SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO

A cura di Giuseppe Monno

Secondo la Tradizione della Chiesa cattolica, i genitori della Beata Vergine Maria sono Anna e Gioacchino.

Questa informazione non si trova nei Vangeli canonici, ma proviene da testi apocrifi antichi, in particolare dal Protovangelo di Giacomo (II secolo), che racconta la nascita miracolosa di Maria da una coppia di sposi anziani e pii che non riuscivano ad avere figli.

Entrambi sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica, e la loro memoria liturgica comune è celebrata il 26 luglio.

Non tutta la fede cattolica viene solo dalla Bibbia. Nella Chiesa, la Rivelazione divina è trasmessa attraverso due fonti inseparabili: la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione.

Questo è esplicitamente affermato nella Dei Verbum (n. 9) del Concilio Vaticano II. Ciò significa che alcuni elementi della fede — come i nomi dei genitori di Maria — non vengono dalla Bibbia, ma da una tradizione antica accettata nel tempo dal popolo cristiano e confermata dal Magistero.

Il Protovangelo di Giacomo, pur non essendo ispirato né canonico, contiene antiche tradizioni popolari su Maria e sulla sua famiglia che circolavano già nel II secolo. La Chiesa non lo riconosce come testo sacro, ma non tutto ciò che contiene è considerato falso. Alcuni elementi (come i nomi di Anna e Gioacchino) sono stati accolti nella pietà cristiana perché coerenti con la fede e la devozione mariana, senza contraddire la dottrina.

Nel corso dei secoli, la devozione a sant’Anna e san Gioacchino si è diffusa spontaneamente tra i fedeli, e la Chiesa ha poi ufficialmente approvato e integrato questo culto nel calendario liturgico. Non è quindi un “dogma rivelato”, ma una tradizione venerabile riconosciuta come edificante per la fede.

La Chiesa venera sant’Anna e san Gioacchino non perché i loro nomi siano in un vangelo apocrifo, ma perché la Tradizione viva della Chiesa — che precede e accompagna la Scrittura — ha riconosciuto in loro figure autentiche di santità e modelli di fede.

“IL SERVO DI DIO” E IL MISTERO DI CRISTO: Commento ad Atti 3,13

A cura di Giuseppe Monno

Atti 3,13

“Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo.”

Queste parole di san Pietro, pronunciate al portico di Salomone dopo la guarigione dello storpio, rivelano la profondità del mistero cristologico. L’apostolo chiama Gesù “il servo di Dio”, espressione che, a prima vista, potrebbe sembrare in contrasto con la fede nella divinità di Cristo. Tuttavia, nella luce della Rivelazione, questa formula esprime l’unità del mistero dell’Incarnazione: Gesù è insieme vero Dio e vero uomo.

Gesù “servo di Dio” secondo la sua natura umana

Quando Pietro parla del servo di Dio, egli si riferisce a Cristo nella sua condizione umana. Il Figlio eterno del Padre, assumendo la nostra natura, ha preso la forma di servo:

“Pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2,6-7).

Questo abbassamento volontario — la “kenosi” — non diminuisce la divinità del Figlio, ma ne manifesta la potenza nell’amore e nell’obbedienza. Nella sua umanità, Gesù si è fatto il perfetto servo del Signore, prefigurato nei canti del Servo di Isaia (Isaia 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13–53,12).

Isaia aveva annunciato: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio; ho posto il mio spirito su di lui” (Isaia 42,1).

Pietro, chiamando Gesù «servo di Dio», riconosce in Lui il compimento di questa profezia: colui che, con l’obbedienza fino alla morte, prende su di sé i peccati del mondo e viene glorificato da Dio nella risurrezione.

Gesù “glorificato” come Figlio di Dio

Pietro aggiunge: “Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù”. La glorificazione, nella teologia giovannea e neotestamentaria, coincide con la risurrezione e l’esaltazione del Cristo alla destra del Padre (Giovanni 12,23; 17,1; Atti 2,33).

Nell’umanità di Gesù, Dio Padre manifesta la sua gloria e riconosce l’obbedienza perfetta del Figlio (Ebrei 5,8-9). Così, il “servo” è glorificato come Signore:

“Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi” (Filippesi 2,9-10).

Gesù, il Servo e l’Autore della vita

Immediatamente dopo, Pietro proclama: “Voi avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti” (Atti 3,15).

Qui la tensione apparente si risolve: il servo è anche l’autore della vita, cioè Dio stesso. Pietro confessa che il Crocifisso è il Signore risorto, lo stesso che dona la vita e la crea (cfr. Giovanni 1,3-4; Colossesi 1,16-17).

