LE INDULGENZE NELLA VITA DELLA CHIESA

A cura di Giuseppe Monno

Significato teologico

L’indulgenza è un dono della misericordia di Dio, amministrato dalla Chiesa come dispensatrice dei beni spirituali meritati da Cristo e dai santi. Essa non cancella il peccato – che richiede sempre il pentimento sincero e il sacramento della Riconciliazione – ma rimuove la pena temporale dovuta per i peccati già perdonati quanto alla colpa.

Il fondamento dell’indulgenza si radica nel mistero della comunione dei santi: la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, vive unita nella grazia, e i meriti di Cristo e dei suoi membri santificati diventano una sorgente di purificazione per coloro che, ancora pellegrini, cercano la piena riconciliazione con Dio.

Fondamento biblico

Benché il termine “indulgenza” non appaia nella Sacra Scrittura, il suo principio è pienamente biblico.

Nel Vangelo, Cristo affida a Pietro le chiavi del Regno dei cieli, dicendo: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16,19). Questo potere di legare e sciogliere implica anche la capacità di applicare la remissione delle pene connesse ai peccati.

In 2 Samuele 12,13-14, dopo il peccato di Davide, il profeta Natan annuncia il perdono divino, ma anche la permanenza di una pena temporale (“Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai. Tuttavia…”).

San Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinzi, esercita un’autorità simile, rimettendo una pena ecclesiale “in persona di Cristo” (2 Corinzi 2,6-10).

Questi testi mostrano che la remissione del peccato non sempre esclude la necessità di una purificazione ulteriore, ed è in questa dinamica di giustizia e misericordia che si inserisce l’indulgenza.

Testimonianza dei Padri

I Padri della Chiesa conoscevano bene l’idea di una penitenza ecclesiale che potesse essere mitigata o abbreviata mediante l’intercessione dei santi e la carità della Chiesa.

Tertulliano (De corona militis) e san Cipriano di Cartagine (De mortalitate) parlano del “patrimonium sanctorum”, il tesoro dei santi che intercedono per i peccatori.

Sant’Ambrogio (De poenitentia) afferma che la Chiesa, come madre, “scioglie i vincoli della colpa con la misericordia della penitenza”.

Sant’Agostino (De Civitate Dei, XXI,13) distingue chiaramente tra la pena eterna e quella temporale, riconoscendo che la giustizia divina può essere mitigata attraverso opere di pietà e intercessione.

Sviluppo storico

Nel corso dei secoli, la pratica delle indulgenze si è evoluta come espressione concreta della comunione ecclesiale.

Nei primi secoli, la penitenza pubblica poteva essere abbreviata per mezzo dell’intercessione dei martiri o dei confessori della fede.

Nel Medioevo, la Chiesa ha formulato una dottrina più precisa, culminata nei decreti del Concilio di Trento (Sessione 25), che riafferma il valore delle indulgenze e condanna gli abusi connessi al loro uso improprio.

Il Concilio Vaticano II e la successiva riforma del 1967 (Indulgentiarum Doctrina di San Paolo VI) hanno ribadito che l’indulgenza è un invito alla conversione interiore e alla carità, non una “dispensa” formale dalla santità.

Indulgenze parziali e plenarie

La Chiesa distingue due tipi di indulgenza:

Indulgenza parziale: rimette in parte la pena temporale dovuta ai peccati già perdonati. Essa può essere ottenuta in molte circostanze quotidiane, come la recita devota di una preghiera approvata, la lettura della Scrittura per un certo tempo, o un atto di carità sincera.

Indulgenza plenaria: rimette tutta la pena temporale dovuta ai peccati. Essa può essere lucrata una volta al giorno, alle condizioni stabilite. Tra gli atti che concedono l’indulgenza plenaria vi sono, ad esempio, l’adorazione del Santissimo Sacramento per almeno mezz’ora, la recita del Rosario in famiglia o in Chiesa, la Via Crucis o la lettura della Sacra Scrittura per almeno mezz’ora con spirito devoto.

Condizioni per ottenere l’indulgenza plenaria

Per ottenere validamente l’indulgenza plenaria, la Chiesa richiede:

1. Confessione sacramentale (può essere compiuta entro una settimana prima o dopo l’atto indulgentiato);

2. Comunione eucaristica;

3. Preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre;

4. Distacco interiore da ogni peccato, anche veniale.

Se manca la piena disposizione interiore, l’indulgenza diventa parziale.

