I “MESSAGGI DA GESÙ ALL’UMANITÀ” A CONFRONTO CON LA DOTTRINA CATTOLICA

A cura di Giuseppe Monno

Introduzione

Nel libro dell’Apocalisse si legge:

“Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Gezabele, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi.” (Apocalisse 2,20)

Dal 2010 vengono diffusi presunti messaggi di origine divina tramite Maria Divine Mercy (pseudonimo di una presunta veggente irlandese, identificata come Mary Carberry). Questi messaggi presentano contenuti in contrasto con l’insegnamento autentico della Chiesa. Analizziamone alcuni, alla luce della Sacra Scrittura, del Magistero e del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC).

1. Autorità nella Chiesa e discernimento

Messaggio (1 Giugno 2011):

“Non chiedere a qualcun altro i suoi punti di vista, poiché non sono qualificati per commentare la Mia Parola Divina.”

Risposta dottrinale:
La Chiesa è assistita dallo Spirito Santo per guidare i fedeli nella verità. Solo il Magistero – cioè il collegio dei vescovi in comunione col Papa – ha l’autorità di interpretare autenticamente la Parola di Dio (CCC 85-87). I Santi, come suor Faustina, furono sempre invitati all’obbedienza ai confessori. Le rivelazioni private non possono mai contraddire la fede (CCC 67).

2. Il Sacramento della Riconciliazione

Messaggio (9 Febbraio 2012):

“Recitate la Crociata di preghiera n. 24 per l’indulgenza plenaria… per l’assoluzione.”

Risposta dottrinale:
L’assoluzione dei peccati mortali può avvenire solo tramite il sacramento della confessione o, in casi estremi, tramite l’atto di contrizione perfetta, sempre con l’intenzione di confessarsi appena possibile (CCC 1452). L’indulgenza plenaria richiede condizioni precise: confessione sacramentale, comunione eucaristica, preghiera per il Papa e distacco totale dal peccato (CCC 1471-1479). Nessuna preghiera privata può sostituire tali condizioni.

3. I Sigilli dell’Apocalisse

Messaggio (4 Marzo 2012):

“Il tempo dell’apertura dei Sigilli, quando aprirai il settimo Sigillo, è alle porte.”

Risposta dottrinale:
Nell’Apocalisse, solo Cristo ha il potere di aprire i Sigilli del Libro (Apocalisse 5,9). Attribuire tale ruolo a una veggente è un abuso del linguaggio biblico e un segno di confusione teologica.

4. Esaltazione di Benedetto XVI

Messaggio (12 Aprile 2012):

“Il mio Papa Benedetto XVI è l’ultimo vero Papa sulla Terra.”

Risposta dottrinale
Il messaggio implica che qualsiasi Papa successivo a Benedetto XVI, non è riconosciuto da Maria Divine Mercy (MDM) come legittimo. Si tratta di un’affermazione scismatica, in contraddizione con l’insegnamento della Chiesa secondo cui il Papa eletto validamente è il successore legittimo di Pietro (CCC 880-882; LG 23-23; CIC, can. 332; UDG art. 88).

5. Il Sigillo del Dio Vivente

Messaggio (17 Maggio 2012):

“La Crociata del Sigillo del Dio Vivente… è il più grande Sigillo di Protezione.”

Risposta dottrinale:
Il vero Sigillo di Dio è lo Spirito Santo, ricevuto nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione (Efesini 1,13-14; CCC 1296). Qualsiasi simbolo estraneo alla tradizione sacramentale, specialmente se associato a ideologie settarie o simbolismi ambigui, non ha fondamento nella fede cattolica.

6. La Medaglia della Salvezza

Messaggio (20 Gennaio 2014):

“Chi riceve la Medaglia della Salvezza otterrà un dono straordinario, anche se non benedetta.”

Risposta dottrinale:
La salvezza si ottiene per grazia, mediante la fede operante nella carità (Efesini 2,8-9; Giacomo 2,26). Nessun oggetto può assicurare salvezza senza la fede viva e la vita sacramentale. Le sacramentali, come le medaglie riconosciute dalla Chiesa (es. Medaglia Miracolosa), hanno valore solo se approvate, benedette e vissute in spirito di fede (CCC 1667-1670). Nessuna “medaglia” può sostituire i mezzi istituiti da Cristo per la salvezza: i sacramenti.

7. Apparizioni annunciate ma non avvenute

Messaggio (24 Gennaio 2014):

“Apparirò a Lourdes, Fatima, Guadalupe, La Salette e Garabandal in questa primavera.”

Risposta dottrinale:
Queste apparizioni non si sono verificate. Secondo la Scrittura, se una profezia non si realizza, non proviene da Dio (Deuteronomio 18,20-22). Gesù stesso ha avvertito di non seguire falsi profeti che predicono apparizioni e segni straordinari per ingannare anche gli eletti (Matteo 24,23-27).

L’anonimato

Maria Divine Mercy non ha mai voluto rivelare la sua vera identità, cosa inusuale tra i veri veggenti. In questo modo, la presunta veggente ha evitato di affrontare personalmente la Commissione di inchiesta sulle apparizioni, istituita dal vescovo locale, la quale avrebbe potuto, in caso di riscontri significativi, coinvolgere anche la Conferenza Episcopale Nazionale e il Dicastero per la Dottrina della Fede.

L’indagine avrebbe previsto la raccolta di testimonianze e prove, l’audizione della veggente, una valutazione psicologica, l’analisi dei messaggi e la verifica di eventuali miracoli o segni soprannaturali.

La Condanna della Chiesa

I cosiddetti “Messaggi da Gesù all’Umanità” contengono numerose affermazioni in contraddizione con la dottrina cattolica. In alcuni casi minano l’autorità del Magistero, distorcono la dottrina sui sacramenti e utilizzano un linguaggio escatologico fuorviante.

La Chiesa ha condannato ufficialmente i messaggi di Maria Divine Mercy come non autentici, fuorvianti e pericolosi per la fede. La condanna è arrivata da diverse autorità ecclesiastiche:

Arcidiocesi di Dublino (Irlanda), Diocesi di Portland (USA), Arcidiocesi di Brisbane (Australia), Arcidiocesi di Melbourne (Australia), Diocesi di Parramatta (Australia), Conferenza Episcopale Slovacca, Diocesi di Salisburgo (Austria), Diocesi di London (Canada), Arcidiocesi di Singapore, Conferenza Episcopale delle Filippine.

Considerano Maria Divine Mercy una falsa profetessa, dichiarano che i suoi messaggi non hanno alcuna approvazione ecclesiastica e risultano in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. Sconsigliano pertanto di procurarsi, distribuire o utilizzare oggetti devozionali a lei collegati, in quanto non approvati, e vietano di promuovere o impiegare tali testi all’interno delle associazioni cattoliche.

Prudenza e discernimento

La Chiesa ha sempre invitato alla prudenza e al discernimento, ricordando che «non ogni spirito viene da Dio» (1Giovanni 4,1). I fedeli devono attenersi alla fede trasmessa dagli apostoli, custodita dalla Chiesa e insegnata dal Magistero, unico interprete autentico della Rivelazione.

Mary McGovern Carberry

Tra il 2013 e il 2015 alcune ricerche pubbliche identificarono Mary McGovern Carberry come la figura reale di Maria Divine Mercy. Questo fu brillantemente documentato da Mark Saseen e MidwayStreet, ulteriormente confermato dall’analisi vocale del giornale Irish Mail on Sunday, e accompagnato da sanzioni ecclesiastiche da parte delle gerarchie cattoliche.

Conclusione

I messaggi attribuiti a Maria Divine Mercy non sono riconosciuti dalla Chiesa Cattolica e contengono affermazioni che contrastano con l’insegnamento ufficiale, seminano confusione tra i fedeli e promuovono un’immagine distorta di Dio e della Chiesa. Il contenuto apocalittico e allarmista, unito all’anonimato dell’autrice e alla mancanza di discernimento ecclesiale, rendono questi messaggi non affidabili. I fedeli sono pertanto invitati a seguire il Magistero autentico della Chiesa e a diffidare da rivelazioni private non approvate, rimanendo saldi nella fede, nella carità e nella speranza cristiana.

IL PADRE È MAGGIORE DI ME: COMMENTO AL VANGELO SECONDO GIOVANNI 14,28

A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 14,28
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò a voi.” Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me.

Per esprimere la differente condizione tra Dio Padre e Gesù Cristo, l’evangelista utilizza il termine greco meízôn, che significa “più grande”, “maggiore”, “superiore” in riferimento a una posizione o condizione. Non si tratta dunque di una superiorità ontologica (di “essere”), bensì funzionale o economica, cioè relativa alla missione e allo stato assunto dal Verbo incarnato.

Se l’intenzione dell’evangelista fosse stata quella di indicare una superiorità qualitativa o ontologica del Padre sul Figlio, avrebbe impiegato il termine kreíttôn, che in greco designa ciò che è “migliore”, “più nobile”, “più eccellente” per natura. Giovanni, invece, sceglie meízôn, segnalando una superiorità riferita alla condizione umana assunta dal Verbo nel tempo dell’incarnazione.

Giunta la pienezza del tempo, il Verbo eterno ha unito a se stesso ipostaticamente un’autentico corpo animato da un’anima razionale. Così il Signore, restando pienamente Dio (Giovanni 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1), è divenuto anche pienamente uomo (Giovanni 1,14; Filippesi 2,7).

Quando, dopo la risurrezione, Gesù afferma di “andare al Padre”, lo dice in riferimento alla sua natura umana. Come Verbo eterno, Egli è sempre presso il Padre, partecipando indivisibilmente all’Essere stesso del Padre; ma come uomo, Egli và al Padre, portando con sé la natura umana glorificata.

Dunque, l’espressione “il Padre è maggiore di me”, si riferisce alla condizione umana del Cristo. Nella sua divinità, Gesù è consubstantialis Patri, della stessa sostanza del Padre, e per questo può affermare: “Tutto quello che il Padre possiede è mio” (Giovanni 16,15), e: “Io e il Padre siamo Uno” (Giovanni 10,30). Come Persona divina, Gesù è uguale al Padre, possedendo indivisibilmente la medesima divinità del Padre.

Gesù non è il Padre, ma un solo Dio con Lui e con lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio (Atti 16,6-7; Romani 8,9; Galati 4,6; Filippesi 1,19; 1Pietro 1,10-11) come da un solo principio. Il Padre, generando eternamente il suo unigenito Figlio, gli dona tutto il proprio Essere, e attraverso il Figlio lo dona allo Spirito Santo, in una sola e indivisibile comunione trinitaria. È per questo che i tre sono numericamente un solo Dio (Matteo 28,19).

SE GESÙ CRISTO POSSA IGNORARE QUALCOSA: COMMENTO AL VANGELO SECONDO MARCO 13,32

A cura di Giuseppe Monno

Marco 13,32
Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

Non spettava ai discepoli conoscere quei tempi, poiché riservati all’autorità di Dio Padre (Atti 1,7). Ma Gesù è un solo Dio col Padre (Giovanni 10,30) e conosce perfettamente tutte le cose (Giovanni 21,17), poiché in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Colossesi 2,3), perciò nulla gli è occulto, compreso il momento del giudizio.

Nel linguaggio teologico dell’economia della salvezza, l’espressione “non sapere” attribuita a Gesù non va interpretata come una reale ignoranza nella sua Persona divina, ma come una forma pedagogica di “non rivelazione”, in vista del disegno salvifico. Non si tratta di un limite ontologico nella sua divinità, ma di un atto intenzionale, funzionale alla missione redentiva e alla crescita spirituale dell’umanità.

Gesù Cristo, Verbo incarnato, conosce tutte le cose nella sua natura divina, ma sceglie di manifestare la verità in modo progressivo, secondo la capacità di accoglienza dei suoi discepoli. Questa è l’economia della rivelazione, cioè una rivelazione dosata nel tempo, con sapienza e pazienza, per guidare l’uomo alla fede, alla speranza e alla vigilanza.

In questo senso, il “non sapere” di Gesù è una modalità educativa: non perché Egli ne sia privo, ma perché non vuole forzare l’uomo alla conoscenza, bensì invitarlo a cercare, a vigilare, a crescere. Il suo silenzio o la sua reticenza su alcune verità sono atti pedagogici, non segni di ignoranza.

