DIVINITÀ DI GESÙ E CONCILIO DI NICEA

di Giuseppe Monno

Il dogma della divinità di Gesù fu proclamato nell’estate del 325 a Nicea, nel palazzo imperiale di Costantino, dove si riunirono oltre trecento vescovi tra cattolici in maggioranza orientali, e ariani. Fu Costantino a convocare il Concilio per ristabilire la pace minata dalle varie dispute tra cattolici e ariani. Gli atti del Concilio furono firmati da Osio, vescovo di Cordova e principale consigliere dell’imperatore, e dai delegati del Papa di Roma, Silvestro, che non poté partecipare di persona per motivi di salute. Eusebio di Cesarea propose un Simbolo di fede in uso nella sua comunità ecclesiale. Il Simbolo fu accettato, ma vi furono aggiunti alcuni termini, tra cui “homoousios” che significa “consustanziale”, “della stessa sostanza”, in riferimento all’uguaglianza della persona divina di Gesù con quella di Dio Padre. Per Ario infatti il Figlio di Dio non è generato dal Padre, non è coeterno a lui, ma è la sua prima creazione e con lui artefice di tutte le altre cose. All’epoca il più grande difensore della divinità di Gesù e influente oppositore dell’errore di Ario fu Atanasio, prima diacono e poi vescovo di Alessandria dal 328 al 373, ma con varie interruzioni. Atanasio fu presente al Concilio come accompagnatore del suo vescovo Alessandro, di cui era segretario. Ario, già scomunicato nel 318 da un sinodo tenutosi ad Alessandria, in Egitto, per essersi opposto al suo vescovo Alessandro, fu anche condannato dal Concilio di Nicea ed esiliato dall’imperatore Costantino. Fu esiliato anche il suo seguace Eusebio di Nicomedia. Ma purtroppo in mezzo ai vescovi che avevano sottoscritto il Simbolo niceno, c’era un piccolo gruppo di filoariani che non avevano rinunciato alle loro convinzioni, e si finsero favorevoli all’homoousios per paura di essere esiliati. Tra questi Eusebio di Cesarea. A Nicea i cattolici non inventarono una nuova dottrina, ma contro l’errore di Ario avevano ribadito una verità già professata nella Chiesa primitiva. Una verità non opinabile per noi cattolici. Questa verità è accolta anche dal mondo ortodosso e da una parte del mondo protestante.

DIO TRINITÀ E LE TRACCE DELLA SUA PRESENZA NELLA CREAZIONE

A cura di Giuseppe Monno

Dio ha impresso nella creazione segni della sua realtà trinitaria, come riflessi che rimandano al mistero della sua vita intima. Tra questi segni, uno dei più eloquenti è il sole.

Immaginiamo Dio come il sole: una sorgente unica, luminosa e viva. Dal sole procede la luce, mediante la quale esso si manifesta agli uomini. La luce rivela, illumina, permette di vedere la verità delle cose. Così il Figlio, il Verbo eterno, è chiamato “luce del mondo»” (Giovanni 8,12) e in Lui “Dio si è fatto conoscere” (Giovanni 1,18). In Cristo, immagine perfetta del Padre (Colossesi 1,15), l’invisibile diventa visibile, e l’uomo non cammina più nelle tenebre spirituali, ma nella luce della vita.

Dal sole procede anche il calore, che vivifica e sostiene ogni forma di vita. Senza il calore, la terra rimarrebbe sterile e morta. Così lo Spirito Santo, “fuoco” e “soffio vitale” di Dio, è la grazia che scalda, consola e vivifica il cuore dell’uomo. È Lui che rende feconda la vita spirituale e la trasforma interiormente, comunicando l’amore stesso di Dio (Romani 5,5).

Il sole, la luce e il calore sono una sola realtà, inseparabile nella loro essenza e nell’azione, pur distinguendosi per modalità e funzione. Così Dio è uno solo nella sostanza, ma trino nelle Persone: il Padre che è principio senza principio, il Figlio che da Lui è generato eternamente, e lo Spirito Santo che procede dall’amore reciproco del Padre e del Figlio. Tutti e tre operano sempre in perfetta unità, con una sola volontà e un solo atto d’amore.

Come il sole illumina e riscalda la terra, così la Trinità irradia sull’universo la luce della verità e il calore dell’amore. E tutta la creazione, nel suo ordine e nella sua bellezza, è come un’icona che rimanda al mistero dell’unico Dio in tre Persone, principio e fine di ogni cosa.

VALIDITÀ DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA

A cura di Giuseppe Monno

La validità della celebrazione eucaristica dipende da quattro elementi fondamentali: il ministro, la materia, la forma e l’intenzione. Ciascuno di essi è essenziale affinché il sacramento dell’Eucaristia sia valido secondo la dottrina della Chiesa Cattolica.