La Scrittura è unitaria: colui che, come uomo, serve e obbedisce, è lo stesso che, come Dio, dà la vita. Il servo è dunque Signore, secondo la doppia natura del Cristo una sola Persona divina.

Gesù stesso aveva annunciato: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Giovanni 2,19), testimoniando che la sua risurrezione è opera della potenza divina che Egli possiede in quanto Figlio eterno del Padre.

Testimonianza della Tradizione e dei Padri della Chiesa

La Chiesa ha sempre letto in chiave cristologica il titolo “servo di Dio”.

Sant’Ireneo di Lione afferma: “Il Figlio di Dio si fece servo per ricapitolare in sé la nostra disobbedienza con la sua obbedienza, e così ricondurci al Padre” (Adversus haereses, III,18,7).

Sant’Agostino spiega: “Cristo, come Dio, è uguale al Padre; come uomo, è servo. Il servo non è la natura divina, ma la natura umana assunta” (Enarrationes in Psalmos 39,2).

San Leone Magno ribadisce: “L’umiltà della carne non ha diminuito la maestà del Verbo, ma l’ha esaltata nel mistero della salvezza” (Sermo 28, In Nativitate Domini).

Il Concilio di Calcedonia (451) definisce solennemente che in Cristo vi sono due nature, divina e umana, “senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione”, unite in un’unica Persona divina. Per questo, ciò che si dice di Cristo come “servo” si riferisce alla sua umanità, ma appartiene realmente al Figlio di Dio.

Sintesi teologica

Dunque, chiamando Gesù servo di Dio, Pietro non nega la sua divinità, ma proclama la realtà del suo abbassamento per amore.

Come uomo, Gesù è il servo obbediente che offre se stesso in sacrificio per la redenzione.

Come Dio, è l’autore della vita e colui che risuscita se stesso dai morti.

Nella croce e nella risurrezione, si rivela la piena verità del Figlio: “Il servo umiliato è il Signore glorificato” (cfr. Isaia 52,13).

Conclusione

Pietro, nel proclamare Gesù come “servo” e “autore della vita”, confessa il cuore del mistero cristiano: il Figlio eterno del Padre si è fatto uomo per servire (Marco 10,45), per offrire la vita in riscatto per molti, e nella sua obbedienza ha manifestato la gloria divina.

In Lui si compiono le parole del profeta: “Ecco, il mio servo prospererà, sarà innalzato, esaltato e grandemente glorificato” (Isaia 52,13).

Così, per la fede cattolica, Gesù Cristo è insieme il Servo obbediente e il Signore glorioso, vero Dio e vero uomo, centro dell’economia della salvezza e della glorificazione dell’uomo in Dio.

MARIA ONNIPOTENTE PER GRAZIA

A cura di Giuseppe Monno

L’espressione “Maria è onnipotente per grazia” è una formula teologica antica e delicata, che va capita nel suo senso corretto, non letterale né paragonabile all’onnipotenza di Dio.

L’onnipotenza appartiene solo a Dio

Secondo la dottrina cattolica, solo Dio è onnipotente per natura. Solo Lui può creare dal nulla, dominare tutte le cose e agire senza limiti. Maria, come ogni creatura, non ha poteri propri: tutto ciò che è e fa viene da Dio.

Cosa significa allora “onnipotente per grazia”

La Chiesa — in particolare autori come san Bernardo di Chiaravalle e sant’Alfonso Maria de’ Liguori — hanno fatto uso dell’espressione “omnipotentia supplex” (“onnipotente per grazia”) per indicare la potenza dell’intercessione di Maria presso Dio.

In altre parole:

Tutto ciò che Maria chiede a Dio, lo ottiene, non perché sia lei divina, ma perché Dio, nella sua volontà, ha deciso di non negarle nulla di ciò che domanda. È una forma poetica e teologica per dire che Maria ha piena comunione con la volontà di Dio, e che le sue preghiere sono sempre efficaci, perché perfettamente conformi a ciò che Dio vuole concedere.

Una formula antica e approvata nel linguaggio devozionale

San Bernardo di Chiaravalle diceva: “Dio ha voluto che tutto ci venisse per mezzo di Maria.”

E sant’Alfonso Maria de’ Liguori la definisce: “Onnipotente per grazia, perché ottiene da Dio ciò che vuole.”

Questa espressione non è un dogma, ma una forma devozionale e teologica che riflette l’intensità dell’amore e della fiducia che i santi ripongono nella sua intercessione.

SECONDO COMANDAMENTO: NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

A cura di Giuseppe Monno

II. Non nominare il nome di Dio invano.

Il secondo comandamento, come formulato nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2142-2167), afferma:

“Non pronuncerai il nome del Signore, tuo Dio, invano” (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11).