Sant’Agostino, a tal proposito, afferma: “Si può dire che ignori ciò che non ha voluto far conoscere.” (De Trinitate, I, 12). Cristo non ignora davvero né mente, ma adotta un linguaggio funzionale al mistero. Anche i suoi silenzi (Marco 8,10-13; Luca 23,8-9), le contro-domande (Marco 11,27-33), l’insistenza sul silenzio di quelli che Egli guariva o riportava alla vita (Marco 1,44; 5,43), e il comando ai discepoli (Marco 8,30; 9,9) e ai demòni (Marco 1,25.34) di non parlare di lui, mostrano una chiara intenzionalità pedagogica: sceglie il momento opportuno per rivelare, in sintonia con la maturazione interiore dei suoi interlocutori (Giovanni 16,12: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per ora non siete in grado di portarne il peso”).

Così si manifesta la sapienza dell’economia salvifica della rivelazione: il Verbo eterno guida l’uomo, passo dopo passo, verso la pienezza della verità (Giovanni 16,13), senza imporre, ma accompagnando con amore la libertà umana.

Le parole oude ho huios (neppure il Figlio) sono omesse per ragioni teologiche in alcuni manoscritti bizantini tardivi e in alcune copie della Vulgata. Sono presenti invece in manoscritti più autorevoli: Codice Vaticano (B), Codice Sinaitico (א), Papiro 88, Codice Alessandrino (A), Codice Ephraemi Rescriptus (C), Codice Washingtoniano (W), Codice Bezae (D), risalenti ai secoli IV-VI. Ma noi rispondiamo a chi ci chiede ragione di quelle parole, e perché non esultino i discepoli di Ario e di Eunomio credendo di poterci zittire.

Commento al Vangelo secondo Matteo (26,26-29)

A cura di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-29

26 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». 27 Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

vv. 26-28 Istituzione dell’Eucaristia

Il brano costituisce uno dei testi fondamentali per la teologia e la liturgia cattolica, poiché riferisce l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione. In queste parole solenni, la Chiesa riconosce l’origine del Sacramento dell’Altare, che è al tempo stesso memoriale, sacrificio e presenza reale del Signore risorto.

Con le parole «questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati», Gesù non utilizza un linguaggio figurato, ma compie ciò che dice. In quel momento avviene un’autentica conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo. La Chiesa cattolica esprime questa realtà con il termine Transustanziazione, che indica il cambiamento della sostanza degli elementi eucaristici, pur restando invariati gli accidenti sensibili (aspetto, gusto, ecc.).

L’Eucaristia non è solo un banchetto sacro, ma è, in modo essenziale, il Sacrificio di Cristo reso presente in modo sacramentale. Gesù, infatti, anticipa nel segno sacramentale ciò che compirà il giorno seguente sul Calvario: offre sé stesso al Padre per la salvezza dell’umanità. Il riferimento al “sangue dell’alleanza” evoca l’alleanza del Sinai (Esodo 24), ma la supera, poiché questa è “la nuova ed eterna alleanza”, sigillata non con sangue di animali, ma con il sangue del Figlio di Dio.

Con l’Eucaristia, Cristo rende attuale e accessibile a ogni generazione il mistero della Redenzione. La celebrazione della Santa Messa è, pertanto, la ripresentazione sacramentale del sacrificio della Croce, nella quale il sacerdote agisce in persona Christi, e il popolo partecipa in modo attivo e consapevole all’azione salvifica di Cristo.

Ricevere il Corpo e il Sangue del Signore significa entrare in comunione profonda con Lui, essere uniti a Lui in un vincolo d’amore che trasforma interiormente, rafforza l’unione ecclesiale e anticipa la comunione perfetta nel Regno di Dio.

L’invito di Gesù – «Prendete e mangiate… Bevetene tutti» – è un appello personale alla fede e alla partecipazione: ogni fedele è chiamato ad accogliere Cristo nella propria vita, a nutrirsi della sua presenza reale, e a lasciarsi conformare sempre più a Lui.

v. 29 Una solenne promessa

Questo passaggio evangelico possiede una forte connotazione teologica e un chiaro tono escatologico. È molto più di un semplice saluto: si tratta di una promessa. Gesù, consapevole dell’imminenza della sua passione e morte, dichiara che non berrà più il frutto della vite – simbolo biblico della gioia, della benedizione e della comunione – fino alla sua piena realizzazione nel Regno del Padre.

Il «non berrò più» rappresenta un addio terreno, carico di solennità e consapevolezza: il tempo della presenza visibile di Cristo nel mondo sta per giungere al suo culmine salvifico. Tuttavia, questo addio è immediatamente seguito da una promessa: «fino a quando lo berrò nuovo con voi». Il vino “nuovo” rimanda al banchetto escatologico, figura del compimento definitivo del Regno, quando Cristo, risorto e glorificato, sarà di nuovo in comunione con i suoi discepoli nella gioia piena ed eterna.

In questa prospettiva, il gesto eucaristico di Gesù assume un significato profondo: l’Eucaristia che la Chiesa celebra nel tempo è memoria viva del sacrificio di Cristo, ma anche anticipazione sacramentale del banchetto celeste. Ogni celebrazione eucaristica è un’anticipazione reale – anche se ancora velata – della piena comunione che sarà vissuta nel Regno, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Corinzi 15,28).

Il fatto che Gesù dica «con voi», sottolinea che questa comunione non sarà solo sua, ma condivisa: egli promette di bere di nuovo con i suoi discepoli, cioè con la Chiesa. Non si tratta di una separazione definitiva, ma dell’inizio di un’attesa gravida di speranza. L’annuncio, dunque, è profondamente cristologico ed ecclesiale: Cristo non si allontana per sempre, ma apre una nuova modalità di presenza, quella sacramentale, che conduce alla pienezza della comunione eterna.

In sintesi, questo versetto racchiude in sé il mistero pasquale nella sua interezza: passione, morte, risurrezione e glorificazione. Ed è nello stesso tempo una dichiarazione di amore e una solenne promessa: Gesù si congeda, ma con la certezza del ritorno glorioso e della comunione eterna con coloro che avranno partecipato alla sua vita e alla sua croce. È questa la sorgente della speranza cristiana: l’attesa del Regno, la certezza della comunione con Cristo, la promessa del vino nuovo che sarà gustato insieme a Lui nella gioia eterna.

PERPETUA VERGINITÀ DI MARIA: LA VERGINITÀ DOPO IL PARTO

A cura di Giuseppe Monno

Introduzione

La dottrina della perpetua verginità di Maria – cioè che la Madre di Gesù rimase vergine prima, durante e dopo il parto – costituisce una delle verità fondamentali della fede cristiana, testimoniata fin dai primi secoli dalla Tradizione della Chiesa e solennemente professata dal Magistero cattolico. Tuttavia, essa è stata oggetto di incomprensioni, contestazioni e interpretazioni riduttive, specialmente in tempi recenti, spesso a causa di una lettura superficiale o anacronistica dei testi biblici.