MINISTRO

Per la validità della celebrazione eucaristica, il ministro del sacramento deve essere un sacerdote validamente ordinato, come insegna il Concilio di Trento:

“Se qualcuno dirà che per la celebrazione dell’Eucaristia non è necessario che il sacerdote sia ordinato, sia anatema.” (Concilio di Trento, Sess. XXIII, can. 4)

La validità dell’ordinazione sacerdotale deriva dalla successione apostolica e dall’imposizione delle mani da parte di un vescovo validamente consacrato (cf. 1Timoteo 4,14; 2Timoteo 1,6).

Il sacerdote, nella celebrazione, agisce “in persona Christi capitis”, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica:

“Nel servizio ecclesiale del ministro ordinato è Cristo stesso che è presente alla sua Chiesa come Capo del suo corpo, Pastore del suo gregge, Sommo Sacerdote del sacrificio redentore.” (CCC, n. 1548)

Pertanto, anche se il sacerdote si trovasse in stato di peccato grave, il sacramento rimane valido, perché la sua efficacia deriva non dalla santità del ministro (come invece credevano gli eretici donatisti), ma da Cristo stesso:

“La virtù del sacramento non proviene dal merito di chi lo amministra, ma da Cristo stesso.” (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 64, a. 5 ad 1)

MATERIA

La materia del sacramento deve essere quella stabilita da Cristo: pane e vino.

Il pane deve essere azzimo e di solo frumento, come prescrive la tradizione latina:

“Il pane deve essere di solo frumento e di recente confezione, in modo da non correre alcun pericolo di corruzione.” (Codice di Diritto Canonico, can. 924 §2)

Il vino deve essere naturale, del frutto della vite, non alterato o mescolato con sostanze estranee:

“Il vino deve essere naturale, del frutto della vite, genuino e non alterato.” (CIC, can. 924 §3)

Durante la celebrazione, il sacerdote aggiunge un po’ d’acqua al vino, gesto che ha profondo significato simbolico e teologico: “Il miscuglio dell’acqua col vino significa l’unione del popolo fedele con Cristo.” (San Cipriano, Epistola 63, 13) Inoltre, ricorda l’unione delle due nature di Cristo, umana e divina, nell’unica Persona del Verbo incarnato.

FORMA

La forma del sacramento consiste nelle parole della consacrazione, pronunciate dal sacerdote, che ripetono le stesse parole di Gesù Cristo durante l’Ultima Cena:

“Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi.”

“Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me.”

Il Concilio di Trento definì dogmaticamente che in queste parole si compie la Transustanziazione, ossia la conversione sostanziale di tutto il pane e di tutto il vino nel Corpo e Sangue di Cristo:

“Per la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Lui. Questa conversione la Chiesa Cattolica ha convenientemente e propriamente chiamata transustanziazione.”
(Concilio di Trento, Sess. XIII, cap. 4; DS 1642)

INTENZIONE

Perché la celebrazione sia valida, il ministro deve avere l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa. Papa Leone XIII, nella Lettera Apostolica Apostolicae Curae (1896), afferma:

“Quando uno usa seriamente e debitamente il segno esterno di un sacramento per produrre ciò che esso significa, si deve ritenere, per la natura stessa dell’atto, che egli intende fare ciò che fa la Chiesa.”

L’intenzione richiesta non riguarda un sentimento interiore, ma la volontà oggettiva di compiere il rito sacramentale secondo la forma della Chiesa, come insegna anche san Tommaso d’Aquino:

“Il ministro deve intendere di fare ciò che fa la Chiesa; e se fa il contrario, il sacramento non è conferito.” (Summa Theologiae, III, q. 64, a. 8)

La validità della celebrazione eucaristica è quindi garantita quando:

Il ministro è un sacerdote validamente ordinato.

La materia è pane di frumento azzimo e vino naturale d’uva.

La forma sono le parole della consacrazione pronunciate integralmente.

Il sacerdote intende fare ciò che fa la Chiesa.

L’efficacia della celebrazione non dipende dalla dignità personale del ministro, ma unicamente da Cristo, Sommo Sacerdote eterno, che opera attraverso di lui:

“Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche.” (Sacrosanctum Concilium, n. 7)

LE CONTESTAZIONI DEI PROTESTANTI RIGUARDO L’ISPIRAZIONE DIVINA DEI PRIMI DUE LIBRI DEI MACCABEI

di Giuseppe Monno

I protestanti rifiutano come divinamente ispirati i primi due libri dei Maccabei. Costoro affermano che questi libri sono pieni di errori e falsi insegnamenti, ed espongono alcuni motivi per cui li ritengono tra gli apocrifi:

1) Nel primo libro dei Maccabei c’è scritto che Giuda il Maccabeo muore in battaglia (1Maccabei 9,17-19), ma nel secondo libro lo ritroviamo vivo mentre scrive una lettera indirizzata agli Ebrei in Egitto (2Maccabei 1,9-10).

2) Il secondo libro dei Maccabei dice che il profeta Geremia portò l’arca dell’alleanza sul monte Sìnai, e trovato un vano a forma di caverna, vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi e sbarrò l’ingresso. Geremia disse che il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio, e allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato (2Maccabei 2,1-8). Ma il libro di Geremia dice che dell’arca dell’alleanza del Signore non si sarebbe più parlato né sarebbe stata più pensata o ricordata quando Dio avrebbe condotto in Sion i suoi figli (Geremia 3,14-16).

