LA SEMPRE VERGINE: LA VERGINITÀ DI MARIA PRIMA DEL PARTO

A cura di Giuseppe Monno

Il concepimento verginale di Gesù

Matteo 1,22-23

“Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio: sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi.”

Il compimento della profezia di Isaia

L’evangelista Matteo vede nel concepimento di Gesù da parte di Maria l’adempimento della profezia di Isaia 7,14:

“Ecco, la giovane concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.”

Matteo cita questa profezia seguendo la versione greca dei Settanta, che traduce il termine ebraico ‘almâ (“giovane donna”) con il greco parthénos (“vergine”). Questa scelta linguistica è determinante: mentre ‘almâ indica genericamente una “giovane donna in età da matrimonio”, parthénos specifica chiaramente la verginità fisica.

Analisi linguistica e filologica

Nell’ebraico biblico, esistono due termini chiave per designare una donna giovane:

‘Almâ: giovane in età fertile, non ancora madre, ma senza precisare lo stato virginale (Genesi 24,43; Esodo 2,8; Proverbi 30,19).

Betûlâ: termine che, in senso stretto, indica una vergine (Genesi 24,16; Deuteronomio 22,23). Tuttavia, anche betûlâ non è sempre tecnica, poiché può riferirsi a città o popoli vergini (Isaia 23,12; Geremia 18,13).

Il caso di Rebecca, chiamata sia ‘almâ (Genesi 24,43) che betûlâ (Genesi 24,16), mostra che i due termini si sovrappongono parzialmente.

La Settanta, scritta tra il III e il II secolo a.C. per gli ebrei della diaspora, interpreta ‘almâ in Isaia 7,14 come parthénos, una scelta esegetica che riflette una lettura messianica e miracolosa del testo. Gli stessi traduttori, infatti, altrove rendono ‘almâ con neánis (“giovane donna”), ma non in questo caso. È quindi probabile che già nel giudaismo precristiano si intravedesse in Isaia 7,14 un segno straordinario, non un evento ordinario.

Contesto storico della profezia

Isaia 7,14 nasce nel contesto della crisi siro-efraimita (VIII secolo a.C.), quando il profeta rassicura il re Acaz che Dio darà un segno: la nascita di un bambino, Emmanuele, garanzia della presenza divina e della fedeltà alla dinastia davidica. Nel contesto immediato, l’Emmanuele poteva riferirsi a un figlio reale, forse Ezechia, segno della speranza per la casa di Davide.

Tuttavia, Matteo, sotto ispirazione dello Spirito Santo, rilegge la profezia in chiave pienamente messianica, vedendovi il suo compimento ultimo in Gesù. In Lui, il “segno” diventa realtà incarnata: Dio stesso entra nella storia umana.

Il concepimento verginale nel Nuovo Testamento

Matteo (1,18-25) e Luca (1,26-38) testimoniano concordemente che Gesù fu concepito “per opera dello Spirito Santo”, senza intervento di uomo. Il racconto matteano sottolinea che Giuseppe non “conobbe” Maria fino alla nascita del bambino (Matteo 1,25), confermando la verginità fisica della Madre. Luca, a sua volta, presenta l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria, che risponde:

“Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” (Luca 1,34).

La risposta divina è chiara:

“Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Luca 1,35).

Questo concepimento è quindi un atto creativo di Dio: un nuovo inizio paragonabile alla creazione stessa (cfr. Genesi 1,2).

Il significato teologico di Emmanuele

Il nome Emmanuele (ebr. ‘Immanu’el) significa letteralmente “Dio con noi”, da ‘immanu (“con noi”) ed ’el (“Dio”). In Gesù, questo nome non è solo simbolico, ma ontologico: Egli è realmente Dio presente tra gli uomini (cfr. Giovanni 1,14; Filippesi 2,6-7). Non si tratta di una semplice presenza spirituale, ma dell’incarnazione stessa del Verbo eterno:

“Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi” (Giovanni 1,14).

Tutta la vita di Gesù manifesta la realtà dell’Emmanuele:
Nascita divina (Matteo 1,23)
Presenza salvifica (Matteo 18,20)
Promessa finale: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).

La fede della Chiesa

La Chiesa, fin dai primi secoli, ha professato il concepimento e la nascita verginale di Gesù come verità di fede, riconoscendovi il segno dell’iniziativa divina nella salvezza. I Padri della Chiesa — da sant’Ignazio di Antiochia a sant’Ireneo, da sant’Agostino a san Gregorio di Nissa — hanno visto nel concepimento verginale una nuova creazione, in cui la natura umana è rinnovata dallo Spirito Santo:


Sant’Ignazio di Antiochia († ca. 110)

Epistola Ignatii ad Ephesios, XIX, 1

“Gesù Cristo fu concepito da Maria per opera dello Spirito Santo.”

Epistola Ignatii ad Ephesios, XVIII, 2

“Maria rimase vergine nel concepimento e nel parto: mistero compiuto nel silenzio di Dio.”

San Giustino Martire († ca. 165)

Dialogus cum Tryphone, 66

“La Scrittura annuncia che Cristo nasce da una vergine senza unione con uomo, per potenza di Dio.”

Sant’Aristide di Atene († ca. 140)

Apologia, 15

“Cristo nacque da una vergine della stirpe d’Israele.”

Taciano († ca. 180)

Oratio ad Graecos, 21

“Il Signore nostro fu generato da una Vergine secondo il volere di Dio.”

Sant’Ireneo di Lione († ca. 202)

Adversus haereses, III, 21, 4

“Cristo fu generato dalla Vergine senza seme umano.”

Adversus haereses, V, 1, 3

“Maria concepì per lo Spirito Santo, obbedendo alla parola.”

Tertulliano († dopo il 220)

De Carne Christi, 18

“Cristo fu concepito non da seme d’uomo, ma dallo Spirito Santo.”

Origene († ca. 254)

Commentarium in Matthaeum, I, 5

“Non un uomo generò Gesù, ma lo Spirito Santo discese su Maria.”

Sant’Ippolito di Roma († 235)

Contra Noetum, 17

“Il Verbo si incarnò nella Vergine per opera dello Spirito Santo, senza seme.”

Sant’Atanasio († 373)

Orationes contra Arianos, II, 70

“Il Verbo prese un corpo da Maria, che lo concepì dallo Spirito Santo.”

