I GIGANTI

A cura di Giuseppe Monno

Il mistero dei giganti rappresenta una delle pagine più enigmatiche dell’Antico Testamento. Citati nel libro della Genesi (6,1-4), essi sembrano collocarsi in un tempo primordiale, al confine tra storia e mito, tra la caduta degli angeli e la corruzione dell’umanità.

La Chiesa, pur non offrendo un’interpretazione dogmatica definitiva sui giganti, ha proposto nel corso dei secoli letture coerenti con la rivelazione cristiana, con la Tradizione e con l’analogia della fede.

Nel libro della Genesi leggiamo:

“Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle, e ne presero per mogli quante ne vollero… C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli. Questi sono gli eroi dell’antichità, uomini famosi.” (Genesi 6,1-4)

Il termine “giganti” traduce il greco gigantes (presente nella Settanta), che a sua volta rende l’ebraico nefilim — parola derivante dal verbo nafal, “cadere”, e traducibile quindi come “i caduti” o “coloro che fanno cadere”.

L’ambivalenza di questi termini ha dato origine a molteplici interpretazioni: esseri decaduti, figli di angeli ribelli o, più semplicemente, uomini potenti e violenti.

Nella letteratura giudaica precristiana – come nel Libro di Enoch e nei Giubilei – i “figli di Dio” sono spesso intesi come angeli che, attratti dalle donne umane, generarono una stirpe ibrida di giganti corrotti. Sebbene questa tradizione non sia canonica per il cristianesimo, essa influenzò diversi autori dei primi secoli. Tuttavia, la maggior parte dei Padri della Chiesa rifiutò una lettura letterale di tipo angelico-carnale.

San Giustino (Dialogus cum Tryphone Judaeo, cap. 79), sant’Ireneo (Adversus haereses, IV, 36,4) e Tertulliano (De cultu feminarum, I,2) non esclusero del tutto l’ipotesi di un’interferenza angelica, ma la interpretarono come una tentazione demoniaca, non come un’unione fisica. Il “principe di questo mondo” (Giovanni 12,31) può generare mostri morali – uomini corrotti e violenti – ma non mostri biologici.

Sant’Agostino (De Civitate Dei, XV, 23) interpreta invece i “figli di Dio” come i discendenti di Set, la linea dei giusti che invocava il nome del Signore (Genesi 4,26), e le “figlie degli uomini” come la discendenza di Caino, la linea degli empi.

L’appellativo “figli di Dio” può infatti essere attribuito sia agli angeli (Giobbe 1,6; 2,1; 38,7; Salmi 29,1; 89,7) sia agli uomini (Deuteronomio 14,1; Osea 1,10; Sapienza 2,13ss; Matteo 5,9; Giovanni 1,12; Romani 8,14; Galati 3,26).

Secondo sant’Agostino, il peccato non fu una mescolanza biologica, ma spirituale e morale: i giusti, attratti dalla bellezza esteriore e dai piaceri terreni, si lasciarono corrompere, sposando donne empiamente e cedendo alle seduzioni del mondo. Questo “mescolarsi spirituale” rappresenta, per il vescovo di Ippona, la decadenza della linea fedele e la corruzione generale dell’umanità che precede il Diluvio.

I giganti, dunque, non sono mostri fisici, ma simboli della degenerazione morale del mondo, emblemi di superbia e violenza.

Nella visione della Chiesa, ogni evento prediluviano ha un valore tipologico, cioè prefigura la storia della salvezza. I giganti rappresentano il frutto della corruzione originata dal peccato, l’effetto del rifiuto dell’ordine divino. Sono l’immagine dell’umanità che, volendo “innalzarsi” con orgoglio, finisce in realtà per cadere più in basso.

Sono giganti solo in apparenza, ma interiormente “caduti”. Nel linguaggio teologico, il “gigante” è colui che si erge contro Dio: simbolo del peccato di superbia. Così Golia, nell’episodio davidico, rappresenta la forza mondana che confida in sé stessa e non nel Signore.

I giganti, pertanto, non costituiscono una razza fisica, ma una figura spirituale della ribellione collettiva, la stessa che condurrà alla necessità del Diluvio, cioè della purificazione universale.

Il Magistero non ha mai sancito dogmaticamente la natura dei giganti; tuttavia, nei commentari biblici ufficiali e nei documenti della Pontificia Commissione Biblica, si riconosce la legittimità dell’interpretazione simbolico-morale, conforme alla fede.

Sono invece respinte le letture mitologiche o esoteriche, poiché incompatibili con la dottrina sugli angeli: essi sono puri spiriti, non possiedono corpo e non possono procreare.

I giganti, dunque, non devono essere intesi come ibridi tra uomini e angeli, ma come uomini corrotti e violenti, simbolo del peccato diffuso. La loro “grandezza” rappresenta la superbia umana, mentre la loro “caduta” manifesta la giusta conseguenza del peccato.

Il mistero dei giganti rimane una soglia tra il visibile e l’invisibile. La Chiesa non lo chiude nel mito, ma lo illumina con la luce della Rivelazione: ogni racconto di potenza umana senza Dio diventa parabola della caduta.

Il cristiano non deve temere i giganti esterni, ma quelli interiori: la superbia, la violenza, la ribellione al Creatore. Solo Cristo, vero Dio e vero Uomo, vince i giganti del cuore e restituisce all’uomo la sua autentica misura divina:

“Il Signore abbatte i superbi e innalza gli umili” (Luca 1,52).

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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