Scopo del presente scritto è offrire una difesa apologetica, fondata sulle Sacre Scritture, sulla linguistica biblica (ebraica e greca), sulla Tradizione patristica e su una lettura teologica coerente, della verità secondo cui Maria non ebbe altri figli oltre Gesù e che la sua maternità fu interamente verginale. In particolare, si risponde alla questione ricorrente relativa ai cosiddetti “fratelli di Gesù”, spesso citati nei Vangeli, e si dimostra che costoro non erano figli della Vergine, bensì parenti prossimi, verosimilmente figli di Maria di Clèopa, cognata della Madre di Gesù.

Questa riflessione non vuole essere né polemica né esclusivamente esegetica: essa nasce dal desiderio di contemplare più profondamente il mistero dell’Incarnazione, nella quale Maria ha un ruolo assolutamente unico. Custodire la sua verginità è, in ultima istanza, custodire la fede nella divinità di Cristo, Figlio unigenito del Padre e della Vergine. In questo spirito, il presente lavoro intende offrire un contributo chiaro, documentato e fedele all’insegnamento costante della Chiesa, in un tempo in cui è urgente ricomprendere le radici bibliche e dogmatiche della nostra fede.

I “fratelli” di Gesù nel Nuovo Testamento

Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, cercavano di parlargli.

Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.

La presenza di “fratelli” di Gesù nei Vangeli ha dato origine a varie interpretazioni. Il termine greco utilizzato è adelphós, che, come l’ebraico ʼah, ha un significato semantico ampio. Può infatti indicare non solo i fratelli germani, figli dello stesso padre e madre, ma anche parenti prossimi, membri della stessa tribù o popolo, correligionari, e perfino amici intimi o discepoli.

Nel contesto biblico e linguistico della Septuaginta (versione greca della Tanakh ebraica, tradotta in koinè, lo stesso greco usato nel Nuovo Testamento), adelphós non indica necessariamente un fratello carnale. Così in Genesi 13,8, Abramo chiama “fratello” il nipote Lot. In 1Cronache 23,21-22, adelphós è usato per cugini. Questo uso è confermato anche nel Nuovo Testamento, come in Atti 3,17, dove “fratelli” indica i connazionali ebrei.

La parentela dei “fratelli” di Gesù

Dai testi evangelici emerge chiaramente che Giacomo, Ioses (Giuseppe), Giuda e Simone non sono figli della Vergine Maria.

Matteo 27,55-56
Tra le donne che stavano a osservare da lontano c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Marco 15,40
Vi erano anche alcune donne che osservavano da lontano: tra queste Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses (forma greca di Giuseppe), e Salome.

Questa Maria è indicata in Giovanni 19,25 come “Maria di Clèopa”, sorella della madre di Gesù. Il termine “sorella” (adelphē) è probabilmente da intendersi in senso ampio, come cognata. Secondo Egesippo, scrittore giudeo-cristiano del II secolo citato da Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, III, 11.32), Clèopa era fratello di Giuseppe, sposo della Vergine Maria. Pertanto, Maria di Clèopa sarebbe la cognata della Vergine Maria e madre dei cosiddetti “fratelli” di Gesù.

Questo dato spiega l’identificazione di Giacomo, detto il Minore, come “figlio di Alfeo” (Luca 6,15) o “figlio di Maria di Clèopa”. Inoltre, l’apostolo Giuda (Taddeo) è chiamato “fratello di Giacomo” (Giuda 1), e Simone, secondo Egesippo, fu successore di Giacomo sulla sede di Gerusalemme ed era anch’egli figlio di Clèopa.

Il Nuovo Testamento non chiama mai i fratelli di Gesù “figli di Maria madre di Gesù”, né li definisce “figli di Giuseppe”, come accade invece con “Giacomo di Zebedeo” o “Levi di Alfeo”. Questo silenzio è teologicamente e culturalmente rilevante: se la madre di Gesù avesse avuto altri figli, sarebbero stati indicati come tali, secondo l’uso ebraico.

Le “sorelle” di Gesù

Marco 6,3
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui tra noi?

Anche queste “sorelle” non sono mai chiamate “figlie di Maria” e possono essere intese come parenti prossime, appartenenti allo stesso clan familiare.

L’uso del termine “fratello” nella Scrittura

La Scrittura distingue chiaramente i fratelli uterini con formule come:

“Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29);

“Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17);

“Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19);

“Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello” (Matteo 4,21).

Gesù è chiama “fratelli” anche i suoi discepoli (Giovanni 20,17) e i bisognosi (Matteo 25,40), secondo un uso figurato del termine che supera la genealogia carnale.

Salmo 69,8: chi sono i “fratelli” e i “figli di mia madre”?

Salmo 69,8
Sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero ai figli di mia madre.

Questo passo è stato talvolta erroneamente interpretato come prova dell’esistenza di fratelli carnali di Gesù. Tuttavia, alla luce di Marco 6,1-6, è chiaro che il termine “fratelli” e “figli di mia madre” va inteso come riferito ai compatrioti, non a fratelli biologici.

Il significato di “primogenito” e “finché”

Matteo 1,25
Giuseppe non la conobbe finché ella non partorì il suo figlio primogenito.

Luca 2,7
Diede alla luce il suo figlio primogenito.

Alcuni deducono che l’uso di “primogenito” implichi l’esistenza di altri figli, e che l’espressione “non la conobbe finché…” indichi rapporti coniugali dopo il parto. Tuttavia, ciò non è fondato né linguisticamente né teologicamente.

Il termine “primogenito” (prototokos) indica colui che apre il grembo (Esodo 13,2) ed è soggetto a riscatto secondo la Legge mosaica (Numeri 18,15-16), indipendentemente dall’esistenza di fratelli minori. Anche l’unico figlio può essere “primogenito” (Ebrei 1,6 riferito a Cristo, unico Figlio di Dio).

Quanto a “finché” (heōs), esso non implica necessariamente un cambiamento di condizione. Esempi:

Salmo 110,1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”: Cristo continua a regnare anche dopo.

2Samuele 6,23: “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte”: ciò non implica che ne ebbe dopo.