San Basilio di Cesarea († 379)

Homilia in sanctam Christi generationem, Epistola 261, 4

“Il Cristo è nato dalla Vergine per la potenza dello Spirito Santo, senza uomo.”

San Gregorio Nazianzeno († 390)

Oratio 38,13

“Colui che non ricevette seme umano fu generato dallo Spirito Santo in una Vergine.”

San Gregorio di Nissa († ca. 395)

Homilia in Nativitatem Domini

“Il concepimento avvenne per la discesa dello Spirito Santo, senza corruzione e senza seme.”

San Cirillo di Gerusalemme († 386)

Catechesi Mystagogicae, 12,32

“Egli fu concepito non da uomo, ma dallo Spirito Santo, come l’angelo dichiarò.”

Sant’Epifanio di Salamina († 403)

Panarion, 78,6

“Cristo non fu generato da uomo, ma dallo Spirito Santo nel seno immacolato della Vergine.”

Sant’Ambrogio di Milano († 397)

De Virginibus, II, 2, 7

“Non per intervento di uomo, ma dallo Spirito Santo, Cristo è nato dalla Vergine.”

Expositio in Lucam, II, 7

“Ciò che fu concepito, fu concepito per lo Spirito Santo: nessun padre terreno.”

San Girolamo († 420)

Epistula 22,21 ad Eustochium

“Dallo Spirito Santo, non da seme umano, nacque il Signore Salvatore nostro.”

Sant’Agostino († 430)

Sermo 186,1 De sancta virginitate et nativitate Christi

“Vergine concepì, Vergine partorì: concepì per lo Spirito Santo, non per uomo.”

De Trinitate, IV, 5, 29

“Il Figlio di Dio prese carne da una Vergine che non conobbe uomo.”

San Leone Magno († 461)

Sermo 22,2 de Nativitate Domini

“Il Signore nacque dalla Vergine, concepito non da seme umano, ma dallo Spirito Santo.”

Sermo 28,2 de Nativitate Domini

“Colei che avrebbe concepito il Creatore fu resa feconda dallo Spirito Santo.”

San Cirillo di Alessandria († 444)

Epistola ad Nestorium, I

“Cristo fu concepito in modo ineffabile e per opera dello Spirito Santo, senza seme umano.”

San Teodoreto di Ciro († 457)

Compendium doctrinae Christianae, 4

“Il concepimento avvenne senza seme, per la potenza dello Spirito Santo.”

Maria, la nuova Eva, concepisce non per desiderio della carne, ma per ascolto della Parola e obbedienza nella fede (cfr. Luca 1,38).

Conclusione

Matteo, con fine sensibilità teologica e scritturistica, riconosce in Gesù il vero Emmanuele: il Dio che non solo accompagna, ma abita il suo popolo. La scelta della Settanta di tradurre ‘almâ con parthénos non fu un semplice dettaglio linguistico, ma una profetica anticipazione del mistero dell’Incarnazione. Nel grembo verginale di Maria si compie la promessa antica: Dio è veramente con noi, non più come segno, ma come persona viva e presente.

“Grande è il mistero della pietà: Egli si è manifestato nella carne” (1Timoteo 3,16).

LA CHIESA CATTOLICA E L’AUTORITÀ DEL VESCOVO DI ROMA

di Giuseppe Monno

“Dove c’è Cristo ivi è la Chiesa Cattolica.”
Ignazio di Antiochia ai Smirnensi, anno 107

“La Chiesa di Dio che dimora a Smirne alla Chiesa di Dio che è a Filomelio e a tutte le comunità della Santa Chiesa Cattolica di ogni luogo. La misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino.”
Martirio di Policarpo, anno 155

Verso la fine del I secolo, Papa Clemente (collaboratore dell’apostolo Paolo [Filippesi 4,3; Storia Ecclesiastica III, 4, 9; III, 15] e terzo successore di Pietro come vescovo di Roma [Contro le eresie III, 3, 3]) scrisse una lettera indirizzata alla Chiesa di Corinto. La causa della composizione di questa lettera furono i disordini sorti tra i cristiani di Corinto. Alcuni si erano ribellati contro i presbiteri, e li destituirono arbitrariamente. Perciò, con la sua lettera, Papa Clemente richiama quegli uomini al ravvedimento e all’obbedienza ai presbiteri (Corinzi 57,1-2), minacciandoli di gravi sanzioni se non obbedito (Corinzi 59,1). La lettera di Papa Clemente ai Corinzi è una testimonianza di come già nel I secolo il vescovo di Roma avesse l’autorità di prendere disposizioni nei confronti di un altra comunità ecclesiale. Eusebio ci fa sapere che l’avvertimento del vescovo di Roma fu accolto e messo in pratica dai Corinzi (Storia Ecclesiastica IV, 23, 11). Sempre Eusebio ci fa sapere che la lettera di Clemente – il cui nome si trova nel libro della vita (Filippesi 4,3) – fu molto stimata e letta pubblicamente in molte comunità cristiane (Storia Ecclesiastica III, 16). La lettera di Papa Clemente afferma l’autorità dei vescovi e dei presbiteri sui fedeli, e il primato della Chiesa di Roma sulle altre.

Secondo il De Sententia Dionysii scritto da Atanasio – vescovo di Alessandria dal 328 al 373 (ma con varie interruzioni) e proclamato dottore della Chiesa Cattolica nel 1568 dal Vescovo di Roma Pio V – nella metà del III secolo Dionisio vescovo di Alessandria, che combatteva l’eresia sebelliana di alcuni presbiteri della Libia, fu accusato da alcuni presbiteri egiziani presso Dionisio vescovo di Roma riguardo alcune imprecisioni riguardo la dottrina della Trinità. Il vescovo di Alessandria in contrasto coi sebelliani – i quali affermavano che non il Figlio come persona distinta, ma il Padre stesso aveva subìto la passione (per i sabelliani il Figlio e lo Spirito Santo sono modi di manifestarsi dell’unico Dio, il Padre [perciò sono detti anche “monarchiani modalisti” o “patripassiani”]) – accentuava troppo la distinzione tra Padre e Figlio fino a compromettere l’unità divina. Perciò il vescovo di Roma fu invitato a giudicare tali imprecisioni, poiché riconosciuto da tutta la Chiesa come autorità dottrinale più alta e sicura. Il vescovo di Alessandria si giustificò col vescovo di Roma e riconobbe l’unità divina tra il Padre e il Figlio insegnata dalla Chiesa di Roma. Questo episodio è uno dei tanti che testimonia come fin dai primi secoli il vescovo di Roma esercitasse una certa autorità sulle altre comunità ecclesiali. Vediamo come i presbiteri della Chiesa egiziana si fossero subito rivolti all’autorità del vescovo di Roma, e come il vescovo di Alessandria avesse immediatamente ascoltato e accettato la sentenza e la dottrina esposta dal vescovo di Roma.

Nel suo scritto Contro le eresie, Ireneo vescovo di Lione – in gioventù discepolo del vescovo Policarpo di Smirne che a sua volta fu discepolo dell’apostolo Giovanni (Contro le eresie III, 3, 4; Storia ecclesiastica V, 20, 6) – afferma: “La Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. La sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi. Con la Chiesa di Roma, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni altra Chiesa, poiché in essa è conservata la tradizione apostolica.” (Contro le eresie III, 3, 2) Ireneo menziona in ordine cronologico i successori di Pietro fino al periodo di questo suo scritto: “Lino, Cleto, Clemente, Evaristo, Alessandro, Sisto, Telesforo, Igino, Pio, Aniceto, Sotero, Eleuterio.” E aggiunge: “Con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa unica vivifica fede.” (Contro le eresie III, 3, 3) Con questo scritto il vescovo di Lione testimonia l’autorità superiore del vescovo di Roma rispetto ai vescovi delle altre comunità ecclesiali.

LE MANIPOLAZIONI BIBLICHE DEGLI ANONIMI AUTORI DELLA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO IN MATTEO 26,26-28: L’ISTITUZIONE DEL SACRAMENTO EUCARISTICO

di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-28

CEI 2008
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”. Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati”.

TNM 2017
Mentre continuavano a mangiare, Gesù prese un pane e, dopo aver pronunciato una preghiera, lo spezzò e, dandolo ai suoi discepoli, disse: “Prendete, mangiate. Questo rappresenta il mio corpo”. E, preso un calice, rese grazie a Dio e lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo rappresenta il mio sangue del patto, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati ”.

Per favorire la dottrina secondo la quale durante la celebrazione le specie consacrate del pane e del vino sono soltanto rappresentazioni del corpo e del sangue di Gesù Cristo, gli autori della TNM (Traduzione del Nuovo Mondo) traducono il greco “touto estin” in “questo rappresenta”. È vero che nella Bibbia estin può essere tradotto anche in “rappresenta” (Matteo 13,39; Apocalisse 13,18) oppure in “significa” (Matteo 27,33; Marco 15,22), ma tuttavia queste traduzioni in Matteo 26,26.28 (come pure in Marco 14,22.24 e in Luca 22,19-20 e in 1Corinzi 11,24-25) sono scorrette, e questo lo sanno bene anche gli anonimi autori della TNM. Infatti nel loro The Kingdom Interlinear Translation of Greek Scriptures, interlineare Greco-Inglese del 1985, il greco “touto estin to soma mou” è tradotto in “this is my body” che significa “questo è il mio corpo”. E così per “touto gar estin to aima mou” tradotto in “for this is my blood” che significa “perché questo è il mio sangue”. Nella loro traduzione inglese del 1987, “touto estin” diventa “this means”, in italiano “questo significa”. Mentre nella revisione italiana del 2017 diventa “questo rappresenta”. Gli autori della TNM sono gli unici a tradurre così. Infatti le traduzioni in italiano della CEI 1974 e 2008, TILC 1985, Riveduta Luzzi 1924, Nuova Riveduta 1994 (e le successive revisioni 1997, 2002, 2006, 2020), Martini 1769-1781, Bibbia della Gioia 2008, Diodati 1607, Nuova Diodati 1991 ecc, hanno “questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue”. Così le traduzioni in inglese della New International Version, New Living Translation, English Standard Version, Berean Study Bible, Berean Literal Bible, King James Bible, New King James Version, New American Standard Bible, NASB 1995, NASB 1977, Amplified Bible, Christian Standard Bible, Holman Christian Standard Bible, American Standard Version, Aramaic Bible in Plain English, Contemporary English Version, Douay-Rheims Bible, la Good News Translation, International Standard Version, Literal Standard Version, New American Bible, NET Bible, New Revised Standard Version, New Heart English Bible, Weymouth New Testament, World English Bible, Young’s Literal Translation ecc, hanno “this is my body” e “this is my blood”. Nella sua lettera alla Chiesa di Corinto, Paolo scrive: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Corinzi 11,28-29). L’apostolo non parla di rappresentazione, anzi, afferma che chi si accosta a quelle specie eucaristiche deve riconoscere che si tratta del Signore Gesù Cristo, non semplicemente di pane e vino. Già Cristo in uno dei suoi insegnamenti, nella Sinagoga di Cafarnao, afferma di essere il pane della vita disceso dal cielo, e chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue – vero cibo e vera bevanda – non potrà essere resuscitato per la vita eterna (Giovanni 6,52-59).

CHIESA DI CRISTO: UNA SANTA CATTOLICA APOSTOLICA (E ROMANA)

di Giuseppe Monno

L’apostolo Paolo scrive una lettera per la Chiesa di Roma, portandogli i saluti di tutte le Chiese di Gesù Cristo:

Romani 1,7
A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Romani 16,16
Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le chiese di Cristo.

Esaltando la fede e l’obbedienza di questa comunità ecclesiale, giunta in tutto il mondo:

Romani 1,8
Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo.

Romani 16,19
La fama della vostra obbedienza è giunta dovunque; mentre quindi mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male.

E profetizzando che Satana verrà stritolato da Dio sotto i piedi della Chiesa di Roma:

Romani 16,20
Il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.

Cioè sotto i piedi dei suoi santi che hanno conservato integra e viva la fede Cattolica e hanno testimoniato Cristo con le opere e col martiro.

RISPONDO ALLE CONTESTAZIONI DEI PROTESTANTI CONTRO IL LIBRO DI TOBIA

di Giuseppe Monno

AZARIA FIGLIO DI ANANIA

Negando l’ispirazione divina al libro di Tobia i protestanti rimproverano a Raffaele la bugia detta al giovane Tobia: “Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli” (Tobia 5,13).