3) Nei primi due libri dei Maccabei vi sono tre diversi racconti della morte di Antioco IV Epìfane. Nel primo racconto muore di crepacuore (1Maccabei 6,8-9), nel secondo racconto viene lapidato a morte dai sacerdoti del tempio di Nanea (2Maccabei 1,16), e nel terzo racconto muore in seguito a una orribile malattia (2Maccabei 9,1-28).

4) Il secondo libro dei Maccabei insegna la preghiera in suffragio per i defunti (2Maccabei 12,38-45), mai insegnata in altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento.

5) Il secondo libro dei Maccabei insegna l’intercessione dei morti per i vivi (2Maccabei 15,6-16), mai insegnata in altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento.

6) L’autore dei libri dei Maccabei ammette di non essere ispirato da Dio (2Maccabei 15,38).

7) I libri dei Maccabei non sono mai menzionati da Gesù e dai suoi discepoli.

8) I libri dei Maccabei non furono mai riconosciuti dagli ebrei e dai primi cristiani.

9) Lo Spirito Santo non attesta per nulla in noi figliuoli di Dio che si tratti di parola di Dio, anzi, ci fa sentire in maniera inequivocabile di doverne rifiutare il contenuto.

Rispondo punto per punto alle contestazioni sopracitate:

1) Il secondo libro dei Maccabei non è la continuazione del primo, ma è un racconto parallelo che riprende gli avvenimenti accaduti prima della morte di Giuda il Maccabeo. Per questo lo ritroviamo vivo nel secondo libro.

2) I protestanti citano Geremia per affermare che dell’arca dell’alleanza non si sarebbe più parlato: “Quando poi vi sarete moltiplicati e sarete stati fecondi nel paese, in quei giorni – dice il Signore – non si parlerà più dell’arca dell’alleanza del Signore; nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta.” (Geremia 3,16) Ciononostante Giovanni di Patmos ne parla nel suo scritto: “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.” (Apocalisse 11,19) Nel primo libro dei Re c’è scritto che Giòsafat non eliminò le alture: “Imitò in tutto la condotta di Asa suo padre, senza deviazioni, facendo ciò che è giusto agli occhi del Signore. Ma non scomparvero le alture; il popolo ancora sacrificava e offriva incenso sulle alture.” (1Re 22,43-44) Tuttavia nel secondo libro delle Cronache c’è scritto che egli le eliminò: “Il suo cuore divenne forte nel seguire il Signore; eliminò anche le alture e i pali sacri da Giuda.” (2Cronache 17,6) Riportando nel suo Vangelo il racconto della trasfigurazione, Matteo scrive che Gesù Pietro Giacomo e Giovanni salirono sul monte Tabor dopo sei giorni (Matteo 17,1), mentre Luca nel suo Vangelo scrive che vi salirono dopo otto giorni (Luca 9,28). Riguardo il racconto della crocifissione, Marco scrive che quelli che erano stati crocifissi con Gesù lo insultavano (Marco 15,32), mentre Luca scrive che uno di quelli lo insultava, ma l’altro lo difendeva (Luca 23,39-41).

3) Alla redazione dei libri dei Maccabei hanno contribuito più persone, e molte voci circolavano riguardo la morte di Antioco. Il secondo libro dei Maccabei non è la continuazione del Primo, ma è un racconto parallelo. Perciò, considerando il primo e il terzo racconto della morte di Antioco IV Epìfane, è probabile che l’odiato re fosse stato colpito da una terribile malattia e fosse caduto anche in depressione, giungendo così alla morte. Il secondo racconto della morte di Antioco è invece descritto nella seconda lettera indirizzata agli ebrei in Egitto. Questa fu probabilmente scritta fin dal momento stesso dell’arrivo di alcune voci sulla morte dell’odiato re. Evidentemente il popolo lo dette già per morto. Ma Antioco IV Epìfane non è l’unico personaggio biblico al quale sono attribuite morti differenti. Anche a Giuda Iscariota sono attribuite morti differenti: Matteo racconta che il Traditore s’impiccò (Matteo 27,5), mentre Luca racconta che il Traditore cadde da un precipizio (Atti 1,18). Ma già in altre scritture troviamo delle differenze tra un racconto e l’altro: Il primo racconto della creazione (Genesi 1,1-31; 2,1-4) è differente dal secondo racconto (Genesi 2,4-24). Nel primo racconto Dio crea prima gli uccelli (v. 21-22), poi il bestiame, rettili e bestie selvatiche (v. 24-25), e infine l’uomo e la donna (v. 26-27). Nel secondo racconto Dio crea prima l’uomo (v. 7), poi le bestie selvatiche e gli uccelli e il bestiame (v. 18-20), e infine crea la donna (v. 21-23). La differenza tra il primo e il secondo racconto della creazione si deve a due diverse tradizioni, quella sacerdotale e quella jahvista. Nel racconto del diluvio Dio ordina a Noè di introdurre nell’arca un paio di animali di ogni specie (Genesi 6,19). Più avanti però, ordina di introdurre nell’arca sette paia di ogni animale mondo, e un paio di ogni animale immondo (Genesi 7,2-3).