Dimensione spirituale e pastorale

L’indulgenza non è una “scorciatoia” alla santità, ma un segno della maternità spirituale della Chiesa che accompagna il fedele nel cammino di purificazione. Essa ci ricorda che nessuno si salva da solo: il cammino di redenzione è un’opera di comunione, in cui le grazie di Cristo e dei santi sostengono la debolezza umana.

Ricevere un’indulgenza, quindi, è partecipare attivamente alla misericordia divina, cooperando alla santificazione personale e universale. È anche un atto di carità verso le anime del Purgatorio, alle quali la Chiesa può applicare le indulgenze per alleviare o abbreviare la loro purificazione.

Conclusione

Le indulgenze sono un linguaggio di amore e giustizia: amore, perché rivelano la tenerezza di Dio che continua a purificare; giustizia, perché rispettano la libertà umana e la serietà del peccato. Esse non sostituiscono la conversione, ma la accompagnano, illuminando la via che unisce la penitenza alla gioia del perdono.

Come insegna san Giovanni Paolo II:

“L’indulgenza è il respiro della misericordia che attraversa la Chiesa e raggiunge il cuore dell’uomo penitente.”

CONTRO L’ERESIA MODALISTA O PATRIPASSIANA: LA DISTINZIONE E L’UNITÀ DELLE PERSONE DIVINE

A cura di Giuseppe Monno

Tra le antiche eresie cristologiche e trinitarie del II secolo, una delle più insidiose fu quella del monarchianismo modalista, detta anche patripassianismo. Il suo principale esponente fu Noeto di Smirne, seguito poi da Sabellio, dal quale tale dottrina prese anche il nome di sabellianesimo.

Secondo questa eresia, Dio sarebbe un’unica persona che si manifesterebbe in tre diversi “modi” o “aspetti”: come Padre nella creazione, come Figlio nella redenzione, e come Spirito Santo nella santificazione. Ne derivava che il Padre stesso si sarebbe incarnato e avrebbe patito sulla croce, da cui il termine patripassianismo (“il Padre che soffre”).

Tale concezione nega la distinzione reale delle Persone divine nella Trinità, confondendo le persone in un’unica ipostasi e riducendo la rivelazione trinitaria a una semplice successione di maschere o ruoli divini. Essa fu condannata solennemente dalla Chiesa, la quale, illuminata dallo Spirito Santo, riconobbe e definì la verità rivelata secondo cui in Dio vi è un’unica natura divina in tre Persone realmente distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

La testimonianza della Scrittura

I Vangeli manifestano con chiarezza questa distinzione personale. Nel battesimo di Gesù al Giordano (Matteo 3,16-17; Marco 1,10-11; Luca 3,21-22), appaiono simultaneamente le tre Persone divine:

il Figlio incarnato che riceve il battesimo e prega;

lo Spirito Santo che discende su di Lui in forma corporea come una colomba;

il Padre che fa udire la sua voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.”

Non si tratta di un’unica persona che agisce in tre ruoli successivi, ma di tre soggetti distinti che agiscono simultaneamente in comunione perfetta.

Lo stesso si vede nella trasfigurazione sul monte Tabor (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8; Luca 9,28-36):

il Figlio appare trasfigurato nella gloria;

lo Spirito Santo si manifesta nella nube luminosa che avvolge i discepoli;

il Padre parla ancora una volta dal cielo, dicendo: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”

In entrambi gli episodi si rivela il mistero trinitario nella sua struttura relazionale: il Padre che parla, il Figlio che riceve la missione, e lo Spirito che unisce e santifica.

La distinzione delle Persone e l’unità della sostanza

La Sacra Scrittura e la Tradizione insegnano che:

il Figlio è generato dal Padre (Giovanni 1,14.18; 3,16);

lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (Giovanni 14,26; 15,26; 16,7).

Ora, ciò che è generato non può essere identico alla persona che lo genera, e ciò che procede non può essere la stessa persona da cui procede. Perciò, il Figlio non è il Padre, e lo Spirito Santo non è né il Padre né il Figlio.
Tuttavia, in ciascuna Persona sussiste la medesima e unica sostanza divina, non divisa né moltiplicata. Come insegna il Simbolo di Atanasio (Quicumque):

“Altra è la Persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma una sola è la divinità, uguale la gloria, coeterna la maestà.”

La distinzione dunque non è di natura, ma di relazione d’origine: il Padre non procede da alcuno, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio. Così si salvaguardano sia l’unità divina, sia la reale distinzione personale.

La condanna del modalismo e la fede della Chiesa

La Chiesa, già dai tempi dei Padri apostolici e apologisti, difese con vigore questa fede. Tertulliano, contro i patripassiani, scrisse l’opera Adversus Praxean, affermando:

“Prassea ha fatto due mali: ha cacciato il Paraclito e ha crocifisso il Padre.”

Con questa formula paradossale, egli denunciava l’assurdità del modalismo: se il Padre e il Figlio fossero la stessa persona, si dovrebbe dire che il Padre stesso è morto in croce.

Più tardi, i Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) formularono con chiarezza dogmatica la dottrina trinitaria: il Figlio è consustanziale (“homoousios”) al Padre, e lo Spirito Santo è “Signore vivificante, e procede dal Padre” (successivamente i latini aggiunsero “e dal Figlio”).

La rivelazione dell’amore trinitario

Infine, la verità della distinzione delle Persone non è una mera questione speculativa, ma riguarda l’essenza stessa dell’amore divino. Dio è Trinità proprio perché Dio è Amore (1Giovanni 4,8):

il Padre ama il Figlio e gli comunica tutto se stesso;

il Figlio riceve l’amore e lo restituisce al Padre;

lo Spirito Santo è l’Amore stesso che procede da entrambi, vincolo perfetto della comunione eterna.

Se Dio fosse una sola persona che si manifesta in modi diversi, non ci sarebbe in Lui relazione né comunione, e dunque non vi sarebbe amore personale. Il mistero trinitario rivela che Dio è da sempre relazione, dono, comunione perfetta di Persone.

Conclusione

Contro il modalismo, la Chiesa proclama la fede apostolica:

“Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente… e in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio… e nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita.”

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone realmente distinte, ma un solo Dio vero, consustanziali, coeterne, inseparabili nell’essenza e nell’azione.

Così, nella gloria eterna e nella vita della grazia, il cristiano è introdotto nella comunione trinitaria: dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.

GESÙ CRISTO: L’ALFA E OMEGA

A cura di Giuseppe Monno

Apocalisse 1,8
“Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.”

Apocalisse 22,13
“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.”

Apocalisse 1,8 è uno dei versetti più solenni e maestosi dell’intera Scrittura, dove il titolo divino “Alfa e Omega” (cioè “principio e fine”) è applicato a Dio stesso. Ma nel contesto dell’Apocalisse, questo titolo viene poi ripreso da Gesù Cristo (in 22,13), mostrando la piena identità divina tra il Padre e il Figlio.

Alfa (Α) e Omega (Ω) sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco. Indicano totalità, pienezza, principio e fine di tutto. È un’espressione equivalente a quella di Isaia 44,6 (LXX): “Io sono il primo e l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio.”

In ambito biblico Dio è l’origine e il compimento di ogni cosa, l’eterno Signore del tempo e della storia. Quindi: “Alfa e Omega” significa eternità e totale dominio su tutta la realtà.

In Apocalisse 1,8, “Alfa e Omega” e i titoli successivi (“Colui che è… l’Onnipotente”) esprimono l’identità eterna, trascendente e assoluta di Dio. Ma nel contesto dell’Apocalisse, queste stesse parole sono applicate anche a Gesù Cristo:

Apocalisse 22,12-13
“Ecco, io vengo presto… Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.”

Cristo si auto-identifica con gli stessi titoli divini del Padre. L’Apocalisse non distingue tra i titoli divini del Padre e del Figlio, ma entrambi posseggono la stessa identità divina.

Nel linguaggio apocalittico, il Padre e il Figlio condividono gli stessi attributi divini. Cristo non è “dio minore” o “creatura glorificata”, ma Dio stesso, Signore del tempo e della storia.

In Apocalisse 1,8 parla “il Signore Dio”, ma già in 1,17-18 e 22,13 le stesse parole vengono dette da Cristo. Ciò riflette la fede trinitaria:

un solo Dio,

tre Persone (Padre e Figlio e Spirito Santo),

la stessa divinità, potenza e gloria.

