A cura di Giuseppe Monno

Nei primi capitoli della Genesi, il serpente appare come un elemento narrativo profondamente simbolico, ma la fede cattolica — seguendo la Tradizione, il Magistero e la lettura globale della Scrittura — riconosce che dietro questa figura poetico-simbolica agisce una realtà personale e intelligente: l’angelo decaduto che si oppone al disegno di Dio. Arricchendo teologicamente il tema, si possono evidenziare alcuni punti chiave della visione cattolica:
1. Il serpente come “maschera” dell’Avversario
Il linguaggio simbolico non svuota di realtà l’evento narrato. Nella Scrittura il simbolo non è mai finzione, ma un ponte che permette di esprimere misteri reali con immagini accessibili all’uomo. Il serpente è quindi la forma narrativa che rende percepibile l’azione nascosta di un essere spirituale. La sapienza biblica non mira a offrire una cronaca naturalistica, ma a svelare il dinamismo del male e la sua origine personale.
2. La strategia della tentazione
Nella lettura cattolica, il serpente non agisce come una semplice forza impersonale. Il dialogo con Eva mostra una volontà cosciente e maliziosa che manipola la parola di Dio, instilla il sospetto, e apre lo spazio a un desiderio distorto di autonomia. La tentazione appare come un’offerta di una libertà che in realtà è schiavitù: la promessa di “diventare come Dio” senza Dio. Questo gesto rivela l’identità dell’avversario: colui che, avendo rifiutato la signoria divina, tenta l’uomo a percorrere lo stesso sentiero di rivolta.
3. Il legame tra la caduta degli angeli e la caduta dell’uomo
La Tradizione cattolica sottolinea che il peccato degli angeli — un atto di rifiuto dell’ordine di amore voluto da Dio — precede e rende possibile la tentazione umana. Il serpente è allora il segno narrativo dell’irruzione nel creato materiale di un dramma già avvenuto nel creato spirituale. L’uomo non cade in un vuoto morale: viene trascinato in un conflitto già aperto tra la fedeltà al Creatore e la ribellione.
4. Una simbologia anche polemica
Il serpente, figura presente nei culti pagani come simbolo di sapienza, fertilità o forza vitale, viene reinterpretato nella Genesi come contro-sapienza: ciò che sembra portatore di vita si rivela fonte di morte. La Scrittura opera così un discernimento teologico: non tutto ciò che appare sacro o “potente” è benigno. Questa rilettura assume un valore apologetico, mostrando che la vera sapienza non sgorga da potenze naturali ambigue, ma dalla parola del Dio vivente.
5. Il nucleo teologico: realtà del peccato e promessa di redenzione
Il racconto non rimane fermo sulla caduta. L’esperienza del male è inserita immediatamente nella prospettiva della salvezza. La “inimicizia” posta da Dio tra la stirpe della donna e quella del serpente annuncia già l’opera futura del Redentore. La tradizione cattolica legge in questo versetto (Gen 3,15) il “protovangelo”: il primo bagliore della vittoria di Cristo su Satana. Così, la narrazione con il serpente non è solo analisi del male, ma proclamazione di un disegno salvifico che abbraccia la storia da principio a compimento.
6. L’orizzonte antropologico: la libertà ferita ma non annullata
La tentazione del serpente rivela che l’uomo, pur creato buono e in alleanza con Dio, è chiamato a maturare nella libertà. Il peccato originale non è un incidente marginale, ma la frattura attraverso cui il male spirituale entra in rapporto con l’uomo. Tuttavia, l’immagine di Dio nell’uomo non viene cancellata: la storia della salvezza sarà il cammino attraverso cui Dio guarisce, educa e riconduce la libertà ferita alla sua vocazione originaria.