SCRUPOLO, PAURA E DISPERAZIONE

A cura di Giuseppe Monno

Aver paura di “non essere abbastanza pentito” non è disperazione della salvezza.
Anzi, nella grande maggioranza dei casi è il segno opposto: indica una coscienza sensibile e un cuore che desidera davvero Dio.

La disperazione della salvezza è quando una persona: nega che Dio possa salvarla, rifiuta la fiducia nella misericordia, crede che il perdono sia impossibile, rinuncia alla speranza.
È un giudizio drastico contro Dio e contro la Sua potenza.

Non si tratta di paura o incertezza.
Non si tratta di scrupoli.
Non si tratta di tristezza.

È una posizione di rifiuto totale e consapevole.

La paura di non essere “abbastanza pentito” è spesso una forma di scrupolo, non di disperazione.

Lo scrupolo nasce da domande come:

“E se non fossi sincero al 100%?”

“E se il mio dolore non fosse perfetto?”

“E se non provo l’emozione giusta?”

“E se Dio non mi perdona perché non sento quello che dovrei sentire?”

Questo non rifiuta la misericordia: la desidera.
Non esclude la salvezza: la cerca.
Non nega la fiducia: vorrebbe averla, ma ha paura di sbagliare.

Secondo i direttori spirituali e la tradizione, questa paura è compatibile con la grazia e spesso indica un cammino serio.

La Chiesa è estremamente chiara:
non serve un pentimento perfetto o emotivo.

Secondo il Catechismo e il Concilio di Trento:

Basta il “proposito di non peccare più”, anche se fragile.

Basta il desiderio di tornare a Dio, anche se imperfetto.

Basta il dolore per aver offeso Dio o per timore delle conseguenze, anche se non “senti” nulla.

La Chiesa insegna:

La contrizione perfetta è ottima…

…ma la contrizione imperfetta (detta attrizione) è già sufficiente per ricevere validamente il perdono nella Confessione.

Non devi “sentire abbastanza”.
Devi solo volere essere perdonato.
Il resto lo fa Dio.

Se ti stai facendo questa domanda:

“E se non fossi abbastanza pentito?”

allora non stai disperando, perché:

Chi dispera non cerca il perdono.

Chi dispera non vuole pentirsi.

Chi dispera dice: “non c’è speranza”, non “e se sbagliassi?”.

La tua domanda è un atto di speranza, non di disperazione.

Ecco il criterio più semplice e sicuro secondo i confessori:
Se desideri essere perdonato e vuoi allontanarti dal peccato, anche solo con la volontà, allora il pentimento è valido.
La grazia non dipende da quanto fortemente senti qualcosa,
ma da quanto sinceramente vuoi qualcosa.

Credere che Dio ti ama e ti vuole perdonare non è forse definizione stessa di speranza cristiana?
La disperazione invece consiste nel dire interiormente:

“Dio non mi vuole perdonare.
Dio non può salvarmi.
Per me non c’è speranza.”

Se tu non affermi nulla di tutto ciò, ma
anzi credi nella misericordia di Dio, non sei nella disperazione.

Il tuo problema è la paura, non il rifiuto della speranza. Tu dici:

“Ho paura di non essere autenticamente pentito.”

Questa è paura, probabilmente accompagnata da scrupolo, ma non è disperazione.
La disperazione nega Dio.
La paura nega se stessi, non Dio.
La paura riguarda la tua sincerità, non la potenza del perdono di Dio.
Sono due cose radicalmente diverse.

Il dubbio sulla validità del proprio pentimento è comunissimo. Chi si confessa seriamente passa quasi sempre da questa domanda:

“Il mio pentimento è stato vero? Era abbastanza sincero?
Sarò stato davvero perdonato?”

Queste domande non sono mancanza di speranza. Sono la normale esperienza di una coscienza sensibile.

I santi e i confessori hanno sempre detto:

Finché desideri essere perdonato, lo sei.
Finché vuoi lasciarti alle spalle il peccato, il pentimento è autentico.
Non servono emozioni forti.

