A cura di Giuseppe Monno

Secondo la lettura cattolica tradizionale, il quesito su “con chi si unirono Caino e Set” nasce dal fatto che la Genesi nomina solo tre figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Tuttavia, questa menzione non pretende di essere un elenco completo della loro discendenza. La Scrittura stessa lascia intendere che la prima coppia ebbe molti altri figli e figlie.
La testimonianza biblica
La chiave si trova in Genesi 5,4, dove, dopo aver ricordato la nascita di Set, il testo afferma:
“Adamo generò altri figli e figlie”.
La formula è tipica della narrativa biblica antica: si citano solo i personaggi rilevanti per la storia della salvezza. Ciò significa che esisteva un’intera e numerosa discendenza primordiale, non esplicitata per nome.
Di conseguenza, secondo l’interpretazione cattolica tradizionale, Caino e Set sposarono donne che erano loro sorelle, o eventualmente nipoti. Le prime generazioni dell’umanità erano infatti costituite solo dai discendenti immediati di Adamo ed Eva.
Dimensione teologica
La Chiesa insegna la dottrina del monogenismo (tutta l’umanità discende da un’unica coppia originaria), tema ribadito nel Magistero contemporaneo, ad esempio nell’Enciclica Humani Generis di Pio XII.
Se l’intera umanità proviene da un’unica coppia, è inevitabile che i primi matrimoni avvenissero all’interno della stessa famiglia, prima che si formassero clan distinti.
L’apparente problema etico — l’unione tra consanguinei — va compreso in un contesto diverso da quello successivo alla rivelazione mosaica. La proibizione dell’incesto non era ancora stata promulgata, e la tradizione teologica afferma che:
nelle origini non vi era la degenerazione genetica accumulata nei millenni,
Dio permette ciò che serve alla fase fondativa dell’umanità,
la legge morale positiva si dispiega progressivamente nella storia della salvezza.
Così, sant’Agostino (De Genesi ad Litteram, I, 26-27; De Civitate Dei, XIV, 23; Confessiones) scrive che all’inizio fu necessario che i fratelli si unissero tra loro per la propagazione del genere umano, ma che in seguito tale prassi diventò disordinata e contraria alla norma divina.
La voce dei Padri della Chiesa
I Padri non evitano affatto il problema; al contrario, lo affrontano esplicitamente:
Sant’Agostino (De Civitate Dei, XV, 16, PL, 41, 541-542) sostiene che i primi uomini non ebbero altra possibilità che unirsi tra consanguinei, e lo consideravano legittimo perché non ancora vietato. La legge morale, secondo sant’Agostino, si adatta alla fase della storia umana in cui viene data.
San Giovanni Crisostomo (Homiliae in Genesim, PG, 53-54, 321-330) interpreta Genesi 5,4 come indicazione che Adamo generò una moltitudine di figli e che il silenzio sui loro nomi non è negazione della loro esistenza, ma economia narrativa.
San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I-II, q. 94, a. 5 ad 3) affronta la questione della legge naturale, spiegando che all’origine l’unione tra fratelli non violava alcun precetto divino, perché era necessaria al bene comune della propagazione della specie.
Ciò che è necessario per la conservazione dell’umanità non è moralmente illecito in sé: l’illecito nasce in un secondo momento, quando la necessità scompare.
Insomma, la prima famiglia umana espanse l’umanità attraverso unioni tra consanguinei, permesse da Dio nelle origini e successivamente proibite quando non erano più necessarie.