LA SEMPRE VERGINE: LA VERGINITÀ DI MARIA DOPO IL PARTO

A cura di Giuseppe Monno

Introduzione

La dottrina della perpetua verginità di Maria – cioè che la Madre di Gesù rimase vergine prima, durante e dopo il parto – costituisce una delle verità fondamentali della fede cristiana, testimoniata fin dai primi secoli dalla Tradizione della Chiesa e solennemente professata dal Magistero cattolico. Tuttavia, essa è stata oggetto di incomprensioni, contestazioni e interpretazioni riduttive, specialmente in tempi recenti, spesso a causa di una lettura superficiale o anacronistica dei testi biblici.

Scopo del presente scritto è offrire una difesa apologetica, fondata sulle Sacre Scritture, sulla linguistica biblica (ebraica e greca), sulla Tradizione patristica e su una lettura teologica coerente, della verità secondo cui Maria non ebbe altri figli oltre Gesù e che la sua maternità fu interamente verginale. In particolare, si risponde alla questione ricorrente relativa ai cosiddetti “fratelli di Gesù”, spesso citati nei Vangeli, e si dimostra che costoro non erano figli della Vergine, bensì parenti prossimi, verosimilmente figli di Maria di Clèopa, cognata della Madre di Gesù.

Questa riflessione non vuole essere né polemica né esclusivamente esegetica: essa nasce dal desiderio di contemplare più profondamente il mistero dell’Incarnazione, nella quale Maria ha un ruolo assolutamente unico. Custodire la sua verginità è, in ultima istanza, custodire la fede nella divinità di Cristo, Figlio unigenito del Padre e della Vergine. In questo spirito, il presente lavoro intende offrire un contributo chiaro, documentato e fedele all’insegnamento costante della Chiesa, in un tempo in cui è urgente ricomprendere le radici bibliche e dogmatiche della nostra fede.

I “fratelli” di Gesù nel Nuovo Testamento

Matteo 12,46
Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, cercavano di parlargli.

Marco 3,31
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.

La presenza di “fratelli” di Gesù nei Vangeli ha dato origine a varie interpretazioni. Il termine greco utilizzato è adelphós, che, come l’ebraico ʼah, ha un significato semantico ampio. Può infatti indicare non solo i fratelli germani, figli dello stesso padre e madre, ma anche parenti prossimi, membri della stessa tribù o popolo, correligionari, e perfino amici intimi o discepoli.

Nel contesto biblico e linguistico della Septuaginta (versione greca della Tanakh ebraica, tradotta in koinè, lo stesso greco usato nel Nuovo Testamento), adelphós non indica necessariamente un fratello carnale.

Oltre ai fratelli nati dagli stessi genitori (Genesi 4,1-2 LXX; Matteo 4,21), essi possono designare anche cugini (1 Cronache 23,21-22 LXX), zii e nipoti (cfr. Genesi 13,8 con 11,27 LXX), concittadini (Genesi 19,6-7 LXX), membri di una stessa tribù (1 Cronache 15,4-10 LXX), connazionali (Esodo 2,11; Deuteronomio 18,15 LXX; Atti 3,17), sposi (Tobia 7,12 LXX), bisognosi (Matteo 25,40), discepoli di Gesù (Giovanni 20,17-18) e tutti coloro che fanno la volontà di Dio (Matteo 12,49-50).
Non sorprende quindi che i libri del Nuovo Testamento utilizzino la stessa lingua greca della Settanta, il koinè, con la stessa ampiezza semantica del termine adelphós.

I “fratelli” menzionati in Matteo 12,46 e Marco 3,31 non devono quindi essere intesi come figli di Maria e Giuseppe, ma come parenti che si presentarono insieme a sua madre per incontrare Gesù. Fra loro, con buona probabilità, vi era Maria di Cleopa, che ritroviamo ai piedi della croce insieme alla madre di Gesù e alla Maddalena (Giovanni 19,25).

