A cura di Giuseppe Monno

Sono detti deuterocanonici quei libri dell’Antico Testamento che non furono inclusi nel canone biblico ebraico stabilito dalla tradizione rabbinica, ma che furono accolti e riconosciuti come ispirati dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. I libri deuterocanonici sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide, Baruc, Primo e Secondo libro dei Maccabei, ai quali si aggiungono alcune parti di Ester e di Daniele presenti nella tradizione greca della Bibbia.
Con la Riforma protestante del XVI secolo, Martino Lutero e gli altri riformatori accolsero i trentanove libri dell’Antico Testamento presenti nel canone ebraico e rifiutarono i sette libri deuterocanonici riconosciuti invece dalla tradizione cattolica e ortodossa. Lutero non eliminò completamente questi libri dalla sua Bibbia: nella traduzione tedesca del 1534 li collocò in una sezione separata intitolata “Apocrifi”, accompagnandoli con la nota: “Questi libri non sono considerati uguali alla Sacra Scrittura, ma sono utili e buoni da leggere”. Solo nelle edizioni protestanti successive tali libri furono progressivamente eliminati del tutto.
La principale motivazione dei riformatori fu il fatto che i libri deuterocanonici non erano inclusi nel canone ebraico rabbinico. Tuttavia questo canone fu definito soltanto tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., cioè dopo la nascita del cristianesimo. In passato si riteneva che tale decisione fosse stata presa durante un sinodo tenutosi a Jamnia (Yavne), ma oggi molti studiosi mettono in dubbio l’esistenza stessa di un vero e proprio concilio in quel luogo e ritengono piuttosto che la definizione del canone ebraico sia stata il risultato di un processo graduale.
Di conseguenza, quando i riformatori del XVI secolo adottarono il canone ebraico rabbinico, finirono per assumere come criterio un canone stabilito nel giudaismo post-cristiano, mentre la Chiesa primitiva si era sviluppata all’interno di una tradizione biblica differente.
Nel VI secolo a.C. il sovrano babilonese Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme e deportò molti Giudei a Babilonia. Quando il sovrano persiano Ciro il Grande conquistò Babilonia nel 539 a.C., emanò un editto che consentiva agli esiliati di ritornare nella loro terra e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme. Tuttavia molti Giudei rimasero nelle regioni della diaspora, stabilendosi in varie città del mondo mediterraneo, tra cui Alessandria d’Egitto, Antiochia e Roma.
Dopo le conquiste di Alessandro Magno nel IV secolo a.C., il greco koiné divenne la lingua franca dell’area mediterranea orientale. Nelle comunità ebraiche della diaspora l’ebraico cadde progressivamente in disuso e venne sostituito dal greco. Per questo motivo fu realizzata una traduzione greca delle Scritture ebraiche destinata agli ebrei ellenofoni.
Questa traduzione, conosciuta con il nome di Septuaginta, deve il suo nome alla tradizione secondo cui sarebbe stata realizzata da settantadue traduttori. La Septuaginta fu largamente utilizzata nelle comunità ebraiche della diaspora e nelle sinagoghe di lingua greca. Essa conteneva non solo i libri presenti nel canone ebraico, ma anche altri testi religiosi diffusi nella tradizione giudaica del periodo ellenistico, tra cui i libri oggi detti deuterocanonici.
Nella Chiesa primitiva la Septuaginta fu tenuta in grande considerazione. Gli autori del Nuovo Testamento citano frequentemente questa versione delle Scritture: nel Nuovo Testamento si trovano circa trecento citazioni dell’Antico Testamento e nella maggior parte dei casi esse corrispondono al testo della Septuaginta piuttosto che al testo ebraico masoretico.
Un esempio significativo si trova nel Vangelo secondo Matteo. In Matteo 1,23 l’evangelista cita Isaia 7,14 utilizzando il termine greco “parthénos” (“vergine”), presente nella Septuaginta. Nel testo ebraico compare invece il termine “almâ”, che significa “giovane donna”. Se Matteo si fosse basato esclusivamente sul testo ebraico, avrebbe potuto utilizzare il termine greco “neànis” (“giovane”). La scelta di “parthénos” mostra dunque la dipendenza dalla traduzione greca delle Scritture.
Vi sono inoltre passi del Nuovo Testamento che sembrano alludere direttamente ai libri deuterocanonici. Nella Lettera agli Ebrei (11,35) si legge: “Alcune donne riebbero i loro morti per mezzo della risurrezione; altri invece furono torturati, non accettando la liberazione, per ottenere una risurrezione migliore”. Questo passo richiama chiaramente il martirio dei sette fratelli e della loro madre narrato nel Secondo libro dei Maccabei (capitolo 7), dove i protagonisti affrontano la morte professando la fede nella risurrezione dei giusti.
Contrariamente a quanto talvolta sostenuto, non tutti i libri deuterocanonici furono originariamente composti in greco. Alcuni di essi furono probabilmente scritti in ebraico o in aramaico. Frammenti di testi appartenenti ai libri di Tobia e di Siracide sono stati rinvenuti tra i manoscritti scoperti a Qumran, nei pressi del Mar Morto, dimostrando che tali opere circolavano già in ambiente ebraico prima dell’era cristiana.
Anche numerosi Padri della Chiesa utilizzarono e considerarono autorevoli i libri oggi detti deuterocanonici. Tra questi si distingue Sant’Agostino, il quale nel trattato De Doctrina Christiana include tra i libri canonici Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide e i libri dei Maccabei. Sant’Agostino affermava inoltre che, in caso di divergenze riguardo al canone delle Scritture, si doveva dare particolare peso al giudizio delle Chiese più antiche e autorevoli, specialmente quelle fondate dagli apostoli.
Nei primi secoli del cristianesimo vi furono alcune discussioni riguardo ad alcuni libri biblici. Tra i libri del Nuovo Testamento oggetto di dibattito figuravano la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo, la seconda Lettera di Pietro, la seconda e la terza Lettera di Giovanni, la Lettera di Giuda e il libro dell’Apocalisse.
Un importante documento antico è il cosiddetto Frammento Muratoriano, scoperto nel XVIII secolo dallo storico italiano Ludovico Antonio Muratori, che contiene uno dei più antichi elenchi dei libri del Nuovo Testamento e testimonia il processo di formazione del canone cristiano.
Lo storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea, nel IV secolo, riferisce che alcuni libri erano ancora oggetto di discussione nella Chiesa, ma con il tempo si giunse progressivamente a un consenso.
Un sinodo convocato a Roma nell’anno 382 sotto il pontificato di Papa Damaso, stabilì una lista dei libri considerati ispirati. Tale elenco fu successivamente confermato dai sinodi di Ippona (393) e di Cartagine (397 e 419), i quali riconobbero come canonici i libri oggi presenti nella Bibbia cattolica.
Il canone biblico della Chiesa cattolica fu infine definito in modo solenne durante la quarta sessione del Concilio di Trento nel 1546 con il decreto De Canonicis Scripturis, che riconosce come ispirati settantatré libri: quarantasei dell’Antico Testamento e ventisette del Nuovo Testamento.
Alla luce di questi elementi storici, la presenza dei libri deuterocanonici nella Bibbia cattolica appare in continuità con la tradizione della Chiesa antica, che utilizzava la Septuaginta e riconosceva tali libri come parte delle Scritture. La loro esclusione dal canone protestante rappresenta invece una scelta maturata nel contesto della Riforma del XVI secolo, fondata sull’adozione del canone ebraico rabbinico definito dopo l’epoca apostolica.