LA MORTE DI UZZA

A cura di Giuseppe Monno

La vicenda di Uzza (2 Samuele 6,6-7; 1 Cronache 13,9-10) a prima vista, sembra una punizione sproporzionata: Uzza voleva solo impedire che l’Arca cadesse, ma Dio lo colpì a morte.

2 Samuele 6,6-7

“Quando giunsero all’aia di Nacon, Uzza stese la mano verso l’arca di Dio e la sostenne, perché i buoi la facevano piegare.
L’ira del Signore si accese contro Uzza; Dio lo colpì lì per la sua colpa, ed egli morì presso l’arca di Dio.”

La tradizione cattolica — in continuità con la lettura ebraico-cristiana — vede in questo episodio un segno teologico profondo, non una reazione arbitraria.

Nell’Antico Testamento, l’Arca era il segno visibile della Presenza divina.
Conteneva le tavole della Legge, la manna e il bastone di Aronne (Ebrei 9,4).
Era così sacra che Dio aveva dato norme precise su come trasportarla:

“Nessuno toccherà le cose sante, altrimenti morirà” (Numeri 4,15).
Solo i Leviti della famiglia di Kaat potevano portarla, e non con le mani, ma su aste di legno (Esodo 25,14-15).

Uzza, pur con buona intenzione, violò una legge divina.
L’episodio non vuole dire che Dio sia crudele, ma che la Sua santità è assoluta e non può essere “maneggiata” con familiarità o improvvisazione.

Secondo l’interpretazione cattolica, il gesto di Uzza rappresenta una buona intenzione fatta nel modo sbagliato.
Come insegna san Tommaso d’Aquino:
“Una buona intenzione non giustifica un atto contrario all’ordine stabilito da Dio.”
(Summa Theologiae, II-II, q.19, a.10)

In altre parole, non basta voler fare il bene: bisogna farlo secondo la volontà e le vie di Dio.
Uzza agì secondo il buon senso umano, ma non secondo l’obbedienza sacra.
È un messaggio severo ma pedagogico: Dio insegna che la familiarità con le cose sante non deve mai diventare leggerezza o autosufficienza.

La teologia cattolica (e i Padri della Chiesa) leggono in questo evento anche un significato spirituale:

Sant’Agostino (Quaestiones in Heptateuchum, II, 4) vede in Uzza un simbolo di chi “vuole sostenere la Chiesa con le proprie mani”, confidando nelle forze umane più che nella grazia di Dio.

San Gregorio Magno (Homiliae in Hiezechihelem, II, 2, 9; Moralium in Iob, XXV, 11) vi legge un ammonimento: le cose di Dio devono essere trattate con timore e riverenza, non come se potessimo “aiutare Dio”.

L’episodio, quindi, più che un castigo è un segno educativo, che rivela il confine tra zelo umano e sacralità divina.

Nella visione cattolica questo racconto ci ricorda che:
La santità di Dio non può essere manipolata né “normalizzata”.
Anche il bene va fatto nella docilità allo Spirito e nel rispetto della legge divina.
Il rapporto con Dio richiede sempre timore santo e umiltà, anche quando ci sembra di “aiutare” l’opera di Dio.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

Seguimi anche sul Blog “Commento al Vangelo del giorno”

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora