 10,20
Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

Atti 16,6-7
Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro.

Romani 8,9
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Galati 4,6
E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!

1Pietro 1,11
Cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle.

In conclusione: Dio è Gesù

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