In questa parola, Dio chiede al suo popolo un atteggiamento di profonda riverenza nei confronti del suo Nome, che nella mentalità biblica non è un semplice suono o una designazione convenzionale, ma il segno della presenza stessa di Dio, della sua santità e della sua identità rivelata. Pronunciare il nome di Dio significa entrare in relazione con Lui; perciò, abusarne è un atto di profanazione.

Il significato teologico del Nome di Dio

Nel linguaggio biblico, il “nome” è una realtà viva: indica la persona nella sua essenza e nel suo mistero. Quando Dio rivela a Mosè il suo Nome – “Io sono colui che sono” (Esodo 3,14) – Egli si manifesta come l’Essere sussistente, fedele e presente nella storia. Il Nome divino diviene così un simbolo sacrale, che racchiude la verità e la fedeltà di Dio al suo popolo.

Il comandamento dunque non si limita a proibire la bestemmia, ma invita a custodire il mistero divino con timore e amore. Nominare Dio invano significa ridurlo a strumento per fini umani: è la tentazione di usare il sacro per giustificare la menzogna, l’ingiustizia o la vanità. San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, II-II, q. 122, a. 3) afferma che questo comandamento tutela la pietà, cioè il giusto atteggiamento di riverenza verso Dio, che si manifesta anzitutto nel linguaggio.

L’interpretazione dei Padri della Chiesa

I Padri hanno spesso meditato su questo precetto, collegandolo alla purezza della fede e alla sincerità del cuore.

Sant’Agostino (De Sermone Domini in Monte) ricorda che il Nome di Dio non deve essere pronunciato se non per onorarlo o per invocarlo con fede. L’uomo che giura falsamente o usa il Nome divino per scopi egoistici tradisce la verità di Dio, poiché “chi mente su Dio mente contro se stesso, che è immagine di Dio”.

San Giovanni Crisostomo ammoniva i cristiani di non mescolare il Nome santo alle trivialità quotidiane: “Chi nomina Dio con leggerezza ne sminuisce la maestà, come se il Signore fosse compagno di chiacchiere e non il Re dell’universo”.

Origene (Commento all’Esodo) sottolineava che il Nome del Signore è “potente e salvifico” solo quando è pronunciato in uno spirito di fede, perché “non la parola, ma il cuore che la pronuncia determina la sua santità”.

Il Nome di Gesù e la sua piena rivelazione

Nel Nuovo Testamento, la rivelazione del Nome di Dio raggiunge la sua pienezza in Gesù Cristo. San Paolo afferma che Dio gli ha dato “il Nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Filippesi 2,9). Pronunciare il Nome di Gesù con fede significa partecipare alla sua presenza e alla sua potenza salvifica. Di conseguenza, il secondo comandamento trova in Cristo il suo compimento: non solo ci è proibito profanare il Nome divino, ma siamo chiamati a invocarlo con amore, come figli che confidano nel Padre.

Applicazioni spirituali e morali

Oltre alla bestemmia esplicita, il comandamento vieta ogni forma di abuso del sacro: i giuramenti falsi, le promesse fatte a Dio e non mantenute, l’uso superstizioso del Nome divino o delle parole sacre. Il Catechismo (CCC 2149) afferma che bestemmiare è “un grave peccato”, ma lo è anche “usare il nome di Dio per coprire il crimine o l’ingiustizia”.

Al contrario, il cristiano è chiamato a santificare il Nome di Dio nella sua vita quotidiana, come insegna il Padre nostro: “Sia santificato il tuo Nome”. Ogni parola, ogni giuramento e ogni atto deve riflettere questa santità.

Come scrive san Gregorio di Nissa, “la lingua che pronuncia il Nome di Dio deve essere purificata dal fuoco dell’amore, perché solo la bocca che arde di carità può dire Dio senza offenderlo”.

Conclusione

Il secondo comandamento, lungi dall’essere una semplice norma linguistica, è un invito alla trasparenza del cuore e alla verità della relazione con Dio. Nominare Dio significa riconoscere la sua presenza, la sua santità e la sua sovranità sulla nostra vita. Ogni parola rivolta a Lui deve nascere dal silenzio adorante, dove la lingua tace e il cuore parla.

Come insegnava sant’Ambrogio:

“Non c’è voce più alta di quella che prega in silenzio e non c’è parola più pura di quella che pronuncia il Nome di Dio con amore.”

IL SACERDOZIO FEMMINILE

A cura di Giuseppe Monno

Il tema del sacerdozio femminile rappresenta una delle questioni più delicate e discusse nella teologia contemporanea. Tuttavia, per comprenderne in modo autentico e fedele la posizione della Chiesa cattolica, è necessario risalire alle sue radici bibliche, storiche e teologiche, dove emerge con chiarezza la continuità della Tradizione che riconosce il sacerdozio come ministero riservato agli uomini.

