A cura di Giuseppe Monno

La rivelazione apocalittica non parla mai in termini di aritmetica, ma di mistero. I numeri in essa non servono a delimitare, bensì a disvelare l’invisibile logica divina che supera ogni misura umana.
Quando Giovanni ascolta il numero dei segnati, non riceve un dato statistico del cielo, ma la visione della totalità ordinata e compiuta del popolo di Dio.
Il numero 144.000 è il linguaggio simbolico della pienezza, non dell’esclusione:
le dodici tribù dell’antico Israele e i dodici apostoli del nuovo Israele si moltiplicano per mille, cifra di immensità e di compimento.
È come dire: tutto il popolo di Dio, in ogni tempo e luogo, conosciuto e custodito dal suo Signore.
Apocalisse 7,4-8: Giovanni sente il numero dei sigillati, 144.000, 12.000 per ciascuna delle dodici tribù di Israele.
Si tratta di un numero simbolico e inclusivo:
144.000 = 12 × 12 × 1.000
12 rappresenta la pienezza del popolo di Dio (le 12 tribù e i 12 apostoli, cioè Israele e la Chiesa).
1.000 indica un numero grande, perfetto e completo.
Quindi i 144.000 rappresentano la totalità dei salvati, non un gruppo ristretto numericamente.
Il “sigillo” richiama il Battesimo e lo Spirito Santo (cfr. Efesini 1,13; 4,30).
I sigillati sono coloro che appartengono a Cristo e sono preservati dal male nelle persecuzioni e nelle prove del tempo presente.
Apocalisse 7,9-17: Giovanni vede poi una moltitudine che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stanno in piedi davanti all’Agnello.
Giovanni prima sente il numero dei sigillati (144.000, immagine dell’Israele spirituale),
ma poi vede una “moltitudine innumerevole”.
Si tratta della stessa realtà vista da due prospettive:
Sente: Israele ideale, simbolo della Chiesa ordinata e salvata.
Vede: moltitudine di tutte le genti, cioè la Chiesa universale redenta.
Questo passaggio da “udire” a “vedere” è tipico dell’Apocalisse: ciò che si ode e ciò che si vede descrivono la stessa realtà (cfr. Apocalisse 5,5-6: il leone che appare come agnello).
I 144.000 simboleggiano il popolo di Dio come Israele spirituale, ordinato e “contato”, cioè conosciuto e protetto da Dio.
La moltitudine rappresenta lo stesso popolo redento, ora visto nella sua universalità.
La Chiesa non vede in questi due gruppi una distinzione tra “élite” e “massa” dei salvati.
Questa lettura (due gruppi: 144.000 eletti celesti e moltitudine terrena) è tipica della teologia geovista, ma non di quella cattolica né della tradizione patristica.
Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, V, 28, 2–3
Nel numero delle dodici tribù è prefigurata la moltitudine che sarà salvata, che nessuno può contare.
Sant’Ireneo interpreta il numero 144.000 come simbolo del popolo redento, in continuità con Israele.
Le dodici tribù rappresentano le dodici fondamenta del popolo di Dio (le promesse di Israele e l’opera degli Apostoli).
Non distingue due gruppi separati: i sigillati e la moltitudine sono il medesimo popolo, visto prima come Israele restaurato, poi come Chiesa universale.
Sant’Agostino, De Civitate Dei, XX, 7
I 144.000 rappresentano “tutti i santi”, cioè l’intero corpo dei giusti.
La moltitudine è “la stessa assemblea dei redenti” contemplata nella gloria.
Per sant’Agostino non c’è distinzione: sono due aspetti della stessa Chiesa.
San Beda il Venerabile, In Apocalypsim, 7
I 144.000 indicano la Chiesa pellegrina sulla terra, sigillata e protetta.
La moltitudine è la Chiesa trionfante in cielo.
San Beda distingue due stati del medesimo popolo: la Chiesa nel combattimento terreno e la Chiesa nella gloria.
Origene, Commentarii in Evangelium Ioannis, VI
Origene vede il sigillo come il marchio del Verbo sui credenti, e la moltitudine come il compimento escatologico:
Gli stessi che sono segnati sulla terra si trovano poi nella visione celeste.
Andrea di Cesarea, Commentaria in Apocalypsin, VII
I 144.000 sono i fedeli in lotta; la moltitudine, la loro condizione gloriosa dopo la vittoria.
Andrea di Cesarea distingue una fase storica e una escatologica:
I 144.000 sono i credenti durante le tribolazioni, custoditi da Dio.
La moltitudine sono i santi già nella beatitudine.
Ma sono sempre i medesimi fedeli, non due categorie.
Due momenti dell’unico popolo redento.
Oecumenio di Tebe, Commentarius in Apocalypsin
Ciò che è numerato secondo le tribù appare poi come una moltitudine innumerevole, perché il disegno divino abbraccia tutta l’umanità.
