A cura di Giuseppe Monno

Introduzione
La dottrina della Transustanziazione, secondo la quale tutta la sostanza del pane e del vino consacrati nella celebrazione eucaristica si converte nella sostanza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, è uno dei misteri centrali e più profondi della fede cattolica. Ben lungi dall’essere una mera elaborazione teologica tardiva, essa affonda le sue radici nella Sacra Scrittura e nella Tradizione vivente della Chiesa, custodita dai Padri fin dai primi secoli.
Le parole stesse di Gesù, pronunciate durante l’ultima cena — «…questo è il mio corpo… questo è il calice del mio sangue…» (Matteo 26,26-28; Marco 14,22-24; Luca 22,19-20) — costituiscono il fondamento biblico essenziale di questa verità. Fin dall’antichità la Chiesa cattolica ha riconosciuto in queste parole un significato non meramente simbolico, ma reale, come testimoniato dalle prime comunità cristiane e dai Padri della Chiesa quali sant’Ignazio di Antiochia, san Giustino e sant’Ireneo di Lione.
In un contesto in cui la fede nell’Eucaristia è talvolta fraintesa o messa in discussione, appare quanto mai urgente proporre con chiarezza e carità la verità perenne della presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. Il presente scritto si propone, quindi, di offrire una difesa apologetica della Transustanziazione alla luce delle Sacre Scritture e della testimonianza dei Padri della Chiesa.
Giovanni 6,51-58
Discorso sul pane della vita
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.» Allora i giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui… Questo è il pane disceso dal cielo… chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù insiste con forza — usando espressioni molto concrete e ripetute — che la sua carne è cibo vero e il suo sangue bevanda vera. Non si tratta di una metafora generica: i giudei infatti si scandalizzano, e Gesù non ritratta né chiarisce in senso simbolico, ma insiste. Il verbo greco trogo, usato nella parte finale del discorso, indica un «mangiare concreto», rafforzando il significato reale e sacramentale, pur non biologico, del dono eucaristico.
Matteo 26,26-28
Istituzione dell’Eucaristia
«Mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”. Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”.»
Gesù non dice «questo rappresenta il mio corpo», ma «questo è il mio corpo». La formula è solenne e liturgica, riportata con coerenza in tutti i Sinottici.
1 Corinzi 10,16-17
Comunione reale con il corpo e il sangue di Cristo
«Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?»
San Paolo non lascia spazio a interpretazioni puramente simboliche: il pane e il calice consacrati sono reale partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo. La comunione sacramentale non è un ricordo astratto, ma inserisce realmente il fedele nella vita di Cristo e nel Mistero pasquale.
1 Corinzi 11,23-29
Discernere il Corpo del Signore
San Paolo ammonisce:
«Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore… Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.»
Un simbolo non potrebbe generare una colpa così grave: questo ammonimento evidenzia ulteriormente la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia e la necessità di un cuore disposto e di una vita coerente al dono ricevuto.
Prefigurazioni dell’Eucaristia nell’Antico Testamento
L’Antico Testamento contiene numerose figure che preparano al mistero dell’Eucaristia. Queste non prefigurano direttamente la Transustanziazione nel suo aspetto filosofico-teologico (sviluppato pienamente nel Medioevo), ma anticipano il sacrificio eucaristico e il dono del Corpo e del Sangue di Cristo.
Genesi 14,18 — Melchisedek
Melchisedek, re e sacerdote, offre pane e vino. È figura di Cristo sacerdote eterno (Salmi 109,4; Ebrei 7) e anticipa l’offerta eucaristica.
Esodo 16 — La manna nel deserto
«Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi…»
La manna è il pane disceso dal cielo che prefigura Cristo stesso, come Gesù afferma in Giovanni 6.
Esodo 12 — L’agnello pasquale
L’agnello immolato è figura di Cristo, l’Agnello di Dio, il cui sacrificio redentore si rende presente nell’Eucaristia.
Genesi 22 — Il sacrificio di Isacco
L’offerta del figlio di Abramo prefigura il sacrificio del Figlio di Dio. L’Eucaristia è memoriale sacramentale di questo sacrificio.
Esodo 24,8 — Il sangue dell’alleanza
«Questo è il sangue dell’alleanza…»
Gesù riprende questa formula durante l’Ultima Cena per indicare il dono del suo sangue.
Levitico 24,5-9 — Il pane dell’offerta
I pani dell’offerta perpetua anticipano simbolicamente la comunione sacra che si compirà pienamente nell’Eucaristia.
Testimonianze dei Padri della Chiesa sulla presenza reale
La fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia è ampiamente attestata fin dai primi secoli, ben prima dell’introduzione formale del termine “Transustanziazione” nel Concilio Lateranense IV (1215).
Sant’Ignazio di Antiochia (circa 107 d.C.)
Lettera agli Smirnesi, 6-7
«Desidero il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo…»
«Non confessano l’Eucaristia come carne del nostro Salvatore Gesù Cristo…»
San Giustino Martire (circa 150 d.C.)
Prima Apologia, 66
«Il cibo e la bevanda eucaristici… sono la carne e il sangue di quel Gesù incarnato.»
Sant’Ireneo di Lione (circa 189 d.C.)
Adversus Haereses, V,2,2
«Il pane… non è più pane comune, ma Eucaristia, composta da due realtà, una terrena e una celeste.»
Tertulliano (circa 210 d.C.)
«La carne si nutre del corpo di Cristo…»
San Cipriano (circa 250 d.C.)
«Cristo è il pane vivo disceso dal cielo…»
San Cirillo di Gerusalemme (circa 350 d.C.)
«Il pane, dopo l’invocazione, diventa il Corpo di Cristo…»
Sant’Ambrogio di Milano (circa 390 d.C.)
«Cristo è in quel Sacramento, perché è il Corpo di Cristo.»
San Gregorio di Nissa (IV secolo)
«Il pane consacrato dalla parola diventa il Corpo del Verbo.»
Sant’Agostino d’Ippona (V secolo)
«Il pane che vedete sull’altare… è il Corpo di Cristo.»
Pur usando talvolta il linguaggio del “segno”, sant’Agostino non intende mai un simbolo vuoto: il sacramento è “segno che contiene la realtà”.
Le prime negazioni della presenza reale
La fede nella presenza reale fu universalmente condivisa nei primi secoli. Solo nell’XI secolo Berengario di Tours propose un’interpretazione puramente simbolica dell’Eucaristia. Le sue posizioni furono condannate dal Sinodo di Vercelli (1050) e dal Sinodo di Roma (1059).
Durante la Riforma protestante, Ulrico Zwingli negò la presenza reale, sostenendo una lettura simbolica. Martin Lutero mantenne invece una forma di presenza reale, pur rifiutando la Transustanziazione e proponendo la dottrina dell’”unione sacramentale”.
Conclusione
Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dalla liturgia antica al Magistero, la fede cattolica ha sempre riconosciuto nell’Eucaristia la presenza reale di Cristo. La Transustanziazione non è un’elaborazione tardiva, ma la formulazione teologica precisa di ciò che la Chiesa ha sempre creduto e vissuto: che il pane e il vino, per la potenza delle parole di Cristo e l’azione dello Spirito Santo, diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue, nutrimento di vita eterna.