Fondamento biblico

La Sacra Scrittura offre il primo e più solido fondamento della dottrina cattolica sul sacerdozio. Gesù Cristo, durante la sua vita terrena, scelse dodici uomini come apostoli (cfr. Marco 3,13-19). Questa scelta non fu semplicemente il riflesso delle convenzioni culturali del tempo: Gesù si mostrò più volte libero rispetto agli usi della società, dialogando con le donne e riconoscendone la dignità, come accadde con la Samaritana (Giovanni 4,7-29) o con Maria di Betania (Luca 10,38-42). Tuttavia, quando si trattò di costituire il gruppo dei Dodici, a cui affidò la missione di fondamento della Chiesa, Egli scelse solo uomini.

È importante sottolineare che i Vangeli non riportano una “formula di istituzione” esplicita del sacerdozio come sacramento, ma la teologia cattolica, alla luce della Tradizione apostolica, riconosce nell’azione di Cristo l’origine del ministero ordinato. Tale ministero trova il suo compimento nella celebrazione dell’Eucaristia (cfr. Marco 14,22-24; Luca 22,19-20) e nella trasmissione della missione apostolica attraverso l’imposizione delle mani (cfr. Atti 13,2-3; 14,23; 20,28; Tito 1,5; 1 Timoteo 4,14; 5,22; 2 Timoteo 1,6). La comprensione cattolica è il frutto di una lettura unitaria di Scrittura, Tradizione e Magistero.

Gli apostoli, fedeli all’intenzione di Cristo, mantennero questa prassi. Nonostante la presenza di molte donne di grande santità e valore nella Chiesa primitiva — basti pensare a Maria, Madre del Signore, a Maria Maddalena, a Febe e Priscilla — nessuna di esse fu ordinata al ministero sacerdotale. Le prime comunità cristiane conoscevano una varietà di carismi e ministeri, ma la successione apostolica, che fonda il sacerdozio sacramentale, fu trasmessa esclusivamente a uomini mediante l’imposizione delle mani.

La testimonianza della Tradizione e dei Padri

I Padri della Chiesa confermarono questa comprensione: Tertulliano (De Virginibus Velandis, 9), sant’Ippolito di Roma (Traditio Apostolica, cap. 11-15), sant’Epifanio di Salamina (Panarion, 79, 3), san Giovanni Crisostomo (De Sacerdotio, libro II, cap. 2; Omelia IX su 1Timoteo), san Gregorio Nazianzeno (Oratio 37, 6), sant’Agostino (De haeresibus ad Quodvultdeum, 27). Pur riconoscendo l’importanza e la dignità della donna, i Padri ribadirono che il ministero sacerdotale appartiene all’ordine stabilito da Cristo e non può essere alterato dalla volontà umana. È bene notare che molti Padri parlavano dei ruoli femminili nella Chiesa in termini di servizio, insegnamento e carità, senza attribuire loro il sacramento dell’Ordine sacro.

Nei primi secoli, le cosiddette “diaconesse” svolgevano ruoli di servizio, specialmente verso le donne nei battesimi o nelle opere di carità, ma non possedevano un carattere sacramentale né esercitavano funzioni sacerdotali complete. Alcune Chiese orientali conoscevano riti di istituzione delle diaconesse che includevano elementi simili all’ordinazione dei diaconi maschi, ma la Chiesa universale non li ha mai considerati sacramenti dell’Ordine. Il Concilio di Nicea (canone 19, anno 325) e quello di Calcedonia (canone 15, anno 451) confermarono chiaramente la distinzione tra tali figure e i ministri ordinati.

Alcune correnti eterodosse dei primi secoli, come il montanismo, introdussero figure femminili che si attribuivano ruoli sacerdotali o profetici, ma queste pratiche furono sempre giudicate contrarie alla Tradizione apostolica e respinte dalla Chiesa.

Riflessione teologica

Il sacerdozio ministeriale è un sacramento che agisce in persona Christi Capitis, cioè nella persona di Cristo Capo della Chiesa. Poiché Cristo, nella sua incarnazione, si è manifestato come uomo, Egli rappresenta sacramentalmente lo Sposo che dona la vita alla Chiesa, sua Sposa. Il simbolismo non si basa su categorie biologiche o di superiorità, ma su un segno sacramentale: il sacerdote, celebrando i sacramenti e annunciando la Parola, agisce come segno sacramentale di Cristo Sposo nei confronti della Chiesa Sposa.