Quindi, Matteo 1,25 non afferma nulla riguardo eventuali rapporti dopo la nascita di Gesù. L’interesse dell’evangelista è sottolineare la concezione miracolosa e verginale di Cristo, non fornire indicazioni sul futuro della vita coniugale di Maria e Giuseppe.

La testimonianza della Tradizione

San Tommaso d’Aquino afferma:

“Giuseppe si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse osato violare colei che aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3)

E ancora:

“Maria si sarebbe dimostrata ingrata se, avendo ricevuto in dono la verginità per un miracolo divino, l’avesse poi persa coniugalmente.”

Padri della Chiesa come Sant’Agostino, San Girolamo, Sant’Efrem il Siro, Origene e San Giovanni Damasceno difendono unanimemente la perpetua verginità di Maria, ovvero prima, durante e dopo il parto.

Maria affidata al discepolo amato

Dalla croce, Gesù affida Maria a Giovanni:

Giovanni 19,26-27
“Donna, ecco tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” E da quel momento il discepolo la prese con sé.

Se Maria avesse avuto altri figli naturali, sarebbe stato loro compito accudirla. Il gesto di Gesù mostra invece che Maria non aveva altri figli secondo la carne.

Conclusione

La Scrittura, la Tradizione e il Magistero concordano nell’affermare che Maria è sempre vergine, in corpo, mente e spirito:

Vergine prima del parto: concepì per opera dello Spirito Santo;

Vergine durante il parto: il Figlio di Dio nacque senza violare il sigillo della verginità;

Vergine dopo il parto: non ebbe mai rapporti coniugali, né altri figli.

Il dogma della perpetua verginità di Maria è professato da tutte le grandi tradizioni cristiane antiche: cattolica, ortodossa e copta. È simbolo della totale consacrazione di Maria a Dio, della sua unicità nella storia della salvezza, e della divina origine del Cristo.

MADRE DI DIO

di Giuseppe Monno

Fin dai primi secoli, la Chiesa ha venerato la Vergine Maria con il titolo di Theotokos, cioè Madre di Dio. Questo appellativo, che letteralmente significa “Colei che ha generato Dio”, esprime una delle verità fondamentali della fede cristiana: Gesù Cristo è una sola persona, divina, con due nature indivisibili e inseparabili: quella divina e quella umana.

La controversia nestoriana e il Concilio di Efeso

Nel V secolo, il vescovo Nestorio di Costantinopoli propose di sostituire il titolo Theotokos con Christotokos, ossia Madre di Cristo, sostenendo che Maria non poteva aver generato Dio, ma solo l’uomo Gesù. Questa posizione, tuttavia, minava l’unità della persona di Cristo, compromettendo l’insegnamento secondo cui il Verbo eterno si è fatto carne (Giovanni 1,14).

Contro Nestorio si levò Cirillo di Alessandria, che difese con vigore l’uso del titolo Theotokos. Cirillo argomentò che negare la maternità divina di Maria significava negare l’unione ipostatica: l’unione nella persona del Verbo incarnato delle due nature, divina e umana, senza confusione, senza separazione, senza mutazione e senza divisione.

Il Concilio di Efeso (431 d.C.) sancì la dottrina ortodossa, definendo dogmaticamente la legittimità del titolo Theotokos, condannando la dottrina nestoriana con dodici anatemi, e proclamando che Maria è realmente Madre di Dio, poiché ha generato secondo la carne il Verbo eterno fatto uomo.

Fondamenti biblici della maternità divina

Il dogma della maternità divina trova solide basi nella Scrittura. L’evangelista Luca narra che, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, Elisabetta esclama: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Luca 1,43). L’espressione greca Kyrios mou (Signore mio) traduce l’ebraico ’Adonai, nome sacro utilizzato per riferirsi a Dio stesso, sostitutivo del tetragramma Yhwh. Dunque, Elisabetta riconosce in Maria la madre del Signore-Dio, anticipando così la proclamazione dogmatica.

Inoltre, San Paolo afferma: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna” (Galati 4,4), riconoscendo la piena umanità del Verbo, assunta da Maria, e al contempo la sua origine divina.

Chiarimenti teologici

Come spiega San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (III, q. 35, a. 4, ad 2), Maria non è madre della divinità in quanto tale, ma è madre di una persona che è Dio. Il Figlio di Dio non ha assunto un uomo preesistente, ma ha assunto la natura umana nell’unità della sua persona divina. Per questo, si dice che Maria ha generato secondo la carne il Figlio eterno del Padre.

Con l’Incarnazione, tutto ciò che appartiene alla natura umana assunta è divenuto proprio della persona divina del Figlio. Pertanto, affermare che Maria è Madre di Dio non significa che ella ha generato la divinità, ma che ha dato alla luce, nel tempo, una persona che è eterna, divina e consustanziale al Padre.

Maria non è madre di Dio Padre, né dello Spirito Santo, ma del Verbo eterno, che partecipa indivisibilmente all’essere del Padre (Giovanni 10,30; 16,15), come espresso anche dal dogma trinitario: una sola sostanza divina in tre Persone distinte.

Il consenso della Tradizione e la preghiera antica

La fede nella maternità divina non è nata con il Concilio di Efeso, ma è attestata già nei primi secoli del cristianesimo. Una delle testimonianze più antiche è la preghiera “Sub tuum praesidium” (Sotto la tua protezione), rinvenuta in un papiro egiziano risalente al 250 d.C., in lingua greca, dove Maria viene invocata come Theotokos:

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.
Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.

Questa preghiera mostra come la devozione mariana, e in particolare la fede nella maternità divina, fosse già profondamente radicata nella pietà cristiana dei primi secoli, ben prima delle definizioni dogmatiche conciliari.

Legame indissolubile tra Incarnazione e maternità divina

L’Incarnazione del Verbo e la maternità divina di Maria sono due misteri inseparabili. Negare uno, significa compromettere l’altro. Chi crede che il Figlio di Dio si è fatto uomo, deve riconoscere che Maria è Madre di Dio, perché ha dato al Verbo la carne e l’umanità nella quale egli è venuto nel mondo.

Madre di Dio non è un titolo solo devozionale, ma esprime una verità essenziale della cristologia e della fede della Chiesa. Come ha detto il Concilio Vaticano II:

“Maria, infatti, è riconosciuta e onorata come vera Madre di Dio… poiché ha cooperato con amore materno all’opera del Salvatore per ridare la vita soprannaturale alle anime” (Lumen Gentium, 61).

