PARADOSSO RIGUARDO L’ONNIPOTENZA DI DIO

di Giuseppe Monno

Se Dio è onnipotente e può fare tutto, può creare un cerchio triangolare, un masso che non può sollevare, un oggetto che non può distruggere, e addirittura annientare se stesso? Se Dio non può creare un cerchio triangolare né un masso che non può sollevare né un oggetto che non può distruggere né può annientare se stesso, significa che non è onnipotente.

Ragionamenti capziosi partoriscono domande e affermazioni assurde come quelle sopra. Dio non può creare un cerchio triangolare semplicemente perché ciò non è possibile, e non è possibile perché se un cerchio diventasse triangolare non sarebbe più un cerchio, ma diverrebbe un triangolo. Proporre un cerchio triangolare è un’autentica assurdità. Dio non può creare un masso che non può sollevare, né un oggetto che non può distruggere, né può annientare se stesso, e ciò a causa della sua stessa onnipotenza, per la quale nessun peso gli è impossibile sollevare, nessun oggetto gli è impossibile distruggere, e non può annientare se stesso. Dio è onnipotente perché può fare tutto ciò che è possibile fare. Dio non può fare ciò che sarebbe solo un’assurdità, come creare un cerchio triangolare o annientare se stesso. La logica di Dio non è la logica umana. Quest’ultima può partorire autentiche assurdità.

PROCESSIONE DELLO SPIRITO SANTO

di Giuseppe Monno

Secondo la teologia cattolica, qual’è la processione dello Spirito santo?

Spirazione

Mentre il Figlio procede per via di generazione, come verbum mentis, lo Spirito Santo procede per via di spirazione, come amor. Il Figlio è generato dal Padre, mentre lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un solo principio e per un’unica spirazione, come hanno affermato i Padri nella sesta sessione del Concilio di Firenze. Dio però non è un essere in movimento, non è mutevole come le creature, ma è incausato e già realizzato in se stesso come atto puro. Perciò il Figlio e lo Spirito Santo non passano dal non essere all’essere, ma esistono da sempre con Dio Padre, dall’eternità.

DIO PADRE PRINCIPIO SENZA PRINCIPIO

di Giuseppe Monno

Nella Trinità il Figlio procede dal Padre per generazione, come verbum mentis, mentre lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un solo principio e per una sola spirazione, come amor. Ma del Padre si deve dire che non procede da alcuno, poiché egli stesso, principium sine principio, è l’origine assoluta di tutta la Trinità come di ogni paternità, di tutta la creazione come di tutta la storia della salvezza. Ciò non significa che il Figlio e lo Spirito Santo siano passati dal non essere all’essere, poiché questi sono in Dio da sempre, dall’eternità.

GESÙ CRISTO FIGLIO DI DIO

di Giuseppe Monno

Se Gesù Cristo è la seconda persona della Trinità, un solo Dio col Padre e con lo Spirito santo, perché viene chiamato Figlio di Dio?

Dio è quasi sempre riferito al Padre poiché il Padre è l’origine di tutta la Trinità. Dall’eternità Dio conosce se stesso perfettamente e pensa a se stesso generando così un’immagine perfetta di sé (infatti il pensiero più perfetto che si può concepire è Dio). L’immagine generata eternamente da Dio è il suo Logos (verbo, pensiero, concetto), il quale procede da Dio e rimane in Dio, come la cosa pensata rimane in colui che pensa. In Dio il pensiero è l’essere stesso, perciò il Logos di Dio è della stessa sostanza di Dio ed è grande quanto Dio stesso. Essendo generato, il Logos è Figlio, mentre Dio è Padre del Figlio unigenito. Poiché Dio è incausato e già realizzato in se stesso come atto puro, il Figlio non passa dal non essere all’essere, ma esiste da sempre col Padre, dall’eternità. Dio Padre non è mai esistito senza il suo unigenito Figlio. La persona del Padre è costituita dalla sua relazione con la persona del Figlio. Dio è Padre perché eternamente genera il suo unico Figlio. Perciò con l’espressione “Figlio di Dio” riferita a Gesù Cristo, si afferma che egli è la seconda persona della Trinità, il Logos eterno di Dio, chiamato Figlio in quanto generato e della stessa sostanza di Dio Padre.

GENERATO NON CREATO

di Giuseppe Monno

Cosa significa l’espressione “generato non creato” che i cattolici recitano durante il Credo?

