A cura di Giuseppe Monno

Il Terzo Concilio di Costantinopoli (680–681) è il sesto Concilio ecumenico della Chiesa cattolica e si svolse nella città imperiale di Costantinopoli per iniziativa dell’imperatore Costantino IV. La sua finalità principale fu chiarire in modo definitivo la dottrina su Gesù Cristo, in un periodo segnato da profonde divisioni teologiche e tensioni politiche tra Oriente e Occidente.
Il contesto e le motivazioni del Concilio
Prima del Concilio, la Chiesa era attraversata da controversie cristologiche che mettevano in discussione la comprensione dell’Incarnazione. In particolare, si erano diffuse due dottrine ritenute errate:
Monotelismo, secondo cui Cristo avrebbe avuto una sola volontà;
Monoenergismo, secondo cui Cristo avrebbe avuto una sola operazione.
Queste posizioni, sostenute anche per motivi politici — nel tentativo di mantenere l’unità dell’Impero — generavano confusione e divisioni. Alcuni imperatori, come Costante II, avevano perfino vietato di discutere la questione con provvedimenti ufficiali, ma senza riuscire a risolvere il problema.
La questione non era puramente teorica, ma riguardava il cuore della fede cristiana. Negare a Cristo una vera volontà umana significava mettere in dubbio la sua piena umanità. Se Gesù Cristo non avesse posseduto una volontà umana reale, non avrebbe potuto scegliere, obbedire e soffrire come uomo, e quindi non avrebbe condiviso pienamente la condizione umana né redento la libertà dell’uomo.
I partecipanti e il ruolo della Chiesa di Roma
Al Concilio presero parte numerosi vescovi provenienti sia dall’Oriente sia dall’Occidente. Un ruolo decisivo fu svolto dai legati di Papa Agatone, che rappresentavano la Sede di Roma e contribuirono in modo determinante alla definizione dottrinale. Il Concilio si svolse sotto la protezione e con il sostegno dell’imperatore, che desiderava ristabilire l’unità religiosa dell’Impero.
Il Concilio proclamò solennemente che in Cristo ci sono:
due volontà, una divina e una umana;
due operazioni, una divina e una umana.
Queste non sono in opposizione tra loro, ma operano in perfetta armonia, perché appartengono all’unica Persona del Verbo incarnato. La volontà umana di Cristo non è indipendente o ribelle, ma si conforma liberamente alla volontà divina.
Questa dottrina non rappresentava una novità, ma una chiarificazione della fede già espressa in precedenza, in particolare dal Concilio di Calcedonia (451), che aveva affermato la piena divinità e la piena umanità di Cristo.
Il Concilio definì come dogma la dottrina delle due volontà e delle due operazioni e condannò i principali sostenitori del monotelismo e del monoenergismo. Tra questi vi furono Sergio di Costantinopoli, Ciro d’Alessandria, Pirro di Costantinopoli, Paolo di Costantinopoli, Pietro di Costantinopoli.
Fu inoltre menzionato anche Papa Onorio I, non perché avesse insegnato esplicitamente l’eresia, ma per aver contribuito alla confusione con espressioni ambigue. La condanna fu poi confermata e spiegata da Papa Leone II.
Il Terzo Concilio di Costantinopoli ebbe conseguenze importanti per la vita della Chiesa: ristabilì la corretta dottrina sull’Incarnazione; favorì una maggiore unità tra Oriente e Occidente; rafforzò l’autorità dottrinale della Sede di Roma; pose fine a decenni di dispute cristologiche.
Fu quindi un momento decisivo di chiarificazione e di rinnovamento teologico.
Il significato per i cristiani di oggi
L’insegnamento del Concilio conserva un valore profondo anche per la fede contemporanea. Affermare che Gesù Cristo possiede una vera volontà umana significa riconoscere che Egli è pienamente uno di noi: capace di amare, scegliere e obbedire.
Proprio perché ha assunto una volontà umana, Cristo ha potuto redimere la libertà dell’uomo. La sua obbedienza al Padre non annulla la libertà, ma la guarisce e la porta a compimento. In questo senso, il Concilio invita ogni credente a unire la propria volontà — spesso fragile e incerta — a quella di Dio, trovando in Cristo il modello perfetto di libertà e obbedienza.