IL FRUTTO DELLA TENTAZIONE

A cura di Giuseppe Monno

Il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male — tradizionalmente chiamato “frutto proibito” o “frutto della tentazione” — non è mai identificato nella Bibbia con una mela. Il testo della Genesi non specifica di quale frutto si tratti. Tuttavia, alcuni interpreti hanno ipotizzato che lo scrittore sacro avesse in mente il fico, e questo per un dettaglio significativo: subito dopo aver mangiato il frutto, Adamo ed Eva “si accorsero di essere nudi, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Genesi 3,7).
La rapidità della loro reazione — e l’uso di foglie di un albero specifico — ha portato alcuni studiosi a ritenere che il fico fosse l’albero del racconto. In realtà, la Scrittura non lo afferma esplicitamente: si tratta di una ipotesi suggestiva, non di una certezza.

Perché nella tradizione cristiana appare la mela?

L’identificazione del frutto proibito con la mela deriva principalmente da un gioco linguistico nato nel latino tardo e consolidato nell’iconografia occidentale. Nella Vulgata di san Girolamo, la traduzione latina della Bibbia (IV secolo), vengono usati i termini bonum (bene) e malum (male) in riferimento all’albero della “conoscenza del bene e del male” (Genesi 2,17).
Ora, il latino malum significa sia “male” sia “mela”.
Questa omonimia — unita al fatto che il frutto proibito viene descritto come “buono da mangiare” e “desiderabile agli occhi” (Genesi 3,6) — portò l’arte cristiana medievale a rappresentarlo come una mela, simbolo già ricco di significati (bellezza, desiderio, seduzione).
È però fondamentale ribadire che dal punto di vista biblico il frutto rimane volutamente non identificato: ciò rafforza il carattere simbolico del racconto.

Il significato teologico dell’albero

Nel linguaggio biblico antico, l’albero della conoscenza del bene e del male non rappresenta la semplice capacità intellettuale di distinguere ciò che è moralmente buono da ciò che è cattivo, capacità che l’uomo già possiede come creatura razionale.
Secondo la teologia cattolica, l’albero rappresenta qualcosa di molto più profondo:
il limite che l’uomo deve riconoscere come creatura, in rapporto al suo Creatore.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che questo albero “evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare” (CCC 396).
Il senso del divieto non è arbitrario, né punitivo: indica che l’uomo, pur essendo fatto “a immagine e somiglianza di Dio” (Genesi 1,26-27), rimane dipendente da Dio, inserito in un ordine morale che non può autodeterminare da solo.
Mangiare di quel frutto significa dunque voler stabilire autonomamente e in modo assoluto ciò che è bene e ciò che è male:
l’uomo pretende di farsi “come Dio” (Genesi 3,5) non per comunione con Lui, ma contro di Lui.
Questo atto, nella teologia cattolica, non è una semplice disobbedienza, ma un rifiuto della creaturalità, un gesto di autosufficienza radicale.

“Certamente moriresti” — il senso della morte nel racconto

Il monito divino — “nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente morirai” (Genesi 2,17) — non indica una morte immediata e fisica, come dimostra il prosieguo della narrazione.
Tradizionalmente la Chiesa ha interpretato questa frase su due livelli:

1. Morte spirituale: la perdita della grazia, cioè dell’amicizia e dell’intimità con Dio.

2. Morte fisica: la corruzione e la mortalità entrano nella condizione umana come conseguenza del peccato.

Il “morire” è quindi l’effetto di un atto che spezza la fiducia fondamentale tra Dio e l’uomo, introducendo nel mondo la disarmonia interiore, la paura, la vergogna e il dolore.

Conclusione

Il racconto del frutto proibito non è semplicemente una lezione morale sul peccato o una favola su un frutto misterioso. È il fondamento biblico della condizione umana:

la libertà dell’uomo,

la sua dignità di creatura a immagine di Dio,

il limite che lo custodisce,

e la tragedia del voler essere autonomi da Dio.

Che il frutto fosse un fico, una mela o altro poco importa: ciò che conta è il dramma della libertà che può scegliere se restare nell’amore del Creatore o costruire la propria vita a partire da sé stessa.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

Seguimi anche sul Blog “Commento al Vangelo del giorno”

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora