A cura di Giuseppe Monno

Spesso si sente dire che, per fare una buona confessione, è necessario provare un dolore intenso, fino alle lacrime, per i propri peccati. Questo non corrisponde alla dottrina della Chiesa né all’insegnamento di Cristo. La validità della confessione non dipende dall’intensità emotiva, ma dalla sincerità del pentimento e dalla volontà di cambiare vita.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega chiaramente la natura della contrizione:
CCC 1451: “La contrizione è il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, unita al proposito di non peccare più in avvenire.”
CCC 1452: “Quando la contrizione nasce da un amore di carità verso Dio amato sopra ogni cosa, è detta perfetta (contrizione di carità).”
CCC 1453: “La cosiddetta attrizione …. nasce dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore della dannazione e delle altre pene. Una tale commozione della coscienza può essere l’inizio di una evoluzione interiore … e, sotto l’azione della grazia, si compie nell’assoluzione sacramentale.”
Da questi insegnamenti emerge chiaramente che anche una contrizione “imperfetta” è sufficiente per ricevere il perdono sacramentale, purché sia accompagnata da una intenzione sincera di abbandonare il peccato. Non occorre quindi provare un dolore straordinario o essere sopraffatti dalle emozioni.
L’insegnamento dei Vangeli
Nei Vangeli, Gesù mostra che ciò che conta è il cuore che si converte. La parabola del Padre misericordioso (Luca 15,11-32) illustra perfettamente questo principio: il figliol prodigo decide di tornare dal padre con parole di pentimento, non perché provi un dolore “perfetto”, ma perché desidera sinceramente riconciliarsi. Il padre lo accoglie subito, con gioia e misericordia, prima ancora di ogni confessione formale.
Al contrario, l’esempio di Giuda Iscariota ci mostra che il dolore emotivo da solo non basta. Dopo aver tradito Gesù, Giuda prova rimorso e ammette il suo peccato: “Ho peccato, ho tradito il sangue innocente” (Matteo 27,4). Tuttavia, il suo pentimento non è sincero: non cerca il perdono di Dio né si apre alla riconciliazione, e cade nella disperazione.
Questi due esempi evidenziano una verità fondamentale: non è la quantità di dolore a rendere valido il pentimento, ma la sincerità del cuore e la volontà di conversione.
Cosa richiede Cristo
Gesù non parla di “gradazioni” del dolore, ma di:
- Un cuore che si converte, aperto a Dio.
- Fiducia nella misericordia divina, indipendentemente dalle emozioni provate.
- Riconoscimento del peccato e desiderio di abbandonarlo.
In termini concreti, per ricevere il perdono sacramentale basta:
Riconoscere sinceramente i propri peccati.
Desiderare il perdono di Dio.
Impegnarsi a non ripetere il peccato e a vivere secondo la Sua volontà.
Conclusione
Il sacramento della riconciliazione non richiede lacrime o dolore emotivo straordinario. Ciò che conta è la sincerità del cuore e la volontà di conversione. Dio è un Padre misericordioso: accoglie chi torna a Lui con cuore sincero, senza porre limiti alla Sua grazia in base all’intensità del nostro dolore.
Chi insiste sul fatto che bisogna “piangere i propri peccati” rischia di cadere nello scrupolo, nella paura e nella disperazione, come insegna la vicenda di Giuda. Al contrario, la parabola del figliol prodigo ci mostra che Dio accoglie subito chi si rivolge a Lui con intenzione sincera e desiderio di conversione.