In realtà l’angelo del Signore rivelerà al giovane la sua vera identità alla fine della sua missione (Tobia 12,15). Nel primo libro dei Re Dio manda uno spirito a ingannare Acab (1Re 22,19-22). Ciononostante i protestanti non negano l’ispirazione divina al primo libro dei Re come invece per lo stesso motivo fanno con il libro di Tobia.

L’ANGELO E I MEDICAMENTI

I protestanti accusano ingiustamente il libro di Tobia di sostenere la superstizione perché il giovane Tobia, facendo come gli è stato detto da Raffaele, ha utilizzato fiele di pesce come medicamento per gli occhi di suo padre affetto da albugine (Tobia 6,4-5.9; 11,11), e cuore e fegato come suffumigi in presenza della giovane Sara tormentata dal demonio Asmodeo, per far cessare in lei ogni vessazione (Tobia 6,4-5.8.17; 8,2-3).

Non comportandosi tanto diversamente da Raffaele e Tobia, Cristo guarì un uomo dalla cecità applicando sui suoi occhi saliva e fango (Marco 7,31-35; Giovanni 9,1-7). Il profeta Isaia ordinò che si prendesse una quantità di fichi per farne un impiastro da applicare sull’ulcera di Ezechia e farlo guarire (Isaia 38,21). Al profeta Ezechiele Dio ordinò di radersi i capelli e la barba con una spada affilata e di dividere su di una bilancia i peli tagliati per bruciare sul fuoco un terzo di questi in mezzo alla città al termine dell’assedio, un terzo per tagliare con la spada intorno alla città e un altro terzo per disperderlo al vento. Di questi poi doveva prenderne un piccolo numero per legarli al lembo del suo mantello, e un altra piccola parte doveva gettarla nel fuoco (Ezechiele 5,1-4).

Queste accuse fatte dai protestanti contro il libro di Tobia sono un arma a doppio taglio, perché possono essere applicate ad altri libri della Bibbia che al contrario invece ritengono ispirati da Dio.

Il libro di Tobia, scritto nel secondo secolo a.C, è una grande parabola nella quale il principale protagonista, Dio, emerge già dai nomi dei personaggi: Raffaele (Dio guarisce), Azaria (Iahvè aiuta), Tobia (Iahvè è buono), Anania (Iahvè è compassionevole), Raguele (Dio è amico), Gabaele (Dio solleva). Il messaggio di questo racconto è un invito a riconoscere che la provvidenza di Dio non viene mai meno, e qui opera mediante il suo inviato. Dio sa far nascere grande gioia anche da situazioni che erano infelici.

La regola d’oro di Gesù Cristo: “Fa agli altri ciò che vuoi sia fatto a te” (Matteo 7,12), è una citazione inversa dell’anziano Tobi: “Non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te” (Tobia 4,15).

Riguardo i sette fratelli che presero in moglie la medesima donna, i Vangeli sinottici si rifanno al libro di Tobia

Matteo 22,25-27
Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.

Marco 12,20-22
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.

Luca 20,29-31
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.

Tobia 3,8
Bisogna sapere che essa era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere.

Tobia 7,11
L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà.

Riguardo ai sette angeli che stanno alla presenza del Signore, Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 1,4
Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono.

Apocalisse 8,2
Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.

Tobia 12,15
Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore.

Per la descrizione della nuova Gerusalemme Giovanni di Patmos si rifà al libro di Tobia

Apocalisse 21,18-21
Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Tobia 13,17
Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua residenza per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dar lode al re del cielo. Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite di zaffiro e di smeraldo e tutte le sue mura di pietre preziose. Le torri di Gerusalemme si costruiranno con l’oro e i loro baluardi con oro finissimo. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir.

Per le beatitudini Matteo si rifà anche a Tobia

Matteo 5,4
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Tobia 13,16
Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.

RISPONDO ALLE CONTESTAZIONI DEI PROTESTANTI CONTRO ALCUNE PARTI DEL LIBRO DI ESTER

di Giuseppe Monno

I protestanti contestano come non ispirata una parte del libro di Ester, cioè l’aggiunta nei primi tre versetti del quinto capitolo che si trova nelle traduzioni cattoliche della Bibbia. Di seguito riporto la versione protestante e quella cattolica molto più lunga rispetto alla prima.

Ester 5,1-3
1 Il terzo giorno, Ester si mise la veste reale e si presentò nel cortile interno della casa del re, di fronte all’appartamento del re. Il re era seduto sul trono reale nel palazzo reale, di fronte alla porta della casa. 2 E quando il re vide la regina Ester in piedi nel cortile, lei si guadagnò la sua grazia; il re stese verso Ester lo scettro d’oro che teneva in mano; ed Ester si avvicinò, e toccò la punta dello scettro. 3 Allora il re le disse: “Che hai, regina Ester? che cosa domandi? Anche se tu chiedessi la metà del regno, ti sarà data”.

Ester 5,1-3
1 Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado. Divenuta così splendente di bellezza, dopo aver invocato il Dio che veglia su tutti e li salva, prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva tenendo sollevato il mantello di lei. Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto molto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: «Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune. Avvicinati!». 2 Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: «Parlami!».
Gli disse: «Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto». Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. 3 Allora il re le disse: «Che vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!».

Nella versione cattolica leggiamo che Ester, varcate tutte le porte, si presentò davanti al re, che stava assiso sul suo trono, e appena costui ebbe alzato il capo e lanciato uno sguardo di collera, la regina cambiò colore, svenne e si appoggiò sulla spalla della damigella che l’accompagnava. I protestanti affermano che la descrizione fatta nella versione cattolica è contraddittoria, poiché prima dice che Ester si guadagnò il favore del re, ma subito dopo dice che il re lanciò uno sguardo di collera verso la regina.

A questa obiezione rispondo facendo notare una certa incongruenza anche nel Vangelo secondo Luca:

Luca 3,15-22
Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella. Ma il tetrarca Erode, biasimato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le scelleratezze che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione. Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Nel racconto di Luca Gesù viene battezzato da Giovanni dopo che quest’ultimo è stato arrestato. Ma secondo il racconto di Matteo Giovanni battezza Gesù nel Giordano, prima di essere arrestato (Matteo 3,13-17; 12,3), non dopo, mentre stava in prigione, nella quale venne poi decapitato (Matteo 12,3-12). Stando all’obiezione fatta dai protestanti contro la versione cattolica di Ester 5,1-3, per quella incongruenza nel Vangelo secondo Luca dovremmo ritenere quest’ultimo non ispirato. E tuttavia siamo tutti concordi nel ritenere ispirato tutto quel Vangelo. Perciò le contestazioni dei protestanti contro la versione cattolica di Ester 5,1-3 non è sufficiente per negarne l’ispirazione divina.

RISPONDO ALLE CONTESTAZIONI DEI PROTESTANTI CONTRO I PRIMI DUE LIBRI DEI MACCABEI

di Giuseppe Monno

Rifiutando come ispirati i primi due libri dei Maccabei, i protestanti affermano che questi scritti sono pieni di errori e di insegnamenti contrari alla dottrina cristiana. Espongono quindi alcuni motivi per cui li ritengono tra gli apocrifi:

1) Nel primo libro dei Maccabei c’è scritto che Giuda il Maccabeo muore in battaglia (1Maccabei 9,17-19), ma nel secondo libro lo ritroviamo vivo mentre scrive una lettera indirizzata agli Ebrei in Egitto (2Maccabei 1,9-10).

2) Il secondo libro dei Maccabei dice che il profeta Geremia portò l’arca dell’alleanza sul monte Sìnai, e trovato un vano a forma di caverna, vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi e sbarrò l’ingresso. Geremia disse che il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio, e allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato (2Maccabei 2,1-8). Ma il libro di Geremia dice che dell’arca dell’alleanza del Signore non si sarebbe più parlato né sarebbe stata più pensata o ricordata quando Dio avrebbe condotto in Sion i suoi figli (Geremia 3,14-16).

3) Nei primi due libri dei Maccabei vi sono tre diversi racconti della morte di Antioco IV Epìfane. Nel primo racconto muore di crepacuore (1Maccabei 6,8-9), nel secondo racconto viene lapidato a morte dai sacerdoti del tempio di Nanea (2Maccabei 1,16), e nel terzo racconto muore in seguito a una orribile malattia (2Maccabei 9,1-28).

Rispondo a queste prime obiezioni:

1) Il secondo libro dei Maccabei non è la continuazione del primo, ma è un racconto parallelo che riprende gli avvenimenti accaduti prima della morte di Giuda il Maccabeo. Per questo lo ritroviamo vivo nel secondo libro.

2) I protestanti citano Geremia per affermare che dell’arca dell’alleanza non si sarebbe più parlato: “Quando poi vi sarete moltiplicati e sarete stati fecondi nel paese, in quei giorni – dice il Signore – non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta.” (Geremia 3,16) Ciononostante Giovanni di Patmos ne parla nel suo scritto: “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.” (Apocalisse 11,19) Nel primo libro dei Re c’è scritto che Giòsafat non eliminò le alture: “Imitò in tutto la condotta di Asa suo padre, senza deviazioni, facendo ciò che è giusto agli occhi del Signore. Ma non scomparvero le alture; il popolo ancora sacrificava e offriva incenso sulle alture.” (1Re 22,43-44) Tuttavia nel secondo libro delle Cronache c’è scritto che egli le eliminò: “Il suo cuore divenne forte nel seguire il Signore; eliminò anche le alture e i pali sacri da Giuda.” (2Cronache 17,6) Riportando nel suo Vangelo il racconto della trasfigurazione, Matteo scrive che Gesù Pietro Giacomo e Giovanni salirono sul monte Tabor dopo sei giorni (Matteo 17,1), mentre Luca nel suo Vangelo scrive che vi salirono dopo otto giorni (Luca 9,28). Riguardo il racconto della crocifissione, Marco scrive che quelli che erano stati crocifissi con Gesù lo insultavano (Marco 15,32), mentre Luca scrive che uno di quelli lo insultava, ma l’altro lo difendeva (Luca 23,39-41).

3) Alla redazione dei libri dei Maccabei hanno contribuito più persone, e molte voci circolavano riguardo la morte di Antioco. Il secondo libro dei Maccabei non è la continuazione del Primo, ma è un racconto parallelo. Perciò, considerando il primo e il terzo racconto della morte di Antioco IV Epìfane, è probabile che l’odiato re fosse stato colpito da una terribile malattia e fosse caduto anche in depressione, giungendo così alla morte. Il secondo racconto della morte di Antioco è invece descritto nella seconda lettera indirizzata agli ebrei in Egitto. Questa fu probabilmente scritta fin dal momento stesso dell’arrivo di alcune voci sulla morte dell’odiato re. Evidentemente il popolo lo dette già per morto. Ma Antioco IV Epìfane non è l’unico personaggio biblico al quale sono attribuite morti differenti. Anche a Giuda Iscariota sono attribuite morti differenti: Matteo racconta che il Traditore s’impiccò (Matteo 27,5), mentre Luca racconta che il Traditore cadde da un precipizio (Atti 1,18). Ma già in altre scritture troviamo delle differenze tra un racconto e l’altro: Il primo racconto della creazione (Genesi 1,1-31; 2,1-4) è differente dal secondo racconto (Genesi 2,4-24). Nel primo racconto Dio crea prima gli uccelli (v. 21-22), poi il bestiame, rettili e bestie selvatiche (v. 24-25), e infine l’uomo e la donna (v. 26-27). Nel secondo racconto Dio crea prima l’uomo (v. 7), poi le bestie selvatiche e gli uccelli e il bestiame (v. 18-20), e infine crea la donna (v. 21-23). La differenza tra il primo e il secondo racconto della creazione si deve a due diverse tradizioni, quella sacerdotale e quella jahvista. Nel racconto del diluvio Dio ordina a Noè di introdurre nell’arca un paio di animali di ogni specie (Genesi 6,19). Più avanti però, ordina di introdurre nell’arca sette paia di ogni animale mondo, e un paio di ogni animale immondo (Genesi 7,2-3).

MARIA REGINA

A cura di Giuseppe Monno

Maria è Regina perché suo Figlio è il Re dei re (Apocalisse 17,14). Nella tradizione biblica, la madre del re godeva di un posto d’onore nel regno: era la gebirah, la “signora” o “regina madre”. Così fu per Atalia, madre del re Acazia (2Re 10,13) e per Betsabea, madre del re Salomone, che fu fatta sedere alla destra del figlio sul trono (1Re 2,19). Questa figura della regina madre prefigura in modo eminente Maria, Madre del Messia e quindi Madre del Re per eccellenza.

Cristo, che ha confermato il comandamento di onorare il padre e la madre (Luca 18,20), non poteva non onorare in modo singolare la propria Madre, elevandola a condividere in modo unico la sua gloria regale. Egli, che siede sul trono del Padre (Apocalisse 3,21), fa partecipare Maria al suo regno, affinché tutte le generazioni la chiamino “Beata” (Luca 1,48). La sua regalità, tuttavia, non è di potere mondano, ma di servizio, di intercessione e di amore materno, secondo la logica del Regno di Cristo (cf. Luca 1,38; Giovanni 2,1-11; Lumen Gentium 59-62).

Giovanni, nell’Apocalisse, contempla nel cielo “una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle” (Apocalisse 12,1). Essa “partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (Apocalisse 12,5). Questo Figlio è Cristo, il Messia, di cui il Salmo messianico annuncia:

“Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato. Chiedimi, e ti darò in eredità le genti… Le spezzerai con scettro di ferro” (Salmi 2,7-9).


La “donna vestita di sole” è, in senso pieno, Maria, la Madre del Redentore e la figura della Chiesa gloriosa. Ella appare “vestita di sole”, cioè rivestita della grazia divina, perché è la kecharitoméne, la “piena di grazia” (Luca 1,28). La “corona di dodici stelle” richiama insieme le dodici tribù di Israele e i dodici apostoli: in lei si compendiano il popolo dell’Antica Alleanza e la Chiesa della Nuova Alleanza. Maria è dunque Regina di Israele e Madre della Chiesa, donataci da Cristo sulla croce: “Ecco tua madre” (Giovanni 19,26-27).

La “luna sotto i suoi piedi” indica il dominio sul tempo e sulle vicende mutevoli della storia. Nella Scrittura, infatti, la luna regola i tempi e le stagioni (Salmi 104,19). Maria, ormai assunta in cielo, partecipa della gloria eterna del Figlio e trascende la dimensione temporale: la sua regalità è segno della destinazione ultima di tutta la Chiesa, chiamata a regnare con Cristo per sempre.

Perciò la Chiesa la venera come Regina del cielo e della terra, non perché le sia attribuito un potere indipendente da Cristo, ma perché la sua maternità spirituale e la sua intercessione regale derivano interamente dalla signoria del Figlio. In Lei si manifesta il compimento perfetto della creatura redenta, pienamente unita al Re dei re, nel trionfo della grazia e della gloria.

I DIECI COMANDAMENTI

A cura di Giuseppe Monno

I protestanti accusano i cattolici di omettere il secondo comandamento, quello che vieta di adorare le immagini. Affermano che la proibizione di adorare altri dèi e la proibizione di adorare le immagini (Esodo 20,3-5; Deuteronomio 5,7-9) siano due distinti comandamenti.

Personalmente mi chiedo dove sia scritto nella Bibbia che le due proibizioni vadano divise in due distinti comandamenti. In Esodo (20,3-5) come pure nel Deuteronomio (5,7-9) abbiamo un solo comandamento, quello che proibisce l’idolatria.

Andiamo a leggere quanto è scritto nel Decalogo deuteronomico:

6 Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile.

7 Non avere altri dèi di fronte a me.

8 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 9 Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai.

Perché io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano,

10 ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti.

Nell’introduzione il Signore si presenta come il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù nel paese di Egitto (v. 6). Dopo c’è la proibizione dell’idolatria seguita dalla sanzione per i trasgressori (v. 7-9) e dai favori per gli osservanti (v. 10).

La medesima cosa va detta per Esodo 20:
introduzione (v. 2) e proibizione dell’idolatria seguita dalla sanzione per i trasgressori (v. 3-5) e dai favori per gli osservanti (v. 6).

La Chiesa cattolica ha accolto la divisione dei comandamenti proposta da Sant’Agostino (Quaestiones in Heptateuchum, II, 71; De doctrina christiana). La proibizione di Esodo (20,3-5) e di Deuteronomio (5,7-9) riguarda l’idolatria.

Giustamente la Chiesa cattolica, seguendo Sant’Agostino, afferma che la proibizione di adorare altri dèi e quella di adorare le immagini sono un unico comandamento. Anche Martin Lutero aveva accolto la divisione proposta dal vescovo di Ippona.

Un’altra conferma riguardo la correttezza di questa divisione la troviamo proprio nel Decalogo deuteronomico. Leggiamo i restanti comandamenti:

11 Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia il suo nome invano.

12 Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. 13 Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, 14 ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. 15 Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato.

16 Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.

17 Non uccidere.

18 Non commettere adulterio.

19 Non rubare.

20 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

21 Non desiderare la moglie del tuo prossimo.

Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.

I protestanti, seguendo il Decalogo di Esodo, non solo distinguono in due comandamenti la proibizione di adorare altri dèi e quella di adorare le immagini, ma sostengono pure che la proibizione della concupiscenza della donna altrui e quella della concupiscenza dei beni altrui siano un solo comandamento.

La Chiesa cattolica fin da principio riconosce che la dignità umana della donna è uguale a quella dell’uomo. Questa perciò non può essere elencata tra le proprietà del marito al pari della casa o del bestiame.

La Chiesa cattolica, seguendo il Decalogo deuteronomico (che è una versione più recente rispetto a quella di Esodo), distingue in due comandamenti la proibizione della concupiscenza della donna altrui e quella della concupiscenza dei beni altrui.

Ora, se le due proibizioni riguardanti la concupiscenza sono da distinguersi in due comandamenti, le due proibizioni riguardanti l’idolatria vanno accolte come un solo comandamento. Infatti i comandamenti sono dieci.

La Chiesa cattolica ha redatto il Decalogo in maniera più schematica e sintetica, senza comprometterne la sostanza:

1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

2. Non nominare il nome di Dio invano.

3. Ricordati di santificare le feste.

4. Onora il padre e la madre.

5. Non uccidere.

6. Non commettere atti impuri.

7. Non rubare.

8. Non dire falsa testimonianza.

9. Non desiderare la donna d’altri.

10. Non desiderare la roba d’altri.

Tuttavia, nelle traduzioni della Bibbia e nei Catechismi, la Chiesa cattolica ha mantenuto il Decalogo così come si trova nella Bibbia. Perciò le accuse mosse contro la Chiesa cattolica da parte dei protestanti riguardo l’omissione della proibizione dell’idolatria delle immagini non sono altro che diffamazioni.

Ecco quanto riporta il Catechismo della Chiesa Cattolica:

“Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai.” (CCC, 2083-2084)

Quanto alle traduzioni cattoliche della Bibbia, basta leggerne qualcuna per verificare che la proibizione dell’idolatria delle immagini non è omessa.

I protestanti inoltre accusano la Chiesa cattolica di aver modificato “osserva il giorno di sabato per santificarlo” in “ricordati di santificare le feste”. Ma si deve fare osservare loro che già il popolo ebraico, oltre lo shabbat, osservava altre festività: sukkot, pesach, shavuoth, yom kippur, khanukah.

Anche la Chiesa cattolica ha stabilito altre festività per alimentare la fede del popolo.
Inoltre ha sostituito il riposo del sabato con quello della domenica, poiché questo è il giorno del Signore e del suo trionfo sulla morte (Marco 16,9). Già i primi cristiani si riunivano in questo giorno per celebrare l’Eucaristia (Atti 20,7).

I protestanti, infine, accusano la Chiesa cattolica di aver modificato “non commettere adulterio” in “non commettere atti impuri”. Ciò si deve al fatto che nella Bibbia sono elencate molte altre proibizioni riguardanti i peccati della carne, e che giustamente la Chiesa cattolica ha voluto includere in quel comandamento (Levitico 20,12-22; Deuteronomio 5,18; Marco 7,20-23; 1Corinzi 6,9-10.18; Galati 5,19-21; Efesini 5,5; 1Tessalonicesi 4,3-8).

DOMANDE E RISPOSTE: L’USO DELLE SACRE IMMAGINI NELLA BIBBIA, IL CULTO DEI SANTI E LA VENERAZIONE DELLE LORO RELIQUIE

A cura di Giuseppe Monno

Nella Bibbia Dio ha mai comandato l’uso di immagini sacre?

Si. Dio ha comandato di scolpire figure di cherubini sull’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-22; 35,35; 36,35) e, per salvare dalla morte il popolo eletto durante il cammino nel deserto, ordinò di fare un serpente di rame, affinché chiunque lo guardava veniva guarito dal veleno inflittogli dal morso dei serpenti (Numeri 21,4-9).

Che significato hanno queste raffigurazioni?

I cherubini rappresentano la divina presenza (Esodo 25,10-22; Salmi 99,1), mentre il serpente di rame è prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).

Nel Tempio di Gerusalemme vi furono mai delle raffigurazioni?

Si. Nel primo Tempio vi furono raffigurazioni di cherubini, di buoi e di leoni (1Re 6,23-35; 7,27-37; 2Cronache 3,7-14; 4,3-4).

Dio condannò quelle cose?

No. Dio non le condannò, ma le santificò assieme al Tempio (1Re 9,1-3).

Ma allora perché Dio col Decalogo condanna la raffigurazione di tutto ciò che si trova in cielo, in terra e nelle acque, se poi egli stesso ne comanda l’uso?

Dio col Decalogo condanna l’idolatria, cioè l’adorazione di falsi dèi, e il culto reso a loro mediante raffigurazioni che li rappresentano. Infatti il serpente di rame che Dio stesso ordinò di lavorare, venne poi distrutto da Ezechia, perché il popolo cominciò a idolatrarlo (2Re 18,4). Dio non condanna le raffigurazioni di per sé – soprattutto se utilizzate per il culto dell’unico vero Dio – ma condanna l’idolatria. Il Tempio di Gerusalemme con le immagini di angeli era figura del Tempio celeste. Ora con la nuova alleanza Cristo ha portato i suoi santi nel regno dei cieli, e giustamente la Chiesa terrena con le immagini dei santi, degli angeli e dei martiri, figura la Chiesa celeste con gli angeli, i santi e i martiri di Gesù Cristo.

Quindi i cattolici commettono peccato di idolatria quando onorano le loro sculture e icone sacre?

No. I cattolici non commettono peccato di idolatria perché non onorano quelle raffigurazioni di per sé, ma onorano ciò che vi è rappresentato con quella figura. A Dio e ai Santi del cielo viene dato onore, non alla raffigurazione che li rappresenta.

Onorare la creatura è un atto di idolatria?

No. Onorare la creatura non è un atto di idolatria. La parola di Dio insegna a onorare anche la creatura: genitori (Esodo 20,12), medici (Siracide 38,1-3), presbiteri (1Timoteo 5,17), e tutti i membri della Chiesa (1Corinzi 12,26). Ad esempio, nel vangelo Gesù afferma che se uno lo serve, costui verrà onorato dal Padre (Giovanni 12,26). I Santi che stanno nella gloria del cielo, hanno servito Dio nel suo Cristo e sono onorati dal Padre. Ora, se Dio onora i Santi che stanno nella gloria del cielo, giustamente possiamo e dobbiamo onorarli anche noi. Giustamente la Chiesa celebra la memoria dei Santi e ne proclama le lodi. Già il popolo ebraico onorava i propri eroi con canti, danze e grida di gioia (1Samuele 18,6-7; Giuditta 15,12).

I Santi separati dalla carne possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra?

Si, i Santi separati dalla carne intercedono per noi ancora viatori sulla Terra. Parlando delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, l’apostolo Paolo afferma che « maggiore di tutte è la carità » (1Corinzi 13,13). Infatti è soprattutto sulla carità che saremo giudicati (Matteo 25,31-46). Nel regno dei cieli i Santi esercitano la loro carità, regnando con Cristo (Apocalisse 22,5), continuando a servire Dio con gioia e intercedendo per gli uomini ancora viatori sulla Terra, offrendo i meriti acquistati in Terra mediante Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Timoteo 2,5). La Bibbia non tace riguardo l’intercessione dei Santi separati dalla carne, per noi ancora viatori sulla terra. Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo Geremia e Onia – separati dalla carne – intercedere per il popolo Ebraico (2Maccabei 15,6-16). Giacomo ha detto di pregare gli uni per gli altri per essere guariti (Giacomo 5,16). Paolo ha chiesto che la Chiesa preghi per lui (Romani 15,30; Efesini 16,18-19), e ha raccomandato il suo discepolo Timoteo che si facciano preghiere per tutti gli uomini, poiché è cosa bella e gradita a Dio, il quale desidera la salvezza di tutti gli uomini (1Timoteo 2,1-4). Ora, i Santi nel cielo – seppur separati dalla carne – sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte della Chiesa, del corpo mistico di Gesù (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere per noi ancora viatori sulla Terra, presso Dio con le loro preghiere. In cielo non si dorme (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano in nostro favore. Loro sono consapevoli dei nostri bisogni (Ebrei 12,1-2). E poiché in cielo i Santi sono più vicini a Dio, tanto più efficaci delle nostre sono le preghiere che questi nostri fratelli rivolgono al Padre celeste per noi.