Cristo è “Alfa e Omega”, Principio e Fine della creazione, della redenzione e della storia umana. Tutto trova origine e compimento in Lui (cfr. Colossesi 1,16-17).

Egli è “Colui che viene” (“erchomenos”). Il verbo presente sottolinea la venuta continua di Cristo:

nella storia (Incarnazione),

nella Chiesa (Eucaristia, grazia),

e alla fine dei tempi (Parusia).

Secondo sant’Ireneo di Lione (Adversus Haereses, IV, 6, 5):

“Colui che è chiamato Alfa e Omega, principio e fine, è il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto fu fatto e che è Signore di tutte le cose.”

Mentre sant’Agostino (De Civitate Dei, XI,6):

“Cristo è detto Alfa e Omega perché in Lui tutto inizia e tutto si compie; nulla esiste fuori della Sua eternità.”

In Apocalisse 1,8 e 22,13, il titolo “Alfa e Omega” rivela che Gesù Cristo è l’Eterno, l’Onnipotente, Dio stesso fatto uomo.
Egli è il principio di tutto ciò che esiste e il compimento finale di tutta la creazione:

“Tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui… Tutto in Lui sussiste” (cfr. Colossesi 1,16-17).

GESÙ CRISTO: DIO DA DIO

A cura di Giuseppe Monno

Ebrei 1,3
“Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli”

Ebrei 1,8
“del Figlio invece afferma: Il tuo trono, Dio, sta in eterno e: Scettro giusto è lo scettro del tuo regno”

Il primo capitolo della Lettera agli Ebrei è tra i più solenni e teologicamente ricchi del Nuovo Testamento. Nei versetti 3 e 8, l’autore presenta Gesù Cristo come pienamente divino, immagine perfetta del Padre, Creatore, e degno di adorazione.

Ebrei 1,3 e 1,8 costituiscono una professione cristologica altissima: Gesù Cristo è il Figlio eterno di Dio, irradiazione della Sua gloria, immagine perfetta della Sua sostanza, sostentatore e redentore del mondo, Re eterno il cui trono è eterno.

Cristo è “irradiazione” (“apaugasma”), luce che emana da una fonte luminosa (come il raggio dal sole). Indica che Cristo non è una semplice riflessione della gloria divina, ma ne è l’irradiazione naturale e consustanziale. Come il raggio è della stessa natura del sole, così il Figlio è della stessa natura del Padre: “Dio da Dio, Luce da Luce” (Simbolo Niceno).

È l’impronta (“charakter”) perfetta della sostanza (“hypostasis”) o realtà divina del Padre, non una copia creata. È della stessa sostanza (“homoousios”, come affermerà il Concilio di Nicea, 325).

Sostiene tutte le cose con la sua potenza divina. Il verbo “pherōn” è al presente e significa azione continua: “Tutto sussiste in lui” (cfr. Colossesi 1,17).

L’autore unisce in un solo versetto Cristo creatore, sostentatore e redentore: prerogative divine.

L’espressione biblica “siede alla destra di Dio”, significa partecipazione al potere e alla gloria del Padre. Il Figlio siede alla destra della Maestà, cioè condivide la regalità divina.

Cristo è Dio vero, “irradiazione della gloria del Padre” e “impronta della sua sostanza”. Non è un essere creato o inferiore, ma consustanziale al Padre.

Svolge funzioni che spettano solo a Dio: crea e sostiene l’universo, purifica dai peccati, siede alla destra della Maestà divina.

Ebrei 1,3 è una delle più alte professioni di fede nella divinità di Gesù Cristo.

Nel v. 8 l’autore cita il Salmo 45 (44), applicandolo direttamente a Cristo. L’autore rivolge a Cristo il titolo di Dio.

Contrappone ciò che è detto degli angeli (v. 7) a ciò che è detto del Figlio (v. 8): agli angeli si parla di servizio; al Figlio si dice: “Il tuo trono, o Dio, sta in eterno”.

Il versetto successivo (v. 9) continua: “Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto…”. Chiaramente due persone divine, non un’identificazione simbolica. Quindi l’autore afferma apertamente che il Figlio è chiamato “Dio” (“ho theos”).

Il Padre stesso parla al Figlio e lo chiama “Dio”. Il Figlio siede su un trono eterno, ha uno scettro di giustizia, e regna per sempre: attributi che spettano solo a Dio.

Insieme al v. 3, il v. 8 è una testimonianza esplicita della divinità di Cristo. Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, ma il Figlio non è il Padre. Qui è implicita la dottrina trinitaria: distinzione delle persone, unità di natura.

Questi versetti sono centrali nella dottrina cattolica: confermano la divinità consustanziale del Figlio, fondano la fede nella Trinità, e mostrano che Cristo è Dio incarnato, Signore e Re eterno.

IN CRISTO ABITA CORPORALMENTE TUTTA LA PIENEZZA DELLA DIVINITÀ

A cura di Giuseppe Monno

Colossesi 2,9
“Perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.”

Questo è uno dei versetti più chiari e diretti del Nuovo Testamento nel proclamare la piena divinità di Gesù Cristo. Paolo afferma che in lui risiede tutta la realtà divina.

L’apostolo fa uso del verbo “katoikei” (“abita”, “risiede”, “dimora”), presente indicativo che significa azione continua e permanente, non temporanea. La divinità non “passa” in Cristo, dimora stabilmente in Lui.

Non si tratta di una parte o un riflesso della divinità, ma la totalità assoluta: “pan to pleroma” (“tutta la pienezza”, “totalità”, “completezza”).

Paolo utilizza un termine raro e molto importante: “theotes”, che significa la natura divina in senso pieno, l’essenza di Dio. Non utilizza “theiotes”, che significa divinità in senso generico (come in Romani 1,20). Qui è il termine più forte possibile per affermare che Gesù è realmente “Dio”, non solo “divino”.

Questa pienezza divina risiede in modo incarnato (“somatikos”, “corporalmente”), cioè nel corpo umano di Cristo.

Paolo mette in guardia contro le filosofie umane e gli insegnamenti gnostici che svalutavano Cristo o lo consideravano un essere intermedio:

v. 8: “Guardate che nessuno vi inganni con la filosofia e con vuoti raggiri…”
v. 9: “Poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità.”
v. 10: “E voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e potestà.”

L’argomento è chiaro: non serve cercare “poteri celesti” o “emanazioni divine” (come gli gnostici dicevano). Tutto ciò che è divino si trova in Cristo, nella sua persona incarnata. Gli gnostici sostenevano che la “pienezza divina” era distribuita tra vari esseri celesti, chiamati “eoni”. Paolo replica che “tutta la pienezza è in Cristo solo”.

Cristo è vero Dio e vero uomo:

“In lui abita corporalmente” (vero uomo)

“tutta la pienezza della divinità” (vero Dio)

È la dottrina dell’Incarnazione, del Verbo fatto carne (Giovanni 1,14).

In Cristo la natura divina e quella umana sono unite in una sola Persona, quella del Verbo eterno, il Figlio unigenito. Colossesi 2,9 descrive questa unione ipostatica e proclama con assoluta chiarezza che Gesù Cristo è realmente e pienamente Dio, e in Lui abita in modo permanente tutta la natura divina.

È uno dei fondamenti biblici della fede cristiana dell’Incarnazione e della divinità di Cristo: Dio non si limita a manifestarsi in Gesù, Dio abita in Lui in tutta la sua pienezza.

IO E IL PADRE SIAMO UNO

A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 10,30
“Io e il Padre siamo uno.”

La parola chiave è “hen” (“uno”), che è neutro, non maschile. Se Gesù avesse detto “heis” (“uno”), al maschile, avrebbe significato “una sola persona”. Invece utilizza il neutro “hen”, che significa unità di essenza o natura, non di persona.

Quindi Gesù non dice: “Io e il Padre siamo la stessa persona”, ma: “Io e il Padre siamo una sola cosa, una sola realtà divina”.

I giudei capiscono perfettamente che Gesù sta rivendicando “uguaglianza” con Dio, e per questo vogliono lapidarlo:

“Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio.” (v. 33)

Questo versetto è la chiave interpretativa: gli ascoltatori capiscono che Gesù ha appena affermato la propria divinità, non semplicemente una comunione morale o spirituale col Padre.

