A cura di Giuseppe Monno

Nel mistero dell’Incarnazione, Maria occupa un posto unico e irripetibile. Ella non è una donna qualunque, ma colei che, con il suo libero “fiat”, ha permesso che il Verbo eterno di Dio si facesse carne (cfr. Luca 1,26-38).
In quel momento, l’umiltà della serva del Signore ha incontrato la potenza dell’Altissimo, e la storia della salvezza ha trovato il suo compimento.
Il titolo di “Madre di Dio” (Theotókos), proclamato solennemente dal Concilio di Efeso nel 431, non è un onore meramente sentimentale, ma una verità teologica profonda: colui che Maria ha concepito e partorito è vero Dio e vero uomo.
Negare a Maria questo titolo avrebbe significato negare l’unità della persona di Cristo.
Così i Padri della Chiesa, come san Cirillo di Alessandria, difesero con forza che “non è l’uomo comune che è nato da lei, ma il Verbo stesso di Dio, che si è fatto carne”.
Maria è dunque redenta in modo singolare, “in vista dei meriti di Cristo” (cfr. Ineffabilis Deus, 1854), preservata dal peccato originale fin dal primo istante della sua esistenza.
È ciò che la Chiesa professa nel dogma dell’Immacolata Concezione:
non un privilegio isolato, ma la più perfetta espressione della grazia redentrice. In lei si manifesta la potenza salvifica di Dio, anticipata e pienamente efficace.
Sotto la Croce, Maria vive la sua partecipazione più profonda al mistero pasquale. Non aggiunge nulla all’opera redentrice di Cristo, ma vi coopera in modo unico, con l’offerta del Figlio e di se stessa.
Gesù stesso, morente, la consegna al discepolo amato come Madre (cfr. Giovanni 19,26-27):
un gesto che la Chiesa ha sempre letto come il dono della maternità spirituale di Maria su tutti i credenti.
Ella diventa così Mater Ecclesiae, Madre della Chiesa, come Paolo VI proclamò solennemente nel Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 53-69).
Nel linguaggio biblico e regale dell’antico Israele, la “regina madre” (in ebraico “gebirah”) occupava un ruolo d’onore accanto al re, non come sposa, ma come madre del sovrano (cfr. 1 Re 2,19).
In questa chiave, Maria, Madre del Re messianico, è onorata come Regina del cielo, titolo che riflette la sua dignità e il suo servizio nel Regno di Dio. Non regna per sé, ma per condurre i figli verso Cristo.
Dal punto di vista linguistico, il “fiat” di Maria, tratto dal latino “fiat mihi secundum verbum tuum” (“avvenga per me secondo la tua parola”), non è un semplice consenso passivo a causa della sua natura di imperativo congiuntivo, che esprime volontà e atto di libera scelta, in contrasto con una submissio rassegnata.
L’uso di questo tempo verbale, che significa “sia” o “avvenga”, implica un atto di adesione attiva e consapevole da parte di Maria, rendendo il suo “sì” un evento che fa accadere qualcosa, piuttosto che limitarsi a lasciar accadere.
Nei secoli, i Padri e i teologi hanno visto in lei la “nuova Eva” (cfr. sant’Ireneo, Adversus haereses, III, 22,4):
come la prima donna contribuì alla disobbedienza, così Maria, con la sua fede, contribuisce all’obbedienza che genera la vita.
La sua libertà, illuminata dalla grazia, diventa modello per ogni credente chiamato a dire il proprio “sì” al disegno divino.
Maria, quindi, non è una figura marginale della fede cristiana:
è il segno più puro della cooperazione tra grazia e libertà, tra divino e umano.
In lei la Chiesa contempla ciò che è chiamata a diventare, totalmente disponibile alla Parola, immacolata nell’amore, madre nella fede.
“O Maria, quanto sei bella,
sei la gioia e sei l’amore;
Evviva Maria e Chi la creò.”
(cfr. Gli Amarimai)