A cura di Giuseppe Monno

Nella terminologia cattolica, “ecclesiale” ed “ecclesiastico” non sono sinonimi; indicano realtà diverse, e la distinzione non è solo stilistica, ma teologica e giuridica.
Ecclesiale è ciò che riguarda la Chiesa come mistero e comunità. Il termine deriva da ecclesia (chiesa, assemblea) e indica ciò che appartiene alla natura, vita e missione della Chiesa intesa come popolo di Dio.
In ambito cattolico, la parola ha una forte connotazione teologica e pastorale, sviluppata soprattutto dopo il Concilio Vaticano II.
Quando si dice ecclesiale, si fa riferimento alla Chiesa come realtà spirituale e teologica, alla dimensione comunitaria dei fedeli, alla missione evangelizzatrice, alla vita liturgica e sacramentale, e alla comunione tra battezzati.
Esempi tipici sono: comunione ecclesiale (unità spirituale tra i fedeli), movimenti ecclesiali (realtà nate nella vita della Chiesa), dimensione ecclesiale della fede (la fede vissuta nella Chiesa).
Qui non si parla di strutture o uffici, ma della Chiesa come corpo vivente.
Ecclesiastico è ciò che riguarda l’istituzione e il clero. Indica ciò che appartiene alla struttura giuridica, gerarchica o amministrativa della Chiesa. È un termine canonico e istituzionale, usato per tutto ciò che concerne il clero, gli uffici e le funzioni, le norme giuridiche, i beni materiali, l’organizzazione visibile.
Il riferimento principale è il Codice di Diritto Canonico, dove la parola ha valore tecnico.
Esempi tipici sono: tribunale ecclesiastico (organo giuridico), abito ecclesiastico (abito del clero), autorità ecclesiastica (vescovi, superiori, ecc.), celibato ecclesiastico (disciplina del clero).
Qui si parla della Chiesa come istituzione organizzata.