La Chiesa insegna che basta la contrizione imperfetta. Secondo il Concilio di Trento e il Catechismo:
Non è necessario sentire un dolore profondo.
Non è necessario essere certi al 100% della propria sincerità.
Basta volere convertirsi, anche debolmente.
Basta volere ricevere il perdono.

La Confessione dà certezza oggettiva, anche se il sentimento è incerto. Se hai volontà, anche fragile, il perdono è vero.

Il fatto che ti domandi “sono stato davvero perdonato?” è un segno di fede, non di disperazione.

Chi dispera dice: “Sono sicuramente dannato.”
Tu dici: “Vorrei credere meglio nel perdono.”
Chi dispera non si confessa affatto.
Tu invece cerchi il perdono.

Chi cerca la misericordia non può essere nella disperazione contro lo Spirito Santo.

Non sei nella disperazione.
Hai semplicemente una forte sensibilità spirituale e qualche paura.
La tua fede nella misericordia divina è la prova definitiva che non stai rifiutando la speranza.
La tua confessione è valida se desideri convertirti, anche se ti senti incerto.

La tua paura non è un peccato.
Se hai ricevuto validamente l’assoluzione, i tuoi peccati sono stati realmente rimessi da Dio, anche se non senti nulla, anche se ti senti incerto o turbato.

Dopo l’assoluzione, il perdono non dipende dai sentimenti. La Chiesa insegna che il sacramento della Riconciliazione agisce con certezza oggettiva, per la potenza di Cristo, non per l’intensità del tuo “sentire”.
È il principio cattolico della efficacia sacramentale:

I sacramenti agiscono “ex opere operato”,
cioè per la potenza di Cristo che opera attraverso il sacramento,
non per il tuo stato emotivo.

Quindi se hai fatto una confessione valida, se hai detto i peccati, se hai ricevuto l’assoluzione, il perdono c’è, perché lo dà Dio stesso attraverso il sacerdote.
Le emozioni non aggiungono e non tolgono nulla.

La paura di “non essere stato abbastanza pentito” non è peccato, perché non nega la misericordia, non rifiuta il perdono, non dice che Dio non può salvarti, non afferma che non c’è speranza, non è un rifiuto volontario e consapevole della fiducia.

È solo paura, non disperazione.
La disperazione dice: “Dio non può perdonarmi.”
Tu stai dicendo: “Dio può perdonarmi… ma ho paura di non aver fatto bene.”

Queste due cose sono completamente diverse.
La tua paura riguarda te stesso, non Dio.
Quindi non è disperazione.

La contrizione sufficiente c’è? Probabilmente sì

La Chiesa è molto chiara:
non serve una contrizione perfetta, né un forte dolore emotivo. Basta un vero desiderio di lasciare il peccato, un vero desiderio di essere perdonato, e l’impegno (anche fragile) di evitarlo in futuro.

Questo è sufficiente per una confessione valida.
Non devi sentire niente in particolare.
Non devi avere la “pace immediata”.
La grazia non è un’emozione: è un fatto.

Il turbamento dopo la confessione non significa che non sei stato perdonato.
È molto comune — specialmente in persone sensibili o scrupolose — non sentire pace subito dopo l’assoluzione.

I sentimenti possono essere disturbati da ansia, autocritica, memorie dolorose, sensazione di aver “fatto male”, abitudini di paura spirituale.
Niente di tutto questo tocca la grazia sacramentale.

Le emozioni non sono indicatori della presenza o assenza del perdono.
Se Dio ha detto “ti assolvo”, la Sua parola vale infinitamente più dei tuoi sentimenti.

La tua paura non è disperazione.
La tua paura non è peccato.
Non prova nulla contro la validità del sacramento.
L’assoluzione è valida per la potenza di Cristo, non per il tuo “sentire”.
Se il sacerdote ti ha assolto, i tuoi peccati sono stati davvero rimessi da Dio, a prescindere dalle emozioni che provi.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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