Quando la Bibbia vuole invece precisare che si tratta di fratelli germani, utilizza formule più esplicite, come:
“Suo fratello, figlio di sua madre” (Genesi 43,29 LXX);
“Sua sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Levitico 20,17 LXX);
“Miei fratelli, figli di mia madre” (Giudici 8,19 LXX);
“Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, nella barca insieme con Zebedeo loro padre” (Matteo 4,21).
Il Nuovo Testamento non usa mai espressioni di questo tipo per riferirsi ai cosiddetti “fratelli di Gesù”.

Per quanto riguarda il Salmo 69,8: “Sono un estraneo per i miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre”, non può essere applicato a presunti fratelli uterini di Gesù, come talvolta viene sostenuto. Tale versetto, letto in chiave cristologica, si riferisce piuttosto al rifiuto dei suoi compatrioti. Questo è confermato dal racconto di Marco 6,1-6, dove gli abitanti di Nazaret, pur riconoscendo la sua sapienza e le sue opere, faticano ad accettarlo:

“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.”

In questo senso figurato, “mia madre” rappresenta la patria di Gesù, mentre “miei fratelli” e “figli di mia madre” indicano i suoi compatrioti che non lo hanno accolto con fede.

Parentela di Gesù con Giacomo, Giuseppe (Ioses), Simone e Giuda secondo i Vangeli

I Vangeli sinottici citano più volte Giacomo, Giuseppe (detto anche Ioses), Simone e Giuda come “fratelli” di Gesù:

Matteo 13,55: “Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?”

Marco 6,3: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”

La questione interpretativa è se essi siano fratelli uterini di Gesù o parenti prossimi. L’uso semitico del termine fratelli rende possibile che indichi cugini o membri della stessa famiglia allargata.

L’identità di Giacomo e Ioses: figli di un’altra Maria

Gli stessi Vangeli chiariscono che Giacomo e Ioses (forma ellenistica di Giuseppe) non sono figli della madre di Gesù, ma di un’altra donna chiamata Maria.

Testimonianze evangeliche

Matteo 27,55-56: tra le donne al Calvario c’è “Maria madre di Giacomo e di Giuseppe”.

Marco 15,40-41: viene menzionata “Maria madre di Giacomo il Minore e di Ioses”.

Questa Maria è dunque distinta dalla Vergine Maria.

L’identificazione con “l’altra Maria”

Matteo 27,61 e 28,1 parlano di “Maria di Magdala e l’altra Maria” presso il sepolcro.

Marco 16,1 cita “Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome”.

Luca 24,9-10 menziona “Maria di Magdala e Maria di Giacomo”.

L’”altra Maria” è quindi la madre di Giacomo e Ioses.

Maria di Cleopa: moglie di Cleopa e cognata della Vergine

Nel Vangelo di Giovanni appare un’ulteriore precisazione:

Giovanni 19,25: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria di Magdala.”

Qui Maria di Cleopa è definita “sorella” della madre di Gesù, espressione che nella cultura semitica può indicare anche una cognata.

Secondo Egesippo (II secolo), riportato da Eusebio (Historia Ecclesiastica III, 11.32), Cleopa era fratello di Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria. Maria di Cleopa sarebbe dunque la moglie di Cleopa, e i suoi figli — Giacomo, Ioses, Simone e Giuda — i cugini di Gesù.

L’identità di Giuda fratello di Giacomo

Il Giuda menzionato come “fratello di Giacomo” (o “di Giacomo”, in senso semitico) è l’apostolo Giuda Taddeo:

Luca 6,16: “Giuda di Giacomo.”

Atti 1,13: “Giacomo di Alfeo… e Giuda di Giacomo.”

Giuda 1: “Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo.”

Questo conferma che Giuda è figlio della stessa Maria madre di Giacomo, non della Vergine.

L’identità di Simone

Egesippo testimonia che Simone era un figlio di Cleopa. Ciò rafforza l’interpretazione secondo cui Simone, come Giacomo, Ioses e Giuda, apparteneva alla famiglia di Cleopa e Maria, non alla famiglia nucleare di Gesù.