Questo simbolismo nuziale — presente dall’Antico al Nuovo Testamento (in particolare Efesini 5,25-32; Apocalisse 21,2.9) — non è un elemento accidentale, ma appartiene all’essenza stessa del mistero cristiano. Alterarlo equivarrebbe a modificare la struttura sacramentale voluta da Cristo.

La reciprocità sponsale, lungi dal ridurre la donna a passività, ne manifesta la dimensione ecclesiale e materna, come sottolineano Mulieris dignitatem (1988) e Letter to Women (1995). L’argomento non è quindi sociologico, ma sacramentale. Come ricordava san Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis (1994), “la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”, e questa decisione deve essere tenuta “in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

Aspetto storico ed ecclesiologico

Nella storia della Chiesa non si trova alcuna prova di ordinazione sacerdotale femminile riconosciuta come valida. Le eventuali pratiche marginali o settarie sorte in alcuni contesti locali furono sempre considerate irregolari e contrarie alla Tradizione apostolica.

Il sacerdozio, nella sua dimensione sacramentale, non è un diritto o un privilegio, ma un servizio conferito per grazia divina e secondo la volontà di Cristo. L’esclusione delle donne non implica una loro inferiorità, ma riflette la diversità dei carismi e dei compiti nella Chiesa. Come sottolinea san Paolo (1 Corinzi 12,4-31), l’occhio e la mano hanno funzioni diverse ma entrambe necessarie al corpo. La Chiesa è il corpo di Cristo, e ogni membro è utile e importante secondo la propria funzione. La vocazione femminile, vissuta nella maternità, nella consacrazione o nell’apostolato laicale, costituisce un pilastro insostituibile della vita ecclesiale.

Nel contesto attuale, la riflessione teologica continua a interrogarsi sul modo in cui le donne possano partecipare più pienamente alla missione della Chiesa, specialmente nei ministeri non ordinati e nei processi di discernimento e di governo pastorale, sempre nella fedeltà alla dottrina ricevuta.

La Pontificia Commissione Biblica del 1976

La PCB affermò che la Scrittura da sola non offre una prova decisiva né a favore né contro l’ordinazione femminile. Tuttavia, il documento non ha valore magisteriale vincolante. La successiva dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Inter Insigniores (15 ottobre 1976) interpretò i risultati della PCB alla luce della Tradizione e concluse che la Chiesa “non si ritiene autorizzata a conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne”. Questa posizione è stata ribadita definitivamente da san Giovanni Paolo II nella Ordinatio Sacerdotalis (1994), con formula che richiede l’assenso definitivo dei fedeli (cfr. Responsum ad dubium della CDF, 1995).

Archeologia e titoli epigrafici

Riguardo alle epigrafi antiche che menzionano “diaconesse”, “presbitere” o “episcope”, gli studi più aggiornati (C. Vagaggini, Les diaconesses dans l’Église ancienne, 1974; A. M. Triacca, Epigrafia cristiana e ministeri, 1992; G. Martimort, Deaconesses: An Historical Study, 1986) mostrano che:

Il termine presbitera designa nella maggior parte dei casi la moglie di un presbitero (es. epigrafe ICUR 2, 5158), non una ministra ordinata.

Episcopa, in alcune iscrizioni (come Marcellina o Theodora), non indica un’ordinazione episcopale, ma un titolo onorifico/relazionale (moglie, madre o benefattrice legata al vescovo) o attestazione di prestigio.

Esiste una minoranza di interpreti che sostiene la lettura “episcopa = donna vescovo” in casi isolati. Tuttavia, nella Chiesa cattolica e in quelle ortodosse non sono mai state ordinate donne presbitere o episcope. Nessuna iscrizione antica (IV–VI secolo) implica che queste donne fossero parte della gerarchia ecclesiastica come presbiteri o vescovi canonici.

Conclusione

La questione del sacerdozio femminile non può essere risolta in termini di uguaglianza sociologica o di diritti, ma deve essere compresa alla luce del mistero della fede e dell’economia sacramentale. La Chiesa non dispone del potere di modificare ciò che Cristo ha istituito: essa è chiamata non a reinventare i sacramenti, ma a custodirli fedelmente.

In un’epoca che tende a confondere ruoli e simboli, la fedeltà della Chiesa alla volontà di Cristo appare come segno profetico di obbedienza e di verità (cfr. Ordinatio Sacerdotalis, 1994, par. 4). La dignità della donna, pienamente riconosciuta e onorata, trova la sua pienezza non nell’assunzione del ministero sacerdotale, ma nella sua vocazione propria, che rispecchia in modo unico la risposta d’amore della Chiesa al suo Sposo divino.

IL GIGANTE GOLIA

A cura di Giuseppe Monno

1 Samuele 17,4

“Dal campo dei Filistei uscì un campione di nome Golia di Gat, alto sei cubiti e un palmo.”

Sei cubiti e un palmo misurano quasi tre metri. Secondo il testo masoretico, Golia era alto quasi tre metri. Quindi un “gigante” in senso letterale. Ma non tutte le antiche versioni bibliche danno la stessa misura. La Settanta riporta quattro cubiti e un palmo, quasi due metri. Così anche il rotolo di Qumran. Invece la Vulgata di san Girolamo si attiene alla stessa misura riportata nel testo masoretico.

Molti biblisti cattolici oggi ritengono che la lettura più antica e coerente sia quella di Qumran e della Settanta: Golia era alto quattro cubiti e un palmo (quasi 2 metri), perché è la versione più antica trovata a Qumran (I secolo d.C.), ed è più realistica, un guerriero filisteo molto alto, ma non un mostro mitico.

L’ipotesi è che nel testo ebraico successivo (masoretico) ci sia stato un errore di trascrizione o una tendenza a “ingigantire” la figura di Golia.

Golia è descritto come “campione” dei Filistei di Gat, una delle cinque città della pentapoli filistea. Gli Anakim, antichi giganti cananei, erano detti presenti anche a Gat (cfr. Giosuè 11,22).

La Chiesa interpreta l’episodio non come un duello mitologico, ma come una rivelazione teologica: Il contrasto tra Davide (piccolo, armato solo della fede) e Golia (grande, armato della forza) rappresenta la vittoria della fede sull’orgoglio umano.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica richiama questo tema: “La fede fiduciosa nella potenza di Dio vince le forze del male che sembrano invincibili” (CCC 2097; 2610).

Per sant’Ambrogio (Esposizione del Vangelo secondo Luca, IV, 56-59; De officiis ministrorum, II, 23, 111-113) e sant’Agostino (Sermo 32, De David et Golia; Enarrationes in Psalmos 118, Sermo 25), Davide prefigura Cristo, che abbatte il “gigante” del male con la fede e la parola (la fionda come la Parola di Dio).

Storicamente: Golia era probabilmente un guerriero molto alto (quasi due metri), appartenente a un popolo di uomini robusti, i Filistei di Gat.

Letterariamente: il testo masoretico accentua la statura per esaltare la sproporzione con Davide.

Teologicamente: la vera “altezza” di Golia è la superbia umana, abbattuta dalla fede di Davide, figura di Cristo.

I GIGANTI DI CANAAN

A cura di Giuseppe Monno

Numeri 13,32-33

32 Così diffusero tra gli Israeliti il discredito sulla terra che avevano esplorato, dicendo: “La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra che divora i suoi abitanti, e tutta la gente che vi abbiamo visto è di grande statura. 33 Vi abbiamo visto anche i giganti – i figli di Anak, della razza dei giganti – e a noi, e ai loro occhi, parevamo come cavallette.”

Dodici esploratori furono inviati da Mosè per perlustrare la terra promessa (Numeri 13–14). Dieci di loro tornano terrorizzati, mentre solo Caleb e Giosuè confidano nella forza del Signore per conquistare la terra. Il popolo, ascoltando il rapporto negativo, si ribella e rifiuta di entrare in Canaan, provocando l’ira di Dio e il castigo dei quarant’anni nel deserto.

La Chiesa interpreta questo episodio non come un resoconto storico di mostri giganti, ma come un insegnamento di fede. Il testo mette in contrasto la paura e la mancanza di fiducia del popolo, con la fede e l’obbedienza di Caleb e Giosuè. Il centro teologico del racconto è la sfiducia nella promessa di Dio, non la presenza letterale di giganti.

Il termine ebraico “nefilim” (che la Settanta traduce col greco “gigantes”) compare solo due volte nella Bibbia: in Genesi 6,4 e qui. Etimologicamente deriva da una radice ebraica nafal (“cadere”), e può indicare “i caduti”, “i potenti”, o “gli uomini di grande statura e violenza”.

In Numeri, il termine è ripreso in modo iperbolico dagli esploratori, non come una descrizione oggettiva, ma come linguaggio del terrore. L’esegesi cattolica (cfr. Bibbia di Gerusalemme, nota a Numeri 13,33) sottolinea: “Il riferimento ai nefilim serve a esprimere l’impressione di paura degli esploratori. Non si tratta di una realtà storica, ma di un’eco mitologico utilizzato per amplificare il racconto.”

In altre parole, gli esploratori utilizzano un mito antico (i nefilim di Genesi) per descrivere l’invincibilità dei cananei.

Il racconto mostra un meccanismo spirituale: la paura umana deforma la percezione della realtà (“ci vedevamo come cavallette”), e porta alla mancanza di fede nella promessa divina. Per i Padri della Chiesa (es. Origene, sant’Ambrogio), questo brano diventa una parabola della vita spirituale: i “giganti” rappresentano le difficoltà o le passioni che il credente teme, ma che possono essere vinte solo con la fiducia in Dio.