I Santi separati dalla carne possono compiere miracoli? Cosa dice la Bibbia?

Si, i Santi del cielo possono intercedere per noi presso Dio, affinché Dio compia per noi ancora viatori sulla Terra un miracolo. Dio è l’autore di ogni grazia e di ogni miracolo. Il Santo è un intercessore. Nella Bibbia abbiamo degli esempi, e perciò voglio citare il Siracide 48,14: « Nella sua vita [Eliseo] compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere », confermato da 2Re 13,21: « Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi ». Siracide 48,14 è confermato da 2Re 13,21. Entrambe queste scritture sostengono la dottrina cattolica e ortodossa dell’interessione dei Santi del cielo, e dei miracoli che Dio compie per loro intercessione.

Cosa dice la Bibbia riguardo l’uso cattolico di conservare delle reliquie appartenute a un Santo?

La devozione per le reliquie è strettamente legata alla devozione per i Santi. Il Concilio Vaticano II afferma: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare » (Sacrosanctum Concilium, 111). La devozione per le reliquie non è contraria alla Sacra Scrittura, anzi, quest’ultima la favorisce. Nel Secondo libro dei Re vediamo Eliseo compiere un miracolo per mezzo del mantello appartenuto a Elia (2Re 2,14). Nel medesimo libro vediamo che un defunto venuto a contatto con le ossa di Eliseo risuscitò e si alzò in piedi (2Re 13,21). Marco racconta di una donna affetta da emoraggia che accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendo: « Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita ». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male (Marco 5,25-34). Negli Atti degli apostoli leggiamo che i credenti di Efeso imponevano ai malati fazzoletti e grembiuli serviti a Paolo nel lavoro, e questi guarivano (Atti 19,12). Noi cattolici non veneriamo le reliquie per se stesse, ma per il Santo che queste rendono presente e attraverso il quale il Signore stesso agisce. Infatti, come si è già detto, il Signore è l’autore di ogni miracolo, mentre il Santo è un intercessore. Si deve anche spiegare che il venerare è qui sinonimo di onorare, mostrare gran rispetto, essere devoti, e non va assolutamente confusa con l’adorare. Si venerano, ossia si onorano, i Santi nel cielo. Ma solo Dio si deve adorare, e noi cattolici adoriamo solo Dio, mentre Maria e i Santi li onoriamo con rispetto grande.

Riguardo l’uso dell’incenso sulle immagini in uso nella Chiesa cattolica, ha il significato di adorarle?

Assolutamente no. Nella Chiesa cattolica incensare le immagini sacre non significa adorarle, ma significa l’unione delle preghiere di coloro che rappresentano (Maria, gli angeli, i beati) con le preghiere di Cristo. Anche i fedeli vengono incensati durante le celebrazioni solenni, e certamente non per essere adorati, ma come simbolo dell’unione delle loro preghiere con le preghiere di Cristo.

I cattolici commettono un atto di idolatria nel prostrarsi davanti al crocifisso e/o baciarlo?

Assolutamente no. I cattolici si prostano davanti al crocifisso non per questo stesso, ma in segno di rispetto verso ciò che rappresenta: Gesù Cristo e il suo sacrificio salvifico. Parimenti, il bacio lo diamo al crocifisso non per questo stesso, ma per l’affetto che proviamo verso Gesù Cristo, che il crocifisso vuole rappresentare. Nella Bibbia ci sono molti riferimenti di prostrazione e di bacio, e nei quali non vi era alcuna accusa di idolatria. Vediamo qualche esempio: « Giacobbe passò davanti a loro e si prostrò terra, mentre andava avvicinandosi al fratello » (Genesi 33,3). « Esaù corse incontro a Giacobbe, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero » (Genesi 33,4). « Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono, e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono » (Genesi 33,7). « Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò » (Esodo 18,7). « Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore”; Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò » (1Samuele 24,9). « Appena Abigail vide Davide, smontò in fretta dall’asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra » (1Samuele 25,23). « Fu annunziato al re: “Ecco c’è il profeta Natan”. Questi si presentò al re, davanti al quale si prostrò con la faccia a terra » (1Re 1,23). « Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all’arca del Signore fino alla sera e con lui gli anziani di Israele e sparsero polvere sul loro capo » (Giosuè 7,6). In queste scritture non compare mai alcun atto di idolatria, ma semplicemente affetto o alto rispetto verso qualcun’altro. Al contrario, in Rivelazione, Giovanni dopo essersi prostrato viene rimproverato dall’angelo, ma solo perché costui, credendo di vedere in quell’angelo la maestà del Signore, gli si prostrò dinanzi in atteggiamento di adorazione, come chiaramente specifica la Scrittura (Apocalisse 19,10; 22,8-9). Anche Cornelio si prostrò dinanzi a Pietro in atteggiamento di adorazione – la Scrittura lo dice chiaramente – e perciò fu rimproverato (Atti 10,25-26). Quindi prostrarsi in atto di adorazione verso la creatura, o verso una sua raffigurazione, è un grave peccato di idolatria, ma non così se ci si prostra in segno di affetto e di devozione. Talvolta baciamo in segno di affetto e di devozione le foto dei nostri cari, vivi o defunti: figli, genitori, fratelli, nonni, amici. Certamente non rechiamo offesa al Signore né rendiamo i nostri cari o quelle foto oggetto di idolatria. La stessa cosa va detta quando baciamo la croce o immagini che rappresentano Gesù, Maria, gli angeli e i Santi. Le baciamo per l’affetto e la devozione che nutriamo verso ciò che rappresentano.

Nella Bibbia Dio ha mai salvato qualcuno mediante una immagine?

Si, Dio ha salvato il suo popolo durante il cammino nel deserto, mediante un serpente di rame che egli stesso aveva comandato loro di fare, affinché guardandolo fossero guariti da un veleno mortale (Numeri 21,4-9). Quel serpente era prefigurazione simbolica del Cristo crocifisso (Giovanni 3,14-15).

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