A cura di Giuseppe Monno

L’appellativo “donna” era, nell’antichità, una forma di cortesia, simile all’odierno “signora”. Tuttavia, nel contesto evangelico, questo termine assume un significato teologico più profondo, che la tradizione cattolica ha messo in particolare evidenza.
Nel libro della Genesi, la prima donna è chiamata “donna” (Genesi 2,23; 3,20).
Quando Gesù chiama Maria “donna”, richiama il linguaggio della nuova creazione:
Maria è la nuova Eva, in parallelo con Cristo, il nuovo Adamo (cfr. 1 Corinzi 15,45).
Eva aveva cooperato alla caduta attraverso la sua disobbedienza;
Maria, al contrario, coopera alla Redenzione con la sua fede e obbedienza.
Pertanto, chiamando Maria “donna”, Gesù la presenta come la madre dell’umanità redenta.
La Chiesa riconosce che la figura della “donna” di Genesi 3,15 può essere interpretata in due modi — ecclesiologico e marianologico — intimamente connessi tra loro:
- Maria, come nuova Eva, che coopera alla Redenzione insieme a Cristo, il nuovo Adamo.
- La Chiesa, comunità dei redenti, che in Cristo continua a vincere il male nel mondo.
Di conseguenza, Maria è figura e madre della Chiesa, e la Chiesa prolunga nel tempo la vittoria sul serpente iniziata in lei.
Ai piedi della croce, quando Gesù dice a Maria:
“Donna, ecco tuo figlio” (Giovanni 19,26),
e poi al discepolo:
“Ecco tua madre” (v. 27),
la tradizione cattolica riconosce in queste parole il momento in cui Maria diventa Mater Ecclesiae, cioè Madre della Chiesa.
Maria è anche la “donna vestita di sole” (Apocalisse 12), figura che rappresenta al tempo stesso Maria e la Chiesa, in un’unica visione simbolica che unisce le due realtà:
Storico-salvifica: Maria, Madre del Messia, partorisce il Figlio e partecipa alla sua vittoria.
Ecclesiologica: La Chiesa, Madre dei credenti, genera Cristo nei cuori, perseguitata dal male ma sempre protetta da Dio.
Come Maria ha dato alla luce il Figlio di Dio nella carne,
così la Chiesa lo dona al mondo nella fede e nei sacramenti.
Il titolo “donna” sottolinea, dunque, il ruolo universale e spirituale di Maria, che va ben oltre la sua maternità biologica.
Ogni volta che Gesù dice “donna”, non è un modo freddo o distaccato di rivolgersi a qualcuno, ma un modo solenne e significativo di interpellare le donne.
Le “donne” del Vangelo rappresentano figure individuali della fede: la peccatrice perdonata, la credente, la guarita.
Maria, invece, rappresenta la donna totale (compimento di ciò che significa essere donna nel progetto di Dio), la Chiesa stessa, colei che accoglie e genera la vita divina nel mondo.
In lei, la parola “Donna” indica una figura universale: la nuova Eva, la madre dei credenti, la donna della promessa.
Gesù chiama “donna” tutte le donne per restituire loro dignità e protagonismo nella storia della salvezza.
Ma chiama Maria “Donna” per rivelare la sua missione unica nella storia della Redenzione.
“In nessun’altra creatura, oltre a Maria, la Chiesa riconosce il compimento pieno di ciò che significa essere Donna:
accogliere la Parola, generare la vita, vivere la fede.”
(cfr. Redemptoris Mater, 46)