A cura di Giuseppe Monno

2 Corinzi 12,2
“Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa, fu rapito fino al terzo cielo – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio.”
San Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, difende la sua missione apostolica contro chi metteva in dubbio la sua autorità spirituale. In questo passo (12,2-4), egli fa riferimento a un’esperienza mistica straordinaria, ma lo fa in modo volutamente velato: parla di sé in terza persona (“un uomo in Cristo”), per umiltà e per evitare ogni forma di autoesaltazione.
La sua intenzione non è vantarsi di visioni o rivelazioni, ma sottolineare che l’autenticità del suo apostolato non deriva da esperienze straordinarie, bensì dalla grazia di Dio che si manifesta nella debolezza (cfr. 12,9). Paolo riconosce che le esperienze mistiche, pur sublimi, non sono il fondamento della fede, ma segni gratuiti della sovranità divina.
Il “rapimento” (in greco “harpagē”) indica un’esperienza estatica in cui l’anima viene elevata fuori dalle condizioni ordinarie della percezione sensibile. Paolo non sa dire se si trattò di un’esperienza corporea o solo spirituale — il che mostra l’autenticità della testimonianza: un vero mistico non pretende di spiegare il mistero di ciò che è ineffabile.
Il riferimento al “terzo cielo” è una delle espressioni più dense del linguaggio biblico apocalittico e sapienziale. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, il termine “cielo” (samayim in ebraico, ouranos in greco) ha diversi livelli di significato.
Primo cielo: il cielo atmosferico
È la sfera visibile, dove si trovano le nuvole, il vento, la pioggia e gli uccelli del cielo (cfr. Genesi 1,20). È il “cielo” dell’esperienza quotidiana, quello che l’uomo può vedere e percepire.
Secondo cielo: il cielo stellato
È la dimensione cosmica, sede degli astri, del sole, della luna e delle stelle (cfr. Genesi 1,14-18). Nella mentalità biblica, rappresenta l’ordine superiore della creazione, che testimonia la gloria di Dio (“I cieli narrano la gloria di Dio”, Salmi 19,2).
Terzo cielo: la sfera divina
È il regno invisibile di Dio, la dimora trascendente della Sua presenza, che supera ogni spazio fisico. È chiamato anche “paradiso” (cfr. 2 Corinzi 12,4) o “cielo dei cieli” (cfr. Deuteronomio 10,14; 1 Re 8,27). Qui risiede la pienezza della gloria divina, la comunione perfetta con Dio e con gli angeli e i santi.
In altre parole, il “terzo cielo” non è un luogo geografico, ma una realtà spirituale e mistica: la massima prossimità dell’anima a Dio, dove l’intelletto umano è come immerso nella luce divina.
Nella teologia cattolica, questa espressione viene interpretata in chiave simbolica e mistica, non cosmologica. Paolo parla di un grado altissimo di unione con Dio, un’esperienza di “contemplazione infusa” in cui l’anima è rapita oltre le potenze naturali della mente.
I Padri della Chiesa — come san Giovanni Crisostomo, san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura — hanno inteso il “terzo cielo” come la pienezza della conoscenza divina, la visione beatifica anticipata, la rivelazione del mistero di Cristo nella sua totalità.
San Tommaso (cfr. Summa Theologiae, II-II, q.175) afferma che san Paolo fu rapito “al terzo cielo”, cioè alla contemplazione della verità divina, che trascende ogni conoscenza umana, anche profetica. Fu un dono temporaneo, ma così profondo da imprimersi per sempre nel suo spirito.
Il “terzo cielo” è quindi l’esperienza della comunione piena con Dio, prefigurazione della vita eterna. San Paolo ci insegna che non si accede a Dio per merito, ma per grazia, e che l’autentica grandezza spirituale nasce dall’umiltà, e la vera gloria non è nelle visioni, ma nella croce di Cristo.