4) I protestanti accusano i due libri dei Maccabei di mancanza d’ispirazione divina, e ciò a causa della preghiera d’intercessione per i defunti. Affermano che nell’Antico e nel Nuovo Testamento non esiste un solo passo biblico in cui si prega per i defunti. Ma questa non è una valida ragione per affermare che il testo di 2Maccabei 12,38-45 manchi di ispirazione divina. Inoltre non è affatto vero che oltre a 2Maccabei 12,38-45 non esiste nemmeno un passo biblico che parli delle preghiere per i defunti. Nella sua seconda lettera al discepolo Timoteo, Paolo prega per il defunto Onesìforo, affinché costui trovi misericordia in quel giorno, cioè nel giorno del giudizio (2Timoteo 4,6). Vediamo il testo in questione:

2Timoteo 1,16-18
Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha più volte confortato e non s’è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso Dio in quel giorno. E quanti servizi egli ha reso in Efeso, lo sai meglio di me.

Paolo intercede con la sua preghiera prima per la famiglia di Onesìforo, e subito dopo per lui. Se Onesìforo fosse ancora vivo, l’apostolo avrebbe scritto: Il Signore conceda misericordia a Onesìforo e alla sua famiglia, anziché pregare separatamente per gli uni e per l’altro. I protestanti giustificano ciò dicendo che Onesìforo si trovava con Paolo quando quest’ultimo ha scritto la sua lettera, e per questo prega per Onesìforo e per la sua famiglia separatamente. Ma lo stesso Paolo afferma che con lui c’era solo Luca (2Timoteo 4,9-11). Quindi Paolo stava pregando proprio per il defunto Onesiforo, separatamente dalla sua famiglia ancora viatrice in questo mondo.

5) La Bibbia insegna l’importanza della preghiera di intercessione: “Pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza.” (Giacomo 5,16) “Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio.” (Romani 15,30) “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini.” (1Timoteo 2,1) Ora i beati nel cielo seppur separati dalla carne sono vivi in Dio (Matteo 22,32; Marco 12,26-27), fanno parte del corpo mistico di Gesù, la Chiesa (1Corinzi 12,22-24), e perciò possono intercedere con le loro preghiere presso Dio per noi ancora viatori in questo mondo. In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 11,19). Noi ancora viatori possiamo pregare i nostri fratelli del cielo affinché intercedano presso Dio in nostro favore. Dice infatti la Scrittura: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Ebrei 12,22-24). E poiché in cielo i beati sono in perfetta comunione con Dio e col suo Cristo, non solo conoscono le nostre necessità mediante la loro conoscenza umana unita alla conoscenza divina del Verbo, ma le loro preghiere sono più efficaci delle nostre.

6) I protestanti accusano il redattore del secondo libro dei Maccabei di non essere stato ispirato da Dio a causa di queste parole conclusive: “Se la disposizione della materia è stata buona e come si conviene alla storia, è quello che ho desiderato. Se poi è mediocre e di scarso valore, è quanto ho potuto fare.” (2Maccabei 15,38) Le parole dell’autore riguardono l’esposizione, non l’attendibilità del contenuto. Egli espone questa storia in modo sintetico (2 Maccabei 2,25-31), ma il giudizio dell’ispirazione non è di sua competenza. Ciò spetterà ad altri. Evidentemente il giudizio sui primi due libri dei Maccabei fu positivo. Infatti quegli scritti erano stati universalmente accettati dagli ebrei fino alla seconda metà del primo secolo d.c. In seguito i rabbini rifiutarono la Septuaginta (quindi i libri dei Maccabei) soprattutto perché utilizzata da Cristo e i suoi discepoli nella loro predicazione.

7) I primi cristiani si rifacevano anche alla Septuaginta, e ciò è provato dalle trecento citazioni nel Nuovo Testamento prese proprio dalla Septuaginta.