Le manipolazioni bibliche degli autori della Traduzione del Nuovo Mondo in Colossesi 1,16-17: il Caso di “állos” (altre)

di Giuseppe Monno

1. Il Testo Greco (Colossesi 1,16-17):

Hóti en autō ektísthē ta pánta, en tois ouranoîs kai epì tēs gēs, ta horatà kai ta aórata, eíte thrónoi eíte kyriotētes eíte archài eíte exousíai; ta pánta di’ autoû kaì eis autòn éktistai; kaì autòs estin prò pántōn, kaì ta pánta en autō synéstēken.

Traduzione letterale:

“Poiché in lui sono state create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili, troni, signorie, principati o potenze: tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in lui.”

2. La Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova

“Infatti tramite lui sono state create tutte lea altre cose nei cieli e sulla terra, visibili e invisibili, che siano troni, signorie, governi o autorità. Tutte le altre cose sono state create tramite lui e per lui. Lui è prima di ogni altra cosa, e tramite lui tutte le altre cose sono state portate all’esistenza.”

La parola “altre” è aggiunta quattro volte nel testo, pur non comparendo affatto nel greco originale. In greco, “altre” sarebbe állos, ma non appare nel testo.

3. L’aggiunta Illecita di “altre”: Motivazioni dottrinali

L’aggiunta di “altre” non è filologicamente giustificata: è un’alterazione ideologica volta a sostenere la dottrina geovista secondo cui Cristo è la prima creatura fatta da Dio, e non Dio stesso. Questo cambia radicalmente il significato del testo: da “tutte le cose” create da e per mezzo di Cristo (affermazione della sua divinità), a “tutte le altre cose”, implicando che egli stesso sia una cosa creata, quindi non eterno.

Tale interpretazione è in contraddizione con il contesto e con l’intera teologia paolina. Infatti, Colossesi 1,15 definisce Cristo come:

“l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione”

Il termine “primogenito” (protótokos) non indica una creatura, ma il rango, la preminenza e supremazia su tutto ciò che è stato creato, come confermato dal v. 16: “perché in lui sono state create tutte le cose”, e dal Salmo 88: “Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra.” (v. 28)

Se Paolo avesse voluto dire che Gesù Cristo è il primo essere creato da Dio, avrebbe usato il termine “protóktistos”, non “protótokos”.

4. Confronto con Isaia 44,24: Dio ha creato tutto da solo

“Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me.”

Come può, allora, una creatura aver “collaborato” con Dio alla creazione, se Dio stesso dichiara di aver creato da solo, senza alcuno con lui? L’unica spiegazione coerente è che il Logos, Gesù Cristo, non è una creatura, ma è Dio stesso. Egli è consustanziale al Padre (Giovanni 1,1; 10,30), e quindi co-creatore.

5. Testimonianze bibliche della divinità di Cristo

Le Scritture affermano in modo inequivocabile la divinità del Figlio:

Giovanni 1,1: “Il Verbo era Dio.”

Giovanni 20,28: “Mio Signore e mio Dio!” (Tommaso rivolto a Gesù)

Colossesi 2,9: “In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.”

Tito 2,13: “…il nostro grande Dio e Salvatore, Gesù Cristo.”

2 Pietro 1,1: “…il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo.”

Apocalisse 22,13: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo.”

Questi versetti indicano non solo la preesistenza, ma la piena identità divina del Figlio. Egli non è “un dio” tra altri, ma l’unico Dio in unità con il Padre e lo Spirito.

6. Conclusione: Cristo è il Creatore, non una creatura

Il contesto di Colossesi 1,16-17, insieme a tutto il Nuovo Testamento, proclama che Gesù Cristo:

esiste prima di tutte le cose (v. 17);

è il mezzo e il fine della creazione (v. 16);

sostiene tutte le cose in essere (v. 17);

possiede la pienezza della divinità (Colossesi 2,9).

La manipolazione lessicale della Traduzione del Nuovo Mondo, mediante l’aggiunta di “altre”, è una forzatura dottrinale, non testuale. Essa altera profondamente il messaggio cristiano fondamentale: che Gesù Cristo è Dio fatto carne (Giovanni 1,14), coeterno col Padre, non creato, e degno di adorazione.

Le Manipolazioni bibliche dei traduttori della Traduzione del Nuovo Mondo in Giovanni 8,58: Il Caso di Egō eimì (“Io Sono”)

di Giuseppe Monno

Introduzione

Giovanni 8,58 rappresenta uno dei versetti più discussi e teologicamente densi del Nuovo Testamento. La sua traduzione e interpretazione hanno generato accese controversie, specialmente tra le diverse confessioni cristiane. Questo scritto analizza in particolare la resa di questo versetto nella Traduzione del Nuovo Mondo, redatta dagli anonimi traduttori dei Testimoni di Geova. Si evidenziano le strategie di manipolazione testuale adottate per adattare il testo a una specifica visione dottrinale, mettendo in discussione l’integrità e l’imparzialità della traduzione.

Giovanni 8,58

Eipen autois Iēsous: “Amēn amēn legō hymin, prin Abraam genesthai egō eimí.”

Traduzione letterale:

Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo fosse, Io Sono.”

Traduzione del Nuovo Mondo (dei Testimoni di Geova):

«Gesù disse loro: “Verissimamente vi dico: Prima che Abraamo venisse all’esistenza, io ero.”»

Questa resa è teologicamente e grammaticalmente problematica.

Analisi linguistica: Cosa significa egō eimí?

La locuzione greca egō eimí significa “Io sono”, ed è una forma di presente indicativo del verbo eimí (essere).
Essa non equivale in alcun modo a “io ero” (egō ên), che sarebbe l’imperfetto, né a “io sono stato”, che richiederebbe un perfetto come gégona. La costruzione usata da Gesù (prin Abraam genesthai egō eimí) è altamente significativa: esprime non solo preesistenza, ma un’esistenza eterna e divina.

Il valore teologico: “Io Sono” come rivelazione del Nome divino

L’espressione “Io Sono” è una chiara allusione a Esodo 3,14, dove Dio rivela il Suo Nome a Mosè:

Ehyeh Asher Ehyeh
“Io Sono Colui che Sono”.

Dio prosegue dicendo:

“Dirai agli Israeliti: Io-Sono (Ehyeh) mi ha mandato a voi.”