Giovanni 10,30 non va inteso come unione d’intenti, ma come affermazione ontologica: Gesù possiede la stessa natura divina del Padre.

Anche in Giovanni 5,18 leggiamo che i giudei cercavano di uccidere Gesù perché si faceva uguale a Dio.

Inoltre, nel Getsemani, Gesù prega il Padre perché i discepoli “siano uno come noi siamo uno” (Giovanni 17,11.21), unità del Padre e del Figlio come modello di unità ecclesiale.

CRISTO… COLUI CHE È… DIO BENEDETTO

A cura di Giuseppe Monno

Romani 9,5:

“da essi proviene Cristo secondo la carne, colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli…”

Qui “Dio benedetto” non è una dossologia rivolta al Padre, ma una descrizione di Cristo.

La costruzione “ho on” (“colui che è”) è una forma appositiva naturale che qualifica immediatamente “ho Chistos” (“Cristo”).

In tutto il Nuovo Testamento, eulogetós (“benedetto”) segue sempre il sostantivo a cui si riferisce. Qui “theòs eulogetós” (non “eulogetós theòs”) suggerisce che non è una dossologia, ma una descrizione di Cristo.

Si armonizza con altri testi paolini che attribuiscono a Gesù titoli divini (es. Tito 2,13, Colossesi 2,9, ecc.).

In greco biblico l’espressione “Dio benedetto” può comparire in due modi:

dossologia: “eulogetòs theòs” (“sia benedetto Dio”), aggettivo + sostantivo

descrizione: “theòs eulogetós” (“Dio benedetto”), sostantivo + aggettivo

La differenza è piccola ma molto significativa.

Nel Nuovo Testamento ci sono molti casi (Marco 14,61; Luca 1,68; 2Corinzi 1,3; Efesini 1,3; 1Pietro 1,3) dove l’ordine è “eulogetòs theòs” (“sia benedetto Dio”, aggettivo + sostantivo), e indica una dossologia, cioè una benedizione rivolta a Dio, non una descrizione.

L’unico caso di “theòs eulogetós” (“Dio benedetto”, sostantivo + aggettivo) nel Nuovo Testamento è Romani 9,5.

Nel greco biblico, quando l’aggettivo segue il sostantivo (“theòs eulogetós”), il senso è descrittivo o qualificativo, non esclamativo o liturgico.

Quindi se Paolo avesse voluto scrivere una dossologia (“Sia benedetto Dio”), avrebbe scritto “theòs eulogetós” (aggettivo + sostantivo). Ma ha scritto “ho on epi panton theòs eulogetós” (“colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto”). Qui “theòs eulogetós” è una qualifica attributiva, non un’invocazione.

Questa struttura, dal punto di vista sintattico, si attacca naturalmente a “ho Chistos” (“Cristo”) come una sua descrizione appositiva:

“… Cristo… colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto…”

L’ordine “theòs eulogetós” in Romani 9,5 non è mai utilizzato nelle dossologie, ma è coerente con una frase descrittiva che identifica Cristo come Dio benedetto.

Perciò la lettura più naturale e grammaticalmente coerente è quella cristologica:

Paolo chiama esplicitamente Cristo “Dio benedetto nei secoli”, riconoscendolo sovrano ed eterno.

MIO SIGNORE E MIO DIO

A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 20,28:

“Rispose Tommaso e gli disse: mio Signore mio e Dio.”

L’uso del doppio articolo (“ho Kyrios… ho Theos…”) indica due appellativi distinti ma riferiti alla stessa persona: Gesù. Non è una formula esclamativa di stupore, ma una professione di fede personale e diretta. Tommaso rivolge quelle parole proprio a Gesù, come vediamo dalle parole “eipen auto” (“a lui disse”).

In Giovanni, Kyrios e Theos non sono titoli onorifici qualunque. Kyrios rimanda al Signore dell’Antico Testamento (Yhwh), mentre Theos afferma la piena partecipazione di Gesù alla divinità. Tommaso riconosce in Gesù non solo il maestro risorto, ma Dio stesso manifestato nella carne (cfr. Giovanni 1,14; 1Timoteo 3,16).

Il doppio “mou” (mio) esprime l’appropriazione intima della fede: non un’adesione teorica, ma un incontro salvifico. La fede non è più condizionata dalla vista, ma nasce dal riconoscimento del Risorto come Signore e Dio della propria vita.

Gesù non corregge Tommaso, segno che accetta il suo riconoscimento divino:

“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Questa beatitudine finale estende la fede di Tommaso a ogni credente futuro.

“Mio Signore e mio Dio” è una professione di fede che riassume tutto il Vangelo.

SUL CANTO DEGLI ANGELI NEL NATALE

A cura di Giuseppe Monno

Nel cuore della notte, sul silenzio dei campi di Betlemme, la voce degli angeli rompe la distanza tra cielo e terra: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra…” È un canto che contiene tutto il mistero del Natale — la gloria che sale e la pace che scende — come due movimenti che si incontrano in un punto solo: il Bambino nella mangiatoia.

Ancora oggi tanti fedeli si interrogano su quelle parole: “pace in terra agli uomini di buona volontà” o “agli uomini che Egli ama”? Non è soltanto una questione di traduzione, ma di prospettiva spirituale.

La versione più antica, “agli uomini di buona volontà”, sembra porre l’accento sull’uomo, sulla sua disposizione interiore: la pace come dono che si riceve quando il cuore è aperto, umile, docile. È la buona volontà di chi cerca Dio, di chi, come i pastori, veglia nella notte. È la pace che fiorisce là dove c’è un terreno disponibile, una volontà che si lascia guidare. In questo senso, la pace è dono e frutto insieme: dono di Dio, ma accolto solo da chi ha un cuore libero e buono.

La versione più recente, “agli uomini che Egli ama”, sposta invece lo sguardo su Dio: la pace non nasce dall’impegno umano, ma dall’amore gratuito del Signore. Non si tratta di un premio per i meritevoli, ma di una grazia riversata su chi è amato, cioè su tutti, perché Dio ha scelto di amare l’umanità intera. È una pace che precede ogni merito e che scaturisce dal mistero della misericordia.

Le due letture non si oppongono, ma si completano. La pace nasce dall’amore di Dio e trova dimora nel cuore dell’uomo di buona volontà. È un dialogo tra grazia e libertà: Dio offre la pace, ma essa fiorisce solo dove la volontà dell’uomo si apre alla bontà. Gli angeli cantano dunque un annuncio universale e personale insieme: Dio ama ogni uomo, ma solo chi accoglie quell’amore entra davvero nella pace.

Così, nel giorno di Natale, il cielo e la terra si incontrano: la gloria di Dio si rivela non per allontanare l’uomo, ma per raggiungerlo. E la pace — tanto desiderata, fragile e luminosa — è il segno che l’amore di Dio è entrato nel tempo, perché anche l’uomo, finalmente, possa avere una “buona volontà” che risponde al dono ricevuto.

La buona volontà è il terreno, l’amore di Dio è la pioggia; e quando la pioggia cade sulla terra ben disposta, allora germoglia la pace. Per questo, ogni Natale, gli angeli ripetono lo stesso canto: non per ricordare un evento passato, ma per annunciare ancora che la pace non è lontana. Essa nasce dove Dio è amato e dove l’uomo, finalmente, vuole il bene che Dio vuole.

DIVINITÀ E KENOSI DEL FIGLIO DI DIO

A cura di Giuseppe Monno

Filippesi 2,5-7

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana

Il greco “morphe Theou” che letteralmente significa “forma di Dio”, indica la condizione o natura divina preesistente, perciò traduzioni come la CEI traducono con “natura divina”.

Lo “svuotamento” (la cosiddetta “kenosi”) non significa che il Figlio di Dio si sia privato della sua divinità, poiché ciò sarebbe impossibile, visto che Egli è Dio per natura, non per partecipazione o dono. La divinità non gli è attribuita, ma è la sua stessa essenza. In altre parole, essere Dio non è qualcosa che il Figlio “ha”, ma qualcosa che Egli “è”.

Il Figlio di Dio svuotò sé stesso nel senso che, assumendo la natura umana e divenendo in tutto simile a noi (ad eccezione del peccato), rinunciò a manifestare la divinità pienamente, accettando i limiti della condizione umana, sottomettendosi alla sofferenza e alla morte, velando la gloria divina sotto la carne. È quindi uno “spogliarsi” nella modalità dell’agire, non nell’essenza dell’essere.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora