A cura di Giuseppe Monno

Nell’ebraismo antico, soprattutto nelle prime fasi della teologia biblica, Dio veniva talvolta presentato come “autore del male” in senso simbolico o relativo, e questo va compreso nel contesto culturale e religioso dell’epoca.
L’antico Israele era profondamente monoteista: tutto ciò che accade nel mondo — bene o male — è sotto il controllo di un unico Dio.
Perciò, se qualcosa di “male” accade, proviene da Dio stesso, in quanto Signore assoluto della storia.
Isaia 45,7
“Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e creo il male. Io, il Signore, compio tutto questo.”
Qui “male” non indica il male morale, ma piuttosto il male nel senso di sventura, calamità, giudizio.
Dio è presentato come colui che manda la sventura — guerre, pestilenze, disastri — come conseguenza o punizione dei peccati.
Dio è “autore” solo in senso di sovrano assoluto della storia, non nel senso che “produce il peccato”.
Amos 3,6
“Se accade una sciagura in una città, non è forse il Signore che l’ha causata?”
Ancora una volta, il profeta intende affermare la signoria totale di Dio: nulla sfugge alla Sua volontà.
Non esiste un “male” indipendente o opposto a Lui. È un linguaggio fortemente teocentrico e non morale.
Gli autori biblici usavano un linguaggio simbolico e unitario per descrivere Dio come l’unica causa prima di tutto ciò che esiste, anche del male inteso come evento negativo o giudizio.
Era un modo per affermare il monoteismo radicale:
Dio non ha rivali.
Nulla sfugge al Suo dominio.
Anche il dolore e la punizione hanno un senso dentro il Suo disegno.
In questo senso, Dio è detto “autore del male”, ma solo come colui che permette o dirige eventi dolorosi per un fine giusto o educativo.
Col tempo, l’ebraismo sviluppa una distinzione più chiara tra il male morale e il male fisico:
Il male morale (peccato) è opera dell’uomo, non di Dio.
Il male fisico (sofferenza, calamità) è ciò che Dio può mandare o permettere per correggere, purificare o giudicare.
Nel periodo del Secondo Tempio (dopo l’esilio babilonese), con testi come Giobbe, Sapienza e soprattutto i testi apocalittici, compare una maggiore consapevolezza dell’azione di forze spirituali (satana, spiriti malvagi) che agiscono sotto il permesso di Dio.
Dio non è più detto “autore del male” in senso diretto, ma colui che lo permette e lo domina.