Nella Settanta (LXX), versione greca dell’Antico Testamento usata ai tempi di Gesù, questa formula è resa con:

egō eimí ho ōn (“Io sono colui che è”).

Gesù in Giovanni 8,58 adotta intenzionalmente la formula egō eimí, sapendo che gli interlocutori la avrebbero riconosciuta come una dichiarazione divina. Infatti, la reazione dei Giudei è immediata e violenta: “Presero delle pietre per lapidarlo” (Giovanni 8,59). Non perché egli abbia detto di essere “esistito” prima di Abramo, ma perché si è identificato con Yahweh stesso, compiendo quella che, dal punto di vista della legge giudaica, è una bestemmia punibile con la morte (Levitico 24,16).

La distorsione della Traduzione del Nuovo Mondo

La Traduzione del Nuovo Mondo, pubblicata dai Testimoni di Geova, è nota per le sue scelte interpretative tese a negare la divinità di Cristo. In Giovanni 8,58, traduce egō eimí con “io ero”, introducendo un’interpretazione anacronistica e grammaticalmente infondata, al fine di evitare l’identificazione di Gesù con Yahweh.

Tuttavia, nella stessa Traduzione del Nuovo Mondo, lo stesso costrutto egō eimí è tradotto altrove in modo corretto con “Io sono”, come in:

Giovanni 6,48: “Io sono il pane della vita”

Giovanni 8,12: “Io sono la luce del mondo”

Giovanni 10,7.9: “Io sono la porta”

Giovanni 14,6: “Io sono la via, la verità e la vita”

Perché allora l’eccezione proprio in Giovanni 8,58?

La risposta è chiara: evitare le implicazioni cristologiche e teologiche del testo.

Conferma da altre traduzioni bibliche

Quasi tutte le principali traduzioni della Bibbia, sia in italiano che in altre lingue, rendono egō eimí correttamente come “Io sono”. Ecco alcuni esempi:

Traduzioni italiane:

CEI 2008: “Prima che Abramo fosse, Io Sono”

Riveduta 2020

Diodati / Nuova Diodati

Bibbia della Gioia

TILC

Martini / Vulgata: “Ego sum”

Traduzioni inglesi e internazionali:

King James Version

New American Standard Bible (NASB)

English Standard Version (ESV)

Douay-Rheims

World English Bible

Young’s Literal Translation

Lutherbibel (tedesca): “Ich bin”

Louis Segond (francese): “Je suis”

Conferma dal contesto di Giovanni

L’identificazione di Gesù con il “Nome” di Dio ricorre più volte nel Vangelo secondo Giovanni. Alcuni esempi chiave:

Giovanni 8,24: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.”

Giovanni 13,19: “Ve lo dico ora, prima che accada, affinché, quando sarà accaduto, crediate che Io Sono.”

Giovanni 18,5-6: Quando Gesù dice “Io Sono” alle guardie che lo cercano, esse indietreggiano e cadono a terra, segno della potenza divina del Nome.

Conclusione

L’uso di egō eimí da parte di Gesù in Giovanni 8,58 è un’affermazione chiara e potente della Sua divinità e preesistenza eterna. Tradurlo con “io ero” non è solo un errore grammaticale, ma una manipolazione teologica che altera il senso autentico del testo evangelico.

I giudei reagirono con la lapidazione non per una questione temporale, ma perché capirono che Gesù stava rivendicando per sé il Nome stesso di Dio. Come essi stessi diranno più avanti:

“Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio.” (Giovanni 10,33)

“Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.” (Giovanni 8,24)

Le Manipolazioni bibliche nella Traduzione del Nuovo Mondo: Il caso di Giovanni 1,1

A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 1,1:

En archē ēn ho Lógos,
kai ho Lógos ēn pros ton Theón,
kai Theòs ēn ho Lógos.

La traduzione della Traduzione del Nuovo Mondo:

«In principio era la Parola,
e la Parola era con Dio,
e la Parola era un dio.»

Questa traduzione si distingue per la resa finale del versetto: “e la Parola era un dio”. Gli autori della Traduzione del Nuovo Mondo (utilizzata dai Testimoni di Geova) giustificano questa resa con la mancanza dell’articolo determinativo prima del secondo Theos nel testo greco.

Tuttavia, tale spiegazione non regge sul piano grammaticale né teologico. Nel greco del Nuovo Testamento, l’assenza dell’articolo non implica automaticamente l’indefinitezza (cioè “un dio”) e non giustifica una resa politeistica, soprattutto in un contesto monoteistico e giudaico come quello giovanneo.

1. Il greco di Giovanni 1,1 e la funzione del predicato nominale

kai Theòs ēn ho Lógos
(e il Verbo era Dio)

In Giovanni 1,1c, Theos è qualitativo: descrive la natura divina del Logos, non lo presenta come un dio tra tanti. Il Logos è per natura Dio, anche se distinto dal Padre.

Daniel B. Wallace (Greek Grammar Beyond the Basics) afferma:
“L’assenza dell’articolo con un predicato nominale anteposto al verbo non è necessariamente indefinita. Spesso è qualitativa, sottolineando la natura o l’essenza del soggetto.”

2. Esempi di Theos senza articolo riferito a Dio

Il Nuovo Testamento offre numerosi esempi in cui Theos si riferisce al Dio unico, senza articolo:

Giovanni 1,6
Egeneto anthrōpos apestalmenos para Theou
“Venne un uomo mandato da Dio”

Giovanni 1,12-13
tekna Theou genesthai… ek Theou egennēthēsan
“Figli di Dio… nati da Dio”

Giovanni 1,18
Theon oudeis heōraken pōpote; monogenēs Theos…
“Dio nessuno l’ha mai visto; il Figlio unigenito, Dio…”

In tutti questi casi Theos non ha l’articolo, eppure nessun traduttore serio lo rende “un dio”.

3. L’errore teologico della Traduzione del Nuovo Mondo

L’idea che il Logos sia “un dio” minore è incompatibile con la dottrina monoteistica giudaico-cristiana. Giovanni non sta introducendo un secondo dio, ma sta identificando il Logos come consustanziale al Padre.

“Io e il Padre siamo una cosa sola.” – Giovanni 10,30
“Chi ha visto me ha visto il Padre.” – Giovanni 14,9

L’uso dell’imperfetto ên (era) in tutto il prologo mostra che il Logos esisteva da sempre, prima della creazione. Egli non diventa Dio, ma lo è eternamente.