Cleopa e Alfeo: due nomi per la stessa persona

Cleopa e Alfeo di Giacomo sono la stessa persona. Nella Bibbia molti personaggi vengono menzionati con nomi diversi: Bartolomeo è chiamato anche Natanaele (Matteo 10,2-4; Giovanni 21,1-2), Tommaso è chiamato Didimo (Giovanni 21,2), Matteo è chiamato Levi (Matteo 9,9; Marco 2,14), Giuda è identificato con Taddeo (Luca 6,16; Marco 3,18), Giuseppe è chiamato Barnaba (Atti 4,36), Giovanni è chiamato Marco (Atti 12,25), Saulo è chiamato Paolo (Atti 13,9), Simone è chiamato Pietro (Matteo 16,18), mentre suo padre Giovanni (Giovanni 21,16) è chiamato Giona (Matteo 16,17).

Alcuni di questi sono nomi propri (Bartolomeo, Natanaele, Tommaso, Matteo, Levi, Giuda, Taddeo, Giovanni, Marco, Paolo, Saulo), altri sono epiteti (Pietro, Barnaba, Didimo), mentre altri ancora rappresentano varianti dello stesso nome (Giona).

Quindi Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone non sono figli della madre di Gesù, ma cugini di lui. Parimenti quelle “sorelle” possono essere intese come parenti prossime, appartenenti allo stesso clan familiare.

Il Nuovo Testamento non chiama mai i fratelli di Gesù “figli di Maria madre di Gesù”, né li definisce “figli di Giuseppe”, come accade invece con “Giacomo di Zebedeo” o “Levi di Alfeo”. Questo silenzio è teologicamente e culturalmente rilevante: se la madre di Gesù avesse avuto altri figli, sarebbero stati indicati come tali, secondo l’uso ebraico.

Il significato di “primogenito” e “finché”

Matteo 1,25
Giuseppe non la conobbe finché ella non partorì il suo figlio primogenito.

Luca 2,7
Diede alla luce il suo figlio primogenito.

Alcuni deducono che l’uso di “primogenito” implichi l’esistenza di altri figli, e che l’espressione “non la conobbe finché…” indichi rapporti coniugali dopo il parto. Tuttavia, ciò non è fondato né linguisticamente né teologicamente.

Il termine “primogenito” (“prototokos”) indica colui che apre il grembo (Esodo 13,2) ed è soggetto a riscatto secondo la Legge mosaica (Numeri 18,15-16), indipendentemente dall’esistenza di fratelli minori. Anche l’unico figlio può essere “primogenito” (Ebrei 1,6 riferito a Cristo, unico Figlio di Dio).

Quanto a “finché” (“heôs”), esso non implica necessariamente un cambiamento di condizione. Esempi:

Salmo 110,1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”: Cristo continua a regnare anche dopo.

2Samuele 6,23: “Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte”: ciò non implica che ne ebbe dopo.

Quindi, Matteo 1,25 non afferma nulla riguardo eventuali rapporti dopo la nascita di Gesù. L’interesse dell’evangelista è sottolineare la concezione miracolosa e verginale di Cristo, non fornire indicazioni sul futuro della vita coniugale di Maria e Giuseppe.

La testimonianza della Tradizione

San Tommaso d’Aquino afferma:

“Giuseppe si sarebbe reso colpevole della massima presunzione se avesse osato violare colei che aveva concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo.”
(Summa Theologiae, III, q. 28, a. 3)

E ancora:

“Maria si sarebbe dimostrata ingrata se, avendo ricevuto in dono la verginità per un miracolo divino, l’avesse poi persa coniugalmente.”

I Padri della Chiesa difendono unanimemente la perpetua verginità di Maria, ovvero prima, durante e dopo il parto:

Origene († 253)

“Maria non ebbe altri figli, perché Gesù solo fu per lei tutto e ogni cosa… Gesù non aprì il seno della Vergine, ma lo lasciò integro.”
(Homilia in Lucam, 7,4)

San Zeno di Verona († ca. 371)

“Maria concepì senza corruzione, partorì rimanendo vergine, e dopo il parto rimase vergine.”
(Sermo de Nativitate Domini et de Virgine Maria)

Sant’Ambrogio di Milano († 397)

“Che cos’è questa porta, se non Maria?
Questa è la porta che rimane chiusa e non si apre. Per questa porta è entrato e uscito soltanto il Signore Dio d’Israele, e resterà sempre chiusa.”
(Expositio in Lucam II, 7)

San Didimo il Cieco († 398)

“È chiaro che Maria fu vergine non solo prima del parto, ma anche durante il parto, e rimase vergine dopo il parto.”
(De Trinitate, III, 4)

Sant’Epifanio di Salamina († 403)

“Come potrebbe una donna, che ha generato il Dio fatto uomo, non rimanere vergine?”
(Panarion, 78, 6)

Sant’Agostino († 430)

“Colei che fu vergine nel concepimento rimase vergine nel parto e vergine dopo il parto.”
(Sermo 186,1)

San Girolamo († 420)

“Maria è madre e allo stesso tempo vergine: è vergine concependo, vergine partorendo, vergine dopo il parto.”
(Contra Elvidium, 21)

Maria affidata al discepolo amato

Dalla croce, Gesù affida Maria a Giovanni:

Giovanni 19,26-27
“Donna, ecco tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco tua Madre!” E da quel momento il discepolo la prese con sé.

Se Maria avesse avuto altri figli naturali, sarebbe stato loro compito accudirla. Il gesto di Gesù mostra invece che Maria non aveva altri figli secondo la carne.

Conclusione

La Scrittura, la Tradizione e il Magistero concordano nell’affermare che Maria è sempre vergine, in corpo, mente e spirito:

Vergine prima del parto: concepì per opera dello Spirito Santo;
Vergine durante il parto: il Figlio di Dio nacque senza violare il sigillo della verginità;
Vergine dopo il parto: non ebbe mai rapporti coniugali, né altri figli.

Il dogma della perpetua verginità di Maria è professato da tutte le grandi tradizioni cristiane antiche: cattolica, ortodossa e copta. È simbolo della totale consacrazione di Maria a Dio, della sua unicità nella storia della salvezza, e della divina origine del Cristo.

La perpetua verginità di Maria è un dogma eminentemente cristocentrico, non marianocentrico. È cioè un insegnamento che nasce dal modo in cui la Chiesa comprende Cristo, e solo in secondo luogo dal ruolo singolare di Maria.

Maria non è vergine nonostante Cristo, ma a causa di Cristo.
La sua verginità perpetua è un monumento vivente alla verità dell’Incarnazione:
il Fiume eterno è entrato nella storia attraverso una Sorgente che è rimasta fonte purissima perché il Fiume non ha origine umana.

La perpetua verginità è strettamente collegata al titolo di Theotókos, definito a Efeso (431).
Se Maria è Madre vera del Verbo incarnato, il suo rapporto con il Figlio è unico, non replicabile in altre maternità.
La relazione che la definisce non è con un uomo, ma con Dio stesso.
Perciò la verginità perpetua sottolinea la singolarità della maternità divina, non un’idea platonica di purezza.

La perpetua verginità di Maria è profondamente cristocentrica.
Affermarla significa riconoscere la singolarità dell’Incarnazione;
la divinità di Cristo;
l’unicità della sua nascita nel mondo;
la grandezza della maternità divina di Maria;
la natura sacramentale e spirituale della Chiesa.

La perpetua verginità ha anche una valenza ecclesiologica:
Maria rappresenta la Chiesa che genera Cristo nel mondo mediante la fede, non mediante potenza umana.
Come Maria concepisce senza uomo, così la Chiesa genera nuovi figli attraverso lo Spirito.
Come Maria rimane vergine, così la Chiesa custodisce la purezza della fede ricevuta.
Questa prospettiva è ancora una volta radicata in Cristo, non in Maria.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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