8) Non è corretto dire che questi libri non furono mai accolti dagli ebrei e dai primi cristiani. Fino alla venuta di Gesù Cristo gli ebrei possedevano due Canoni della Sacra Scrittura, quello ebraico e quello alessandrino. Quest’ultimo fu scritto in greco dagli ebrei della diaspora. Questa loro traduzione della Tanakh ebraica e di altri testi sacri anticotestamentari è detta Septuaginta, e contiene anche i libri di Tobia, Giuditta, Sapienza, Maccabei 1 e 2, Baruc e Siracide. Il Canone biblico alessandrino fu accolto dagli ebrei fino alla seconda metà del primo secolo d.c. Successivamente i rabbini fissarono ufficialmente il Canone ebraico escludendo quello alessandrino soprattutto perché nei loro insegnamenti Cristo e i suoi discepoli si rifacevano spesso alla Septuaginta. Basti notare che nel Nuovo Testamento ci sono trecento citazioni prese dalla Septuaginta. A differenza dei cattolici e degli ortodossi, i protestanti non accolgono come divinamente ispirati i libri deuterocanonici, perché non accettati dagli ebrei “ai quali furono affidati gli oracoli” (Romani 3,2). Ma si deve notare che gli ebrei non accettano neppure i libri del Nuovo Testamento, e comunque Cristo tolse loro le chiavi del regno dei cieli per affidarle alla sua Chiesa, in particolare a Pietro (Matteo 16,19). Al potere delle chiavi dato a Pietro partecipano pure gli altri apostoli (Matteo 18,18), quindi i loro legittimi successori, i vescovi. Il potere di sciogliere e di legare ottenuto mediante la partecipazione alle chiavi conferite a Pietro, è costituito anche da quell’autorità di pronunciare giudizi in materia di dottrina e di prendere decisioni disciplinari. Alcuni Padri della Chiesa ebbero dubbi riguardo l’ispirazione dei sette libri deuterocanonici, come pure ebbero dubbi riguardo l’ispirazione di sette lettere del Nuovo Testamento, cioè Ebrei, Giacomo, Pietro 1 e 2, Giovanni 2 e 3, Giuda e Apocalisse. Questi testi furono ritenuti dubbi da molti Padri prima del quarto secolo. Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-339) affermava che tra i libri discussi v’erano Giacomo, Pietro 2, Giovanni 2 e 3, Giuda e Apocalisse di Giovanni (Storia Ecclesiastica III, 25, 3-4). Il frammento di Muratori, databile al terzo secolo, omette Ebrei, Giacomo e Pietro 1 e 2. Origene (185-253) menzionato da Eusebio, riteneva dubbia Pietro 2 e Giovanni 1 e 2 (Storia Ecclesiastica VI, 25, 8.10). La Chiesa Cattolica stabilì il Canone biblico nel 382, col decreto di Papa Damaso che include anche Tobia, Giuditta, Sapienza, Baruc, Siracide, Maccabei 1 e 2, e quelle lettere neotestamentarie che furono ritenute dubbie da molti Padri, tra cui Giacomo, Giuda e Apocalisse. L’attuale Canone biblico in uso nella Chiesa Cattolica divenne ufficiale nel 1546, durante il Concilio di Trento (diciannovesimo Concilio ecumenico della Chiesa), con il decreto De Canonicis Scripturis. Fu la Chiesa Cattolica a stabilire quali libri dovevano far parte del Canone biblico, e tra questi furono inseriti Tobia, Giuditta, Sapienza, Baruc, Siracide, Maccabei 1 e 2. Tuttavia, circa dodici secoli dopo, i protestanti, nati dalla ribellione di Lutero contro la Chiesa Cattolica, rifiutarono quei testi anticotestamentari come divinamente ispirati e si fecero un loro canone biblico. Lutero considerava dubbia anche l’Apocalisse di Giovanni e la lettera di Giacomo che chiamava “epistola di paglia” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, anno 1522 e anno 1546). Quest’ultima contraddice la dottrina luterana del sola fide (Giacomo 2,14-26) e perciò fu ritenuta pericolosa dall’ex monaco agostiniano.

9) Evidentemente i protestanti non sono guidati dallo Spirito Santo come si vantano di essere. Basti pensare che delle oltre cinquantamila confessioni divise tra loro quanto alla dottrina, c’è chi è trinitario e chi antitrinitario, chi crede nell’immortalità dell’anima dell’uomo e chi nega l’esistenza di un anima distinta dal corpo, chi battezza i neonati e chi gli nega questo sacramento, chi crede nel libero arbitrio e chi nella predestinazione. Ma due cose hanno in comune tutte quante: sola scrittura e libera interpretazione. Tutte che “lo dice la Bibbia” o “dove sta scritto nella Bibbia?”. Tutte che “me l’ha detto lo Spirito Santo”. Ma lo Spirito di Dio non è spirito di confusione e di divisione, tanto da creare oltre cinquantamila denominazioni in contraddizione tra loro.

SE IL TUO OCCHIO TI È MOTIVO DI SCANDALO, CAVALO E GETTALO VIA

di Giuseppe Monno

Marco 9,47-48
47 Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48 dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Gesù fa uso di un iperbole con l’intenzione di darci un insegnamento morale: evitare le occasioni di peccato, sapendo che la sorte dei peccatori è il fuoco eterno. La valle di Hinnom, comunemente chiamata Geenna, viene utilizzata come immagine simbolica dell’inferno a motivo del fuoco che divora i rifiuti. L’occhio che dà scandalo è immagine simbolica di quel membro della Chiesa che si macchia di uno o più peccati meritevoli di scomunica, simboleggiata dal gesto del togliere e gettare via. Nelle sue lettere Paolo è più esplicito nell’associare, simbolicamente, i cristiani a delle “membra di un solo corpo che è la Chiesa” (1Corinzi 12,20.27; Efesini 5,30; Colossesi 1,18).

ATEISMO E SALVEZZA

A cura di Giuseppe Monno

Chi muore negando Dio può salvarsi? Gli atei possono salvarsi? Cosa insegna la dottrina cattolica?