4. Esempi di falsi dèi nella Bibbia

Quando il Nuovo Testamento parla di falsi dèi, lo fa con contesti espliciti, come in:

2Corinzi 4,4: «ho theos tou aiōnos toutou»
(“Il dio di questo mondo”, cioè Satana)

Qui “ho theos” è con articolo, ma indica chiaramente un’entità diversa dal Dio vero, in un contesto di contrapposizione.

5. Supporto delle principali traduzioni mondiali

La quasi totalità delle Bibbie cristiane traduce correttamente Giovanni 1,1 con:

«…e il Verbo era Dio»

Ecco alcune delle traduzioni autorevoli che non traducono Theos con “un dio”:

Italiane: CEI, Nuova Riveduta, Riveduta 2020, Diodati, Nuova Diodati, Bibbia Interconfessionale, Bibbia della Gioia, Martini

Inglesi: KJV, NKJV, ESV, NASB, NRSV, NET Bible, CSB, ISV, WEB, YLT

Francesi: Louis Segond, Bible de Jérusalem, TOB

Spagnole: Reina Valera, Biblia de las Américas, Nueva Biblia Latinoamericana

Tedesche: Lutherbibel, Elberfelder, Schlachter, Textbibel

Tutte confermano che Theos nel terzo segmento di Giovanni 1,1 va tradotto “Dio”, non “un dio”.

6. Conclusione teologica

Giovanni inizia il suo Vangelo proclamando una verità centrale del cristianesimo:
il Logos è eterno, divino, distinto dal Padre ma della stessa essenza.

“In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio,
e il Verbo era Dio.”

Il tentativo della Traduzione del Nuovo Mondo di rendere il Logos un essere divino secondario distorce la grammatica greca, la tradizione esegetica cristiana e la dottrina trinitaria.

Come afferma 1Giovanni 5,20:

“Egli è il vero Dio e la vita eterna.”

L’INTERCESSIONE DEI SANTI E I MIRACOLI

di Giuseppe Monno

La Parola di Dio ci insegna che i Santi in cielo possono intercedere per noi, ancora pellegrini sulla terra. Vediamo alcuni esempi biblici a sostegno di questa verità.

Eliseo e il potere delle reliquie

Siracide 48,14
Nella sua vita Eliseo compì prodigi e, dopo la morte, meravigliose furono le sue opere.

Quali furono queste opere meravigliose attribuite al profeta defunto? Il Secondo Libro dei Re ci fornisce un esempio straordinario:

2Re 13,21
Mentre seppellivano un uomo, alcuni, vedendo un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere nel sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, appena toccate le ossa di Eliseo, tornò in vita e si alzò in piedi.

Questo episodio biblico mostra chiaramente come anche dopo la morte, Dio abbia operato un miracolo per mezzo del suo servo Eliseo. Le sue reliquie sono diventate il tramite di un’opera divina: un morto è tornato alla vita. Dio, autore di ogni grazia e miracolo, si serve dei suoi santi per compiere prodigi. Il Santo diventa dunque un intercessore attraverso cui Dio agisce.

Intercessione di Geremia e Onia

Nel Secondo Libro dei Maccabei, vediamo le anime dei defunti Geremia e Onia intercedere per Giuda Maccabeo e per la nazione giudaica contro l’esercito nemico di Nicànore:

2Maccabei 15,6-16
Giuda narra una visione in cui Onia, l’ex sommo sacerdote, appare in preghiera per tutto il popolo, accompagnato dal profeta Geremia, «l’amico dei suoi fratelli», che consegna a Giuda una spada d’oro come dono da parte di Dio, promettendogli la vittoria. Questo episodio mostra chiaramente che le anime dei giusti possono intercedere per i vivi e che Dio ascolta tale intercessione.

Abramo intercessore nella parabola del ricco epulone

Nel Vangelo secondo Luca, Gesù ci offre una parabola che contiene un forte riferimento all’intercessione dei santi:

Luca 16,19-31
Il ricco, condannato ai tormenti, si rivolge al Patriarca Abramo chiedendo la sua intercessione sia per sé, sia per i suoi cinque fratelli ancora in vita. Sebbene Abramo non possa intervenire direttamente a causa del “grande abisso” tra i salvati e i dannati, la parabola mostra due elementi fondamentali:

1. È possibile rivolgersi ai Santi in cielo, come Abramo, per ottenere aiuto e intercessione.

2. Chi è all’inferno non può più beneficiare di alcuna intercessione, essendo separato definitivamente da Dio e dalla comunione dei santi.

L’intercessione di Maria alle nozze di Cana

L’intercessione più significativa è quella di Maria, la madre di Gesù:

Giovanni 2,1-11
Durante un matrimonio a Cana di Galilea, Maria interviene presso suo Figlio perché gli sposi non hanno più vino. Sebbene Gesù inizialmente sembri esitare, alla fine esaudisce la richiesta di sua madre, compiendo il suo primo miracolo. Questo evento è ricco di significato: Maria, madre della Chiesa, intercede per i bisogni dell’umanità, e il Figlio risponde con prontezza alla sua intercessione. Come afferma Gesù sulla croce (Giovanni 19,26-27), Maria è madre di tutti i discepoli: da allora intercede incessantemente per noi.

Le anime dei martiri gridano a Dio

Nel libro dell’Apocalisse, l’intercessione dei Santi è ancora più esplicita:

Apocalisse 6,9-10
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. Gridavano a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei Santo e Verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”

Le anime dei martiri, purificate e rese perfette, non sono inattive, ma continuano a partecipare al disegno divino, pregando e chiedendo giustizia. I Santi in cielo non sono dunque spettatori passivi, ma vivono una comunione attiva con la Chiesa militante sulla terra.

L’unità del Corpo Mistico

Infine, la Lettera agli Ebrei ci ricorda che i fedeli, uniti in Cristo, sono in comunione con i Santi del cielo:

Ebrei 12,22-24
Voi vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti, i cui nomi sono scritti nei cieli, a Dio giudice di tutti, agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che parla meglio di quello di Abele.

I Santi, «spiriti dei giusti resi perfetti», sono uniti a noi nell’unico Corpo di Cristo (1Corinzi 12,22-24). Essi vivono in Dio, come affermano anche Matteo 22,32 e Marco 12,26-27, e sono in grado di intercedere per noi. Possiamo dunque pregare i nostri fratelli celesti affinché ottengano grazie per noi presso il Signore.

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