Nel senso allegorico e morale, la terra promessa rappresenta la vita di grazia o il Regno di Dio. I giganti rappresentano le forze del male, le tentazioni o i peccati che sembrano insuperabili. La paura degli esploratori è l’immagine della fede debole che si lascia dominare dai sensi e non dalla fiducia in Dio. San Gregorio Magno scrive:

“Chi teme i giganti non può entrare nella terra della promessa; ma chi confida nel Signore, come Giosuè, già possiede in sé la vittoria.”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pur non commentando direttamente questo racconto, lo inserisce nel tema della fede come obbedienza:

“La disobbedienza è conseguenza della mancanza di fiducia nella bontà di Dio” (CCC 397).

Numeri 13 diventa così un paradigma del peccato di incredulità: il popolo non entra nella terra promessa perché non si fida della Parola di Dio.

HALLOWEEN: ORIGINI DELLA FESTA E OSCURITÀ CONTEMPORANEA

A cura di Giuseppe Monno

Introduzione

Negli ultimi decenni, la festa di Halloween si è diffusa in tutto il mondo occidentale come fenomeno di massa, spesso legato al divertimento, ai costumi e al commercio. Tuttavia, pochi conoscono le sue origini e, soprattutto, la portata simbolica e spirituale che essa racchiude. Non si tratta soltanto di un “innocuo gioco”, ma di un momento in cui si intrecciano due visioni del mondo: una cristiana, che ricorda i santi e la vittoria di Cristo sulla morte, e un’altra che esalta l’occulto, la paura e la fascinazione per il male.

Origini: dalla vigilia di Ognissanti ai culti pagani

Il termine Halloween deriva da “All Hallows’ Eve”, cioè “Vigilia di Ognissanti”. Nella tradizione cristiana, la solennità di Tutti i Santi (1 Novembre) nasce come celebrazione della comunione dei beati in cielo, testimoni di Gesù Cristo.

Tuttavia, nelle regioni celtiche precristiane, la stessa data era segnata dal Samhain, la festa che segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Si credeva che in quella notte le anime dei defunti vagassero sulla terra e che il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse. Con la cristianizzazione dell’Europa, la Chiesa cercò di purificare tali costumi, orientandoli verso il culto dei santi e dei defunti in Cristo.

Come ricorda san Cesario d’Arles in un’omelia del VI secolo, “non si devono temere le ombre della notte, poiché il Signore ha vinto le tenebre”. La festa cristiana nasce quindi come trasfigurazione del senso pagano della morte: non negazione, ma redenzione.

Dalla festa sacra alla caricatura profana

Con il passare dei secoli, soprattutto nel mondo anglosassone, la vigilia di Ognissanti perse progressivamente il suo carattere religioso. Le tradizioni del dolcetto o scherzetto, delle zucche illuminate e dei travestimenti riprendono antichi simboli di protezione contro gli spiriti, ma oggi vengono vissute come gioco o folklore.

Eppure, come ammoniva san Giovanni Paolo II, “ogni simbolo ha un’anima”: travestirsi da demoni o celebrare la paura come intrattenimento non è mai spiritualmente neutro. Ciò che si finge di onorare può lentamente penetrare nella cultura e nel cuore.

La testimonianza degli esorcisti

Il compianto Padre Gabriele Amorth, celebre esorcista della diocesi di Roma, parlava spesso di Halloween come di “una trappola culturale che banalizza il demonio”. Diceva:

“Il diavolo ama essere ignorato, ma ancora di più ama essere scherzosamente evocato. Halloween è la sua festa preferita, perché molti, credendo di giocare, aprono porte spirituali che non sanno poi chiudere.”

Analogamente, Padre José Antonio Fortea, teologo ed esorcista spagnolo, avvertiva:

“Dietro certi rituali apparentemente innocui vi è un’antropologia rovesciata: si esalta la morte, la deformità, la paura, mentre la fede cristiana celebra la vita, la bellezza e la speranza.”

Molti esorcisti contemporanei segnalano un aumento di disturbi spirituali e di pratiche esoteriche nei giovani, spesso avvicinatisi per curiosità proprio durante feste di Halloween o riti di gruppo “per gioco”.

Le voci di chi è tornato alla luce

Numerosi ex stregoni e satanisti convertiti testimoniano che Halloween rappresentava, per loro, una data chiave del calendario occultista. Qualcuno ha dichiarato che “Halloween era per noi la notte più potente dell’anno. Non era una festa: era un rito. Si invocavano entità, si celebrava la morte…”.

Anche l’ex satanista americano Zachary King, dopo la sua conversione al cattolicesimo, ha raccontato come molte sette considerino Halloween “una notte di iniziazione”, in cui si fanno giuramenti o si compiono sacrifici simbolici.

Queste testimonianze mostrano che non tutti vivono Halloween come gioco: in certe frange dell’occultismo, essa resta realmente una “festa delle tenebre”.

Riscoprire la vera vigilia di Ognissanti

La Chiesa propone da secoli una via diversa: la Veglia dei Santi. In molte parrocchie, specialmente in Europa e in America Latina, si organizzano “Holyween” o “Feste della Luce”, dove i bambini si travestono da santi, angeli o figure bibliche, ricordando che la vera gloria è la santità.

In questa prospettiva, il 31 Ottobre non è la notte del terrore, ma la vigilia della vittoria di Cristo. Come scrisse san Paolo:

“Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12,21).

Conclusione: discernere per non confondere

Il cristiano non è chiamato a fuggire il mondo, ma a trasfigurarlo. Tuttavia, non ogni costume culturale può essere assunto senza discernimento. Halloween, nella sua forma attuale, rappresenta un cortocircuito spirituale: nasce da una festa cristiana, ma ne ribalta il significato.

Celebrarla senza consapevolezza significa alimentare un immaginario dove il male è banalizzato e il sacro è ridicolizzato. Come ricordava Padre Amorth:

“Il demonio non ha bisogno di essere adorato: gli basta essere banalizzato.”

Il cristiano, invece, è chiamato a portare luce dove regna la confusione. E la vera luce — quella che sconfigge la paura, la morte e ogni tenebra — ha un nome: Gesù Cristo, Signore e Re di tutti i santi.

FEBE E IL DIACONATO FEMMINILE

A cura di Giuseppe Monno

Febe, diaconessa di Cencre (menzionata da san Paolo nella Lettera ai Romani 16,1-2), non aveva ricevuto il sacramento dell’Ordine sacro.

Nel cristianesimo delle origini, il termine “diákonos” significava semplicemente “servitore” e veniva utilizzato sia per uomini che per donne impegnati in servizi di carità o di assistenza nella comunità.

Le diaconesse dei primi secoli non ricevevano l’ordinazione sacramentale come i diaconi maschi; svolgevano invece funzioni di servizio (ad esempio assistere le donne durante il battesimo o visitare le malate), in un contesto culturale che richiedeva una certa separazione dei ruoli.

Febe fu una diaconessa nel senso di servitrice o collaboratrice apostolica, non ordinata con il sacramento dell’Ordine sacro. Paolo utilizza il termine “diaconessa” in senso funzionale, non sacramentale.

Nei secoli III–V, si attesta la presenza di donne chiamate diaconesse, soprattutto in Oriente.

Didascalia Apostolorum (III secolo) dice che le diaconesse aiutano nel battesimo delle donne e nell’assistenza ai malati di sesso femminile.

Costituzioni Apostoliche (IV secolo) dice che la diaconessa non svolge i compiti propri del diacono o del presbitero, ma il suo ministero è limitato all’assistenza delle donne.

Le diaconesse non servivano all’altare, non predicavano, non consacravano, e non ricevevano l’imposizione delle mani in vista di un Ordine sacramentale come gli uomini.

I Padri della Chiesa, come san Giovanni Crisostomo, san Gregorio di Nissa e altri, riconoscono le diaconesse come collaboratrici preziose nella carità e nella cura pastorale delle donne; ciononostante, nessuno di loro le considera parte del clero ordinato (es. De Sacerdotio, III, 9).

La Commissione Teologica Internazionale (CTI) nel documento del 2002 “Il diaconato: evoluzione e prospettive” afferma chiaramente:

“Le diaconesse non erano assimilate ai diaconi ordinati e non ricevevano un’ordinazione sacramentale.”

Papa Francesco ha istituito due commissioni di studio (2016 e 2020) per approfondire la questione, ma non è stato trovato consenso teologico né storico sufficiente per introdurre oggi il diaconato femminile sacramentale.

Anche Papa Leone XIV, in un’intervista con la giornalista vaticanista Elise Ann Allen, pubblicata nel libro “León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI”, ha dichiarato che al momento non ha intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa sull’argomento.

Febe e le diaconesse antiche furono donne consacrate al servizio della comunità, ma non ordinate come i diaconi maschi.

Nella teologia cattolica il sacramento dell’Ordine sacro (diaconato, presbiterato, episcopato) è riservato agli uomini. Tuttavia, il ruolo di servizio, animazione e ministerialità delle donne nella Chiesa è riconosciuto come essenziale e insostituibile.

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