Il tema dell’ateismo e della salvezza tocca il cuore della fede cristiana: la relazione personale con Dio, la libertà dell’uomo, la grazia e la misericordia divina. La Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa offrono insegnamenti chiari, ma anche profondi, che richiedono discernimento.

La fede come via di salvezza

Matteo 9,22
“Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata.”

La fede è la porta della salvezza. Essa non è semplice assenso intellettuale, ma apertura fiduciosa e amorevole al mistero di Dio. Chi crede, si affida a Lui e riceve la vita divina.

Ebrei 11,6
“Senza la fede è impossibile piacergli; poiché chi s’accosta a Dio deve credere che Egli è, e che ricompensa coloro che lo cercano.”

La fede, dunque, è condizione indispensabile per accogliere la grazia. Non si tratta di una semplice adesione teorica, ma di un atto vitale che unisce l’uomo al suo Creatore.

Il pericolo del rinnegamento

Matteo 10,33
“Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.”

Marco 16,16
“Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.”

Il rifiuto consapevole e volontario di Dio costituisce un peccato grave contro la fede. Quando l’uomo nega Dio con piena avvertenza e deliberato consenso, si separa liberamente dalla fonte stessa della vita e della verità.

Giovanni 3,18
“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.”

Giovanni 3,36
“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui.”

Il rifiuto del Figlio equivale al rifiuto della salvezza, perché solo in Lui, unico Mediatore (cfr. 1Timoteo 2,5), l’uomo può essere riconciliato con il Padre.

La conoscenza naturale di Dio e la responsabilità dell’uomo

Romani 1,19-21
“Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.”

San Paolo afferma che la creazione stessa testimonia l’esistenza del Creatore. La negazione di Dio, quindi, non è soltanto un errore intellettuale, ma una cecità spirituale che nasce da un cuore chiuso. Tuttavia, la Chiesa insegna che tale responsabilità può essere attenuata da fattori psicologici, culturali o storici che oscurano la conoscenza di Dio.

L’incredulità e la durezza del cuore

Matteo 13,58
“E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.”

L’incredulità non solo priva l’uomo della grazia, ma limita anche l’azione salvifica di Dio, che rispetta la libertà umana. Il miracolo più grande — la salvezza — si compie solo dove vi è apertura alla fede.

Apocalisse 21,8
“Ma per gli increduli è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte.”

L’incredulità definitiva, ossia il rifiuto radicale di Dio fino alla fine della vita, conduce alla separazione eterna da Lui, che la Scrittura chiama “morte seconda”.

Il Magistero della Chiesa

Concilio Vaticano I (DS 3012)
“Senza la fede è impossibile piacere a Dio e giungere al consorzio dei suoi figli; nessuno può essere giustificato senza la fede, né conseguire la vita eterna se in essa non persevera sino alla fine.”

Lumen Gentium 14
“Non possono salvarsi quegli uomini i quali, pur conoscendo che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare.”

Catechismo della Chiesa Cattolica 2125
“L’ateismo è un peccato contro la virtù della religione, per il fatto che respinge o rifiuta l’esistenza di Dio. Tuttavia, l’imputabilità di questa colpa può essere fortemente attenuata dalle intenzioni e dalle circostanze.”

La grazia di Dio e la possibilità di salvezza per gli atei

La Chiesa, pur affermando con chiarezza che “fuori della Chiesa non c’è salvezza” (“Extra Ecclesiam nulla salus”), riconosce che la misericordia di Dio può operare in modi a noi misteriosi.

1Timoteo 2,3-4
“Dio nostro Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.”

Gaudium et Spes 22
“Poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente una sola, quella divina, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti, in modo conosciuto solo da Dio, la possibilità di venire associati a questo mistero pasquale.”

Dio offre la sua grazia anche a chi non Lo conosce esplicitamente. Se un ateo, seguendo sinceramente la voce della coscienza e compiendo il bene con retta intenzione, risponde implicitamente alla grazia divina, può essere salvato. Non per i propri meriti, ma per i meriti di Cristo.

Tuttavia, se rifiuta consapevolmente la verità e si chiude alla grazia, egli si pone in uno stato di separazione da Dio.

Conclusione teologica

L’ateismo, in quanto negazione di Dio, è oggettivamente un grave disordine spirituale, ma la responsabilità soggettiva varia. Solo Dio, che scruta i cuori (cfr. 1Samuele 16,7), può giudicare le intenzioni ultime dell’uomo.

Giovanni 12,47-48
“Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.”

La fede resta la via ordinaria della salvezza, ma la misericordia di Dio può raggiungere chiunque, anche chi — per ignoranza invincibile o circostanze complesse — non giunge alla conoscenza esplicita di Lui.

Catechismo della Chiesa Cattolica 847
“Coloro che, senza colpa loro, non conoscono il Vangelo di Cristo o la sua Chiesa, ma cercano Dio con cuore sincero e, sotto l’influsso della grazia, si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.”

In sintesi

Chi rifiuta consapevolmente Dio e la sua grazia, si separa dalla salvezza.

