IL SUICIDIO ALLA LUCE DELLA FEDE CATTOLICA

A cura di Giuseppe Monno

Il mistero della vita umana, dono prezioso e irripetibile di Dio, è al centro della riflessione cristiana fin dalle origini. La Chiesa guarda al suicidio con una profonda compassione, riconoscendo in esso non soltanto una grave ferita inflitta alla vita ricevuta da Dio, ma anche un segno drammatico della sofferenza interiore della persona.

Radici bibliche e visione teologica

Nella Sacra Scrittura, la vita è costantemente presentata come bene ricevuto dal Creatore: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Il Salmo 139 ricorda che ogni persona è “intessuta” da Dio nel grembo materno, e pertanto appartiene a Lui in modo radicale.
Anche il comandamento “Non uccidere” (Esodo 20,13) viene letto dalla tradizione cattolica come un invito a custodire non solo la vita degli altri, ma anche la propria, riconoscendola come un dono affidato alla nostra responsabilità.

Il Nuovo Testamento illumina ulteriormente questo sguardo: Cristo si presenta come “pane di vita” (Giovanni 6,35) e come colui che è “venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10,10). L’esperienza cristiana non nega la sofferenza, ma afferma che essa non può avere l’ultima parola, poiché nella croce e nella risurrezione di Gesù è stata aperta una via di speranza dentro ogni oscurità umana.

L’insegnamento del Magistero

Il Catechismo della Chiesa Cattolica affronta il tema del suicidio nei numeri 2280–2283.
La posizione tradizionale della Chiesa è chiara: la vita è un dono che ci è stato affidato, e il gesto del suicidio “contraddice l’amore naturale verso se stessi, l’amore verso il prossimo e l’amore verso Dio” (CCC 2281).

Tuttavia, il Magistero sottolinea anche che la responsabilità personale può essere attenuata da gravi sofferenze psichiche, angoscia o paura profonda. Per questo motivo, la Chiesa non considera automaticamente dannata una persona che muore per suicidio: “Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte” (CCC 2283). Al contrario, invita alla preghiera di intercessione e affida tali anime alla misericordia di Dio, che conosce le profondità dei cuori meglio di noi stessi.

Documenti recenti insistono sul valore della vita e sull’importanza dell’accompagnamento. Evangelium Vitae di san Giovanni Paolo II richiama la comunità cristiana a farsi prossima a chi soffre, promuovendo una cultura della vita che sappia accogliere la fragilità e opporre alla disperazione la solidarietà e la speranza.

La cura pastorale e la compassione

La Chiesa non guarda il suicidio come un gesto da giudicare, ma come una ferita da curare. Invita a comprendere il dramma esistenziale di chi vi è tentato: solitudine, depressione, traumi o sofferenze morali che indeboliscono gravemente la libertà.

Il compito della comunità cristiana, secondo il Vangelo, non è condannare, ma accompagnare:
con l’ascolto,
con la vicinanza concreta,
con l’annuncio della speranza cristiana,
con l’aiuto a ritrovare il senso e il valore della propria vita.

Papi come Benedetto XVI e Francesco hanno più volte richiamato la necessità di un atteggiamento misericordioso e realistico, capace di riconoscere i limiti umani e la potenza della grazia divina.

La speranza cristiana

La fede cattolica afferma che nessuna vita è priva di valore, e che Dio rimane vicino anche nei momenti di più grande oscurità. La morte per suicidio non è mai vista come una parola definitiva sul destino eterno di una persona; al contrario, la Chiesa affida tali fratelli e sorelle all’amore misericordioso del Padre, che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1 Timoteo 2,4).

Il cristiano è chiamato a farsi strumento di questa speranza, riconoscendo che la cura dei più fragili è un’autentica partecipazione alla missione di Cristo, medico delle anime e dei corpi.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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