Oecumenio interpreta i 144.000 come simbolo della pienezza della Chiesa, un numero perfetto che abbraccia Israele e i Gentili.
La moltitudine è la manifestazione visibile della salvezza universale.
Due prospettive dello stesso mistero: la Chiesa visibile e quella gloriosa.
Vittorino di Pettau, Commentarius in Apocalypsin
Vittorino interpreta i 144.000 e la moltitudine come la stessa Chiesa, distinguendo due fasi:
militante sulla terra e trionfante in cielo.
I 144.000 rappresentano i credenti sulla terra.
La moltitudine rappresenta gli stessi fedeli glorificati in cielo.
Riccardo di San Vittore, In Apocalypsim commentarius
Quelli che ora portano il sigillo della fede, canteranno un giorno davanti all’Agnello il canto della visione.
Riccardo sottolinea il parallelismo liturgico: i 144.000 “cantano il canto nuovo” (Apocalisse 14,3), anticipando il canto eterno della moltitudine.
Continuità tra la fede terrestre e la visione celeste, un unico corpo, due stati.
Riprende la linea di san Beda, ma con maggiore attenzione alla mistica della visione.
I 144.000 rappresentano la Chiesa militante, ordinata secondo la grazia e la fede.
La moltitudine immensa è la Chiesa trionfante, contemplante la gloria divina.
Ruperto di Deutz, Commentaria in Apocalypsim Joannis
Il numero dei dodici per dodici figure l’ordine e la misura della Chiesa, ma la moltitudine che nessuno può contare mostra la larghezza della misericordia di Dio.
Ruperto vede nel numero 144.000 il popolo ordinato sacramentalmente, cioè la Chiesa visibile, con i suoi ministeri e gradi.
La moltitudine è la Chiesa invisibile dei santi, che oltrepassa la struttura storica.
L’una non esclude l’altra: sono le due dimensioni del mistero ecclesiale, visibile e spirituale.
Ruperto distingue tra ordo ecclesiae e plenitudo gratiae, ma stessa realtà di salvezza.
Beato Gioacchino da Fiore, Expositio in Apocalypsim VII, 4; Liber Figurarum; Concordiae Novi et Veteris Testamenti
Il numero non indica pochi, ma i perfetti in ciascuna generazione, segno dell’opera dello Spirito nel mondo.
Gioacchino offre un’interpretazione storico-simbolica: i 144.000 sarebbero il “nuovo Israele” spirituale dei tempi finali, i riformatori santi che preparano l’era dello Spirito Santo.
La moltitudine è la totalità degli eletti in tutti i tempi.
Pur se in chiave profetica, Gioacchino resta nel solco simbolico e non letterale.
Legge i due gruppi in chiave profetica (fase di rinnovamento della Chiesa), ma non come categorie separate di salvezza.
San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 112, a. 4, ad 3; I, q. 47, a. 3; In Symbolum Apostolorum expositio, art. 9
Nelle cose divine, il numero non restringe ma figura la perfezione dell’ordine.
Tommaso non commenta direttamente l’Apocalisse, ma nei Commenti alle Epistole e nella Somma Teologica si trova il principio interpretativo:
I numeri biblici hanno valore simbolico, non aritmetico.
La grazia e la salvezza non si misurano “per numero”, ma per pienezza d’ordine divino.
La tradizione tomista quindi conferma la lettura simbolica e universale dei 144.000.
Cornelio a Lapide, Commentaria in Sacram Scripturam Tomus XIX, In Apocalypsin Joannis Apostoli VII, 4-9
Non si deve credere che saranno salvati solo pochi, ma che questo numero di 144.000 significa la perfezione e la moltitudine di tutte le tribù, cioè di tutta la Chiesa dei fedeli.
Cornelio sottolinea che il numero 144.000 “non è ristretto ma perfetto”, indicando totalità, non esclusione.
I 144.000 sono la Chiesa militante, composta dai battezzati fedeli e dai confessori di Cristo.
La moltitudine è la Chiesa trionfante, cioè gli stessi, ora glorificati.
Quella di Cornelio è la visione classica:
una sola Chiesa, distinta in due condizioni (militante e trionfante).
Jacques-Bénigne Bossuet, L’Apocalypse avec une explication
Il numero chiuso e il numero aperto designano lo stesso popolo, la Chiesa di Dio: contata nella sua disciplina, innumerevole nella sua carità.
Jacques-Bénigne Bossuet interpreta il testo in chiave ecclesiologica e pastorale.
I 144.000 rappresentano la Chiesa ordinata e fedele (vescovi, sacerdoti, laici perseveranti),
mentre la moltitudine rappresenta l’universalità della redenzione.
Bossuet insiste che il numero è puramente figurativo, simbolo dell’armonia tra Antico e Nuovo Israele.
Sintesi: Simbolo dell’ordine visibile e della grazia universale della Chiesa.