Chi ignora Dio non per colpa propria, ma segue sinceramente il bene, può essere raggiunto dalla grazia salvifica di Cristo.

La fede è necessaria come via ordinaria, ma la misericordia divina supera i limiti umani.

Romani 11,32
“Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia.”

NO ALL’ABORTO. SI ALLA VITA!

di Giuseppe Monno

Hanno fatto delle cliniche abortiste le loro cattedrali, e del ventre delle donne, camere della morte.

Non si tratta di un film di Lamberto Bava, ma della tragica realtà di un’umanità in costante decadenza. I nemici della vita, gli abortisti, hanno trasformato le loro cliniche in templi consacrati a Moloch, e il ventre delle donne in un santuario profanato, nel quale si compie il massacro di piccoli innocenti.

È davvero possibile che non riconoscano la vita in un cuore che inizia a battere appena venti giorni dopo il concepimento?

Ma ciò che più sconvolge è che tra i sostenitori dell’aborto vi siano anche persone che si professano cristiane: come nuovi Giuda Iscariota, tradiscono ogni giorno i piccoli Gesù, gettandoli nella bocca insaziabile di Moloch, divoratore di vite innocenti.

Costoro non si comportano da figli di Dio, ma da figli di Erode, compiendo la sua stessa opera malvagia: una strage silenziosa e sistematica di piccoli innocenti.

No all’aborto. Si alla vita!

CHIESA CATTOLICA

di Giuseppe Monno

La Chiesa cattolica fu fondata da Cristo nel I secolo. Uno dei primi documenti che testimoniano l’uso dell’appellativo “cattolica” è la lettera di Ignazio di Antiochia ai cristiani di Smirne, scritta nel 107 d.C., nella quale si legge: «Dove c’è Cristo, ivi è la Chiesa cattolica». Un altro importante riferimento si trova nella lettera redatta nel 155 dalla comunità ecclesiale di Smirne, che narra il martirio del loro vescovo, Policarpo, condannato a morte dal proconsole romano Quadrato. Il testo si apre con queste parole: «La Chiesa di Dio che dimora a Smirne, alla Chiesa di Dio che è a Filomelio, e a tutte le comunità della santa Chiesa cattolica in ogni luogo: la misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino» (Martirio di Policarpo). La Chiesa è definita “cattolica” perché è chiamata ad annunciare il Vangelo a tutte le genti, secondo il comando di Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Marco 16,15). Per quasi tre secoli, la Chiesa cattolica subì feroci persecuzioni da parte dell’Impero romano. A causa della sua crudeltà, la città di Roma veniva simbolicamente identificata con “Babilonia” (1Pietro 5,13). Tuttavia, la divina Provvidenza non abbandonò la Chiesa. Con l’Editto di Serdica, promulgato il 30 aprile del 311, cinque giorni prima della sua morte, l’imperatore Galerio – colui che nel 303 aveva consigliato a Diocleziano di iniziare le persecuzioni contro i cristiani – riconobbe la libertà di culto ai cristiani, concedendo loro, di fatto, lo status di religio licita. In questo editto, Galerio chiese ai cristiani di pregare il loro Dio per la salute dell’Impero. Nel febbraio o marzo del 313, gli imperatori Costantino e Licinio firmarono l’Editto di Milano, che confermava la libertà di culto già concessa da Galerio. Inoltre, l’editto stabiliva l’obbligo di restituire ai cristiani i luoghi di culto, i beni e i possedimenti precedentemente confiscati durante le persecuzioni. Mentre in Occidente Costantino si dimostrò particolarmente favorevole al cristianesimo, tanto da porlo sotto la protezione dello Stato, in Oriente continuarono le persecuzioni sotto il regno di Licinio. Il 27 febbraio del 380, gli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo ancora bambino) promulgarono l’Editto di Tessalonica. Con questo provvedimento, il cristianesimo, secondo la fede stabilita dal Concilio di Nicea convocato da Costantino nel 325, fu dichiarato religione ufficiale dell’Impero romano. L’editto vietava l’arianesimo e il paganesimo, e imponeva ai cristiani l’adozione della fede nicena per contrastare le eresie. A seguito di due grandi scismi – quello d’Oriente nell’XI secolo e quello d’Occidente nel XVI secolo – il termine “cattolici” assunse un significato confessionale, identificando i cristiani rimasti in comunione con il legittimo successore dell’apostolo Pietro, il vescovo di Roma. Fu infatti Pietro a ricevere da Cristo il compito di confermare i fratelli nella fede (Luca 22,31-32) e di pascere agnelli e pecore, ovvero i fedeli e i pastori (Giovanni 21,15-17). Pietro stabilì la propria sede episcopale a Roma, che divenne il centro di governo della Chiesa, e i suoi legittimi successori ne esercitano il medesimo primato. I cristiani in comunione con il vescovo di Roma sono comunemente detti anche “cattolici romani”.

DOMANDE E RISPOSTE: SE LA MADRE DEL SIGNORE ABBIA CONOSCIUTO IL PECCATO

di Giuseppe Monno

Dove sta scritto nella Bibbia che Maria non ha mai conosciuto il peccato?

