A cura di Giuseppe Monno

La disperazione della salvezza — uno dei peccati contro lo Spirito Santo — non è un semplice moto emotivo, ma uno stato interiore in cui una persona giunge a convincersi che Dio non possa più salvarla o perdonarla. La Chiesa, però, insegna che nessuno è irrimediabilmente perduto: questa disperazione è un inganno spirituale, mai la verità su Dio. “Guarire” non significa non provare più tristezza o scoraggiamento, ma costruire progressivamente una struttura interiore e sacramentale che renda impossibile ricadere stabilmente nella disperazione.
Occorre anzitutto comprendere che Dio può sempre perdonare. Il Catechismo è chiarissimo:
«Nulla è impossibile per Dio» (CCC 269)
«Non c’è peccato, per quanto grave, che la Chiesa non possa perdonare» (CCC 982)
«La misericordia di Dio non ha limiti» (CCC 1864, indicando che l’unico limite è il rifiuto dell’uomo)
La disperazione nasce da un errore dottrinale: pensare che la propria miseria sia più grande della misericordia divina. Guarire significa sostituire la menzogna — «Dio non può perdonarmi» — con la verità: il perdono è più forte del peccato.
Per la Chiesa cattolica, l’antidoto più potente contro la disperazione è il sacramento della Riconciliazione, perché attraverso il sacerdote è Dio stesso a dire: «Ti assolvo». È una parola oggettiva, non un’emozione, e restituisce certezza della salvezza qui e ora.
Molti santi insegnano che chi si confessa con sincerità non ha nulla da temere per la propria salvezza. La confessione crea una memoria della misericordia: un fondamento che rimane anche nei momenti più difficili.
La disperazione scaturisce spesso da un paradosso: pretendere di salvarsi da soli e sentirsi falliti quando ci si accorge di non esserne capaci. Riconoscere che non ci si salva con le proprie forze è il primo passo verso la guarigione. La Chiesa insegna che la salvezza è grazia, non il risultato di prestazioni morali (CCC 1996–2001). La vera libertà nasce dal dire: «Non posso salvarmi da solo, ma Dio può: e questo mi basta».
Nessuno guarisce dalla disperazione da solo. È necessario un direttore spirituale, un sacerdote di riferimento o comunque una guida esperta (religioso, religiosa, consacrato). È fondamentale, perché la disperazione è un inganno: e gli inganni si spezzano solo quando qualcuno aiuta a riconoscerli. Chi è disperato giudica se stesso in modo distorto; una guida offre criteri oggettivi.
Per combattere la disperazione è molto utile riempire la mente meditando sulla misericordia. Tre strumenti privilegiati della spiritualità cattolica:
1. La Divina Misericordia (Santa Faustina): Gesù ripete che «l’anima più misera ha diritto alla mia misericordia».
2. I Salmi 13, 22, 34, 42, 43 contro la disperazione.
3. Gli scritti di santi che hanno affrontato la disperazione: Teresa di Lisieux, Francesco di Sales, il Curato d’Ars, Padre Pio.
Meditare quotidianamente testi che parlano della misericordia trasforma gradualmente il modo di pensare.
La disperazione non nasce solo da sentimenti, ma da suggestioni interiori: «Sei troppo peccatore», «Dio si è stancato di te», «Non c’è speranza». La risposta della Chiesa è la lotta spirituale: proclamare le promesse della Scrittura e ribadire ogni giorno la volontà di fidarsi di Dio. È un esercizio quotidiano.
Il Catechismo (CCC 1829) insegna che la disperazione si vince vivendo nella carità. L’amore rende l’anima capace di percepire la presenza di Dio: opere di misericordia, servizio al prossimo, preghiera per gli altri. La disperazione è sempre un ripiegamento su di sé; la carità spezza questo circolo.
Dalla disperazione della salvezza si può guarire non perché non si proverà più tristezza, ma perché il cuore, imparando la verità su Dio, non potrà più credere alla menzogna al punto da cadere nel rifiuto della speranza.