L’espressione “generato non creato” che i cattolici recitano durante il Credo, fa parte del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, e significa che la seconda persona divina della Trinità, il Figlio, non è una creatura, ma è della stessa sostanza del Padre, poiché dall’eternità è generato dal Padre. Quindi il Figlio non ha un inizio temporale, non passa dal non essere all’essere, ma esiste da sempre col Padre. Parimenti il Padre non è mai esistito senza il suo unigenito Figlio. La persona del Padre è costituita dalla sua relazione con la persona del suo Figlio unigenito. Dio è Padre perché eternamente genera il suo unico Figlio. Nel Vangelo di Giovanni si legge: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” (Giovanni 1,1). Intendendo con “principio” l’origine della creazione, con “Verbo” il Figlio di Dio, con “era Dio” la sua natura, con “era presso Dio” la distinzione tra il Figlio e il Padre, ma pure l’unità tra i due, e con quel “era” intende l’eternità. Il Figlio perciò non è un secondo Dio, ma è uno solo col Padre, poiché possiede pienamente, per donazione, la medesima indivisibile divinità del Padre, e perciò può dire: “Tutto ciò che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15), e: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30).

In sintesi: l’espressione “generato non creato” significa che il Figlio non è una creatura, ma esiste da sempre con Dio Padre ed è della stessa sostanza del Padre.

ATTI NOZIONALI NELLA TRINITÀ

di Giuseppe Monno

Cosa sono nella teologia cattolica gli atti nozionali?

Si chiamano atti nozionali quegli atti propri ed esclusivi del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, grazie ai quali possiamo conoscere le tre persone della Trinità come distinte tra loro. Alcuni teologi parlano semplicemente di due atti nozionali: generazione e spirazione, mentre altri parlano di quattro atti nozionali: generazione attiva e spirazione attiva come atto emanato da un principio, generazione passiva e spirazione passiva come atto ricevuto in un termine.

› Generazione attiva: il Padre – e solamente il Padre – genera il Figlio
› Generazione passiva: il Figlio – e solamente il Figlio – è generato dal Padre
› Spirazione attiva: il Padre e il Figlio – e solamente loro, in comunione – spirano lo Spirito Santo
› Spirazione passiva: solamente lo Spirito Santo è spirato dal Padre e dal Figlio come da un solo principio

Il Figlio e lo Spirito Santo non passano dal non essere all’essere, ma esistono da sempre col Padre, dall’eternità. Il Padre poi non procede da alcuno, ma Egli stesso, principio senza principio, è l’origine di tutta la Trinità.

FILIOQUE

A cura di Giuseppe Monno

Il Filioque è una legittima integrazione teologica al Simbolo niceno-costantinopolitano, non un’aggiunta illecita.

L’inserzione della clausola Filioque («e dal Figlio») nel Simbolo niceno-costantinopolitano, introdotta progressivamente nella liturgia latina a partire dal VI secolo e ufficializzata in Occidente dal Concilio di Toledo (589), non rappresenta una modifica arbitraria del Credo, ma una sua legittima esplicitazione teologica, alla luce della Rivelazione e della Tradizione vivente della Chiesa.

Infatti, sebbene il testo originale del Simbolo, definito nei Concili ecumenici di Nicea (325) e Costantinopoli (381), affermasse semplicemente che lo Spirito Santo «procede dal Padre», l’aggiunta latina Filioque intende sottolineare che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio, in comunione col Padre, secondo una visione trinitaria coerente con la dottrina occidentale e i testi biblici.

Le Sacre Scritture offrono numerosi riferimenti in tal senso. In Matteo 10,20 si parla dello «Spirito del Padre»; in Romani 8,9 e Galati 4,6 dello «Spirito del Figlio». In Giovanni 15,26 Gesù afferma: «Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me». In Giovanni 16,7 Gesù dichiara: «Se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; ma se me ne vado, ve lo manderò». E ancora in Giovanni 20,22, il Risorto «soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo».

Queste testimonianze evangeliche sono state interpretate, nella tradizione latina, come segni del ruolo attivo del Figlio nell’invio e, in senso teologico, nella processione dello Spirito. Non si tratta di una duplice origine, ma di una processione unica dallo Spirito «dal Padre e dal Figlio come da un unico principio e per un’unica spirazione», secondo la formula sancita dal Concilio di Firenze (1439) nella sesta sessione, nel decreto “Laetentur caeli” sull’Unione con i Greci.