Maria è la piena di grazia (Luca 1,28). La pienezza della grazia, dono dell’Onnipotente, non è compatibile col peccato. Il greco kecharitoméne, tradotto in “piena di grazia”, è il participio perfetto passivo vocativo femminile singolare del verbo charitóo, che vuol dire “colmare di grazia”. Il prefisso ke indica il verbo al tempo perfetto, mentre il suffisso méne indica il verbo in forma di participio passivo. Perciò il senso di kecharitoméne tradotto da San Girolamo nel latino gratia plena, in italiano piena di grazia, è: “Tu che fosti colmata dalla grazia e che continui ad esserne colmata”. Nel Protovangelo leggiamo queste parole che Dio rivolse al serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3,15). Inimicizia tra la donna e il serpente significa che questa donna non è stata amica del peccato neppure una volta. Cristo, generato da Maria secondo la carne, ha schiacciato la testa dell’antico serpente per mezzo del suo trionfo sulla morte. Perciò Maria, la Piena di grazia, è la donna del Protovangelo.

Dove sta scritto nella Bibbia che questa donna è proprio Maria e non, in senso figurato, Israele dal quale proviene Cristo secondo la carne?

Questa donna non può essere Eva, perché fu amica del peccato a causa della sua disobbedienza a Dio per la seduzione del serpente. Non può essere neppure Israele, perché il popolo eletto si è allontanato molte volte da Dio, peccando anche di idolatria. Questa donna non può essere altri che Maria, dalla quale fu generato Cristo secondo la carne. Maria è la Piena di grazia, e la pienezza della grazia in Maria non è compatibile col peccato. Perciò Maria come fu concepita senza peccato, è pure vissuta senza mai peccare, poiché Dio l’ha sostenuta dal cadere nel peccato. Non era conveniente infatti che la Madre del Redentore fosse stata amica del peccato anche solo una volta.

Se Maria non ha mai conosciuto il peccato, perché nel suo cantico riconosce Dio come suo Salvatore?

Maria è stata redenta in anticipo, fin dal primo istante del suo concepimento, in vista dei meriti di Gesù Cristo, la cui salvezza universale ha effetti attivi e retroattivi. La sua è stata una redenzione singolare. Maria è stata preservata dall’esperienza del peccato, non solo originale ma anche personale, poiché la pienezza della grazia l’ha trattenuta dal precipitarvi. Non era conveniente infatti che la Madre del Redentore fosse stata amica del peccato anche solo una volta. Per questo l’angelo si è presentato da lei con le parole “Chaire Kecharitoméne”, che significano “Rallegrati Piena di grazia”. Quindi Maria, pur non avendo mai conosciuto il peccato, riconosce Dio come suo Salvatore (Luca 1,47).

Se Maria non ha mai conosciuto il peccato, perché Paolo dice: “Non c’è nessun giusto” (Romani 3,10), e anche: “Tutti hanno peccato” (Romani 3,23), ma senza aggiungere “eccetto Maria” ?

La Scrittura dice che Gesù Cristo non ha mai peccato (Ebrei 4,15). Ora, come mai Paolo dice che “non c’è nessun giusto”, e che “tutti hanno peccato”, senza aggiungere “eccetto Gesù” ? È ovvio che dall’universalità del peccato si deve escludere Gesù, così come si deve escludere sua madre. In quell’occasione Paolo stava insegnando che non c’è alcuna superiorità da parte del giudeo sul non giudeo, poiché tutti hanno peccato, ma sono gratuitamente giustificati dalla grazia di Dio, in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo (Romani 3,23-24). Ma dall’universalità del peccato si devono escludere Gesù e Maria, redenta in anticipo e in modo singolare, per i meriti di suo Figlio. La rivelazione divina è stata progressiva. Dio con i suoi tempi, non coi nostri, ha scelto di rivelare, per mezzo della sua Chiesa, in particolare Papa Pio IX e la bolla Ineffabilis Deus dell’8 dicembre 1854, che Maria è stata aliena dal peccato fin dal primo istante del suo concepimento.

GLORIA ESSENZIALE E ACCIDENTALE

A cura di Giuseppe Monno

Cosa sono la gloria essenziale e accidentale?

La gloria essenziale consiste nel pieno godimento della comunione perfetta con Dio e nella contemplazione diretta della Sua essenza, così com’egli è. È la partecipazione alla vita divina, la visione beatifica che costituisce la felicità suprema dei beati.

La gloria accidentale, invece, è un’aggiunta alla gloria essenziale — che di per sé è già piena e perfetta — e comprende tutte le gioie che derivano da ciò che non si identifica propriamente con Dio. Essa consiste nel godimento dei beni e delle realtà create che si trovano in Paradiso: la comunione con tutti i beati, la gioia di ritrovare i nostri cari, e la conoscenza delle opere buone che ciascuno ha compiuto sulla terra e delle grazie che gli angeli e i santi dispensano.

In Paradiso, dunque, godremo di una gioia totale e perpetua, nella visione sempre presente di Dio, unita alla comunione perfetta con tutti i beati del Cielo.

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