Cardinale Jean Daniélou, Théologie du judéo-christianisme, cap. 3
Jean Daniélou interpreta i 144.000 come il simbolo del compimento di Israele nella Chiesa.
La moltitudine è l’apertura missionaria universale.
L’una è figura di continuità, l’altra di universalità.
I due gruppi esprimono le due dimensioni del popolo di Dio: radice e frutto, Israele e le genti.
Padre Ugo Vanni, Apocalisse, Commento alla Bibbia CEI, Roma, Edizioni San Paolo, 1991 (nuova ed. 2005)
Le due visioni (vv. 4–8 e 9–17) non rappresentano due gruppi distinti, ma due modi di contemplare la stessa realtà: la totalità del popolo di Dio, prima nel suo pellegrinaggio terreno, poi nella sua condizione di gloria.
Il numero di 144.000 non va inteso in senso letterale ma simbolico: rappresenta l’Israele spirituale, cioè la Chiesa dei redenti.
La moltitudine innumerevole è la medesima comunità, colta ora nella pienezza escatologica, dopo la prova.
I 144.000: l’Israele spirituale, ordinato e sigillato.
La moltitudine: la stessa Chiesa universale, ora vista nella sua pienezza escatologica.
Insomma, un unico popolo di Dio, descritto sotto due prospettive complementari.
Joseph Ratzinger (poi Benedetto XVI), Eschatologia, cap. IV, pp. 239-240
Il numero dei 144.000 non delimita ma universalizza. Esso significa che tutti i salvati appartengono al numero di Dio, al numero che soltanto Lui conosce e può contare.
La moltitudine innumerevole dell’Apocalisse non è un gruppo diverso dai 144.000, ma la medesima realtà, vista nel suo compimento escatologico.
Ratzinger sottolinea che i 144.000 sono il segno dell’appartenenza a Dio, non una cifra ristretta ma la totalità dei redenti.
La moltitudine immensa è la stessa realtà contemplata nella visione escatologica: “il popolo dei salvati di ogni tempo e luogo”.
Anch’egli vede un’unica Chiesa, salvata nella pienezza dell’amore divino.
L’interpretazione patristica è unanime:
i 144.000 segnati e la moltitudine innumerevole non sono due gruppi diversi, ma due momenti o aspetti della stessa Chiesa, militante e trionfante, ordinata e glorificata.
Ireneo, Agostino, Beda, Origene, Andrea di Cesarea, Vittorino, Oecumenio, Riccardo di San Vittore, Ruperto di Deutz, Gioacchino da Fiore, Tommaso d’Aquino (per principio ermeneutico), Cornelio a Lapide, Bossuet, Daniélou, Ugo Vanni, Ratzinger:
tutti concordano nel riconoscere la continuità.
Alcuni, come Beda, Andrea, Vittorino, Riccardo, Ruperto, distinguono due stati:
la Chiesa dei sigillati, pellegrina e combattente;
la Chiesa della moltitudine, glorificata.
Ma si tratta sempre dello stesso popolo, non di due categorie di salvati.
Per la Chiesa i 144.000 segnati e la moltitudine innumerevole non sono due gruppi differenti,
ma due visioni della stessa realtà:
il popolo di Dio nella sua totalità,
prima “sigillato e protetto” nella prova,
poi “salvato e glorificato” davanti all’Agnello.
La dimensione simbolica del numero non rimane però astratta.
Nel linguaggio biblico e patristico, ciò che è contemplato simbolicamente trova sempre il suo riflesso nel cammino storico della Chiesa. Il popolo dei 144.000, segnato e custodito, indica la comunità dei credenti mentre percorre il proprio pellegrinaggio terreno; la moltitudine innumerevole è la medesima comunità vista nel suo pieno compimento presso Dio.
La “tribolazione” a cui l’Apocalisse allude non designa un gruppo selezionato, ma la condizione di tutto il popolo di Dio che, nella storia, attraversa le prove della fede. Il Catechismo ricorda che la Chiesa, prima della sua manifestazione gloriosa, è chiamata a una forma di purificazione e di testimonianza (cfr. CCC 675). Tale cammino non crea due popoli, ma manifesta due dimensioni dello stesso mistero ecclesiale: la fedeltà nella lotta e la gloria nella vittoria.
Così il simbolo dei 144.000 e la visione della moltitudine si illuminano a vicenda: ciò che è “contato” nella sapienza divina si rivela infine come una folla sconfinata, segno che la grazia abbraccia ogni popolo e ogni tempo. Il numero perfetto e la moltitudine innumerabile non si oppongono, ma esprimono insieme il movimento della salvezza: la Chiesa ordinata secondo la grazia e la Chiesa radunata nella pienezza della gloria.
L’Apocalisse mostra dunque un unico popolo di Dio, custodito nella fede e portato alla visione.
Il numero e la moltitudine sono il linguaggio complementare di questo mistero:
la stessa Chiesa, contata da Dio e resa innumerabile dalla sua misericordia.