È importante chiarire che il Filioque non nega la monarchia del Padre – ossia il fatto che il Padre è l’unica fonte della Trinità – come insegnato dalla teologia greca. Piuttosto, in ambito latino si intende che il Figlio riceve dal Padre anche il potere di spirare lo Spirito, partecipando così a questa unica processione come causa concausale, non originaria ma mediata dal Padre. Si tratta di una distinzione sottile ma essenziale.

I Padri latini, da Sant’Agostino a San Leone Magno, hanno affermato questa dottrina in forma implicita o esplicita. Sant’Agostino, in particolare, nella sua opera De Trinitate, sottolinea che lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, e quindi procede da entrambi come da un’unica sorgente amorosa.

Dal punto di vista storico, tuttavia, va riconosciuto che l’inserzione unilaterale del Filioque nel Simbolo da parte della Chiesa latina – senza il consenso di un Concilio ecumenico – ha costituito uno dei principali motivi di dissenso teologico con la Chiesa d’Oriente, culminando nello scisma del 1054. La Chiesa ortodossa sostiene che la processione dello Spirito «dal Padre per mezzo del Figlio» è più fedele alla tradizione patristica orientale e al testo conciliare originale.

Il dialogo teologico tra le Chiese, in particolare a partire dal Concilio Vaticano II e nel contesto della Commissione mista cattolico-ortodossa, ha cercato di superare le incomprensioni, riconoscendo che spesso le divergenze terminologiche nascondono una sostanziale comunanza di fede, purché le formule siano correttamente intese nel proprio contesto teologico.

In conclusione, il Filioque, pur non presente nella formulazione originaria del Credo, costituisce una legittima esplicitazione teologica della fede trinitaria professata dalla Chiesa latina, sostenuta dalla Scrittura, dalla Tradizione e da autorevoli Concili occidentali. Tuttavia, la sua recezione ecumenica resta oggetto di dialogo, da affrontare con rispetto e fedeltà alla verità della fede comune.

Sant’Agostino d’Ippona (354–430)

De Trinitate, XV, 17, 29

«Lo Spirito Santo procede in modo ineffabile dal Padre e dal Figlio, come dalla loro comune carità.»

In Ioannis Evangelium Tractatus, 99, 6

«Egli è lo Spirito comune del Padre e del Figlio. Non è né lo Spirito del Padre soltanto, né lo Spirito del Figlio soltanto, ma lo Spirito di entrambi.»

San Epifanio di Salamina (†403)

Ancoratus, 66

«Lo Spirito Santo è veramente dallo Spirito del Padre e del Figlio, essendo uno, dallo stesso essere.»

San Cirillo di Alessandria (†444)

In Ioannis Evangelium, X

«Il Figlio, essendo Dio da Dio, dà lo Spirito, e non riceve dallo Spirito. Ma lo Spirito Santo è proprio del Figlio, come lo è del Padre.»

San Leone Magno (†461), Papa

Sermone 75, 3

«Lo Spirito di verità procede dal Padre e dal Figlio come essenza della divina carità.»

San Fulgentio di Ruspe († ca. 533)

De fide ad Petrum, 14

«Lo Spirito Santo procede sostanzialmente dal Padre e dal Figlio.»

Concilio di Toledo XI (675)

«Lo Spirito Santo procede inseparabilmente dal Padre e dal Figlio».

Concilio di Firenze (1439)

Laetentur Caeli

«Lo Spirito Santo ha l’essere e la sua essenza sussistente dal Padre insieme con il Figlio, e procede ab aeterno da ambedue come da un solo principio e per una sola spirazione.»

LA TRINITÀ: PROCESSIONI DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO DAL PADRE

A cura di Giuseppe Monno

Dio conosce se stesso perfettamente e pensa a se stesso generando una perfetta immagine di sé. L’immagine generata da Dio è il suo Verbo (pensiero, parola), il quale procede da Dio e rimane in Dio, come la cosa pensata rimane in colui che pensa.

Il Verbo è quindi una cosa sola con Dio pur essendo distinto da lui. Gli è distinto ma non separato. Poiché Dio è atto puro e tutto in lui è l’essere stesso, il Verbo generato da Dio è della stessa sostanza di Dio e perciò grande quanto Dio stesso.

Essendo generato, il Verbo è Figlio; perciò Dio che l’ha generato è Padre del Figlio unigenito. Il Padre e il Figlio si amano a vicenda, e poiché in Dio la volontà è l’essere stesso, l’amore che procede dal Padre e dal Figlio, come da un solo principio e per un’unica spirazione, è della stessa sostanza di Dio ed è grande quanto Dio stesso.

Questo amore è lo Spirito Santo.

La teologia cattolica ci parla di processioni immanenti, cioè che procedono da Dio e rimangono in Dio: la prima è detta generazione e va riferita al procedere del Figlio dal Padre, mentre la seconda è detta spirazione e va riferita al procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio come da un solo principio.

Il Figlio e lo Spirito Santo non passano dal non essere all’essere, ma esistono da sempre col Padre, dall’eternità e per l’eternità. Dio infatti non è un essere in potenza, cioè mutevole, ma, come si è già detto, è già realizzato in se stesso come atto puro.

Il Padre non è mai esistito senza il suo unigenito Figlio. La persona del Padre è costituita dalla sua relazione con la persona del Figlio unigenito. Dio è Padre perché eternamente, senza un inizio temporale, genera il Figlio.

Parimenti, lo Spirito Santo è eternamente la persona amore, comunione tra Padre e Figlio. Il Figlio e lo Spirito Santo non sono però un secondo e un terzo Dio, ma un solo Dio col Padre, poiché possiedono pienamente e indivisibilmente la medesima divinità del Padre.

Il Padre dona indivisibilmente tutto il suo essere al Figlio, e attraverso il Figlio allo Spirito Santo, in modo che le tre persone siano numericamente un solo Dio.

Il Padre, generando suo Figlio, non genera un’altra natura divina, ma una persona. Parimenti, lo Spirito Santo non è un’altra natura divina, ma una persona.

Nel secolo II Tertulliano utilizzò nei suoi scritti il termine Trinità (De pudicitia, XXI, 16), col quale esprimeva, ad un tempo, l’unità di Dio e la distinzione tra Padre e Figlio e Spirito Santo (Adversus Praxean, II, 4; VIII, 6-7; IX, 1; XII, 7; XXV, 1).

Il termine Trinità entrò subito a far parte del linguaggio teologico, divenendo a tutti gli effetti il nome della fondamentale dottrina del cristianesimo.

Poiché nella Trinità il Padre è origine secondo le relazioni d’origine, è la prima persona; il Figlio è la seconda persona, poiché procede dal Padre; mentre lo Spirito Santo è la terza persona, perché procede dal Padre e dal Figlio.

In conclusione, le tre persone della Trinità — Padre e Figlio e Spirito Santo — sono un solo Dio perché possiedono pienamente e indivisibilmente la medesima divinità, e sono distinti tra loro esclusivamente per le loro relazioni d’origine.

L’AGNELLO IMMOLATO

A cura di Giuseppe Monno

Simbolismo dell’Agnello nel libro dell’Apocalisse

Apocalisse 5,6:

«Poi vidi, ritto in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello, come immolato, che aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio, mandati su tutta la terra.»

Nell’Apocalisse, l’Agnello è il simbolo cristologico per eccellenza, poiché rappresenta Cristo nella sua totalità: Vittima, Salvatore, Giudice, Pastore, Re. Per la Chiesa cattolica, questa immagine riassume il cuore del Vangelo: la salvezza attraverso l’amore crocifisso e glorificato.

L’Agnello simboleggia Gesù Cristo (Giovanni 1,29), in particolare nella sua dimensione di vittima sacrificale e redentore. In Apocalisse 5,6, si parla di un “Agnello come immolato”, ma in piedi, vivo: «Vidi in mezzo al trono… un Agnello, come immolato». Questo evidenzia la morte sacrificale (immolazione) ma anche la risurrezione e la gloria (l’Agnello è in piedi).

L’Agnello, animale mite e innocente, simboleggia la non-violenza di Cristo, che vince non con la forza, ma con l’amore e il sacrificio. È un contrasto potente rispetto alle bestie apocalittiche (come il drago o la bestia), che rappresentano il male e l’oppressione. La vittoria dell’Agnello è una vittoria paradossale: la gloria passa attraverso la croce.

L’Agnello immolato rimanda al sacrificio pasquale dell’Antico Testamento (Esodo 12), ma ora pienamente compreso in Cristo. Nella Santa Messa, la Chiesa proclama: «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi». L’Apocalisse è profondamente liturgica: la visione del trono, dell’Agnello, e dell’adorazione celeste, rispecchia la liturgia celeste che si unisce a quella terrena.

L’Agnello non è solo vittima, ma anche Signore glorificato. In Apocalisse 17,14 si dice: «Combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà perché è il Signore dei signori e il Re dei re». La sua autorità è assoluta: apre i sigilli (Apocalisse 5-6), guida la storia e giudica il mondo.

In Apocalisse 7,17: «L’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita». Qui l’Agnello è simbolo del Paradiso, della guida sicura e dell’acqua viva, un’immagine profondamente consolante per i fedeli.

I sette occhi sono identificati con i sette spiriti di Dio, un modo simbolico per indicare la pienezza dello Spirito Santo (Apocalisse 1,4; Isaia 11,2). Il numero sette è simbolo di pienezza, totalità. Indicano quindi onniscienza e pienezza della Spirito Santo, presente attivamente e in profonda comunione con Cristo.

Nella simbologia biblica, la corna indicano potenza, forza, autorità regale (Deuteronomio 33,17; Salmi 89,18; Daniele 7,7-24). Le sette corna rappresentano quindi la pienezza della potenza di Cristo, la sua onnipotenza divina e il suo potere regale messianico, in contrapposizione alle bestie apocalittiche.

Questo Agnello immolato ma ritto in mezzo al trono, con sette occhi e sette corna, è Cristo glorificato, pienamente Dio, onnipotente e onnisciente, inviato dal Padre, redentore e datore dello Spirito Santo, al centro della visione e del culto celeste.

La liturgia cattolica (soprattutto nell’Apocalisse come lettura pasquale) esalta l’Agnello come vincitore glorioso, sacerdote e re.

DIO NON PROIBISCE L’AIUTO DEL MEDICO

di Giuseppe Monno

Dio ha imposto la preghiera come unico mezzo efficace per guarire corporalmente, vietando l’aiuto di cure mediche?

Assolutamente no. Dio non ha imposto la preghiera come unico mezzo efficace per guarire corporalmente, e non ha imposto alcun divieto riguardo l’aiuto di cure mediche. Insegnare che la preghiera deve necessariamente sostituire l’aiuto di cure mediche non è affatto qualcosa che si accorda alla Sacra Scrittura, la quale invece ci da alcuni esempi riguardo l’aiuto di cure mediche. In Isaia 1,6; 38,21 constatiamo che il popolo ebraico faceva lecitamente uso di medicamenti, e la medesima cosa notiamo in Ezechiele 47,12. Cristo col racconto della parabola del buon samaritano (Luca 10,30-37) ci fa sapere che l’uso di medicamenti non è affatto qualcosa che contrasta con la fede in Dio. Luca era un medico, e che Paolo ne riconosceva le qualità (Colossesi 4,14). Perciò non esiste alcun divieto da parte di Dio riguardo l’aiuto del medico e l’uso di medicamenti. Dio non proibisce ai fedeli l’aiuto di mezzi umani leciti e quindi delle cure mediche. Certamente non dobbiamo offendere Dio confidando esclusivamente nell’aiuto degli uomini, come invece fece Asa (2Cronache 16,12-13) il quale, voltando le spalle a Dio, preferì confidare solo negli uomini. La preghiera è molto importante per noi cristiani. Ci sono episodi nella Bibbia che mostrano come la preghiera fatta con fede può portare anche alla guarigione corporale (2Re 20,1-6; Marco 10,50-52; Giacomo 5,14-16). Ciò tuttavia non nega la possibilità di affidarsi lecitamente alle cure di un medico coi suoi medicamenti. Dobbiamo sempre avere fede in Dio, ma non rifiutiamo l’aiuto dei medici e l’uso dei medicamenti per andare dietro al fanatismo di alcuni individui. Dio ci dice di onorare i medici, poiché il loro aiuto è cosa buona (Siracide 38,1-15). Come l’evangelista Luca, altri santi furono medici: Cosma e Damiano, Giuseppe Moscati, Niccolò Stenone, Riccardo Pampuri, Gianna Beretta Molla, Jerome Lejeune. Il medico è colui che si prende cura del suo prossimo aiutandolo a recuperare o conservare una buona salute. Perciò non si devono disprezzare i medici e i medicamenti. Dio ha creato il medico e gli ha dato l’intelligenza per curare gli ammalati. Anche mediante il medico e i medicamenti agisce la provvidenza di Dio.

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